
Schengen: tra politica distratta e la memoria corta del caldo
Schengen: tra politica distratta e la memoria corta del caldo
“Non si costruiscono muri per proteggere la libertà, ma solo per nascondere la paura di ciò che c’è dall’altra parte.”
— Zygmunt Bauman
L’ombra deimuriche tornano gradualmente a stagliarsi lungo i confini storici diSchengenproietta un segnale profondamente inquietante e cupo sullo stato attuale di salute dell’intero progetto di integrazione dell’Unione Europea. Questo rivela in modo inequivocabile quanto sia estremamente fragile il sogno della libera circolazione. La paura collettiva e il calcolo elettorale prendono il sopravvento sulla solidarietà e sulla cooperazione transfrontaliera.
Mentre l’Europa ridisegna in silenzio le sue frontiere dello spazio Schengen, i controlli sistematici ritornano a dividere Paesi storicamente legati da un destino comune. Il dibattito politico e sociale della nostra penisola sembra irrimediabilmente ripiegato su dinamiche interne di brevissimo respiro, dimostrandosi incapace di sollevare lo sguardo oltre le imminenti scadenze delle urne o le polemiche quotidiane orchestrate a uso e consumo dei talk show.
Il valzer della politica nazionale: leadership in evoluzione e crisi d’identità nell’opposizione
Schengen. Mentre alle frontiere dell’Europa si vanno progressivamente sgretolando decenni di faticose conquiste sul fronte delle libertà fondamentali dei cittadini, il teatrino della politica italiana consuma la quasi totalità delle sue preziose energie in complessi tatticismi d’aula. La situazione è caratterizzata da vertici di maggioranza estenuanti e continui riposizionamenti strategici che stancano l’elettorato.
In questo scenario in costante ed frenetica evoluzione, GiuseppeConteguadagna sempre più spazio e centralità come potenziale leader naturale. Si muove con un pragmatismo felpato e felino, riuscendo a intercettare con efficacia la profonda stanchezza di una fascia di popolazione ormai delusa e disorientata.
Questa paralisi identitaria dell’opposizione, unita al continuo galleggiamento tattico delle forze di centrodestra, lascia l’intero Paese privo di una visione strategica d’insieme. Ci si azzuffa quotidianamente su singole dichiarazioni estrapolate dal contesto. Si ignorano del tutto i cambiamenti profondi in atto nei trattati europei, il ritorno dell’irrigidimento dei confini nazionali e la progressiva militarizzazione delle aree di frontiera.
Il paese della memoria corta di fronte alla sfida del clima che cambia
Nel frattempo, mentre la geopolitica si sfilaccia, si parla di Schengen e i diritti si riducono. Noi italiani continuiamo a parlare di uncaldoche definiamo ogni volta come mai sentito prima. Ci lasciamo travolgere da un’ondata di isteria collettiva ogni qual volta la colonnina di mercurio sale oltre i livelli medi di guardia.
Ci lamentiamo delle temperature afose come se ogni picco estivo fosse un evento totalmente alieno. Riveliamo così una sconcertante amnesia storica collettiva e un’incapacità cronica di contestualizzare i fenomeni ambientali a lungo termine.
La terra arsa dal sole e la rimozione collettiva della grande sete
Ci dimentichiamo facilmente di quanto fosse terribilmente caldo in epoche nemmeno troppo remote. Per sopravvivere alla morsa dell’afa,potevamo viaggiare solo di notte, aspettando che l’oscurità concedesse un minimo refrigerio a un’atmosfera irrespirabile lungo le strisce d’asfalto roventi.
La memoria collettiva sembra cancellare con fretta le drammatiche immagini di unaterraletteralmenteriarsa. Mostrava crepe profonde come ferite dolorose aperte sull’intero paesaggio agrario. Tendiamo a dimenticare eventi estremi che hanno già segnato la nostra storia idrica recente:
- I maggiori fiumi e i principali laghi della penisola ridotti a desolanti distese di fango essiccato, greti rocciosi e ciottoli roventi sotto il sole di luglio.
- La portata dei grandi corsi d’acqua vitali per la nostra agricoltura e per l’approvvigionamento energetico crollata fino a livelli minimi mai registrati a memoria d’uomo.
- La drammatica interruzione della navigazione commerciale e turistica fluviale, unita al blocco forzato dell’irrigazione canalizzata che ha messo in ginocchio intere filiere agroalimentari d’eccellenza.
La vera e propria tragedia ecologica ed economica si consumava però quando la forza della natura si invertiva drammaticamente: il mare, non trovando più alcuna barriera o spinta idraulica contrastante proveniente dai torrenti e dalla montagna verso la pianura, risaliva inesorabilmente e rientrava nel Po per chilometri e chilometri nell’entroterra, avvelenando irrimediabilmente le falde acquifere sotterranee con la sua pesante carica salina e sterilizzando per lunghi anni centinaia di migliaia di ettari di terreno agricolo altamente produttivo. La risalita devastante del cuneo salino lungo l’asta del Po rappresenta il sintomo definitivo e drammatico di un equilibrio idrologico spezzato alla radice; una ferita ambientale profonda che la politica e la società tendono sistematicamente a rimuovere non appena cade la prima pioggia autunnale.
La paralisi dei soccorsi: il caso emblematico di L’Aquila
A confermare questo quadro di drammatica impreparazione si inserisce il recente incendio di L’Aquila. Nelle giornate in cui il fuoco divorava i boschi, si è assistito a un doloroso spettacolo di disorganizzazione sistemica. Interventi apparsi tragicamente inefficaci e lenti, paralizzati da cavilli burocratici e carenze strutturali.
Ciò che rende la vicenda ancora più amara è la mortificazione della solidarietà dal basso. Volontari bloccati ai margini delle aree colpite, impossibilitati ad agire. In questo cortocircuito, l’unico fattore risolutivo si è rivelato l’imponderabile:solo la pioggiaè riuscita a spegnere i roghi e a scongiurare un disastro maggiore.
La necessità di ritrovare uno sguardo critico sul futuro
Ce ne siamo dimenticati perché la narrazione della perenne emergenza ci impedisce di sviluppare un pensiero critico. Quando si discute delle grandi trasformazioni climatiche e della politica estera, la frammentazione dello spazio di libera circolazione diSchengen, le falle nei sistemi di emergenza e la cattiva gestione delle risorse sono tre aspetti complementari della medesima crisi di visione.
Finché continueremo a stupirci del grande caldo d’estate, a rimanere spettatori passivi di fronte allo smantellamento della libera circolazione europea, saremo ineluttabilmente condannati a subire conseguenze pesanti. Credere che la costruzione di nuovi muri possa renderci più sicuri è una pericolosa illusione.
Quando la forza della natura si invertiva, ilmarerisaliva, avvelenando le falde acquifere e devastando terreni agricoli. Questa risalita del cuneo salino lungo l’asta del Po simboleggia un equilibrio idrologico spezzato.
La vera e propria tragedia ecologica ed economica si consumava quando la forza della natura si invertiva. Ilmarerisaliva inesorabilmente, avvelenando le falde acquifere con la sua carica salina. La risalita del cuneo salino lungo l’asta del Po rappresenta un sintomo drammatico di un equilibrio idrologico spezzato.
Carlo Di Stanislao
Foto diDušan CvetanovićdaPixabay
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