sabato, Settembre 24, 2022
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Tolstoj in Crimea e quella proposta per evitare la guerra

Tolstoj in Crimea e quella proposta per evitare la guerra

Dopo due anni di servizio militare nell’esercito russo come sottoufficiale, nel 1854 Lev Tolstoj partì per la Crimea, “per vedere la guerra, per sfuggire allo stato maggiore, e anche per patriottismo”. Mentre si combatteva la guerra russo-turca, che vide la partecipazioni dei francesi, inglesi e perfino del Regno di Sardegna, Tolstoj continuò in quella che era la sua reale vocazione: scrivere.

Lo scrittore combatté tra gli estremi difensori di Sebastopoli. Nacquero così i tre Racconti di Sebastopoli diversissimi nella struttura e nei materiali, ma assolutamente unitari nel tono e nella problematica: la denuncia dura, lucida, ferma dell’assurdità della guerra. La vera eroina dei tre episodi è la verità: una verità sgradevole, aspra, talora ripugnante, ma a cui Tolstoj non vuole rinunciare. Mentre si trova nell’occhio del ciclone della guerra Tolstoj per la prima volta nella sua vita, comincia a interrogarsi sul ruolo e il senso dei destini individuali travolti da un destino globale che sembra trascenderli e ignorarli.

Nel racconto Sebastopoli in maggio, propone la soluzione al conflitto che viveva in diretta, che si sarebbe poi rivelato mortale per decine di migliaia di uomini da una parte e dall’altra. Con una riflessione venata da un sottile sarcasmo nemmeno tanto velato Tolstoj scrive:

“Spesso mi si è affacciato alla mente uno strano pensiero: che cosa accadrebbe se una delle due parti contendenti proponesse all’altra di allontanare da ogni esercito un soldato? La richiesta potrebbe forse apparire insolita, ma perché non soddisfarla? Poi mandarne via un altro, da entrambe le parti, poi un terzo, e un quarto, e così via, fino a che non rimanesse che un solo soldato in ciascun esercito (ammettiamo che gli eserciti si equivalgano in potenza e che la quantità si possa scambiare con la qualità). A questo punto, se necessariamente con la forza si devono risolvere, tra ragionevoli rappresentanti di esseri dotati di intelletto, questioni politiche già di per sé complicate, si affrontino pure questi due soldati, uno cinga la città d’assedio, e l’altro la difenda. Questo ragionamento può parere un semplice paradosso, ma è corretto. Quale sarebbe infatti la differenza fra un russo che combatte contro un rappresentante degli alleati, e ottantamila che combattono contro ottantamila? E perché non centotrentacinquemila contro centotrentacinquemila? Perché non ventimila contro ventimila? Perché non venti contro venti? Perché non uno contro uno? Una possibilità non è affatto più logica dell’altra. L’ultima, per contro, è molto più sensata, perché più umana. Delle due l’una: o la guerra è una pazzia, oppure, se gli uomini compiono questa pazzia, non sono affatto individui dotati di intelletto, come siamo soliti affermare”.

In due si azzuffano – dice Tolstoj – e risolvono il conflitto con uno che esce vincitore in rappresentanza di tutti. Così si sarebbero risparmiate vite umane, sofferenza e distruzione. Decenni dopo, Tolstoj ripudierà in toto la guerra e la violenza e si batterà con tutta la sua forza ed energia creativa riversata nelle idee e negli scritti, per una società che – mutuata dai comandi evangelici – avrebbe rinunciato alla guerra e alla prevaricazione tra popoli.

Le cose sono andate molto diversamente come sappiamo. Mentre da sei mesi infuria tragicamente la guerra in Ucraina dopo l’invasione Russa – una guerra che molti non immaginavano possibile di questi tempi – le parole che forse risuonano, e meglio rappresentano la situazione attuale sono quelle dolorose ma realistiche del filosofo Friedrich Hegel : “Tutto ciò che l’uomo ha imparato dalla storia è che dalla storia l’uomo non ha imparato niente.”

Roberto Guidotti

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