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Il calcio come il premio Strega? Le distorsioni dei media sportivi

il napoli

Il calcio come il premio Strega? Le distorsioni dei media sportivi

Milano – All’indomani del derby Inter-Milan del 23 novembre, vinto dal Milan per uno a zero, la maggior parte degli opinionisti ha sottolineato due aspetti:

  1. l’Inter non avrebbe meritato di perdere e la vittoria del Milan sarebbe stata immeritata;
  2. con i portieri invertiti, l’Inter avrebbe vinto tre a zero.

Eppure il calcio – fortunatamente uno sport di cui tutti possono parlare – non si decide per meriti, ma per gol. Una partita o un campionato non sono come l’assegnazione del premio della critica, un Premio Nobel per la Letteratura o del Premio Strega, né come la consegna degli Oscar a film, registi o attori. Lì una giuria di esperti valuta e decreta un vincitore, cercando un risultato il più oggettivo possibile. Nel calcio no: vince chi segna un gol in più. Punto.

Sembra incredibile come anche alcuni addetti ai lavori dimentichino questa verità elementare. Si può colpire un palo, dominare il possesso palla o creare dieci palle gol: non cambia nulla ai fini del risultato. E non c’è sport più chiaro del calcio da questo punto di vista. Non funziona come nei tuffi, nella danza artistica o nella boxe dove si può vincere ai punti. Merito, possesso, corner o estetica non muovono la classifica.

Se valesse la bellezza del gioco, l’Olanda di Cruyff nel 1974 sarebbe stata campione del mondo d’ufficio, così come il Brasile dell’82 di Zico, Falcão e Socrates. E invece vinse l’Italia compatta e feroce in contropiede, quella di Bearzot, con una difesa monumentale – Bergomi, Gentile, Collovati, Cabrini – e una marcatura, quella di Gentile su Zico, rimasta nella storia. Le ripartenze di Bruno Conti, Tardelli, Rossi furono perfette nelle ultime quattro partite del Mondiale in Spagna.

La distorsione più evidente, oggi, è la dichiarazione di un giornalista televisivo secondo cui “quello del Milan di Allegri non è calcio”. Su quale base? Chi decide cosa sia calcio accettabile e cosa no? Certo, il calcio-spettacolo – quello del Milan di Sacchi, per intenderci – è più divertente. Ma non è scritto da nessuna parte che una squadra che si difenda bene e segna un gol non sia meritevole di vincere. Forse è stata semplicemente più brava nel fare ciò che conta davvero: non prenderli e farne almeno uno.

Altre critiche si sono spinte oltre: “Con Maignan all’Inter e Sommer al Milan sarebbe finita 3-0”. Un ragionamento che non sta in piedi. Nel calcio non esistono i “se” e i “ma”, e soprattutto il portiere fa parte della squadra ed è uno degli undici in campo che vince e perde la partita con i compagni. Vale per tutti. Relativamente alle ipotesi: se una squadra avesse Haaland o Mbappé segnerebbe di più, ma si gioca con i giocatori acquistati e disponibili. E tra l’altro il calcio non è nemmeno una scienza esatta.

Ci si può rammaricare per un infortunio – in questo caso Dumfries per l’Inter – ma non per non avere il portiere avversario. Altrimenti in ogni sacrosanta partita del passato, ogni allenatore sconfitto avrebbe potuto recriminare di non aver avuto in squadra Di Stefano, Pelè, Cruyff, Platini Maradona, Messi e via dicendo…

Ciò che invece meriterebbe davvero discussione è il comportamento dei giocatori e la conduzione arbitrale. Nel derby Lautaro ha colpito con una gomitata Gabbia, provocandogli un sanguinamento: nessun provvedimento. Poco dopo Acerbi ha tirato i capelli a Leao, ignorato dall’arbitro, nonostante che il portoghese lo avesse fatto notare salvo poi lo stesso Leao venire ammonito alla prima occasione utile. Nel battibecco che ne nasce sembra di rilevare una minaccia del difensore interista verso Leao udita dal direttore di gara. Sul rigore concesso a Thuram resta più di un dubbio, considerando che il francese prima si rialza e poi, dopo il richiamo del VAR, cade al suolo. Nessun richiamo nemmeno per lui.

Errori che pesano. Perché in campo si può colpire un palo, sbagliare a porta vuota, commettere un autogol o sbagliare un rigore: sono gesti tecnici, parte del gioco. Altra cosa sono gomitate, simulazioni e comportamenti antisportivi, che dovrebbero essere sanzionati senza esitazione. Quando non accade, la regolarità della partita ne risente. E in alcuni casi anche gli esiti dei campionati e delle competizioni.

Gli opinionisti, più che discutere di “merito” o fantacalcio applicato ai portieri, avrebbero dovuto concentrarsi proprio su questo: sulla direzione arbitrale e sul comportamento dei calciatori. Qui sì che un giudizio critico sarebbe stato pertinente, come accade  a chi lo fa per i programmi televisivi, i film, i dischi quando si analizzano errori e responsabilità. Non è avvenuto, e ciò conferma – come molti osservano – una deriva del giornalismo sportivo italiano, sempre meno interessato ai fatti e sempre più ai racconti che sembrano di parte e molto lontani dalla verità dei fatti.

Roberto Guidotti

Albo Giornalisti Marche

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