“Vacche sacre”, i Giudici di Locri e Roma accolgono le ragioni della difesa del Re del Bergamotto. Le richieste dell’avvocatura dello Stato vengono respinte dall’AG di Roma. Chiesto l’intervento del Presidente e dell’intera Commissione Parlamentare Antimafia, nonché di tutti i Gruppi Parlamentari
Le vicende riguardano l’imprenditore della Locride, Bruno Bonfà: alcuni organi di stampa hanno voluto chiamalo “il Re del bergamotto” in riconoscimento della significativa estensione e dimensione qualitativa aziendale, di contro alla relazione di stima, gravemente inadeguata, del danno riferibile ad un podere e non all’azienda, redatta da parte del CFdS dell’epoca, quale Organo tecnico incaricato da parte della Prefettura di Reggio Calabria, in rappresentanza del Sig. Commissario Straordinario del Governo ex L.44/99 e del Ministero dell’Interno, in riferimento ai danni ed alle distruzioni alle colture e strutture aziendali causati dal fenomeno delle “vacche sacre”.
Tale relazione di stima del danno viene rigettata, anche più volte, da parte del Consiglio di Stato perché impugnata dallo stesso imprenditore in quanto riferibile ad un podere, non ad un’azienda quale è risultata essere e tuttora lo è quella del “Re del bergamotto”. Un’indagine agronomica la segnala quale prima azienda esistente in Italia con colture di bergamotto ed uliveto consociato, a plurima diversificazione colturale e zootecnica ed a struttura integrata di alta qualità, d’interesse nazionale ed internazionale.
Gli organi di stampa intervenuti constatano la rilevante gravità di quanto continua ad avvenire, al contrario gli Organi competenti invitati a recarsi direttamente sul campo non si presentano.
È evidente come tale primato presenti implicazioni penalmente rilevanti, mai adeguatamente indagate e costituisce, quantomeno, uno dei moventi principali dell’omicidio del padre, Stefano Bonfà e della presenza persistente di queste “vacche sacre” in questa azienda, usate quale chiaro strumento di pressione per netta finalità estorsiva.
L’omicidio rimane privo dell’assicurazione delle relative responsabilità ed il fenomeno di queste “vacche sacre” è ancora oggi persistente e continua a causare danneggiamenti e distruzioni varie: tale fenomeno continua ad essere sottovalutato e l’abbattimento di esse gravemente sospeso.
Ad ogni iniziativa colturale continua a corrispondere un’azione uguale e contraria, particolarmente attraverso l’uso di queste “vacche sacre”: alcune delle forze investigative riferiscono di uno stato di abbandono dell’azienda, mentre si vuole costringere la stessa all’abbandono con evidenti e costanti passaggi delle “vacche sacre”.
Due precedenti Sig.ri Procuratori della Repubblica presso il Tribunale di Locri si rendono conto della natura mafiosa degli eventi denunciati e per ben due volte esprimono il parere favorevole alla ricostruzione del danno mafioso subito dall’azienda, invece, per la medesima dinamica mafiosa denunciata, due Sostituti Procuratori della Repubblica-DDA presso il Tribunale di Reggio Calabria esprimono il parere negativo e così l’azienda non solo viene privata del sostegno per la ricostruzione del danno mafioso subito, ma deve pure continuare a subire la presenza distruttiva del fenomeno di queste “vacche sacre”, così come fanno fede anche le più recenti denunce presentate unitamente alla relativa documentazione fotografica.
Al contrario, sia i carabinieri che alcuni agenti di polizia denunciano l’imprenditore per procurato allarme da cui l’imprenditore viene assolto perché il fatto non sussiste, dall’AG di Locri. Gli organi di stampa intervenuti constatano la rilevante gravità di quanto è avvenuto. Tuttavia la controversia giudiziaria continua.
Il Comandante Provinciale dei Carabinieri, investito da SE il Prefetto di Reggio Calabria, trasmette gli atti al Capitano della Compagnia, che ritiene di segnalare una tentata truffa ai danni dello Stato che il PM non accoglie contro l’imprenditore Bruno Bonfà. Il procedimento per procurato allarme tuttavia continua, per avere il medesimo denunciato presso la Questura Centrale di Reggio Calabria l’organizzazione di un attentato a cui sfugge fortuitamente.
All’imprenditore viene negata la licenza di porto di pistola per difesa personale. A tale proposito ricordiamo quanto già accaduto ad un altro imprenditore che, dopo aver denunciato il racket temendo per la sua incolumità, chiedeva il rilascio della licenza di porto di pistola per difesa personale, che gli veniva negato. Qualche tempo dopo venne così trovato ucciso, senza possibilità di potersi difendere.
Il 23.06.’23, presso il Tribunale di Locri, Bonfà deve continuare a rispondere, perché denunciato, questa volta da parte della Polizia di Stato, di un’altra imputazione, cioè procurato allarme, per il quale viene assolto dato che il fatto non sussiste: si attendono le motivazioni della sentenza.
Pochi giorni prima, la vicenda registra ulteriori determinazioni positive che l’Autorità Giudiziaria emette nuovamente a favore del “Re del Bergamotto”, contrariamente alle richieste, il Giudice, della Sez. Civile presso il Tribunale di Roma non accoglie la richiesta spiccata da parte dell’avvocatura dello Stato in rappresentanza della Prefettura di Reggio Calabria, del Sig. Commissario Straordinario del Governo ex L.44/9 e del Sig. Ministro dell’Interno con cui si sosteneva che all’imprenditore non solo non spettava più nulla, in termini di indennizzo del danno mafioso subito e denunciato, ma doveva restituire anche quella “misera parte” che gli era stata riconosciuta.
Il Giudice, invece, non solo ordina che quanto già elargito all’imprenditore sia “pacifico” e intoccabile, ma conferiva anche l’incarico ad un tecnico per accertare quanto è ancora mancante all’istruttoria fatta dalla Prefettura di Reggio Calabria, quanto il Commissario Straordinario del Governo ex L44/99, il Ministero dell’Interno devono ancora elargire al Re del Bergamotto.
Tale controversia segna la disfatta della linea e della politica Antimafia, dal momento che bisogna attendere quasi oltre un trentennio per assicurare ad un’impresa colpita, come nella fattispecie, un sostegno ex L.44/99, per la ricostruzione del danno mafioso subito. La vicenda, tuttavia, è segnata non solo da tali gravi ritardi, ma dalla gravissima persistenza del fenomeno mafioso contro tale azienda al punto tale che l’imprenditore chiude le porte a tutte le forze investigative con sede nella Locride e chiede l’intervento delle forze investigative provenienti dalle Sedi centrali di Reggio Calabria e si attende il ritorno della Squadra Mobile con sede presso la Questura Centrale di Reggio Calabria.
Tutto ciò accade proprio qui, beffa della storia, dove maturarono quelle riflessioni filosofiche che poi portarono alla fondazione della “Città della Giustizia” o Dicearchia a Pozzuoli.
Tuttavia i segni positivi che l’AG di Locri e Roma cominciano a dare e che questa vicenda comincia a registrare, onorano lo spirito, i principi di quella legislazione, la prima che qui , anche con Zaleuco di Locri, conobbe il mondo occidentale.
Ne occorrerebbe una rifondazione di essa e della sua libertà di cui, parafrasando Platone, i “coppieri”, non hanno saputo versare per qualità e quantità.
Risulta sempre più indispensabile il riesame della L.44/99, l’insieme della normativa nazionale antimafia ed a garanzia dei diritti delle vittime ed imprese colpite da eventi mafiosi l’approvazione della costituzione di una Unità nazionale con poteri investigativi e giudiziari indipendenti dalla Procura Nazionale e dalle Procure locali, con poteri d’intervento su tutto il territorio nazionale a cui possono fare riferimento, a garanzia dei propri diritti, le vittime ed imprese colpite da eventi di natura mafiosa, non adeguatamente ascoltate dalle istituzioni locali e/o, peggio ancora, quando subiscono forme anche sottili di persecuzione di Stato.
Al riguardo, il “Re del Bergamotto”, ha chiesto, nel tempo, l’intervento sia dei precedenti che attuali Sig.ri Presidenti del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati.
Si tratta di un contesto da cui emerge, gravemente, una contrapposizione di giudizi con la Procura Distrettuale Antimafia presso il Tribunale di Reggio Calabria, e con alcune forze investigative ed altri apparati dello Stato, come il Ministero dell’interno, nelle sue stesse diramazioni che ancora devono dare risposta a quanto segue:
-alla mancata assicurazione delle responsabilità relative all’omicidio di Stefano Bonfà, consumato nel corso delle vicende dei sequestri di persona dell’epoca, gestite con la complicità di una parte di alcuni apparati deviati dello Stato, dei Servizi Segreti e dei carabinieri;
-al mancato riconoscimento di mafia dell’omicidio del padre Stefano Bonfà, come diversi altri, tutti causati da rilevanti fatti di mafia e di ‘ndrangheta di Stato, pertanto, anche in questo caso, è ben nota la natura mafiosa dell’evento denunciato;
-al mancato accertamento delle correlazioni esistenti tra il fenomeno dei sequestri di persona dell’epoca e quello relativo alla presenza persistente di queste “vacche sacre” in questa azienda;
-alle ragioni per le quali emerge una gravissima contrapposizione di giudizio all’interno dell’ambiente giudiziario per il quale ha chiesto, reiteratamente, l’intervento del Sig. Procuratore Nazionale Antimafia, del Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Reggio Calabria e presso la Corte di Cassazione, del Ministro della Giustizia e del Presidente della Repubblica: nel tempo si registra solo la risposta del Ministro della Giustizia On.le Bonafede, che riferisce trattarsi di fatti irrilevanti. Lo stesso Ufficio di Presidenza del Presidente della Repubblica non ha risposto quando è stato interpellato a chiarire se è o meno il medesimo Presidente era o meno a conoscenza della questione;
– alle ragioni per le quali il Ministro dell’interno non risponde sulla necessità di inviare forze investigative adeguate alle problematiche che il territorio presenta;
– alle ragioni per le quali il Ministro della Giustizia chiamato ad esprimere Lui il parere favorevole ex L.44/99, per la ricostruzione del danno mafioso subito, dal momento che la Procura distrettuale Antimafia presso il Tribunale di Reggio Calabria ne esprime quello negativo, in contrapposizione a due dei precedenti Sig.ri Procuratori della Repubblica presso il Tribunale di Locri, trattandosi di rilevanti fatti di mafia, non risponde;
-al mancato riscontro alle istanze volte all’approvazione della costituzione di una Commissione Parlamentare d’indagine, con poteri giudiziari, sulle vicende dei sequestri di persona dell’epoca;
-alle negazioni, a dire dello stesso Comandante dell’epoca del CC Legione Calabria ”Gruppo di Locri” fatte da tutti i “Reparti” dei carabinieri relative all’esistenza del fenomeno di queste “vacche sacre”, fatta eccezione per l’informativa del Comandante dell’epoca del CC della Stazione di Samo che conferma la verità delle affermazioni del “Re del Bergamotto”, di cui non sembra essersi tenuto conto;
-all’inadeguato sostegno ex L.44/99 volto alla ricostruzione del danno mafioso subito e ancora oggi persistente attraverso il fenomeno di queste “vacche sacre” della medesima linea generazionale di esse;
-all’annosa (da oltre un ventennio) problematica riguardante la ricostruzione del danno mafioso subito da questa azienda, ancora oggi persistente;
– alle ragioni per le quali la Prefettura di Reggio Calabria (organo istruttore) ed Il Sig. Commissario Straordinario del Governo ex L.44/99 (organo deliberante) continuano a non procedere alla relativa elargizione in presenza di giudizi favorevoli da parte dell’AG all’imprenditore, sia per le istanze recentemente presentate e sia per il riesame di quelle non accolte sulla base di motivazioni ed attività di indagini quantomeno gravemente inadeguate se non false;
-alle ragioni per le quali i precedenti ministri dell’interno rispondono in maniera completamente inadeguata alle interrogazioni parlamentari a causa di atti informativi, anche questi quantomeno completamente inadeguati, particolarmente per le vicende dei sequestri di persona dell’epoca gestite con la complicità di parte di Servizi e dei carabinieri deviati, così come affermano alcuni pentiti;
-alle ragioni per le quali i precedenti Ministri dell’interno sia pure in presenza della relativa documentazione comprovante la verità delle affermazioni dell’imprenditore, continuano a non riesaminare le risposte date alle interrogazioni parlamentari presentate sulla vicenda;
-alle ragioni per le quali il precedente Presidente del X Comitato interno alla medesima Commissione Parlamentare Antimafia, a cui il caso era stato affidato,, non ritiene di continuare la relativa audizione già avviata, interrotta per un’emergenza parlamentare e poi mai più completata;
-alle ragioni per le quali i contenuti della pubblicazione riguardante il “Re del Bergamotto”, “Fatti e Misfatti di Mafia, Antimafia e ‘Ndrangheta di Stato” sono stati copiati e stravolti con titolo falso, dalla piattaforma The World News.
Rimangono anche inquietanti interrogativi che scaturiscono quando ci si chiede di conoscere le ragioni per le quali il Sostituto Procuratore della DDA presso il Tribunale di Reggio Calabria, incaricato di approfondire le indagini, non sembra averlo fatto, se non in maniera inadeguata dal momento che nulla è cambiato e le azioni delittuose mafiose persistono ancora, mentre il Procuratore Capo Distrettuale che le aveva ispirate, viene stranamente trasferito a Roma.
Foto di Yvonne Huijbens da Pixabay
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