lunedì, Novembre 29, 2021
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Anticipazioni per il Grande Teatro in TV di Dostoevskij del 23 novembre alle 16 su Rai 5: “I demoni – 4° parte”

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Anticipazioni per il Grande Teatro in TV di Dostoevskij del 23 novembre alle 16 su Rai 5: “I demoni – 4° parte

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Per il Grande Teatro di Dostoevskij in TV va in onda oggi martedì 23 novembre alle 16 su Rai 5 la quarta parte de “I Demoni”, il capolavoro di Dostoevskij nella versione proposta dallo sceneggiato RAI in 5 puntate di Sandro Bolchi che venne trasmesso dal febbraio al marzo del 1972 con Luigi Vannucchi, Lilla Brignone, Gianni Santuccio, Paola Quattrini, Warner Bentivegna, Mario Carotenuto, e Giulia Lazzarini.

Nell’ambito dell’omaggio a uno dei maggiori interpreti della letteratura russa, Fëdor Dostoevskij, nell’anno in cui cade il bicentenario della nascita lo spazio pomeridiano dedicato al teatro, Rai5 – dal primo al 5 febbraio alle 16.00 – propone “I demoni”, nell’adattamento televisivo del 1972 diretto da Sandro Bolchi, che dopo I fratelli Karamazov porta nuovamente Dostoevskij sul piccolo schermo. Sceneggiatura di Diego Fabbri. Nel cast, Luigi Vannucchi, Glauco Mauri, Lilla Brignone, Gianni Santuccio, Paola Quattrini, Luigi La Monica, Angiola Baggi, Marisa Bartoli, Antonio Battistella, Warner Bentivegna, Mario Carotenuto, Luigi Diberti, Giulia Lazzarini, Loredana Savelli, Alberto Terrani. In una città russa, un gruppo di anarchici congiura per la rivoluzione. In realtà sono divisi e velleitari, ma le loro trame servono ottimamente agli scopi di un misterioso individuo che manovra per gettare la città nel caos e per perseguire sue vendette personali.

Quarta Parte

La tanto decantata matinée letteraria e il ballo si svolgono il giorno successivo. La maggior parte della città ha sottoscritto e tutte le persone influenti sono presenti al momento della lettura, con l’eccezione degli Stavrogin. Julia Michàjlovna, che è in qualche modo riuscita a placare il marito Andrey Antonovich, è al vertice della sua ambizione. Ma le cose vanno male fin dall’inizio. Gli associati di Pètr Stepànovic, Ljàmsin e Lipùtin, approfittano del loro ruolo di amministratori per modificare lo svolgimento in modo provocatorio, e permettono ad un sacco di tipi di basso livello di entrare senza pagare. La lettura inizia con la non programmata salita sul palco di un irrimediabilmente ubriaco capitano Lebjàdkin, di cui Lipùtin comincia a leggere la poesia, un pezzo ottuso ed offensivo verso Julia Michàjlovna. Egli è rapidamente seguito dal genio letterario Karmazìnov che sta leggendo un addio al suo pubblico dal titolo “Merci”. Per più di un’ora il grande scrittore arranca immergendosi in un flusso pomposo e senza fine di lettura, trasportando il pubblico in uno stato di completo stupore. La tortura viene a termine solo quando un ascoltatore esausto grida inavvertitamente “Signore, che spazzatura!” e Karmazìnov dopo lo scambio di insulti con il pubblico, infine, si chiude con un ironico “Merci, merci, merci”. In questa atmosfera ostile Stepan Trofìmovic sale sul palco. Si tuffa a capofitto in una appassionata esposizione dei propri ideali estetici, a cui unisce la condanna per quei giovani che di quegli ideali si sono appropriati e che li stanno però disonorando con il loro comportamento inqualificabile. L’intervento di Stepan Trofìmovic provoca la derisione e le proteste da parte del pubblico ed egli finisce per imprecare e andarsene arrabbiato. Un pandemonio scoppia con un terzo lettore inaspettato, un ‘professore’ da Pietroburgo, che subito sale sul palco al suo posto. A quanto pare deliziato dal disordine, il nuovo oratore si lancia in un’invettiva frenetica contro la Russia, gridando con tutte le sue forze e gesticolando con il pugno. Egli è infine trascinato fuori dal palco da sei funzionari, ma riesce in qualche modo a fuggire e torna a continuare brevemente la sua arringa, prima di essere trascinato via di nuovo. I suoi sostenitori tra il pubblico accorrono in suo aiuto e nel caos generale, a coronare il disastro ormai consumatosi, una studentessa sale sul palco per informare il pubblico della difficile condizione degli studenti oppressi.

In seguito, Pyotr Stepanovich (che era misteriosamente assente dalla lettura) cerca di convincere una traumatizzata Julia Michàjlovna che non era andata poi così male come si pensa e che è essenziale per lei esser presente al ballo. Riferisce anche che in città si è diffusa la notizia di un altro scandalo: Lizavèta Nikolàevna ha lasciato la sua casa e il fidanzato, ed è scappata a Skvorèsniki con Stavrogin.

Nonostante il disastro della lettura, quella sera si tiene comunque il ballo, con Julia Michàjlovna e Andrey Antonovich presenti. Molti del pubblico più rispettabile hanno scelto di non partecipare, mentre è aumentato il numero di personaggi dubbi. Quasi nessuno balla, la maggior parte sono ad abbuffarsi al buffet. In attesa che qualcosa accada, molti lanciano sguardi curiosi e indiscreti alla Von Lembke. Una ‘quadriglia letteraria’ è stata coreografata per l’occasione, ma è volgare e stupida, e stupisce gli astanti. Scioccato da alcune delle buffonate della quadriglia e dall’atmosfera di degenerazione in sala, Andrey Antonovich non si trattiene e torna a comportarsi in modo folle e autoritario, mentre una spaventata Julia Michàjlovna è costretta a scusarsi per lui. Qualcuno grida “al fuoco!” e affacciandosi alle finestre tutti vedono che un grande incendio sta infuriando nella parte di città al di là del fiume. C’è una fuga precipitosa dal ballo, ma Andrey Antonovich, ormai in preda alla follia, urla che tutti devono essere ricercati, compresa la moglie, Julia Michàjlovna, che sviene. Andrey Antonovich insiste poi per recarsi sul luogo dell’incendio, dove viene colpito da una trave caduta e perde conoscenza. Al suo risveglio appare ormai chiaro che non recupererà più la sua sanità mentale, e la sua carriera come governatore volge al termine. L’incendio infuria per tutta la notte, ma al mattino si è ridotto e la pioggia sta cadendo. La notizia di un omicidio strano e terribile inizia a diffondersi: un certo capitano, la sorella e la loro domestica di servizio sono stati trovati accoltellati a morte nella loro casa parzialmente bruciata al confine della città.

Stavrogin e Liza hanno passato la notte insieme e si sono svegliati alla luce morente del fuoco. Liza è pronto a lasciarlo, pentita per la loro scappatella. Pètr Stepànovic arriva per comunicare la notizia della morte dei Lebjàdkin. Dice che l’assassino era Fèd’ka il condannato, nega ogni suo coinvolgimento e assicura a Stavrogin che legalmente (e, naturalmente, moralmente) anche lui è in salvo. Quando Liza chiede la verità a Stavrogin, lui risponde che lui era contro l’omicidio, ma sapeva che stava per accadere e non ha fermato gli assassini. Liza si precipita fuori in uno stato di frenesia, determinata a raggiungere il luogo degli omicidi per vedere i corpi. Stavrogin dice a Pètr Stepànovic di fermarla, ma Pètr Stepànovic esige una risposta alla sua proposta, convinto di meritarsi la riconoscenza di Stravogin ora che lo ha liberato dai Lebjàdkin. Stavrogin risponde che potrebbe anche dire sì, se solo non fosse un tale buffone, e gli dice di tornare domani. Placato, Pètr Stepànovic insegue Liza, ma il tentativo di fermarla è abbandonato quando Mavrìkij Nikolàevic, che l’ha aspettata fuori tutta la notte, si precipita in suo aiuto. Lui e Liza raggiungono la città insieme, sotto la pioggia battente. Sulla scena degli omicidi si è raccolta una folla di curiosi. A questo punto si sa che è la moglie di Stavrogin che è stata uccisa, e Liza, che tutti sanno essere scappata con Stravogin la sera prima, viene giudicata come la “mandante” degli omicidi. Lei e Mavrìkij Nikolàevic vengono attaccati da individui ubriachi e inferociti sparsi nella folla. Liza è colpita più volte alla testa e viene uccisa.

I demoni (in russo: Бесы, Besy) è un romanzo di Fëdor Dostoevskij pubblicato in volume per la prima volta nel 1873.

La traduzione del titolo originale ha subito variazioni a seconda della casa editrice: mentre il titolo più usato è appunto quello de I dèmoni (plurale di “demone“), si sono avuti anche come titolo I demònî (plurale di “demonio“), Gli indemoniati o Gli ossessi. Il titolo si riferisce appunto ai ‘diavoli, posseduti, spiriti maligni’ rappresentati da alcuni dei personaggi principali.

La seconda moglie di Dostoevskij, Anna Grigor’evna Dostoevskaja, racconta che chi veniva a comprare le copie del romanzo, spesso ne storpiava il nome: “Qualcuno lo chiamava Le forze nemiche, un altro diceva «Sono venuto per i diavoli»; un terzo chiedeva alla cameriera «Una decina di diavoli». La vecchia bambinaia, sentendo questi nomi, se la prendeva con me, dicendo che, da quando tenevamo in casa gli spiriti impuri, il suo pupillo (mio figlio) era diventato irrequieto e dormiva male la notte”.[1]

Vita di un grande peccatore

“Io ripongo grandi speranze nel romanzo che sto attualmente scrivendo per il “Messaggero Russo“:[2] così scrive Dostoevskij il 5 aprile 1870, in una lettera indirizzata a Nikolaj Nikolaevič Strachovfilosofo e amico personale. L’opera che l’autore ha in mente si sta formando lentamente ma inesorabilmente da due anni: Sarà il mio ultimo romanzo. Avrà l’ampiezza di Guerra e pace,[2] scrive con enfasi il giorno dopo ad Apollon Nikolaevič Majkov, anche se poi in realtà l’opera non è stata la sua ultima.
Nella stessa lettera rivela che il titolo che ha in mente è Vita di un grande peccatore, titolo che non vedrà mai la luce, perché la storia a cui Dostoevskij sta lavorando è talmente ampia che alla fine verrà sviluppata in due romanzi distinti: I demoni e L’adolescente.

L’ambiente politico

La seconda moglie di Dostoevskij testimonia che il marito era molto interessato agli avvenimenti politici dell’epoca, che il fratello di lei gli raccontava. Il 21 novembre 1869, infatti, lo studente universitario Ivan Ivanovič Ivanov viene ucciso da una cellula rivoluzionaria capeggiata da Sergej Gennadjevič Nečaev (autore insieme a Bakunin dell’opera Catechismo del rivoluzionario). Il processo di Nečaev provoca scalpore in tutta la Russia e si conclude con la condanna del colpevole a 20 anni di carcere.

Dostoevskij aborrisce il declino morale che la gioventù russa sembra stia subendo. Ivan Sergeevič Turgenev, con il suo famoso romanzo Padri e figli, aveva già d’altronde fatto conoscere ampiamente al grande pubblico il concetto di nichilismo, una corrente di pensiero che si diffonde rapidamente in quegli anni fra i giovani, cosa che infastidisce fortemente Dostoevskij.

«Ogni tanto mi viene in mente che molti di questi stessi giovani delinquenti, che vanno attualmente in putrefazione, finiranno un giorno per diventare degli autentici e solidi počvenniki,[3] e cioè dei veri russi? Quanto agli altri, che finiscano pure di marcire! Finiranno pure per tacere anche loro, colpiti da paralisi. Ma che autentiche carogne![2]»

Nečaev, il rivoluzionario organizzatore di cellule terroristiche, si trasforma nel personaggio di Pëtr Verchovenskij, mentre lo studente universitario Ivanov veste i panni di Šatov. Ma durante la lavorazione nella mente dell’autore si affaccia il “vero” protagonista del romanzo, che sarà il ‘demone’ Nikolaj Stavrogin.

Il “vero” protagonista

Iniziato a scrivere verso la fine del 1869, il romanzo appare subito problematico per l’autore. Scritta infatti una prima parte, l’autore viene “visitato dall’autentica ispirazione e a un tratto mi sono innamorato del mio tema”,[2] come scriverà il 21 ottobre 1870. Riscrive quella prima parte, seguendo l’ispirazione avuta, finché sorge un altro problema: “si è fatto avanti un nuovo personaggio che avanzava la pretesa di essere lui il vero protagonista del romanzo, cosicché il precedente protagonista (un personaggio interessante, ma che effettivamente non meritava il ruolo di protagonista) si è ritirato in secondo piano. Questo nuovo protagonista mi ha talmente affascinato che ho cominciato un’altra volta a riscrivere il romanzo”.[2]

Il “vecchio” protagonista è Pëtr Verchovenskij che, come novello Nečaev, porta avanti i suoi propositi rivoluzionari reclutando e organizzando uomini al proprio scopo. Il “nuovo” protagonista è invece Nikolaj, figura che incarna un’altra tipologia di giovane odiata dall’autore: quello del viziato annoiato e immorale. Eppure Dostoevskij sembra nutrire per lui un affetto ed attenzione maggiore che per gli altri; fa nascere il cognome del personaggio dalla parola greca σταυρός (stauròs) che significa “croce”, volendo dare elementi religiosi ad un personaggio che a prima vista non pare proprio averne. Eppure sarà l’unico dei tanti “peccatori” del romanzo che prenderà pienamente coscienza dei propri peccati e che pagherà spontaneamente per questi.

Trama

L’azione si svolge quasi esclusivamente in una provincia senza nome vicino a San Pietroburgo ed è raccontata da Anton, colui che parla in prima persona; questi è un ufficiale ed ha seguito tutti gli eventi, o direttamente o perché raccontatigli da qualcuno dei protagonisti. Anton Lavrentievič è un caro amico di Stepan Trofimovič, che vive come tutore un po’ esteta alla residenza della ricca Varvara Petrovna, vedova nonché imperiosa nobildonna.

Il figlio di lei, Nikolaj Vsevolodovič, torna a casa dopo aver trascorso anni di vita dissoluta all’estero; torna trasformato soprattutto nell’animo, moralmente prosciugato da ogni illusione ideale o romantica di gioventù. Pëtr Stepanovič, figlio di Stepan Trofimovič, cerca la collaborazione di Nikolaj Vsevolodovič: egli vorrebbe metterlo a capo di un gruppo di cospiratori che ha l’obiettivo di rovesciare tutte le autorità, laiche e religiose. A questo scopo, con i suoi cinque affiliati, oltre alla collaborazione di Šatov e Kirillov, sta preparando degli attentati terroristici.

La ‘generalessa’ Varvara Petrovna ha intanto predisposto un piano per far sposare il figlio con la benestante Lizaveta Nikolaevna, figlia di una cara amica di famiglia, un matrimonio che dovrebbe esser di puro interesse; ma ella non sa ancora che Nikolaj, mentre si trovava a San Pietroburgo, ha già sposato in segreto (ed apparentemente senza alcun motivo) Marija Timofeevna, sorella storpia ed in parte fuor di senno dell’ubriacone Lebjadkin. Nikolaj Vsevolodovič pare rimanere impermeabile a qualsivoglia emozione, distaccato e distante, quasi fosse afflitto da una perenne noia esistenziale o oblio dell’anima.

Il giovane Šatov continua ad esser combattuto tra una profonda ammirazione ed un altrettanto forte senso di disprezzo nei confronti di Nikolaj: per merito suo sostiene infatti d’aver trovato la fede in Dio e non sembra troppo turbato dal fatto che questi abbia avuto una relazione con sua moglie, Marija Ignatijevna. Nikolaj in realtà ha un altro segreto inconfessabile, oltre a quello del matrimonio, che cela con cura in cuore.

Kirillov intanto rivela in dettaglio agli altri la propria intenzione di uccidersi e ciò per dimostrare così a tutti l’inesistenza, non solo delle leggi divine, ma dello stesso Dio. Il suo progetto filosofico vuol esser quindi un suicidio educativo; in maniera tanto tragica quanto teatrale si spara un colpo di rivoltella nella tempia dopo un drammatico incontro con Pëtr Stepanovič.

Un certo Fed’ka, tipo losco ed inquietante, presentatosi davanti a Nikolaj, gli offre di liberarlo dalla storpia Marija per poter così aver spianata la strada del matrimonio con la danarosa ragazza trovata per lui dalla madre. Ma la proposta del criminale viene bruscamente respinta da Nikolaj. In seguito il giovane pare voler confidarsi con la sorella di Ivan, la buona Dar’ja Pavlovna, chiedendo in modo ancora abbastanza imprecisato e non perfettamente chiaro, perdono per tutti i suoi crimini passati e finanche per quelli futuri che non ha ancora commesso. Avrà anche un colloquio con lo starec Tichon e gli racconterà della sua assoluta incapacità di credere in Dio ed aver fede nella sua religione: si viene a questo punto a conoscere la verità, cioè che Nikolaj ha tempo addietro violentato una bambina, la quale, per la vergogna e la disperazione, si è subito dopo impiccata. Lui non ha fatto nulla per impedire la tragedia, anzi in quel momento già pregustava quello che avrebbe potuto fare la piccola dopo esser stata così brutalmente sedotta ed abbandonata.

Nel frattempo Pëtr Stepanovič ha trovato l’obiettivo adatto: la debolezza di Lembke, nuovo governatore della regione, e l’ambizione liberaleggiante della moglie, Julia Michajlovna, tramite la quale egli assume un ruolo di rilievo nella società mondana della cittadina. Segretamente, egli riunisce varie persone per organizzare un complotto, che forse prevederà “un assassinio politico”, e frattanto si adopera per spargere ovunque confusione e discredito per l’autorità.

Cercando di attrarre a sé Nikolaj Vsevolodovič, Pëtr Stepanovič era giunto al punto d’offrirgli il comando del gruppo, ma quegli non si è mai fatto attrarre alla causa nichilista propugnata da questi giovani uomini disillusi da tutto: da allora i due hanno continuato nel tempo a discutere dei rispettivi ideali. In una riunione clandestina, il congiurato Šigalëv propone un nuovo sistema politico, in cui il 90% dell’intera popolazione del grande impero russo sia costretta a lavorare al livello più primitivo d’esistenza, rimanendo completamente sotto il controllo e dominate dal restante 10%.

Le manovre di Pëtr Stepanovič culminano nell’uccisione, per mano di Fed’ka, di Marija Timofeevna e del fratello. Nikolaj ha tentato nel frattempo di partire assieme a Lizaveta; ma quando lui le dice di non aver fatto nulla per impedire l’assassinio della moglie, lei si affretta di corsa verso il luogo dell’omicidio: qui viene letteralmente linciata dalla folla impazzita, che la crede mandante dell’efferato crimine.

Il rifiuto di Nikolaj Vsevolodovič fa sfumare i progetti di Pëtr Stepanovič. Convinto che Šatov possa denunciare tutti, Pëtr Stepanovič lo fa ammazzare a sangue freddo. La responsabilità di questo assassinio e degli altri misfatti verrà addossata a Kirillov, il quale, nella sua indifferenza, ha accettato di scrivere una lettera d’addio in cui si dichiara responsabile.

Stefan Trofimovič decide di lasciare la città, ma durante il viaggio a piedi si ammala. Varvara l’ha fatto cercare e, appena ritrovatisi l’uno di fronte all’altra, non possono far altro che confessarsi i reciproci sentimenti d’amore che sempre hanno provato, ma tenuto segreto e represso per anni.

Nikolaj, dopo avere proposto a Dar’ja di seguirlo in Svizzera, travolto dal senso di colpa sempre più insopportabile (è afflitto costantemente da allucinazioni, attraverso cui gli appaiono una varietà enorme di ‘spiriti maligni’), finisce con l’impiccarsi ad una trave della soffitta di casa, esattamente nello stesso modo che era stato scelto dalla bambina stuprata da lui anni prima.