Bastoni, Kalulu e quella tendenza tutta italiana a stare dalla parte del furbo
Tutto sommato, l’affaire Bastoni non ha scosso molto le coscienze dei tifosi e degli appassionati di calcio in generale. A mente fredda si può constatare che non c’è stata nessuna presa di posizione collettiva o di condanna verso quei gesti di slealtà, tipici e diffusi nel mondo del pallone, che a parole tutti condannano ma che poi, sul campo, vengono giustificati dai tifosi di parte e minimizzati dall’opinione pubblica. Anzi, in molti sono intervenuti per condannare i fischi piovuti sul calciatore interista dopo il “fattaccio”, prendendone le difese come se la vittima fosse stata lui.
Chiariamo subito una questione: tutti possono sbagliare e Bastoni lo ha fatto, in maniera palese. Non si tratta del primo simulatore della storia del calcio e, purtroppo, non sarà nemmeno l’ultimo. In passato, a tutte le latitudini calcistiche, sono state innumerevoli le simulazioni che hanno ingannato gli arbitri, decretando falli, punizioni e calci di rigore. Viceversa, in altri casi, i simulatori che rotolavano a terra senza essere mai stati toccati non hanno ingannato l’occhio vigile del direttore di gara e sono stati puniti con l’ammonizione, come da regolamento.
Se da un lato i tifosi juventini, milanisti e di altre squadre hanno continuato a insultare e a inveire contro Bastoni sui social — comportamenti deprecabili e mai giustificabili —, dall’altro è prevalsa una generale tendenza alla giustificazione, alla tolleranza e alla minimizzazione di ciò che è avvenuto. Paradossalmente, quasi nessuno ha pensato alla vera vittima: Pierre Kalulu. Il difensore francese si è ritrovato fuori dal campo in un momento delicato della gara e forse dell’intero campionato, visto che poi la Juventus in dieci uomini ha dovuto soccombere, solo alla fine, all’Inter. È lui la vera vittima che nessuno si è preso la briga di consolare.
“Le mani si tengono a casa”, è stato detto a proposito del braccio in movimento di Kalulu, che di fatto non ha causato la caduta di Bastoni. Oltre all’espulsione il francese ha subito anche la squalifica per la gara successiva. Giornali e commentatori avrebbero dovuto considerare questa angolazione non tanto per attaccare il calciatore nerazzurro, quanto per sottolineare che un comportamento sleale danneggia gli avversari e falsa una gara. E che dire dell’esultanza di Bastoni, un atteggiamento di norma punito per chiunque? Anche in questo caso si è voluto derubricarla a foga agonistica, a “ragazzate” e cose di campo, evitando di stigmatizzarla come un gesto totalmente censurabile.
Dicevamo che tutti possono sbagliare, ma forse la cosa che più stranisce coloro che cercano di guardare lo sport senza per forza parteggiare — considerandolo solo uno spettacolo agonistico — è che i valori di lealtà sembrino barattabili in nome dell’interesse e del risultato, ossia l’esatto contrario dei valori sportivi. Certo, lo sport e il calcio sono un’emanazione della società, la quale spesso oscura e trascura alcune virtù come l’onestà in quasi tutti i campi. Figuriamoci in una partita di calcio, dove certe nefandezze si vedono in modo fin troppo chiaro.
Ma c’è un altro aspetto che inquieta, se si pensa alla giustificazione diffusa del gesto di Bastoni: si tratta di quella tendenza italica a considerare il furbo un vincente. Il furbo è visto come uno che “sa svoltare” nella vita, e dunque come un individuo superiore o più intelligente dell’onesto o della persona ligia alle regole; quest’ultima, al contrario, viene spesso considerata un’ingenua credulona che non sa come stare realmente al mondo. Sembra quasi che la figura del furbo, nella vita privata come in quella pubblica, venga riabilitata e percepita come un modello positivo di successo e sopravvivenza. Come afferma Giordano Bruno Guerri in Antistoria degli italiani e Gli italiani sotto la Chiesa, permane l’atavica idea che compenetra la coscienza nazionale dell’italiano medio, il quale non aspira a sconfiggere il furbo, ma punta a diventarlo a sua volta per non passare da vittima del sistema. Di qui nasce un’indulgenza culturale cronica verso le piccole e grandi furberie.
Cambierà qualcosa nel prossimo futuro? Stiamo parlando solo di calcio, chiaramente, ma le premesse non sembrano buone. Gesti di lealtà e integrità se ne sono visti tanti sui campi di calcio in tutto il mondo, ma è impossibile che diventino la norma: sarebbe una contraddizione della stessa condizione umana, che contempla l’onestà ma anche stratagemmi e malizie di ogni genere. Se non altro, se chi gode di maggiore visibilità regolasse il proprio modus vivendi dentro e fuori dal campo, sarebbe un bene per gli appassionati e per gli sportivi in generale.
Roberto Guidotti
Albo Giornalisti Marche
Foto di RaiNews
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