domenica, Maggio 29, 2022
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La storia del giovane Pietro: dal lavoro alle funi al campo di prigionia in Germania

Nel 1943 fu chiamato alle armi, poi arrestato e portato prigioniero in Germania. Tornerà a casa nell’ottobre del 1945

San Benedetto del Tronto – L’esercizio della memoria, divenuto più forte negli ultimi decenni, sta restituendo sempre più storie di sopportazione, tenacia e in alcuni casi anche di eroismo oltre che di sofferenza e morte. Da quella tragedia e carneficina che fu la Seconda Guerra Mondiale, riaffiorano le vicende umane di singoli uomini, donne e ragazzi che evidenziano -se ce ne fosse bisogno- l’assurdità totale della guerra. Si tratta di storie personali, spesso taciute, che solo dopo molte sollecitazioni o iniziative di familiari oggi è possibile conoscere e narrare nei libri, giornali o nei programmi televisivi.

Quella che raccontiamo oggi è la vicenda di Pietro Rosati (1924-2004), un ragazzo di San Benedetto del Tronto che si trovò suo malgrado, travolto e schiacciato dagli eventi della Storia – con la lettera maiuscola come la chiamava Elsa Morante- e si trovò per due anni in un campo di lavoro in Germania dove subì affronti e umiliazioni morali e fisiche da parte degli aguzzini tedeschi.

Ma andiamo con ordine. Pietro – per gli amici Petruccio – ricevette la chiamata alle armi il 6 settembre 1943 a 19 anni. Si trattò di una beffa, vista a posteriori. Solo due giorni dopo sarebbe stato firmato l’Armistizio tra l’Italia e gli Alleati. Uno scarto di due giorni che probabilmente avrebbe risparmiato a Pietro la stessa partenza con il conseguente carico di dolore e sofferenza.

Pietro è assegnato alla caserma di Pola nell’Istria allora italiana per prestare servizio militare sul fronte croato. Certo la vita per Pietro e per tantissimi altri suoi coetanei del posto non è facile. Dall’età di sette anni lavora come funaio o “va a girà la rota” come si dice nel gergo sambenedettese, ovvero lavora per fabbricare le corde e funi in canapa per sostenere le reti da pesca. Come lavoro è l’unica alternativa al pescatore, mestiere certamente più redditizio ma più rischioso. La vita di Pietro si è svolta fin a quel momento sempre nello stesso luogo, con al massimo qualche spostamento ad Ascoli Piceno. Quello che lo aspetta però è la discesa in una specie di girone infernale, caratterizzato in questo caso da freddo e gelo.

Dopo un viaggio di 12 ore in treno, fa il suo ingresso nel mondo militare. Nelle varie caserme sono dislocati 40.000 uomini della Marina Militare. Due giorni dopo viene firmato e annunciato l’Armistizio. Per Pietro come per tanti altri non è chiaro cosa sta succedendo. L’esercito in generale è allo sbando e i militari non sanno cosa fare. Per molti è l’occasione per fuggire. La confusione è totale. Alcuni concittadini scelgono la fuga per tornare a casa. Pietro non si sente di correre rischi, si sente insicuro; d’altra parte è un 19enne senza molta esperienza e dunque decide di rimanere in attesa. L’attesa purtroppo dura poco. Il giorno dopo arrivano le autoblindo della Wermacht. I militari italiani devono consegnare le armi: Pietro obbedisce, come tutti i suoi commilitoni rimasti di guardia alla caserma e i pochi graduati che non sono fuggiti. Consegnando le armi si consegnano agli ex alleati tedeschi pur essendo molto più numerosi. Ma non sanno se possono schierarsi contro l’ex alleato o meno.


Vengono subito caricati su alcuni camion per un tratto e poco dopo su un vagone bestiame di un treno che porterà Pietro e gli altri nel cuore profondo della Germania del Terzo Reich. Dopo alcuni giorni di viaggio sul vagone bestiame in condizioni igieniche degradanti, finalmente arrivano in una stazione della città di Magdeburg nella regione della Sassonia-Anhalt bagnata dal fiume Elba, a 1.500 km da casa.

Magdeburg non è ancora la destinazione finale; dopo un po’ il treno riparte fino ad arrivare ad Altengrabow  un piccolo villaggio a 35 km ad est. Qui nella periferia del villaggio li aspetta il campo di concentramento per prigionieri di guerra denominato StalagXI  A (o Stalag 341). Le condizioni del campo – che non è un campo di sterminio – sono in ogni caso orribili. Gli internati (I.M.I.) per sopravvivere devono mangiare le bucce di patate. Il freddo è intollerabile per un italiano abituato a un clima mite; si scende spesso a una temperatura che va sotto lo zero. Il lavoro è massacrante oltre alle malattie, ai pidocchi e i maltrattamenti. La mortalità specialmente tra i russi è altissima. Pietro in un sottocampo ha modo di vedere come vengono trattati i prigionieri ebrei, in vista di un’eventuale trasferimento verso i lager. Comprende che se si fosse trovato anche lui tra quei prigionieri non ce l’avrebbe fatta. L’unica fatto positivo del suo internamento è la solidarietà tra prigionieri sambenedettesi, che sarà importantissima per la sopravvivenza.

I prigionieri Italiani rimangono in una specie di limbo. Hitler probabilmente non ha deciso cosa fare degli italiani alla fine della guerra. Nel gennaio del 1944 alcuni esponenti della Repubblica Sociale Italiana si presentano al campo per tentare di convincere lui così come gli altri 815.000 soldati della IMI dislocati nei tanti campi di prigionia a combattere a fianco dei tedeschi. In cambio avrebbero riottenuto la libertà e la possibilità di tornare in licenza e rivedere le loro famiglie. Pietro rifiuta la proposta, in quanto pensa che ciò significhi rinnegare il suo giuramento di fedeltà al Re. Lo stesso fa la stragrande maggioranza dei militari italiani internati e pertanto rimangono ancora prigionieri.

Dopo 20 mesi, il 4 maggio 1945 il campo viene liberato. Ma non si tratta della ritrovata libertà o della “quiete dopo la tempesta”. Sono i sovietici e non gli americani a liberare il campo. L’esercito sovietico è molto più disorganizzato in materia di alimentazione e hanno poco da dare ai prigionieri visto che essi stessi soffrono di penurie di viveri. Per Pietro e gli altri si tratta quasi di un proseguo della prigionia. A complicare le cose per Pietro nel frattempo, è la pleurite contratta a causa delle basse temperature del posto.

Il caos postbellico continuerà ancora per molto. Diversi italiani vengono rimpatriati dopo molte settimane grazie alla Croce Rossa. Pietro proprio per le sue condizioni fisiche precarie, viene rilasciato solo il 10 ottobre del 1945 (cinque mesi dopo la liberazione del campo). I genitori di Pietro, le sorelle e i familiari oramai lo danno per disperso. Sarò solo un prigioniero sambenedettese tornato a casa qualche settimana prima di lui a recare la bella notizia ai familiari .

Al ritorno le condizioni di Pietro sono ancora piuttosto gravi e per alcuni anni è costretto a curarsi tra casa e i “sanatori” (come erano chiamate le cliniche specializzate statali) di Roma, Ascoli e Loreto . Paradossalmente per Pietro, questo non sarà un brutto periodo. A Roma può recarsi anche vedere le partite di calcio delle squadre romane allo stadio. Riuscirà gradualmente a riprendersi ed aumentare di peso, anche in maniera maggiore rispetto al periodo anteguerra. Infine gli verrà riconosciuta un’invalidità di 4° categoria e una pensione minima da invalido di guerra.

Nel corso del tempo Pietro, come moltissimi altri prigionieri e vittime, mostrerà sempre una certa ritrosia a raccontare la sua tribolata vicenda. A suo figlio Stefano – a cui va il merito di averci fatto pervenire questa storia – raccomanderà di non sprecare i soldi e di spenderli per il cibo. Il cibo è prezioso ricordava Pietro che aveva patito la fame, quella vera, ed era vivo solo per quello che riusciva a raccattare nel campo di prigionia.

Per il resto, un passato durissimo conservato principalmente dentro il proprio animo negli anni che verranno, mentre ci si allontanava temporalmente da quel periodo terribile e il mondo preferiva dimenticare o rimuovere i fatti tragici che avevano ingoiato in pochi anni le esistenze di milioni e milioni di uomini, donne e bambini.

Tendenza quest’ultima, che sembrerebbe interrotta dalla ritrovata necessità di non dimenticare quello che è successo solo pochi decenni fa nel cuore dell’Europa. Quanto poi questo influisca sulla coscienza individuale e collettiva di governanti e popoli resta tutto da vedere.

Roberto Guidotti

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