domenica, Gennaio 23, 2022
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Hong Kong: l’oppositrice Chow condannata a 15 mesi per incitamento alla protesta

Chow Hang tung

Hong Kong, 15 mesi carcere a Chow Hang Tung

Chow Hang-tung - Wikipedia

L’attivista pro-democrazia di Hong Kong Chow Hang Tung è stata dichiarata colpevole di aver organizzato nel 2021 una veglia in memoria della repressione di piazza Tiananmen (1989) e condannata a 15 mesi di carcere con l’accusa di aver incitato i cittadini a prendere parte all’iniziativa non autorizzata. Vicepresidente della sciolta Hong Kong Alliance (Hka) che organizzava veglie per le vittime della repressione di Pechino, Chow era già stata condannata a 12 mesi per aver organizzato e partecipato a una veglia simile nel 2020.

Tonyee Chow Hang-tung [1] [2] [3] [ richiesta fonte non primaria ] ( cinese :鄒幸彤; nato il 24 gennaio 1985) [4] è un attivista, avvocato e politico di Hong Kong. Durante la repressione da parte delle autorità dell’Alleanza di Hong Kong a sostegno dei movimenti democratici patriottici della Cina , iniziata nel giugno 2021 e basata principalmente su accuse di sicurezza nazionale durante le veglie annuali dell’Alleanza in ricordo delle proteste e del massacro di piazza Tiananmen del 1989 , Chow è stato sotto i riflettori, essendo diventato il convocatore del gruppo dopo l’arresto dei leader Lee Cheuk-yan e Albert Hoin Aprile. [5] Nel dicembre 2021, Chow è stata condannata per incitamento e partecipazione a un’assemblea illegale in occasione della veglia del 2020 e incarcerato per 12 mesi. [6]

Hong Kong, crolla l’affluenza alle urne con il “sistema Pechino”
Hong Kong al voto col “modello Pechino”
Proteste a Hong Kong del 2019-2020 - Wikipedia

Si preannuncia un grande boom dell’astensione alle odierne elezioni legislative tenutesti ad Hong Kong che sono state disertate dall’opposizione democratica per protesta contro la forte pressione del Partito Comunista Cinese che ha imposto gravi restrizioni sulle candidature dei candidati indipendenti nella ex colonia britannica.

Inftayyi è stata l’astensione la grande protagonista delle elezioni legislative che si sono tenute a Hong Kong, con il nuovo sistema elettorale imposto da Pechino e che ha messo fuori dal Parlamento l’opposizione pro-democratica.

Più di 4,5 mln erano chiamati alle urne per le elezioni riservate “solo ai patrioti”,il nuovo sistema che riduce i seggi eletti direttamente (solo 20 su 90), e controlla chi può presentars.

I seggi, aperti per 14 ore, hanno chiuso alle 22.30. Alle 21.30 solo il 29% degli elettori era andato a votare. Nel 2016 era stato il 52,6%.

Hong Kong – 100 giorni di proteste

Si può chiamare davvero un’estate di fuoco quella che ha infiammato le strade di Hong Kong, ex territorio della corona britannica passato alla Cina nel 1997. La scintilla scatenante è stata la tanto discussa – e ora ritirata – legge sull’estradizione voluta dal governo centrale e attuata per mano di Carrie Lam, governatrice della penisola. Ma i motivi che alimentano la protesta sono molti altri, radicati nel profondo di una società in conflitto.

Hong Kong è stata per più di un secolo protettorato britannico e ciò ha lasciato profonde tracce nella società: dal sistema economico di stampo capitalista, al sistema scolastico anglosassone ad una rete d’informazione più libera rispetto a quella della Cina (basti pensare che ad Hong Kong si può commemorare gli avvenimenti di Piazza Tienanmen). Il 1° luglio 1997, giorno in cui la Cina ha ripreso possesso del territorio, è entrato in vigore anche quello che viene chiamato un paese due sistemi, che regola e tutela la libertà di Hong Kong. Questo sistema, per quanto potesse essere fragile, regolava – e regola tutt’ora – il territorio, ma fin da subito e sempre più la pressione della Cina e del governo centrale si è fatta sentire. Una velata soppressione della libertà di stampa e del dissenso, l’impossibilità di eleggere i propri rappresentanti, un costo della vita sempre più insostenibile: sono queste le vere ragioni che hanno portato Hong Kong a scoppiare e a portare i suoi cittadini, di ogni strato sociale, nelle strade.

Proprio per questo le richieste dei manifestanti non si limitano a contrastare la ormai caduta legge sull’estradizione ma chiedono:

  • suffragio universale nelle elezioni del capo del governo e del consiglio legislativo
  • la soppressione da parte del governo della definizione degli scontri come sommosse
  • l’avvio di un’indagine completamente indipendente sulle azioni della polizia
  • il rilascio incondizionato di tutte le persone arrestate nelle manifestazioni

Punti fondamentali per instaurare una vera democrazia nell’ex colona inglese. Purtroppo, dopo le prime settimane di resistenza pacifica, è subentrata la violenza – sottoforma di alcuni gruppi non ben riconosciuti – che ha innescato una reazione sempre più dura da parte del governo. Fino a giungere agli ultimi weekend di protesta dove sono stati usati metodi sempre più aggressivi da entrambe le parti, con molotov, spari e cannoni ad acqua. Naturalmente Pechino è sempre più irritata e dopo che i manifestanti hanno richiesto a gran voce l’intervento degli Stati Uniti prima e dei loro ex governatori dopo – cantando addirittura God Save The Queen – il governo centrale ha intimato all’occidente di non muovere un dito. Una posizione non favorevole quella della Cina, ora che è in pieno scontro commerciale con Trump e che sicuramente non vuole peggiorare la sua immagine sopprimendo brutalmente le proteste. Proprio per questo ha usato metodi più subdoli, diffondendo fake news sui dimostranti attraverso i social network per raggiungere l’occidente – social network vietati in Cina, dunque è stato usato un altro sistema vietato in Cina per pubblicare queste notizie, una connessione VPN.  Fake news prontamente rimosse da Facebook, Twitter e anche YouTube.

Difficile dire cosa succederà d’ora in poi: da una parte una popolazione unita, che non si arrenderà finché non otterrà ciò per cui sta combattendo, e dall’altra un governo altrettanto ostinato. Ciò che è certo è che quest’estate ha cambiato per sempre Hong Kong.

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