Norimberga: diritto, repressione e minoranze religiose
Il film Norimberga, magistralmente interpretato da Russell Crowe nella parte del gerarca nazista Hermann Göring, ha riportato all’attenzione di una parte del pubblico, uno dei processi più famosi della storia, considerato anche per il suo profondo risvolto morale uno spartiacque che mise la storia al cospetto di atrocità inenarrabili.
La bibliografia sul processo e sui suoi atti, racchiusi in quarantadue volumi, ha prodotto libri, approfondimenti, testi giuridici, memorie e molto altro. In questo caso ci soffermeremo sulle trattazioni emerse nel dibattimento riguardanti i Bibelforscher, ovvero i Testimoni di Geova, contrassegnati nei lager nazisti con il triangolo viola.
Nelle oltre 750.000 pagine degli atti compaiono sporadicamente, ma in maniera significativa, le citazioni dell’accusa e della difesa sui Testimoni di Geova, che delineano con precisione il punto di vista del regime nazista verso questa minoranza religiosa e quello che fu il loro destino in Germania e nei Paesi occupati durante i terribili dodici anni del potere hitleriano.
Uno degli aspetti più interessanti che emerge dal dibattimento è che la repressione dei Testimoni di Geova fu antecedente di diversi anni alla “soluzione finale” e alla deportazione di milioni di ebrei nei lager. Già William Dodd, testimone diretto dei primi anni del regime nazista, storico e professore universitario statunitense, nonché ambasciatore degli Stati Uniti in Germania dal 1933 al 1937, dichiarò al processo:
“Erano pacifisti e quindi – per i nazisti – cospiratori; non solo provvidero al loro processo nei tribunali ordinari, ma anche alla loro reclusione nei campi di concentramento dopo aver scontato le pene giudiziarie”.
In un altro atto del processo viene portato all’attenzione il documento “Istruzioni ai dipartimenti di polizia statali sulle procedure per la presa in custodia protettiva dei Bibelforscher e il loro trasferimento nei campi di concentramento dopo la pena detentiva, in coordinamento con il sistema giudiziario”.
Questo documento della Polizia Segreta di Stato, ovvero la Gestapo, fu sottoposto a Ernst Kaltenbrunner, Capo dell’Ufficio centrale per la sicurezza del Reich, al quale venne chiesto se fosse a conoscenza della persecuzione dei Bibelforscher.
Kaltenbrunner confermò : “La legislazione tedesca applicata nei confronti della setta dei Bibelforscher era basata sulla legge per la protezione militare del popolo tedesco. Questa legge prevede pene che vanno dalla privazione della libertà fino alla pena di morte per gli individui che nuocciono allo spirito militare del popolo tedesco rifiutandosi di sottomettersi al servizio bellico. Sulla base di queste espressioni, tribunali militari e civili hanno pronunciato condanne a morte”.
Nella sua esposizione Kaltenbrunner, nel tentativo di sfuggire alle accuse, precisò che tali condanne non erano state disposte dalla Gestapo. Tuttavia, uno dei documenti della Gestapo presentati dall’accusa analizzava il “conflitto” giuridico tra dipartimenti, nel quale si discuteva la legittimità del nuovo arresto e dell’invio nei campi di concentramento dei Testimoni di Geova dopo l’espiazione della condanna, pratica che poteva delegittimare i tribunali stessi.
Un’altra nota significativa del processo fu il racconto dell’impiccagione di due Testimoni di Geova trovati in possesso di due Bibbie dopo che una spia li aveva denunciati alle SS: episodio riferito da Karl Hoven, medico capo di Buchenwald,
Tra le testimonianze più rilevanti vi è quella di Werner Jentsch, il quale, chiamato a testimoniare, affermò:
“Sono stato sacerdote per i giovani della Germania centrale e meridionale e direttore del collegio YMCA di Berlino. Allo scoppio della guerra divenni cappellano militare per le unità della Luftwaffe a Berlino. Un giorno ricevetti una lettera dal Tribunale Militare del Reich, firmata dall’alto procuratore, il giudice di Stato Maggiore Krell. Mi si chiedeva di redigere immediatamente un memorandum su obiettori di coscienza che rifiutavano il servizio militare per motivi religiosi.
Nelle prigioni militari di Berlino era detenuto un gran numero di cosiddetti Testimoni di Geova. Sotto questa denominazione figuravano anche Mennoniti, Quaccheri e un rappresentante della Chiesa protestante. Io e i miei colleghi cattolici eravamo gli unici autorizzati a visitarli. Coloro per i quali provavo maggiore simpatia erano i Testimoni di Geova, perché non avevano alcun diritto e non veniva loro resa giustizia. Mentre i sacerdoti cattolici, in base agli accordi con Roma, non erano tenuti al servizio militare, i Testimoni di Geova rifiutavano ogni forma di servizio armato. Gli obiettori protestanti, e soprattutto i Testimoni di Geova, non godevano di alcun vantaggio e furono condannati a morte senza riguardo, sebbene la situazione giuridica fosse identica. Io e i miei colleghi tentammo in ogni modo di aiutarli”.
L’ultima testimonianza di cui parleremo, al di sopra di ogni sospetto, è quella di Alfred Rosenberg, uno degli ideologi del nazismo e capo dei servizi di politica estera del NSDAP, poi condannato all’impiccagione dal tribunale: “Una seconda volta, più tardi – non so dire se prima o dopo lo scoppio della guerra – Himmler stesso toccò l’argomento e parlò dei cosiddetti Bibelforscher, una questione che è stata spesso sollevata dall’accusa e definita persecuzione di una religione.
Himmler – continuò Rosenberg – mi disse solo che era impossibile tollerare il rifiuto di prestare servizio nelle forze armate, considerate le condizioni in cui si trovava il Reich, che avrebbe avuto conseguenze terribili, e continuò dicendo di aver spesso parlato personalmente con questi detenuti per poterli capire e convincerli. Ciò, disse, era stato impossibile, tuttavia, perché rispondevano a tutte le domande con citazioni della Bibbia che avevano imparato a memoria, quindi non si poteva fare nulla. Da questa dichiarazione di Himmler, deduco che se mi raccontava una storia del genere, non avrebbe potuto preparare un’azione militare contro questi Bibelforscher”.
Sempre Rosenberg aggiunse: “Un cappellano elemosiniere americano mi ha gentilmente consegnato in cella un giornale della chiesa di Columbus. Vi scoprì che anche gli Stati Uniti detenevano testimoni di Geova durante la guerra in prigioni e campi di prigionia, e che fino al dicembre 1945, 12.000 di loro erano ancora detenuti in tali campi. Suppongo che in simili condizioni ogni Stato sanzionerebbe in un modo o nell’altro questo rifiuto di compiere il servizio militare. Questa era anche la mia opinione e non potevo dare torto a Himmler a questo proposito.”
Secondo Rosenberg, dunque, la persecuzione dei Testimoni di Geova era un fatto “normale”: se lo facevano gli americani, perché non avrebbe potuto farlo la Germania impegnata in guerra?
Naturalmente le citazioni sui Bibelforscher negli atti processuali sono diverse ma incomplete e non esaustive dell’intera vicenda della repressione dei Testimoni di Geova sotto il regime Nazista. In ogni caso rappresentano dei solidi concetti storici che confermano quanto parte della storiografia, seppur minoritaria, ha più di recente messo in luce riguardo a una delle categorie di vittime cosidette “dimenticate dalla storia”:
- I Testimoni di Geova furono l’unico gruppo religioso specifico a essere perseguitato e contrassegnato con il triangolo viola;
- furono, insieme agli oppositori politici, tra i primi a essere arrestati e deportati nei campi di concentramento;
- non parteciparono in alcun modo allo sforzo bellico del Terzo Reich e non aderirono né materialmente né ideologicamente al regime, rifiutando ogni compromesso.
Per quanto riguarda il Processo di Norimeberga, Robert Jackson, che fu il Procuratore Generale affermò: “Il fatto che quattro potenze vincitrici eccitate dalla vittoriosa e stimolate dal torto subito sospendano la vendetta e sottopongano volontariamente i propri nemici al giudizio della Legge è uno dei tributi più significativi che il Potere abbia mai pagato alla Ragione”.
Se poi il Processo di Norimberga, alla luce di ciò che è accaduto dal 1946 sino ai nostri giorni, abbia creato i fondamenti di una nuova era, ispirata a regole di civiltà volte a garantire pace tra le nazioni e rispetto dei diritti umani, è qualcosa che resta ancora oggetto di discussione.
Roberto Guidotti
Albo Giornalista Marche
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