mercoledì, Maggio 20, 2026
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L’amico americano e la deriva dell’etica sportiva

amico americano

L’amico americano e la deriva dell’etica sportiva su Repubblica e altri giornali

​”Nello sport si vince senza orgoglio e si perde senza rancore.” — Albert Camus

​Il concetto di un amico che dalle colonne di Repubblica e di altri prestigiosi quotidiani osserva criticamente chi suggerisce una via preferenziale per aggirare i meriti sportivi racconta molto più della nostra epoca che del calcio giocato. La recente suggestione di ripescare l’Italia ai prossimi Mondiali negli Stati Uniti, ventilata da ambienti vicini alla politica d’oltreoceano e analizzata con il consueto sarcasmo da Michele Serra nella sua rubrica “L’Amaca”, non è solo un’ipotesi sportiva bizzarra; è il sintomo di una visione del mondo dove la regola è un ostacolo e la bazza — come direbbero a Bologna — è l’unica vera divinità da adorare. Questa proposta, che vorrebbe estromettere l’Iran per meriti politici a favore della Nazionale italiana, solleva interrogativi profondi sulla natura del potere, sulla reputazione internazionale e sul valore formativo della sconfitta in una società che sembra aver smarrito il senso del limite.

​Il calcio come specchio del potere e delle influenze transatlantiche

​L’idea che si possa estromettere una nazione come l’Iran per “demeriti politici” al fine di fare spazio agli esclusi eccellenti riflette una pericolosa tendenza alla manomissione della realtà. Lo sport, storicamente, è stato il terreno in cui il merito doveva essere, se non assoluto, almeno l’obiettivo primario. Proporre un colpo di mano burocratico significa ignorare il sudore, la qualificazione ottenuta sul campo e, soprattutto, l’etica della competizione. Si tratta di una visione del mondo in cui la geopolitica tenta di fagocitare ogni spazio di autonomia, trasformando il rettangolo di gioco in un’estensione delle sanzioni internazionali e dei tavoli diplomatici.

​In questo scenario, figure come il signor Zampolli e la lobby che rappresentano sembrano interpretare la diplomazia sportiva come un prolungamento dell’affarismo più spinto. Non si tratta di amore per la maglia azzurra, ma di un tentativo di arruffianarsi una nazione intera attraverso il baratto dei principi con un posto in tribuna. È il trionfo della logica transazionale: io ti offro una vetrina mondiale, tu mi offri il tuo appoggio politico o la tua benevolenza mediatica. Questo approccio degrada il calcio da fenomeno culturale e popolare a mera merce di scambio nelle mani di consulenti che giocano alla politica senza averne la caratura morale o istituzionale.

​Lo sguardo dei giganti: cosa avrebbero scritto Montanelli e Biagi

​Se questa proposta fosse arrivata sulla scrivania di Indro Montanelli, il “Cilindro” non avrebbe risparmiato il suo fiele più raffinato. Probabilmente avrebbe scritto che l’Italia, nazione di santi, poeti e navigatori, è diventata soprattutto una nazione di “imbucati”. Per Montanelli, l’idea di un’Italia che entra al Mondiale dalla porta di servizio, scortata dal potente di turno, sarebbe stata la prova definitiva del nostro carattere servile: un popolo che preferisce il favore del padrone alla dignità del campo. Avrebbe chiosato che “gli italiani non sanno perdere, perché non hanno mai imparato a vincere onestamente”, vedendo in questo ripescaggio l’ennesima maschera di un Paese che non accetta mai le proprie responsabilità.

​Dal canto suo, Enzo Biagi avrebbe trattato la questione con quella sua prosa asciutta, venata di una malinconia etica. Avrebbe cercato l’uomo dietro la “bazza”, interrogandosi sul senso di giustizia tradito. Avrebbe probabilmente ricordato che il calcio è la patria dell’infanzia e che rubare il posto a qualcun altro per decreto politico è come rubare il pallone ai bambini poveri perché si ha il padre influente. Per Biagi, la questione non sarebbe stata sportiva, ma morale: una ferita inferta a quella “fede laica” che è il rispetto per l’avversario. Sui giornali di ieri e di oggi, il suo monito sarebbe stato chiaro: “Senza onestà, la vittoria è solo un rumore vuoto”.

​Il verdetto dei padri del giornalismo sportivo: Brera e Cannavò

​Anche i grandi maestri della narrazione sportiva, come Gianni Brera, avrebbero guardato con orrore a questa manovra. Brera, che vedeva nel calcio una metafora della lotta per la sopravvivenza e della storia dei popoli, avrebbe liquidato l’idea come un’offesa all’estetica del gioco. Avrebbe forse coniato un neologismo per descrivere questa Nazionale “politica”, vedendo nel ripescaggio l’antitesi dell’agonismo. Per lui, il calcio era sacro perché privo di pietà: se non segni, non passi. Alterare questo equilibrio tramite la diplomazia americana sarebbe stato un sacrilegio imperdonabile contro la “Eupalla”, la sua divinità del pallone.

Candido Cannavò, con la sua sensibilità umana e la direzione storica della Gazzetta dello Sport, avrebbe probabilmente dedicato una “Rosea” indignata all’importanza dei sogni puliti. Avrebbe scritto che un Mondiale giocato per gentile concessione è un Mondiale senza battito cardiaco, una kermesse svuotata di ogni valore educativo. Per questi giganti del passato, il giornalismo non era solo riportare i fatti, ma ergersi a difesa di un codice d’onore non scritto che questa proposta calpesta senza pudore. Il coro dei grandi firme avrebbe tuonato all’unisono: lo sport o è merito, o è farsa.

​L’impatto psicologico e sociale sulle nuove generazioni

​Bisogna chiedersi quale messaggio arrivi ai giovani atleti e ai tifosi che ogni domenica popolano i campi di periferia. Se il successo può essere comprato o ottenuto tramite il “consigliere” di turno, che senso ha allenarsi con costanza? Il disprezzo per il merito e l’esaltazione dell’espediente creano un precedente pericoloso che va ben oltre i confini del calcio. La politica che gioca a fare il commissario tecnico non sta solo invadendo un campo non suo; sta inquinando l’immaginario collettivo, suggerendo che tutto sia negoziabile, persino l’onore di una sconfitta pulita.

​L’educazione sportiva si fonda sul presupposto che chi vince ha fatto meglio dell’avversario. Introdurre la variabile del “merito politico” significa distruggere questo patto di fiducia tra lo sport e i suoi praticanti. Se i criteri per partecipare a una fase finale diventano arbitrari e legati a fattori esterni al gioco, il calcio perde la sua funzione di collante sociale e diventa solo un altro teatro dell’ingiustizia e del favoritismo. In un’epoca già segnata dalla sfiducia nelle istituzioni, un’operazione del genere finirebbe per alimentare il cinismo di chi pensa che “tanto gira tutto così”, uccidendo la passione genuina che ancora muove milioni di persone.

​Il ruolo della critica giornalistica su Repubblica e altri media

​Il fatto che quotidiani come Repubblica o il Corriere ospitino riflessioni di questo tipo è fondamentale per mantenere vivo il dibattito etico nel nostro Paese. Non si tratta solo di cronaca sportiva, ma di analisi del costume e della morale pubblica che dovrebbe guidare le nostre scelte collettive. Quando Serra punta il dito contro l’idea canaglia di ripescare l’Italia, sta in realtà difendendo l’integrità del sistema sociale italiano contro le derive del “tutto è possibile se hai i contatti giusti”.

​La funzione del giornalismo, in questo caso, è quella di fare da argine alla superficialità di proposte che vengono spacciate per grandi opportunità, ma che nascondono un vuoto pneumatico di valori. Questa lobby di affaristi, che gioca alla politica internazionale come fosse un risiko privato, sembra ignorare che la dignità di una nazione passa anche per la capacità di accettare un fallimento con la schiena dritta. La pretesa di modificare le regole a partita finita è il peccato originale di chi non accetta il limite, di chi pensa che il potere economico e politico sia l’unica variabile rilevante dell’esistenza umana, ignorando la bellezza della competizione leale.

​Conclusione: l’importanza fondamentale di saper perdere

​L’Italia ha una storia calcistica immensa, fatta di trionfi epici e cadute rovinose. Parte di questa storia è la dignità del dolore sportivo, quel silenzio che segue un fischio finale amaro ma indiscutibile. Accettare una scorciatoia significherebbe cancellare decenni di tradizione in nome di un cinismo senza scrupoli. La proposta dell’amico americano va rispedita al mittente non solo per correttezza verso l’Iran o le altre escluse, ma per rispetto verso noi stessi e verso i lettori che ogni giorno cercano una bussola morale.

​In un mondo che sembra aver perso la bussola dell’etica, restare fuori da un Mondiale per demerito è una lezione di umiltà che vale molto più di una partecipazione ottenuta per grazia ricevuta da un potente di turno. È tempo di riscoprire che la vera vittoria non sta nell’essere presenti a ogni costo sulla ribalta internazionale, ma nel sapere che, quando varchiamo la soglia di uno stadio, lo facciamo perché ce lo siamo meritato con il lavoro, il talento e il rispetto delle regole. Solo così il calcio può continuare a essere quel “gioco bellissimo” capace di unire le persone oltre ogni confine politico o ideologico.

Carlo Di Stanislao

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