lunedì, Ottobre 18, 2021
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“La bellezza salverà il mondo”. Ma come? Riflessioni sul messaggio di Dostoevskij

200 anni fa nasceva lo scrittore russo Fëdor Dostoevskij

“Di che cosa avete parlato? È vero principe che una volta avete detto che la “bellezza salverà il mondo”? Signori” prese a gridare a tutti, “il principe afferma che la bellezza salverà il mondo! ed io affermo che idee così frivole sono dovute al fatto che in questo momento egli è innamorato. Signori, il principe è innamorato, non appena è arrivato, me ne sono subito convinto. Non arrossite principe, mi impietosite. Quale bellezza salverà il mondo?”

Quello descritto è uno dei dialoghi contenuti nell’Idiota, secondo dei grandi romanzi di Fëdor Dostoevskij. La frase, una delle massime più citate in assoluto, riecheggia in gran parte dei salotti intellettuali o pseudo tali all’interno dei quali si discute sul tema della deriva dei valori morali e sociali dei nostri tempi. Una specie di mantra spesso tirato in ballo, quando si parla dello scrittore russo. Una frase oramai inflazionata e talvolta menzionata in modo vanitoso e quasi snob.

Quale bellezza salverà il mondo? Il quesito interessa da oltre 150 anni filosofi, scrittori, critici e religiosi che hanno scritto fiumi di parole per interpretare il pensiero del principe Miskin, espresso nel romanzo non direttamente dal protagonista ma da Ippolit. Si tratta della bellezza intesa come riflesso esteriore che l’umanesimo latino, da un certo momento in poi, ha posto a fondamento del proprio ideale di un’arte come finestra sul mondo? In questo caso sarebbe, dunque, la bellezza come ideale. Secondo alcuni tra il bello e il bene esiste un legame misterioso, inafferrabile e indistruttibile. La bellezza è un concetto universale. Ad essa è affidato il potere di ricomporre in un’unità armonica il disordine fondamentale della realtà, rendendola capace, così, di rivelare un senso ultimo al di sopra del suo stesso caos. In tal senso l’idea della bellezza per Dostoevskij coinciderebbe con quella di Platone che affermava “Il bello è lo splendore del vero”?

Molto improbabile. Dostoevskij aveva visto la morte in faccia, era stato recluso in una colonia penale con delinquenti vari, aveva trascorso anni nell’indigenza economica assoluta. Letterariamente aveva poi descritto “l’uomo del sottosuolo” per niente bello e buono. 

Le stesse descrizioni di San Pietroburgo contengono degrado, alcol, violenza prostituzione, abusi sessuali e idee nichiliste, fotografate con estrema lucidità nei romanzi. E allora quale interpretazione dare all’enigma? Cosa rappresenta il personaggio di Miskin accostato a Cristo del quale è, in effetti una pallidissima figura? Parlando del romanzo a sua nipote nel gennaio 1868 scrive: “Tutti gli scrittori che hanno pensato di raffigurare un uomo positivamente bello, si sono sempre dati per vinti. Perché si tratta di un compito sconfinato… Al mondo c’è una sola persona positivamente bella: Cristo, sì che l’apparizione di questa persona  sconfinatamente, infinitamente bella, è naturalmente già un miracolo infinito”. 

Nel romanzo, come tutti i lettori di Dostoevskij sanno bene, la missione eventualmente redentrice dell’Idiota – che etimologicamente in russo significa particolare o straniero- fallisce abbastanza clamorosamente. L’uccisione di Nastas’ja e il ritorno alla follia del principe epilettico testimoniano il risultato negativo in quanto a salvare il mondo. 

Indubbiamente Miskin turba con la sua innocenza e bontà e per certi versi sconcerta e inquieta la società frequentata nel periodo narrato febbrilmente nel romanzo. Il principe predica la comprensione e l’armonia, polarizzando l’attenzione verso sé stesso, illuminando con la sua empatia e “bellezza” interiore alcuni degli altri personaggi. Per il resto, molti altri che vengono in contatto con lui non verranno scalfiti in nessun modo dall’esempio di Miskin, continuando la loro esistenza vacua e senza scopo. Anche qui, dunque, la salvezza non arriva o non si intravede chiaramente.

Eppure Dostoevskij non rinuncia a sperare in una salvezza del mondo o dell’umanità, martoriata da odio, violenza, soprusi e indifferenza. Con il personaggio di Miskin che seppur fiaccamente e sbiaditamente rimanda a Cristo, Dostoevski vuole forse indicare quella che è l’unica strada per la salvezza definitiva.

La sua totale devozione a Cristo, – che non è il Dio incarnato nel suo pensiero- , è riassunta dalle paradossali e famose parole del 1854: “Sono un figlio del secolo, della miscredenza e del dubbio…”. Tuttavia giunge a credere “che non c’è più nulla di bello, più simpatico, più ragionevole, più virile di Cristo… E non basta; se mi si dimostrasse che Cristo è fuori della verità ed effettivamente risultasse che la verità è fuori di Cristo, io preferirei restare con Cristo anziché con la verità”. 

Va ricordato che Dostoevskij  è essenzialmente, anche se non esclusivamente, uno scrittore “religioso” al pari di San Paolo, Blaise Pascal, Soren Kierkegaard o di altri pensatori. Nei romanzi letteratura e spiritualità si fondono e i tormenti interiori e intellettuali del nostro, prendono vita nelle pagine dei suoi capolavori: non tanto nelle storie, quanto nelle idee, nei monologhi o dialoghi dei personaggi.

In fondo non ha mai rinunciato all’idea di un Giudizio Universale definitivo, inizio di un’età dell’oro dove regnerà l’amore fra gli uomini, come rappresentato nel sogno di Versilov nell’Adolescente e nel Sogno di un uomo ridicolo. E anche se in alcuni frangenti sembra un programma politico vero e proprio, seppur esposto in maniera allegorica, a volte la sua visone del futuro sembra essere assolutamente trascendentale.

Una nuova armonia universale che un giorno si realizzerà in qualche modo. Che fosse semplicemente – ma nello stesso tempo significativamente –  questa, la “bellezza” salvifica nel quale l’autore credeva e sperava? 

Roberto Guidotti

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