La rete e la rabbia: le esche emotive che alimentano l’odio
Alcuni giorni fa è stato reso noto che l’Oxford University Press Dictionary ha scelto come parola dell’anno 2025 rage bait: letteralmente “esca per la rabbia”. Il termine indica l’atteggiamento di chi pubblica sui social post o commenti d’odio, offensivi o provocatori, con l’unico scopo di innescare reazioni di rabbia negli utenti. Una fotografia quanto mai pertinente del mondo virtuale e non solo.
Contenuti di questo genere diventano rapidamente popolari, generando una quantità significativa di commenti, like e interazioni. È esattamente ciò che si propongono i creatori di questi messaggi, consapevoli che insulti, invettive e accuse – tutto ciò che tende a offendere e/o a istigare all’odio – conquistano l’attenzione e la partecipazione dei fruitori dei social.
È un’evoluzione dei social, questa, spesso trascurata. Un tempo, piattaforme nate per ritrovare vecchi amici o compagni di scuola e interagire con loro, sono oggi dominate da paura e rabbia, sentimenti che si diffondono molto più rapidamente di empatia e dialogo. Molti monetizzano questa dinamica in termini di popolarità, consenso e visibilità: politici e personaggi pubblici in particolare sfruttano la comunicazione diretta “alla pancia” delle persone. Poi l’algoritmo fa il resto, trattenendo l’utente sul cellulare o computer e alimentando un ciclo continuo di esposizione.
Ciò che sfugge a molti è che la rabbia contro qualcosa o qualcuno, l’odio, l’istigazione e anche le “esche emotive” non sono fenomeni nuovi. Pur rappresentando una costante dei nostri tempi, in realtà affondano le radici nella storia umana. La rete non ha creato tutto questo; lo amplifica e accentua, offrendo un veicolo rapidissimo e potentissimo a qualcosa che era già presente.
Dai tempi di Caino che uccide Abele, la rabbia -determinata in quel caso da un’ingiustificata gelosia esplosa e poi trasformatasi in odio e assassinio – accompagna le vicende dell’umanità. E il nostro tempo, che ha conosciuto guerre di grande dimensioni e un crescendo di violenza e crudeltà praticamente in ogni angolo del pianeta, non fa eccezione. Lo aveva capito Hitler come confermato dal messaggio del suo Mein Kampf e il gerarca nazista Gobbels, che con la sua propaganda martellante sui media del suo tempo – giornali, riviste, radio e allocuzioni verbali – puntava alla demonizzazione, al risentimento e alla rabbia verso gli ebrei e altri gruppi di persone invisi al regime.
I media contemporanei – specialmente internet e i social network- sono diventati il principale canale attraverso cui questo clima negativo si diffonde, insinuandosi nelle menti di molti che, in circostanze diverse, forse mostrerebbero maggiore comprensione o, quantomeno, rispetto o indifferenza verso opinioni diverse dalle proprie. Oggi, però, la capacità di accettare il dissenso sembra scomparsa: ogni dinamica spinge a contrapporsi, a reagire con durezza e ad attaccare l’interlocutore, soprattutto nello spazio virtuale e digitale.
Le dinamiche attuali ricordano le parole del Vangelo – spesso trascurate, se non ignorate dagli stessi credenti – in cui Gesù descriveva un futuro segnato “dall’odiarsi a vicenda, dal dilagare delle iniquità”, oltre che da guerre, calamità naturali e carestie, in un mondo al contempo ricco e opulento in alcune sue sacche (Matteo 24,7-10 e 37-39 La Bibbia di Gerusalemme). Se questa previsione corrisponde ai nostri tempi, è arduo immaginare un’immediata inversione di tendenza o trend contrario… Difficile aspettarsi una “conversione collettiva” o un ritorno generalizzato al buon senso.
Le esche per la rabbia e l’odio vengono oggi gettate in pasto alle masse digitali in quantità crescente. Solo chi possiede una fibra morale solida, non si adegua alle folle e mantiene valori non negoziabili riesce a resistere e a non abboccare.
Roberto Guidotti
Albo Giornalisti Marche
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