mercoledì, Agosto 10, 2022
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Dallo “scandalo Uber” allo “Scandalo Lockheed” …e viceversa

dallo scandalo

Dallo “scandalo Uber” allo “Scandalo Lockheed” …e viceversa

Era il 1976 ed il New York Magazine pubblicò la notizia che il senatore democratico statunitense Frank Church, presidente della omonima commissione di inchiesta sulle operazioni federali legate alle attività della CIA e del FBI, era in possesso di prove che la Lockheed Corporation avesse pagato tangenti a politici nel mondo.

Dopo poco la multinazionale ammise di aver pagato tangenti a politici di alcuni Stati per facilitare la vendita dei suoi aerei militari.

In questo scandalo furono coinvolti membri della casa reale dei Paesi Bassi e politici tedeschi, italiani e giapponesi a livello di primi ministri e ministri della difesa.

L’analisi pubblicata dalla Biblioteca del Congresso statunitense nel novembre 1975 dichiarò che venti multinazionali americane avevano pagato tangenti a politici e funzionari nel mondo per facilitare in molti paesi le loro politiche commerciali.

Scrisse che l’ammontare delle tangenti, che denominò eufemisticamente “pratiche aziendali discutibili”, era di 306 milioni di dollari.

Tra le multinazionali chiamate in causa vi erano IBM, Exxon, Général Motors e Lockheed.

Quest’ultima da sola era chiamata a rispondere per i due terzi del totale delle transazioni sospette.

Lo scandalo in Stati Uniti e, a cascata, nel mondo fu enorme.

In America  passò il principio che “se la normativa statunitense avesse permesso la corruzione da parte di aziende americane di altre democrazie, si sarebbe finito per corrompere lo stesso sistema democratico statunitense”.

Noi “cittadini semplici” notiamo molte analogie con lo “scandalo Uber” fatto emergere dal Guardian pochi giorni fa.

Ancor più notiamo, anche in questa occasione, come in tanti altri dossier che hanno visto Stati europei, compresa la nostra amata Italia, coinvolti, una “strana” volontà di non evidenziare la notizia, tanti i parallelismi con i tanti dossier, poi definiti “fake” o fatti “evaporare nel chiacchiericcio” in questi ultimi anni.

Il Guardian ha scritto di essere in possesso di 124mila documenti riservati della società Uber che dimostrerebbero come la multinazionale americana abbia fatto “pressioni segrete”, noi “cittadini semplici” le chiamiamo tangenti, sui governi di tutto il mondo.

I file riguardano, così dice il Guardian, 40 Paesi e vanno dal 2013 al 2017. Periodo nel quale le personalità politiche citate avevano tutti cariche istituzionali. Su tutti non possiamo che ricordare che Biden era in quegli anni il vice presidente della amministrazione Obama e che Macron era ministro dell’economia  del governo Hollande in Francia. L’Italia viene citata attraverso un intreccio fra l’imprenditore De Benedetti, qui nelle vesti di azionista di Uber e lobbista, e l’allora Presidente del Consiglio Renzi. L’Onorevole Renzi, è indispensabile per correttezza riportarlo, ha immediatamente negato ogni addebito, ne si possono trovare provvedimenti durante il suo governo che abbiano facilitato la compagnia statunitense, ma il mondo dei conduttori di taxi in Italia ha immediatamente alzato lo scontro già al color bianco a causa della cosiddetta “legge sulla concorrenza” attualmente nella fase finale del suo percorso parlamentare.

Il Guardian ha, anche, annunciato che “per facilitare un’indagine globale”  ha deciso di condividere i file con 180 giornalisti tramite l’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ)”.

Noi “cittàdini semplici” chiediamo alle magistrature dei vari paesi apparentemente interessati, conseguentemente competenti, di agire senza indugio per acquisire tutti i documenti di cui il Guardian dichiara di avere copia. Noi “cittadini semplici”, italiani, europei, di cultura “atlantista”, chiediamo a chiunque, partendo dallo stesso Guardian, ne abbia il dovere di permetterci di avere diretta informazione su questa mole enorme di documenti al fine di poter autonomamente comprendere se in essi vi siano prove di comportamenti che potrebbero non contenere notizia di reato ma, allo stesso tempo, potrebbero rappresentare un vulnus a quel dovere di “terzietà” a cui ogni politico, ancor più se ricopre cariche istituzionali, ha il dovere di richiamare il suo agire.

Se questa richiesta di chiarezza non dovesse essere rispettata e trovasse spazio l’idea della “fake news”, che tanto va di moda in occidente allorquando sono chiamati in causa politici facenti parte di un mondo oggi noto come “globalista”, non potremmo che chiedere che la testata Guardian venga messa in mora con quel simbolo di “inattendibilità” spesso utilizzato per quel mondo dei media noto come “contro informazione”. Allo stesso tempo a noi “cittadini semplici” non potrà che venire spontanea la domanda su quali siano le motivazioni che hanno portato la testata britannica a dare la notizia.

Noi “cittadini semplici” una cosa sola non potremmo accettare. Mai accetteremo che quello che dovrebbe essere denominato “scandalo Uber”, in ossequio al famoso “scandalo Lockheed” che tanto simile appare, finisca nel oblio senza prima aver raggiunto, magari in giorni e non in decenni, la dovuta chiarezza.

Questo sia in tutela della collettività occidentale che dei politici chiamati in causa.

Ignoto Uno

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