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Franco Leggeri Fotoreportage – I colori e le bacche nell’autunno della Campagna Romana

–Fotoreportagedi Franco Leggeri-L’autunno è magico nella Campagna Romana, le atmosfere diventano più rarefatte e i colori caldi ritornano a sorprenderci con mille sfumature di giallo. Dai cespugli ricoperti di bacche, scopriamo i colori tenui e la poesia di questa sinfonia di bellezza. Gli alberi , assieme agli arbusti, con le loro cortecce e le loro cromie, contribuiscono a creare quell’atmosfera fiabesca, romantica e sorprendente che delizia gli amanti dell’autunno.

Con lalocuzioneCampagna Romana si indica la vastapianuradelLazio, ondulata e intersecata da fossi omarrane, dellaprovincia di Roma, che si estende nel territorio circostante l’intera area della città diRomafino adAnziocon il piano collinare prossimo, comprendente parte dell’Agro romano, fino al confine con l’Agro Pontino. Storia-Secondo Carocci e Vendittelli la struttura fondiaria e produttiva della Campagna Romana risale al tardo medioevo e si è conservata senza soluzione di continuo fino allariforma agrariaa metà delXX secolo.

Le invasioni barbariche, laguerra greco-goticae la definitivacaduta dell’Impero romano d’Occidentefavorirono il generale spopolamento delle campagne, compresa quella romana, e i grandi latifondi imperiali passarono nelle mani della Chiesa, che aveva ereditato le funzioni assistenziali e di governo già assolte dai funzionari imperiali, e le esercitava nei limiti del possibile.

A partire dall’VIII secolole aziende agricole (villae rusticae) di epoca imperiale si trasformarono – dove sopravvissero – indomuscultae, entità residenziali e produttive autosufficienti e fortificate, dipendenti da unadiocesi– o una chiesa, o un’abbazia– che deteneva la proprietà delle terre e le assegnava inenfiteusiai contadini residenti. Questi spesso ne erano gli originali proprietari, ed avevano conferito la proprietà dei fondi alla Chiesa in cambio di un piccolo canone di affitto e dell’esenzione dalle tasse. Queste comunità godevano di completa autonomia, che implicava anche il diritto ad armarsi per autodifesa (da dove la costruzione di torri e torrette), e in alcuni casi giunsero anche a battere moneta.

Già dalX secolo, tuttavia, lafeudalizzazionecostrinse i contadini ad aggregarsi attorno ai castelli deibaroniai quali veniva man mano attribuito il possesso – a vario titolo – di molte proprietà ecclesiastiche, e la coltivazione della pianuraimpaludataemalaricafu abbandonata, col tempo, quasi completamente. Là dove si continuava a coltivare, questi nuovilatifondiormai deserti, nei quali sorgevano sparsi casali fortificati, furono destinati a colture estensive dicerealie apascoloper l’allevamentodi bestiame grande e piccolo. Il loro scarso panorama umano era costituito da pastori, bovari e cavallari, braccianti al tempo delle mietiture, briganti.

L’abbandono delle terre giunse a tal punto che con la conseguente scomparsa degli insediamenti urbani nel territorio circostante Roma attorno alle vieAppiaeLatina, l’exLatium Vetus, venne ripartito in “casali”, tenute agricole di centinaia diettaridedicato all’allevamentodi bestiame, soprattuttoovini, e alla coltivazione dicereali, a cui erano addetti lavoratori salariati spesso stagionali. Questilatifondiin età rinascimentale e moderna divennero proprietà delle famiglie legate al papato. A seguito dello spopolamento delle terre pianeggianti ritornate a pascolo, si aggravò il grave problema dell’impaludamento e dellamalaria.

NelXVII secolo, dopo la redazione delCatasto Alessandrino[1], furono concessi ai contadini, ai piccoli proprietari e agli abitanti dei borghi l’uso civicodei terreni spopolati e abbandonati ed esenzioni fiscali (mentre venivano aggravate le imposizioni sui proprietari noncuranti), allo scopo di stimolare il ripopolamento di quelle campagne.

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