Il centrosinistra e l’arte di farsi del male (con eleganza)
“Ogni partito muore di ciò che lo fa vivere.” – André Malraux
C’è una strana alchimia nella politica italiana: le idee migliori finiscono sempre nelle mani sbagliate, e le peggiori diventano bandiere di moralità. La sinistra, per esempio, possiede un dono raro — la capacità di indignarsi per ciò che non capisce e di perdere battaglie che nessuno le stava chiedendo di combattere. È una forma d’arte, un po’ dadaista e un po’ tafazziana, in cui il colpo alle proprie parti molli diventa gesto politico, rivendicato con orgoglio e perfino accompagnato da conferenze stampa.
La manovra del governo Meloni – diciotto miliardi di euro che più che una legge di bilancio sembrano una collezione di buoni propositi – non è né di destra né di sinistra. È un patchwork di piccoli aggiustamenti, un mosaico di pezze, un sudoku fiscale senza soluzione. Eppure, come per magia, la sinistra l’ha proclamata una “manovra dei ricchi”. Un capolavoro di comunicazione inversa: trasformare un bilancio rachitico in un manifesto liberista.
Se l’arte dell’opposizione è dire l’opposto di ciò che è, il campo largo ha ottenuto il suo massimo risultato. Perché mentre il governo cercava disperatamente di non scontentare nessuno (missione, va detto, perfettamente compiuta: ha scontentato tutti), l’opposizione è riuscita a dipingerlo come il nuovo reaganismo de noantri. Il tutto senza nemmeno un taglio alle tasse vero, senza una liberalizzazione, senza una privatizzazione, senza uno straccio di concorrenza. È come scambiare un film di Checco Zalone per un documentario sulla scuola di Francoforte.
La sinistra italiana, oggi, sembra un personaggio di Ionesco: cerca la logica nel caos e finisce per trovare il caos nella logica. Vuole colpire i privilegi e finisce per colpire il ceto medio; sogna l’uguaglianza ma sospetta di chiunque guadagni più di 1.900 euro al mese. È come se avesse una mappa, ma di un altro continente.
Il paradosso dell’opposizione felice
Il bello è che ci crede. Crede davvero che chiamare “manovra dei ricchi” una legge di bilancio che tassa come mai prima d’ora sia una mossa geniale. Crede che proporre una patrimoniale – l’eterna fantasia di chi non sa cosa proporre – possa risvegliare le coscienze e, magari, anche le casse dello Stato. E intanto regala alla destra il privilegio di potersi dire “anti-tasse”, “amica del ceto medio”, “difensore dei produttivi”.
È un miracolo politico e semantico: il governo con la pressione fiscale al 42,8% diventa quello dei tagli fiscali. L’opposizione che invoca nuove imposte diventa quella che difende i poveri. Se la realtà è complessa, la retorica è semplice: basta invertire i ruoli e dire “noi siamo con la gente”.
Ma con quale gente, di preciso? Quella che ancora crede che la patrimoniale colpisca “i ricchi veri”, mentre in realtà comincia a mordere dal primo garage in periferia. Quella che confonde il reddito con la rendita, la pensione con il privilegio, la stabilità con l’ingiustizia.
In tutto questo, il PD (che non si chiama più così quando si presenta, preferendo il misterioso “campo largo”) sembra il protagonista di una commedia di Woody Allen: pieno di buone intenzioni, brillante nei dialoghi, ma perennemente distratto dalla trama.
Il miracolo del tafazzismo applicato
Quando non riesce a vincere, la sinistra italiana trova sempre un modo per perdersi meglio. È la sua forma di coerenza: se non puoi governare, almeno governa l’ironia della sconfitta. Il tafazzismo non è più una patologia, è un metodo.
Così, nel tentativo di dare un volto “sociale” alla propria opposizione, il campo largo finisce per offrire al governo Meloni l’immagine che questo non aveva mai saputo costruirsi: quella di un governo pragmatico, pro-mercato, capace di “aiutare chi produce”. È una forma di beneficenza retorica: la sinistra regala alla destra un’identità politica più solida di quella che il governo possiede davvero.
E la premier ringrazia, con quel sorriso da professoressa che ha appena visto i suoi alunni copiare male.
Il teatro delle etichette
Il problema è che l’Italia non discute più di contenuti, ma di etichette. Tutti parlano di “patrimoniale”, ma nessuno sa cosa significhi esattamente. È una parola totemica, un mantra che serve più a evocare giustizia che a generarla. “Tassare i ricchi” è il nuovo “andare oltre le ideologie”: piace perché fa sentire buoni, e non costa nulla — almeno fino a quando non arriva la cartella.
Nel frattempo, il governo presenta la sua manovra “sobria”, fatta di micro-incentivi, proroghe, bonus, rattoppi, e un pizzico di finta austerità per dare il tono. È la manovra del “non abbiamo soldi, ma abbiamo fantasia”. Una manovra che non osa, non innova, non sfida. Ma almeno non sfascia.
Eppure, grazie alla sinistra, sembra una rivoluzione liberista.
L’agenda Tafazzi
C’era un tempo in cui la sinistra si divideva sull’agenda Giavazzi, cioè sull’idea di liberalizzare, competere, riformare. Ora si divide sull’agenda Tafazzi: chi colpisce più forte, chi si auto-smentisce con più classe, chi riesce a rendere impopolare una causa popolare.
Il tutto condito da un lessico che alterna “giustizia sociale” a “redistribuzione equa”, parole che ormai non significano più nulla ma suonano ancora bene nei talk show. Nel frattempo, i problemi reali — produttività, natalità, infrastrutture, scuola, sanità — restano lì, invisibili, come un elefante dietro una tenda Ikea.
Ma guai a dirlo: non sia mai che si venga scambiati per “neoliberisti”, la parolaccia preferita della settimana.
Il trionfo dell’ironia involontaria
In fondo, la sinistra italiana è coerente con sé stessa. Ha sempre amato le battaglie simboliche, i gesti morali, le cause perdute. È la sua estetica: l’eroismo della sconfitta. E oggi, più che mai, sembra aver trovato nel governo Meloni il suo specchio perfetto: un governo che finge di essere di destra mentre fa politiche di centro, e un’opposizione che finge di essere di sinistra mentre recita il copione del conservatorismo fiscale.
Il risultato è un paese che discute di ideologie come se fossero marche di yogurt: tutti hanno un gusto preferito, nessuno legge gli ingredienti.
Eppure, in questa tragicommedia, c’è qualcosa di rassicurante. Il caos politico italiano non cambia mai, ma almeno sa reinventarsi. Ogni volta che pensiamo di aver toccato il fondo, qualcuno in Parlamento trova una pala più grande.
Epilogo: la leggerezza del paradosso
Forse l’Italia non ha bisogno di una manovra di destra o di sinistra. Forse avrebbe bisogno solo di una manovra che funzioni. Ma quella sarebbe una notizia troppo seria per il nostro dibattito. Meglio continuare a giocare con le etichette, a distribuire colpe, a scambiare i ruoli.
Così, quando la prossima volta sentiremo parlare di “manovra liberista”, sapremo che non è una descrizione economica ma un elogio involontario dell’incoerenza. Un’altra puntata del grande varietà politico nazionale, dove la sinistra regala alla destra la sua immagine migliore, e la destra ricambia con la sua consueta gratitudine: l’indifferenza.
In fondo, come direbbe Flaiano, “la situazione politica in Italia è grave ma non è seria”.
Carlo Di Stanislao
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