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“L’importazione di Gas dal Congo voluta da Eni finora è solo un fallimento”

importazione di Gas

“L’importazione di Gas dal Congo voluta da Eni finora è solo un fallimento”

ROMA, 13.06.24 – Un’inchiesta realizzata dall’Unità investigativa di Greenpeace Italia rivela che il progetto “Congo LNG” di ENI, promosso dall’azienda e dagli ultimi due governi in carica in Italia per importare gas naturale liquefatto (GNL) dalla Repubblica del Congo e così sopperire a una parte del mancato import di gas fossile dalla Russia, è un’iniziativa piena di ombre, utile al colosso energetico italiano anche per nascondere e delocalizzare parte delle sue emissioni.


Secondo quanto rilevato da Greenpeace Italia, infatti, appena il 15% dei quantitativi di gas annunciati in pompa magna  da ENI è arrivato finora in Europa dal Congo, con un contributo praticamente nullo al fabbisogno energetico dell’inverno 2023-2024. Inoltre, come denuncia il rapporto dell’organizzazione ambientalista, durante il primo trasporto di GNL congolese destinato all’Italia sono stati bruciati inutilmente 2,7 milioni di metri cubi di gas, per un valore di 800 mila euro (equivalente al consumo annuo di 3.243 famiglie italiane), rilasciando in atmosfera 8 mila tonnellate di CO2 equivalenti. La nave deputata al trasporto ha infatti dovuto vagare per 27 giorni nel Mediterraneo occidentale perché il terminal di Piombino non aveva slot liberi per scaricare il GNL a bordo. 

Il progetto Congo LNG, secondo ENI, doveva costituire anche un’opportunità per evitare che, come accadeva finora, una parte del gas venisse bruciata con la cosiddetta tecnica del flaring, che aumenta le emissioni senza produrre energia. Le difficoltà affrontate dal primo carico nel viaggio dall’Africa all’Italia hanno però vanificato l’operazione perché, come anticipato, parte del gas sottratto al flaring è stato sprecato durante il trasporto via mare, con conseguenze ancora più impattanti sul clima. Paradossalmente, questo consente a ENI di vantarsi di ridurre il flaring in Congo e di ripulire in parte i suoi bilanci di sostenibilità scaricando sulle spalle del settore midstream e dell’armatore della nave le emissioni associate al gas perso lungo il tragitto. 


«Le industrie fossili come ENI hanno sfruttato la guerra in Ucraina per accreditarsi come paladine della sicurezza energetica, mentre in realtà cercano solo di tutelare i loro profitti garantiti dai combustibili fossili, rallentando lo sviluppo delle fonti rinnovabili e aggravando la crisi climatica», commenta Simona Abbate di Greenpeace Italia. «Nel caso del Congo, la nostra inchiesta smaschera sia questo tentativo di ENI di mostrarsi indispensabile per la stabilità energetica del Paese, sia il modus operandi del piano Mattei, che si rivela un progetto utile solo agli interessi dell’industria fossile. Siamo di fronte a un fallimento che dimostra ancora una volta come la sicurezza energetica non può essere garantita dal gas fossile, ma solo dalle fonti rinnovabili».

Foto di John R Perry da Pixabay

Leggi il report integrale e la replica di ENI  

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