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Anticipazioni per il Grande Teatro in TV di Melville del 4 gennaio alle 15.40 su Rai 5: “Moby Dick – 2° puntata”

moby dick

Anticipazioni per il Grande Teatro in TV di Melville del 4 gennaio alle 15.40 su Rai 5: “La rappresentazione della terribile caccia alla balena Moby Dick – 2° puntata

Moby Dick - Wikipedia

Per lo spazio “Stardust Memories”, che offre in versione restaurata i grandi classici del teatro delle Teche Rai, Rai Cultura propone oggi martedì 4 gennaio alle 15.40 su Rai 5 la seconda puntata dello spettacolo “Rappresentazione della terribile caccia alla balena bianca Moby Dick”.

Adattamento da “Moby Dick” di Herman Melville firmato da Roberto Lerici, con la regia di Carlo Quartucci, viene così definito dallo stesso Lerici: «Non è un tentativo di illustrazione, di trascrizione pura e semplice del romanzo, piuttosto una ricerca dei significati più autentici ed attuali del romanzo. L’avventura c’è, persino dilatata, mai ricostruita tuttavia con pretese di realismo: è la cornice, non la sostanza. Le caccie alla balena vivono sul teleschermo più nella ingenua drammaticità di certe stampe popolari che nella documentaristica evidenza degli inserti filmati».

Delle vicende del Peqod, del Capitano Achab, del giovane Ismaele e dei suoi compagni di navigazione e caccia, permane, nell’allestimento scenico di Quartucci, proprio questo: il dramma, l’ossessione, il delirio, la fascinazione per l’ignoto, il miraggio, il sogno, dimensioni dell’essere e del sentire che solo il mezzo teatrale può restituire per mezzo della finzione, dichiaratamente tale. 

Moby Dick o La balena (Moby-Dick; or, The Whale) è un romanzo del 1851 scritto da Herman Melville. È considerato un capolavoro della letteratura americana della cosiddetta American Renaissance.

La storia è quella della nave condannata ad essere affondata da una balena gigante: il viaggio della baleniera Pequod, comandata dal capitano Achab, a caccia di balene e capodogli, e in particolare dell’enorme balena bianca (in realtà un capodoglio) che dà il titolo al romanzo, verso la quale Achab nutre una smisurata sete di vendetta.

Storia editoriale

Il libro fu pubblicato in due versioni differenti nel 1851: in ottobre a Londra – dall’editore Bentley – col titolo The Whale (“La balena”) con modifiche fatte dall’autore e dall’editore per emendare il testo dalle parti considerate oscene, blasfeme e dalle ironie verso la Corona britannica; in novembre a New York – presso l’Editore Harper & Brothers – col titolo definitivo Moby-Dick, or The Whale (“Moby Dick, ossia la balena”), ma soggetta a vari passaggi di mano ed errori di copiatura.

Il romanzo, scritto in un anno e mezzo, fu dedicato all’amico Nathaniel Hawthorne. Il libro non piacque ai contemporanei e fu un fallimento commerciale[1]. Il fiasco di critica e pubblico – ad eccezione di Hawthorne, che plaudì all’opera – determinò la fine della carriera letteraria di Melville: alla sua morte, nel 1891, l’opera era fuori stampa, e ne erano state vendute circa 3200 copie.[2]. Il romanzo fu riscoperto solo negli anni Venti del Novecento[3], collocandolo ai vertici della letteratura mondiale. L’opera di rilancio di Moby Dick si deve a D. H. LawrenceCarl Van Doren e Lewis Mumford (su The New Republic, 1928).[4]

Moby Dick fu tradotto in italiano per la prima volta nel 1930 dallo scrittore Cesare Pavese che non riuscì a farlo pubblicare. Solo nel 1932 l’editore Carlo Frassinelli lo fece stampare nella sua neonata casa editrice[5] come primo titolo della collana Biblioteca europea diretta da Franco Antonicelli. Nel 2010, Giuseppe Natali ha pubblicato una traduzione per UTET avvalendosi della Longman Critical Edition (a cura di John Bryant e Haskell Springer), che mette a confronto le due edizioni del 1851. A fine 2015, per Einaudi, è stata pubblicata l’ultima traduzione, opera di Ottavio Fatica. Le versioni italiane hanno cercato di integrare le due differenti edizioni – inglese e americana – che differiscono per centinaia di varianti, più o meno importanti.

Genesi

Tornato a New York nell’autunno del 1844, e determinato ad affermarsi come scrittore, Melville pubblicò due racconti che furono bene accolti: Typee e Omoo, basati sul suo vagabondare sull’Oceano Pacifico che possono considerarsi l’anteprima del romanzo Moby Dick, pubblicato nel 1851, durante il periodo che è stato chiamato il Rinascimento americano, il quale vide la pubblicazione di opere letterarie come La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne (1850), La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe (1852) così come Walden (1854) di Henry David Thoreau e la prima edizione di Foglie d’erba di Walt Whitman (1855).

Due avvenimenti reali costituirono la genesi del racconto di Melville. Il primo è l’affondamento nel 1820 della baleniera Essex di Nantucket, dopo l’urto con un enorme capodoglio a 3200 km dalla costa occidentale del Sud America. Il primo ufficiale Owen Chase, uno degli otto sopravvissuti, riportò l’avvenimento nel suo libro del 1821 Narrazione del naufragio della Baleniera Essex di Nantucket che fu affondata da un grosso capodoglio al largo dell’Oceano Pacifico.[6]

Il secondo evento fu la presunta uccisione, attorno al 1830, del capodoglio albino Mocha Dick nelle acque al largo dell’isola cilena di Mocha. Si raccontava che Mocha Dick avesse venti o più ramponi conficcatigli nel dorso da altri balenieri e che sembrava attaccare le navi con una ferocia premeditata come raccontò l’esploratore Jeremiah N. Reynolds, nel maggio 1839 sul The Knickerbocker.[7]

Tema

Sul modello dell’opera settecentesca Tristram Shandy di Laurence Sterne, demistificatore del romanzo, genere letterario più in voga ai suoi tempi, anche l’opera di Melville vuole essere fuori dagli schemi tradizionali narrativi: il contenuto enciclopedico e allo stesso tempo fortemente digressivo richiede che la lettura sia accompagnata dall’interpretazione, in quanto l’autore utilizza un gran numero di citazioni di storie epiche, shakespearianebibliche che rendono Melville quasi un precursore del modernismo, come quello in particolare di James Joyce.

In Moby Dick oltre alle scene di caccia alla balena, si affronta il dilemma dell’ignoto, del senso di speranza, della possibilità di riscattarsi che si può presentare da un momento all’altro. Alla paura e al terrore e alle tenebre, si affiancano lo stupore, la diversità, le emozioni che convivono insieme in questo romanzo di avventure: interiorizzando tutte le questioni, Melville vi profuse riflessioni scientifiche, religiose, filosofiche – il dibattito sui limiti umani, sulla verità e la giustizia – e artistiche del narratore Ismaele, suo alter ego e una delle voci più grandi della letteratura mondiale, che trasforma il viaggio in un’allegoria della condizione della natura umana e al contempo in una parabola avvincente dell’imprudente espansione della giovane repubblica americana[8].

Per il puritano Melville la lotta epica tra Achab e la balena rappresenta una sfida tra il Bene e il Male. Moby Dick riassume, inoltre, il Male dell’universo e il demoniaco presente nell’animo umano. Achab ha l’idea fissa di vendicarsi della balena che lo ha mutilato e a ciò si unisce una furia autodistruttiva: «La Balena Bianca gli nuotava davanti come la monomaniaca incarnazione di tutte quelle forze malvagie da cui certi uomini profondi si sentono rodere nell’intimo….» (trad. di Cesare Pavese).

Ma la balena rappresenta anche l’Assoluto che l’uomo insegue e non può conoscere mai:

«Ma non abbiamo ancora risolto l’incantesimo di questa bianchezza né trovato perché abbia un così potente influsso sull’anima; più strano e molto più portentoso, dato che, come abbiamo veduto, essa è il simbolo più significativo di cose spirituali, il velo stesso, anzi, della Divinità Cristiana, e pure è insieme la causa intensificante nelle cose che più atterriscono l’uomo!…..[9]»

Quanto alla rappresentazione nel romanzo della natura, essa è un’entità tremenda e fascinosa (il mare, gli abissi) e può essere vista come esempio di Sublime romantico: lo spruzzo intermittente della balena è come un soffio potente per cui i marinai «non avrebbero potuto rabbrividire di più, eppure non provavano terrore, ma piuttosto un piacere….»[9]

In una lettera a Hawthorne, Melville definiva il suo romanzo come il “libro malvagio”[10] poiché il protagonista del racconto era il male, della natura e degli uomini, che egli però voleva descrivere senza rimanerne sentimentalmente o moralmente coinvolto.

Poiché l’edizione inglese mancava dell’Epilogo, che racconta la salvezza di Ishmael, sembrava che la storia fosse raccontata da qualcuno che si supponeva fosse perito. Il fatto fu riconosciuto da molti recensori britannici come una violazione delle regole delle opere di fiction e una seria pecca dell’autore[11].

Trama – 2° parte

(EN)«There she blows!-there she blows! A hump like a snow-hill! It is Moby Dick!»(IT)«Laggiù soffia! Laggiù soffia! La gobba come una montagna di neve! È Moby Dick!»
(Dal capitolo 133, La caccia)

La nave è comandata da un inflessibile capitano quacchero, chiamato Achab, che sembra non essere sulla nave, descritto da uno degli armatori come «un grand’uomo, senza religione, simile a un dio», il quale «è stato all’università e insieme ai cannibali». Poco dopo, sul molo, i due amici s’imbattono in un misterioso uomo dal nome biblico di Elia che allude a future disgrazie che colpiranno Achab. Il clima di mistero cresce la mattina di Natale quando Ismaele vede delle oscure figure nella nebbia vicine al Pequod, che proprio quel giorno spiega le vele.

All’inizio sono gli ufficiali della nave a dirigere la rotta, mentre Achab se ne sta rinchiuso nella sua cabina. Il primo ufficiale è Starbuck, un Quacchero serio e sincero che si dimostra anche un abile comandante; in seconda c’è Stubb, spensierato e allegro, sempre con la sua pipa in bocca; il terzo ufficiale è Flask, tozzo e di bassa statura e del tutto affidabile. Ciascun ufficiale è responsabile di una lancia con il proprio ramponiere.

Una mattina, qualche tempo dopo la partenza, finalmente Achab compare sul cassero della nave. La sua è una figura imponente e impressionante con una gamba che gli manca dal ginocchio in giù, rimpiazzata da una protesi realizzata con la mascella di un capodoglio.

«Moby Dick non ti cerca. Sei tu, tu che insensato cerchi lei!»
(Moby Dick, Cap. 135)

Personaggi

Il Pequod e il suo equipaggio

La nave con il suo equipaggio, destinati profeticamente alla morte, non solo è la protagonista del racconto di tutta la navigazione diretta alla caccia della balena, sia quando si ferma immobile, priva di vita, per l’assenza dei venti sia quando è squassata in tutte le sue strutture dalla tempesta, ma essa è anche il simbolo di un’avventurosa società americana multirazziale fiduciosa della forza che le proviene dalla comune volontà di vincere il male e progredire:
«È la propaggine di una civiltà americana affascinata dalle proprie potenzialità di crescita e potenza. Dall’osservazione della vita sul Pequod Ismaele trae un’immensa varietà di significati: … le ragioni e i limiti del vivere sociale; la possibilità di una comunione che travalichi le barriere religiose, razziali, sessuali; infine, i processi che determinano l’ascesa di un capo politico.»[13]

Il capitano Achab

Il capitano Achab è il protagonista assoluto della storia. La sua figura titanica ha un nome biblico: Ahab, nel Primo Libro dei Re (21: 26), è colui che «commise molti abomini, seguendo gli idoli». Egli guida l’equipaggio del Pequod nella folle impresa di caccia, ai quattro angoli dell’oceano, del bianco capodoglio, che ai suoi occhi ha le sembianze del biblico Leviatano. «Roso di dentro e arso di fuori dagli artigli fissi e inesorabili di un’idea incurabile», Achab deve vendicarsi di Moby Dick che, aggredito, aveva reagito e gli aveva tranciato e divorato una gamba quando «.. venne allora che il corpo straziato e l’anima ferita sanguinarono l’uno nell’altra [e] … Achab e l’angoscia giacquero coricati insieme nella stessa branda». Ai suoi occhi, il capodoglio è l’incarnazione del male, che egli insegue e persegue fino alla catastrofe.

Ismaele

Ismaele è il narratore, unico sopravvissuto, ma non il protagonista dell’epico racconto, e così si presenta ai lettori: «Chiamatemi Ismaele» (Call me Ishmael). Il nome ha origine biblica, nella Genesi infatti Ismaele è il figlio ripudiato di Abramo e della schiava Agar, entrambi cacciati nel deserto. Sicché “Chiamatemi Ismaele” è come dire “Chiamatemi esule, vagabondo”. Egli riassume in sè la voce di tutti gli orfani, i diseredati della terra, ossia la condizione creaturale di tutti gli uomini e le donne del mondo. Descrive poco di se stesso: solo che ha le spalle larghe e che è newyorkese.

Moby Dick

Moby Dick è descritta nel titolo come una balena bianca con uno sfiatatoio enorme e i fianchi flagellati da ramponi e «tre buchi alla pinna di tribordo». L’animale è il punto di riferimento per ogni personaggio; la sua insolita bianchezza – ovvero assenza di connotazioni etiche – simboleggia l’inaccettabile indifferenza della natura nei confronti dell’uomo.[14]

Altri personaggi
  • Queequeg è un gigante, nativo di una fittizia isola polinesiana chiamata Kokovoko o Rokovoko. Suo padre era un Gran Capo, un Re; suo zio un Gran Sacerdote. È il primo personaggio importante incontrato da Ismaele nella Locanda dello Sfiatatoio. Sul Pequod sarà il primo ramponiere. Descritto con curiosità e rispetto da Ismaele, non si separa mai da Yojo, il suo piccolo idolo che egli venera come una divinità. È protagonista di alcuni atti eroici tra cui il salvataggio di Tashtego che stava per morire dopo essere precipitato nella testa di un capodoglio morto dal quale si stava estraendo lo spermaceti.
  • Starbuck è il primo ufficiale del “Pequod”, nativo di Nantucket. Quacchero, viene descritto fisicamente come alto e magro, e di carattere severo e coscienzioso. Egli è «l’uomo più cauto che si possa trovare nella baleneria», prudente ma non codardo, sarà uno dei più riluttanti ad assecondare il folle piano di Achab. Come tutto l’equipaggio perisce in mare dopo un ennesimo tentativo di uccidere la balena bianca.
  • Stubb è il secondo ufficiale, nativo di Capo Cod, descritto come un uomo allegro e spensierato, apparentemente indifferente ad ogni pericolo e minaccia, collezionista e fumatore di pipe.
  • Flask è il terzo ufficiale, nativo di Tisbury, un giovane tozzo e rubicondo, baleniere intrepido benché poco sensibile al fascino del mare.
  • Tashtego è il secondo ramponiere, un risoluto guerriero indiano nativo del “Capo Allegro”, originariamente terra di guerrieri-cacciatori, che ora forniva a Nantucket molti dei suoi più audaci ramponieri.
  • Daggoo è il terzo ramponiere, «un gigantesco negro selvaggio», imbarcatosi spontaneamente da giovane su una nave baleniera dal suo villaggio nativo in Africa.[15]
  • Pip, abbreviazione di Pippin, un nero di piccola statura, suonatore di tamburello: è un ragazzo schiavo latitante, marinaio un po’ stralunato e goffo; durante gli inseguimenti alle balene inevitabilmente finisce in mare e quando per la seconda volta accade viene abbandonato nell’oceano e ripescato solo molte ore dopo, completamente impazzito. Emarginato dall’intero equipaggio, viene invece accolto da Achab, che lo sente suo simile nella follia.
  • Fedallah è un misterioso asiatico (Parsi) dai capelli a turbante, che sembra legato come un’ombra ad Achab da un influsso quasi telepatico: sarà lui a predire con una strana profezia la fine di entrambi.
  • Lana Caprina è il cuoco di bordo che viene schernito da Stub durante la cena a base di pinna di balena.
Il viaggio del Pequod
«Ora, il Pequod era salpato da Nantucket proprio all’inizio della Stagione Equatoriale. Nessuna impresa al mondo avrebbe pertanto consentito al suo capitano di compiere la grande traversata verso sud, di doppiare Capo Horn, e poi, risalendo a nord per sessanta gradi di latitudine, di giungere in tempo nel Pacifico equatoriale per battere le sue acque. Egli avrebbe dunque dovuto attendere la stagione successiva. Nondimeno, la partenza prematura del Pequod forse era stata scelta segretamente da Achab proprio in considerazione di questo insieme di cose. Infatti, egli aveva innanzi a sé un’attesa di trecentosessantacinque giorni e altrettante notti, e invece di passarla a terra soffrendo impaziente, avrebbe impiegato quel lasso di tempo in una caccia mista, nel caso in cui la Balena Bianca, trascorrendo le vacanze in mari molto lontani dai suoi periodici siti di alimentazione, avesse mostrato la sua fronte rugosa al largo del Golfo Persico, o nella Baia del Bengala, o nei Mari della Cina, o nelle altre acque frequentate dalla sua specie. E così i monsoni, i pamperi, i maestrali, gli harmattan, gli alisei, tutti i venti, insomma, tranne il levante e il simun, avrebbero potuto sospingere Moby Dick entro il cerchio tracciato dalla scia del Pequod, nel suo tortuoso zigzagare per il mondo.»
(Capitolo 44)

Dunque il capitano Achab non doppia Capo Horn, ma il Capo di Buona Speranza: si dirige dunque a Sud, poi a Est, raggiungendo l’Oceano Pacifico attraverso l’Oceano Indiano.