Immunità e politica: il caso Moretti, i precedenti europei e le crepe profonde dell’Europa parlamentare. «La politica è l’arte del possibile.» — Otto von Bismarck
Immunità è la parola chiave che apre questa vicenda e la collega a una lunga serie di casi analoghi che, negli ultimi anni, hanno attraversato l’Unione Europea come una scia carsica di tensioni tra potere giudiziario e rappresentanza democratica. Fin dalla prima frase, questo termine non indica soltanto una tutela giuridica, ma diventa il simbolo di un equilibrio instabile, continuamente rimesso in discussione da scandali, pressioni mediatiche e scelte politiche.
Il caso di Alessandra Moretti, con la revoca della sua immunità da parte del Parlamento europeo e la contestuale conferma per Elisabetta Gualmini, si inserisce perfettamente in questa traiettoria. Non è un episodio isolato, ma l’ultimo anello di una catena che ha visto l’Eurocamera confrontarsi più volte con richieste di revoca, spesso trasformate in veri e propri test politici.
Il precedente più ingombrante è proprio quello del Qatargate, che nel dicembre 2022 ha travolto l’istituzione europea. In quel contesto, il Parlamento revocò rapidamente l’immunità a figure di primo piano come Eva Kaili, allora vicepresidente dell’Eurocamera, e ad altri eurodeputati coinvolti nell’inchiesta per presunta corruzione e associazione criminale. In quel caso, la presenza di ingenti somme di denaro contante, arresti in flagranza e prove materiali rese la decisione politicamente inevitabile e largamente condivisa.
Ma è proprio il confronto con quel precedente a rendere il caso Moretti più controverso. Qui non emergono valigie di denaro, né arresti spettacolari, né accuse circostanziate di arricchimento personale. Eppure, l’esito è stato comunque la revoca dell’immunità, alimentando il sospetto che il Parlamento stia applicando criteri sempre più elastici e influenzati dal contesto politico.
Un altro caso emblematico è quello dei deputati catalani eletti al Parlamento europeo dopo il referendum sull’indipendenza del 2017. Figure come Carles Puigdemont, Toni Comín e Clara Ponsatí hanno visto l’Eurocamera pronunciarsi più volte sulla revoca della loro immunità, su richiesta delle autorità spagnole. In quelle occasioni, il dibattito si è concentrato sul rischio di fumus persecutionis, ovvero sull’uso della giustizia penale per colpire avversari politici. Anche allora, la decisione del Parlamento fu letta come profondamente politica, nonostante la cornice giuridica.
Analogo discorso vale per alcuni eurodeputati dell’Europa orientale, in particolare di Polonia e Ungheria, coinvolti in procedimenti legati a presunti abusi d’ufficio o irregolarità amministrative. In più di un caso, la Commissione Juri è stata chiamata a valutare se le richieste di revoca fossero fondate o se celassero un tentativo di intimidazione politica. Il risultato è stato spesso una spaccatura netta tra gruppi, con voti che riflettevano appartenenze ideologiche più che valutazioni tecniche.
Anche in Italia, il tema dell’immunità ha una storia lunga e controversa, che inevitabilmente influenza la percezione delle decisioni europee. Dai casi di Berlusconi, alle polemiche sulla tutela parlamentare di esponenti di diversi schieramenti, fino a vicende più recenti che hanno visto l’immunità diventare un terreno di scontro tra giustizialismo e garantismo. Questo bagaglio culturale pesa anche a Strasburgo, dove i deputati nazionali portano con sé le proprie tradizioni politiche e giudiziarie.
Nel Parlamento europeo, però, la questione assume una dimensione ulteriore. L’Eurocamera non è soltanto un’assemblea legislativa: è anche un simbolo dell’unità europea, e ogni sua decisione viene letta come un indicatore dello stato di salute della democrazia dell’Unione. Per questo, la scelta di revocare l’immunità a Moretti e di mantenerla per Gualmini ha sollevato interrogativi che vanno oltre i singoli nomi.
Come in altri casi analoghi, emerge una costante: l’immunità viene sempre più spesso usata come messaggio politico. Revocarla significa dimostrare fermezza contro la corruzione; mantenerla significa difendere le prerogative parlamentari. Ma quando le due opzioni vengono applicate in modo diseguale, il rischio è quello di trasformare l’istituto in uno strumento di convenienza.
Le dichiarazioni di Fratelli d’Italia, che hanno rivendicato apertamente una valutazione politica delle richieste di revoca, rendono esplicito ciò che in altri casi è rimasto sottotraccia. E la posizione del Movimento 5 Stelle, coerente con una tradizione fortemente critica verso l’immunità, si inserisce in un quadro europeo dove il rigorismo giudiziario spesso prevale sul garantismo.
In questo contesto, le parole di Alessandra Moretti, che parla di una “resa dei conti politica”, trovano riscontro in molti precedenti europei. Non è la prima volta che un eurodeputato sostiene di essere diventato un bersaglio simbolico, scelto per dimostrare all’opinione pubblica che il Parlamento “non fa sconti”. Ma la politica dei simboli ha un prezzo: quello di indebolire le garanzie collettive.
La riflessione del professor Vittorio Manes si lega direttamente a questi casi analoghi: se procedimenti basati su indizi fragili diventano la norma, nessun parlamentare europeo può dirsi al sicuro. Missioni ufficiali, incontri diplomatici, prese di posizione pubbliche rischiano di essere rilette ex post come indizi di reato, soprattutto in un clima di sospetto generalizzato.
Alla luce dei precedenti europei, il caso Moretti appare quindi meno come un’eccezione e più come un sintomo. Il sintomo di un’Europa che, nel tentativo di reagire agli scandali, rischia di spostare l’asse troppo lontano dalla tutela delle istituzioni. Un’Europa che confonde la trasparenza con l’esposizione permanente, e la responsabilità politica con la vulnerabilità giudiziaria.
La revoca dell’immunità non è una condanna, così come la sua conferma non equivale a un’assoluzione. Ma la loro applicazione selettiva racconta una storia precisa: quella di un Parlamento che fatica a definire criteri stabili e condivisi, e che spesso decide sotto la pressione del momento.
Il futuro dell’Unione Europea passa anche da qui. Dalla capacità di imparare dai casi analoghi, di distinguere tra lotta alla corruzione e tutela del mandato, di evitare che l’immunità diventi un’arma politica o, al contrario, un tabù intoccabile. Perché senza garanzie solide, la democrazia parlamentare europea rischia di diventare più fragile proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di forza e credibilità.
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