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Nella tempesta ai vertici – quando il potere vacilla e la fiducia trema

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Nella tempesta ai vertici – quando il potere vacilla e la fiducia trema

«Solo quando la marea si ritira si scopre chi stava nuotando nudo.» – Warren Buffett

Nel vortice degli scandali che scuotono oggi l’Europa e oltre, non è solo un uomo a essere sotto torchio: è l’intero sistema del potere, l’informazione, la regolazione, la democrazia stessa. La scarcerazione – o meglio, la gestione della restrizione — dell’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, condannato nel caso del presunto finanziamento libico, funge da cartina al tornasole. Parallelamente, il colosso mediatico BBC è travolto da una bufera: direzione dimessa, accuse di montaggio distorto su un discorso di Donald Trump, e l’inquietante domanda su chi racconta cosa e per chi. In Italia, il quadro non è meno fosco: il Garante per la protezione dei dati personali cerca disperatamente di tenere testa a piattaforme globali che agiscono come Stati nello Stato, e la Commissione di Vigilanza Rai – istituita per proteggere l’autonomia del servizio pubblico – appare fin troppo spesso complice del governo piuttosto che sentinella della democrazia.

I fatti più clamorosi
Il 25 settembre 2025 la corte di Parigi ha condannato Sarkozy a cinque anni di carcere per “associazione di malfattori in vista di commettere un reato” nell’ambito del processo sul presunto finanziamento illecito della sua campagna presidenziale del 2007 da parte del regime libico di Muammar Gaddafi. L’accusa non ha potuto provare inequivocabilmente l’effettivo versamento dei fondi, eppure il sistema giudiziario ha ritenuto che il solo tentativo di accordo sia sufficiente a incrinare il patto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Il percorso è stato lungo: accuse lanciate già nel 2011, un memo libico che indicava 50 milioni di euro, ed una serie di viaggi e contatti sospetti fra l’entourage di Sarkozy e la Libia. In sostanza, un ex presidente riconosciuto colpevole: per la prima volta nella storia moderna francese.
Sul fronte mediatico, la BBC ha subito un colpo molto grave: la direzione generale — ossia Tim Davie — e la responsabile dell’informazione — Deborah Turness — si sono dimessi dopo che un documentario ha montato un discorso di Trump in modo tale da farlo apparire promotore di violenza il 6 gennaio 2021. Il risultato è un colosso mediatico con credibilità compromessa, accusato non solo di errore ma di manipolazione deliberata.
In Italia, il Garante per la privacy ha lanciato l’allarme: le grandi piattaforme – da intelligenza artificiale a profilazione – operano su scala globale e spesso incassano potere reale senza controlli proporzionati. Mentre la Commissione Rai, che dovrebbe sorvegliare la tv pubblica rendendola libera dal potere politico, appare sempre più schiacciata tra interessi governativi e logiche industriali, perdendo la funzione di “garante dell’informazione” che le era stata affidata.

Perché questa è davvero una tempesta ai vertici
La scarcerazione di Sarkozy — o meglio, la gestione della sua situazione carceraria — non è un incidente isolato. È il segnale che la giustizia, quando arriva ai piani alti, assume velocità e modalità completamente diverse. Se un ex presidente finisce dietro le sbarre, molti pensano che “finalmente” funzioni qualcosa. Ma se lo fa in un modo che appare meno drastico rispetto a quanto ci si aspetterebbe – rilascio in attesa di appello, condizioni più miti – allora il messaggio che passa è: il potente è potente anche davanti alla legge.
La BBC, come istituzione che universalmente rappresenta il giornalismo “serio”, è stata sguainata di fronte al pubblico: o sbaglia o peggio ancora viene manipolata. In un’epoca in cui “chi controlla l’informazione” vale più di “chi detiene il potere politico”, la sua credibilità è un punto debole del sistema.
E in Italia la combinazione tra privacy violata, algoritmi fuori controllo, media pubblici in balia del potere politico rappresenta un rischio sistemico: non è solo che “qualcuno sbaglia”. È che il sistema intero tende a funzionare da dentro verso l’esterno, piuttosto che da fuori verso il bene collettivo.

Implicazioni concrete per l’informazione, il potere e la democrazia
Quando la BBC modifica un discorso di Trump per farlo apparire più aggressivo e poi la prima responsabilità cade sul vertice, si apre una frattura profonda: la scelta di quel montaggio non è semplicemente “errore tecnico”, è scelta editoriale, ed è scelta politica. È la manipolazione della percezione, è il confezionare la realtà. E se un media pubblico fa questo, cos’altro può essere considerato “manipolazione da potere”?
Se un ex presidente viene processato, condannato ma non immediatamente imprigionato, e in attesa di appello rimane in condizioni che molti cittadini non possono nemmeno immaginare, la differenza tra “giustizia uguale per tutti” e “giustizia per i potenti” si assottiglia.
Se un garante della privacy dice che le piattaforme gigantesche devono essere regolate e poi appare impotente di fronte alle lobby, allora il cittadino percepisce che la sorveglianza – e la perdita di sovranità – sono inevitabili. Se la Commissione Rai non è un contro­potere, ma un dispositivo del potere, l’informazione pubblica diventa un’appendice del governo. Il risultato? Un sistema dove il cittadino non decide più, ma subisce.

Lezioni, verità scomode e rischi imminenti
La prima lezione: la legge deve essere applicata con la stessa durezza che si richiede agli ultimi della catena. Se un politico è potente, la linea che lo separa dal cittadino diventa un “privilegio” piuttosto che un “servizio”.
La seconda: i media non sono entità neutrali. Se lo erano, avrebbe senso difendere la BBC. Ma quando un media appare manipolato, la fiducia si frantuma, e con essa la democrazia.
La terza: la privacy e il controllo dei dati personali ci riguardano tutti, ma molti ancora non lo capiscono. Le grandi piattaforme non sono solo aziende: sono infrastrutture del potere globale.
Il rischio più grande? Non è solo che crollino le istituzioni. È che la gente si convinca che “tanto è sempre così”. Che la corruzione sia strutturale e non incidente. Che l’informazione sia sempre manipolata. Che la privacy sia un’illusione. E quando il senso di impotenza prende piede, la democrazia esce dal campo attivo per entrare in una modalità passiva: subire anziché partecipare.

Conclusione feroce
Abbiamo toccato il fondo o quasi: un ex presidente condannato per accordi con un regime straniero, un colosso mediatico costretto a misurarsi con la propria manipolazione, autorità che dovrebbero proteggere l’individuo che sembrano proteggere il sistema, e organismi che dovrebbero vigilare che mettono la testa sotto la sabbia. Non è più tempo di mezze misure. Non basta che “qualcosa cambi”. È urgente che il sistema si metta in modo trasparente, che la legge non abbia due velocità, che l’informazione non abbia due pesi, che la privacy non sia un optional per chi non conta.
La tempesta ai vertici non è ancora finita. Può che peggiorare. Ma anche – se lo vogliamo – diventare momento di riscossa. Perché la democrazia non è garantita per nascita, ma conquistata quotidianamente. Ed oggi siamo alla prova del nove.

Carlo Di Stanislao

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