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Il crepuscolo dell’integrità: un governo che fa tutto da solo (e male)

il crepuscolo

Il crepuscolo dell’integrità: un governo che fa tutto da solo (e male)

“In politica, ciò che inizia con la paura finisce solitamente con la follia.”

— Samuel Taylor Coleridge (che evidentemente aveva già previsto il palinsesto dei talk show italiani)

​Il governo attuale non è in crisi: è in uno stato di “crepuscolo etico permanente”, una sorta di aperitivo infinito dove, tra un brindisi e l’altro, qualcuno inciampa sempre sul tappeto delle istituzioni. Non servono complotti internazionali o poteri forti per abbattere questo esecutivo; basta lasciarlo fare. Gli autogol sono diventati una disciplina olimpica, trasformando la gestione della cosa pubblica in una commedia dell’assurdo dove la realtà supera costantemente la sceneggiatura.

​Cronache di un Ministero in fotoromanzo

​Il decoro professionale è ormai un reperto archeologico. Il caso di Gennaro Sangiuliano ha inaugurato il genere “Ministero d’Amore”: tra incarichi fantasma, chiavi d’albergo e registrazioni degne di uno spy-movie di serie B, la Cultura è stata finalmente portata tra la gente, specialmente quella che legge i settimanali di gossip sotto l’ombrellone. Derubricare il tutto a “faccenda privata” è stato il tocco di classe: un mix di fondi pubblici e cuori infranti che ha reso la sicurezza nazionale solida quanto un castello di sabbia a Ferragosto.

​E che dire del Viminale? Matteo Piantedosi sembra interpretare il ruolo del capitano che cerca di svuotare il mare con un cucchiaino, tra promesse elettorali sui migranti che evaporano al primo raggio di sole e una gestione dell’ordine pubblico che pare un esercizio di equilibrismo. Ma il vero capolavoro è il gossip: le voci sulla sua relazione con la giornalista Chiara Conte suggeriscono un nuovo modello di trasparenza: perché mandare comunicati stampa quando puoi sussurrare le veline direttamente a chi scrive il pezzo? Un conflitto d’interessi così romantico che quasi ci si commuove, se non fosse che il confine tra chi controlla e chi informa è ormai più sottile di una fetta di prosciutto ministeriale.

​Segreti al vento e amicizie “di spessore”

​La trasparenza è il pezzo forte del sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove. In un mondo che cripta tutto, lui ha scelto la condivisione totale, trasformando atti riservati in materiale da propaganda. Se il segreto d’ufficio diventa un segreto di Pulcinella, la dignità dello Stato diventa un optional, come il climatizzatore nelle auto blu.

​Sul fronte della legalità, la retorica della “tolleranza zero” brilla di luce propria, specialmente quando si scontra con le ombre di certe frequentazioni locali. Proclamare “legge e ordine” mentre si devono spiegare dinamiche elettorali opache è un esercizio di ipocrisia acrobatica che meriterebbe un applauso, se non facesse piangere i codici penali.

​Capodanni col botto e conti in rosso

​Mentre il Paese tira la cinghia, il deputato Emanuele Pozzolo ha deciso di ravvivare il Capodanno portando il Far West a Rosazza. Un parlamentare armato a una festa è l’immagine perfetta di questa classe dirigente: gente che spara alto (e a volte colpisce basso), in un delirio di onnipotenza che confonde un cenone con un poligono di tiro.

​E per non farsi mancare nulla, c’è la “Pitonessa” Daniela Santanchè. Tra un’accusa di falso in bilancio e un’evasione fiscale, la Ministra del Turismo resta ancorata alla poltrona con una colla che dovrebbe essere studiata dalla NASA. Chiedere sacrifici agli italiani mentre si gestiscono aziende in modo “creativo” è la massima espressione del concetto di “casta intoccabile”: un nervo scoperto che il governo cerca di coprire con un po’ di fondotinta mediatico.

​Toghe, referendum e pezze a colori

​Lo scontro con la magistratura è ormai lo sport nazionale. Se i giudici non si allineano, diventano “contropoteri” cattivi. La gestione punitiva delle nomine al Ministero della Giustizia ricorda più la gestione di un condominio litigioso che quella di un dicastero.

​Ma il vero schiaffo è arrivato dalle urne. Il responso referendario è stato chiaro: i cittadini non hanno comprato la “modernizzazione” che somigliava tanto a un accentramento di potere. Un “no” secco a un metodo di governo percepito come una cena di gala a cui gli elettori sono invitati solo per lavare i piatti.

​La strategia del “ma anche no”

​In mezzo a questo sfacelo, Giorgia Meloni fa quello che può: la sarta. Cerca di mettere “pezze a colori” ovunque, tentando di distrarre il pubblico con la politica estera mentre a casa i suoi fedelissimi rompono i vasi preziosi. La Premier appare sempre più come un’allenatrice costretta a giocare con una squadra che preferisce l’autogol al contropiede.

​Senza un cambio di rotta, senza distinguere il pubblico dal privato e senza smettere di considerare lo Stato come il giardino di casa propria, le “pezze a colori” finiranno. E quello che resterà sarà solo il grigio di una gestione che, per troppa foga di restare a galla, ha dimenticato come si naviga.

Carlo Di Stanislao

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