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Un milione di coloni, una terra da svuotare

Un milione di coloni, una terra da svuotare

«La libertà è sempre la libertà di chi pensa diversamente.»

Rosa Luxemburg

Demografia è una parola apparentemente neutra. Può indicare statistiche, nascite, migrazioni, trasformazioni sociali. Ma quando la demografia diventa uno strumento politico per decidere chi deve arrivare, chi deve restare e chi deve essere costretto ad andarsene, smette di essere una semplice questione numerica e diventa una questione di potere, territorio e diritti.

Il progetto di un milione di coloni è un tema che suscita dibattiti accesi e preoccupazioni a livello internazionale.

Nella discussione sul progetto di un milione di coloni, è fondamentale considerare le voci delle comunità locali.

Il progetto di un milione di coloni e le sue implicazioni

Un milione di coloni rappresenta una visione di sviluppo che non può ignorare le complessità demografiche.È questo il punto che emerge dalle più recenti dichiarazioni di Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze israeliano e figura di primo piano dell’estrema destra israeliana. In un’intervista al Jerusalem Post, Smotrich ha illustrato un progetto decennale finalizzato a portare in Israele un milione di nuovi immigrati ebrei provenienti soprattutto dal Nord America e dall’Europa, accompagnando l’idea con una politica abitativa e fondiaria pubblica di dimensioni eccezionali.

Il dato, preso isolatamente, potrebbe essere presentato come una normale politica di immigrazione. Israele, del resto, ha storicamente incoraggiato l’aliyah, cioè l’immigrazione ebraica verso il Paese. Ma il problema politico e morale nasce quando questo progetto viene letto insieme alle contemporanee dichiarazioni sulla colonizzazione di Gaza, sull’espansione degli insediamenti e sull’allontanamento della popolazione palestinese.

Il progetto di un milione di coloni non è solo una strategia di crescita demografica, ma ha conseguenze territoriali significative. È precisamente questa combinazione che impone di smettere di parlare per eufemismi.

Non siamo più davanti soltanto a una discussione sull’immigrazione. Siamo davanti a una concezione del territorio nella quale la presenza di una popolazione viene favorita mentre quella di un’altra viene resa progressivamente più difficile, più precaria, più insostenibile.

Il concetto di un milione di coloni deve essere affrontato con un approccio critico.

E quando il progetto politico diventa: portare nuovi abitanti da una parte e spingere fuori quelli che già abitano quella terra dall’altra, il problema non è più demografico. È politico, territoriale e giuridico.

Smotrich ha spiegato che il suo piano prevede il ritorno a grandi programmi pubblici di costruzione di abitazioni, richiamando precedenti programmi realizzati negli anni Novanta per assorbire l’immigrazione dall’ex Unione Sovietica. Ha inoltre riconosciuto che il personale del Ministero delle Finanze considera problematiche alcune modalità di assegnazione dei terreni che egli vorrebbe utilizzare, perché incompatibili con le attuali regole israeliane sugli appalti pubblici. La sua intenzione dichiarata è superare questi ostacoli attraverso modifiche normative.

È qui che la questione diventa particolarmente significativa.

La casa non è soltanto una casa quando viene costruita dentro un progetto di trasformazione territoriale.

Un’abitazione significa stabilità. Significa infrastrutture, scuole, strade, servizi, sicurezza, accesso alla terra. Costruire abitazioni significa costruire una presenza permanente. Se questa costruzione avviene contemporaneamente all’espansione degli insediamenti in territori occupati e alla pressione esercitata sulla popolazione palestinese perché abbandoni determinate aree, la casa diventa anche uno strumento di consolidamento territoriale.

La realtà di un milione di coloni è complessa e richiede un’analisi approfondita.

Non è una metafora.

È politica.

E Gaza rende questa politica ancora più evidente.

Nel giugno 2026 Smotrich ha dichiarato che erano stati preparati i piani per tre insediamenti nella parte settentrionale della Striscia di Gaza, sostenendo che mancasse soltanto l’approvazione del primo ministro Benjamin Netanyahu per procedere.

Pochi giorni dopo, Smotrich ha espresso una visione ancora più ampia, sostenendo che Israele sarebbe tornato nell’intera Gaza e che la precedente esperienza degli insediamenti di Gush Katif sarebbe stata soltanto una parte iniziale di un progetto molto più vasto.

Un milione di coloni evoca una battaglia per la terra che ha radici profonde.

Non si tratta dunque soltanto di una dichiarazione isolata.

Esiste una continuità politica: controllo territoriale, insediamenti, espansione della presenza israeliana, riduzione dello spazio palestinese.

E proprio per questo il linguaggio della cosiddetta «emigrazione volontaria» merita un esame severissimo.

La questione di un milione di coloni è un argomento che richiede attenzione e responsabilità.

La parola volontaria perde gran parte del suo significato quando una popolazione viene privata progressivamente delle condizioni materiali necessarie per rimanere.

Se una famiglia perde la casa, se una città viene distrutta, se mancano acqua, cibo, assistenza sanitaria, infrastrutture, lavoro e sicurezza, chiedere successivamente perché quella famiglia «sceglie» di partire significa rovesciare la responsabilità sulla vittima.

Una scelta compiuta sotto una pressione estrema non può essere automaticamente trasformata in una scelta libera.

La questione è stata affrontata anche da organismi internazionali. Un rapporto delle Nazioni Unite ha documentato come la promozione della cosiddetta «migrazione volontaria» della popolazione di Gaza sia stata pubblicamente collegata da esponenti israeliani, tra cui Smotrich, a progetti di insediamento.

Anche Amnesty International ha documentato nel 2026 dichiarazioni e politiche riconducibili a un più ampio progetto di annessione e di trasformazione demografica della Cisgiordania, ricordando tra l’altro precedenti dichiarazioni di Smotrich sulla necessità di aumentare massicciamente la presenza israeliana nei territori occupati.

Questi elementi non autorizzano a confondere ogni cittadino israeliano con le politiche del proprio governo, né ogni ebreo con il sionismo politico, né il sionismo con una singola corrente dell’estrema destra israeliana.

Ed è proprio per questo che la critica deve essere precisa.

Non è necessario ricorrere a insulti etnici, religiosi o collettivi per denunciare una politica. Anzi, farlo indebolisce la denuncia.

La questione del piano di un milione di coloni è strettamente legata alla geopolitica della regione.

Il bersaglio deve essere chiarissimo: le politiche di occupazione, annessione, insediamento e trasferimento forzato; le dichiarazioni dei ministri che le sostengono; le decisioni governative che le rendono concrete.

Chiamare Smotrich con epiteti come «boia nazisionista» può esprimere una rabbia comprensibile davanti alle immagini e alle notizie provenienti da Gaza, ma non aggiunge precisione all’analisi. Molto più duro, e molto più difficile da liquidare come semplice insulto, è invece mettere in fila le sue stesse dichiarazioni.

Un milione di immigrati.

Nuovi insediamenti.

Piani territoriali.

Espansione della presenza ebraica.

Pressione sull’emigrazione palestinese.

Conquista di Gaza.

Sono questi i fatti politici da discutere.

E sono sufficientemente gravi da non avere bisogno di aggettivi incendiari.

Il problema fondamentale è che una popolazione non può essere trattata come un ostacolo statistico da ridurre e un’altra come una variabile demografica da aumentare.

La terra non è una tabella Excel.

Non si può stabilire che un territorio diventi «più sicuro» semplicemente sostituendo progressivamente coloro che vi abitano con altri abitanti.

Non si può trasformare una tragedia umanitaria in una gigantesca operazione immobiliare.

Non si può presentare la distruzione delle condizioni di vita come preludio alla «scelta» di partire.

E soprattutto non si può pretendere che il mondo assista in silenzio mentre il concetto di sicurezza viene utilizzato per giustificare una trasformazione permanente della geografia umana.

La storia insegna che la colonizzazione non comincia sempre con una dichiarazione formale di conquista.

Può cominciare con una strada.

Con una casa.

Con un avamposto.

Con un incentivo economico.

Con un permesso negato.

La questione di un milione di coloni è cruciale per i diritti umani e la giustizia sociale.

Con una demolizione.

Con una nuova legge fondiaria.

Con una mappa.

Con la promessa di una nuova città.

Poi arriva la normalizzazione.

Un milione di coloni è un argomento che scuote le coscienze e invita alla riflessione.

Quello che ieri sembrava impensabile diventa amministrazione ordinaria. Quello che era provvisorio diventa permanente. Quello che era un avamposto diventa un insediamento. Quello che era un progetto politico diventa una realtà geografica.

Un milione di coloni è un tema cruciale per la stabilità nella regione. Le scelte politiche relative al progetto di un milione di coloni avranno impatti a lungo termine.

Il territorio cambia prima che cambi il vocabolario con cui lo descriviamo.

È questo che rende tanto inquietante il progetto del milione di nuovi immigrati se collocato accanto alla politica degli insediamenti.

L’immigrazione ebraica, in sé, non è un crimine. Nessuna persona dovrebbe essere demonizzata perché sceglie di vivere in Israele. Il problema nasce quando l’immigrazione viene inserita dentro un progetto di appropriazione territoriale e quando la crescita di una popolazione viene concepita insieme alla riduzione dello spazio disponibile per un’altra. Il piano di un milione di coloni è infatti spesso visto come un tentativo di consolidare il controllo territoriale.

La distinzione è fondamentale.

Non sono le persone a essere il problema. È il progetto politico che può utilizzare le persone come strumenti di trasformazione territoriale.

Questa è una differenza decisiva anche sul piano morale.

Un ebreo americano o europeo che decide di trasferirsi in Israele non è responsabile delle politiche di Smotrich.

Un palestinese di Gaza non è responsabile di Hamas.

Un cittadino israeliano che protesta contro il governo non può essere confuso con il governo.

Un palestinese che difende la propria casa non può essere automaticamente identificato con un’organizzazione armata.

Il dibattito su un milione di coloni coinvolge anche le dinamiche internazionali e gli interessi globali.

La responsabilità politica deve essere individualizzata.

Ma proprio perché deve essere individualizzata, deve anche essere perseguita quando esistono responsabilità concrete.

La critica più dura è quella che non ha bisogno di odiare un popolo per accusare un governo.

La storia recente di Gaza rende questa distinzione ancora più urgente.

Nel 2026 sono emersi ripetuti progetti per ristabilire una presenza israeliana nella Striscia. Le dichiarazioni di Smotrich sui tre insediamenti settentrionali non sono rimaste un’idea astratta: sono state accompagnate da strutture amministrative e attività di pianificazione.

Parallelamente, altri ministri israeliani hanno sostenuto progetti analoghi. Nel luglio 2026 il ministro della Difesa Israel Katz ha parlato della creazione di tre avamposti nella parte settentrionale di Gaza, mentre Smotrich annunciava finanziamenti per l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania.

È dunque necessario guardare oltre il singolo uomo.

Il dibattito su un milione di coloni può portare a nuove comprensioni e soluzioni.

Smotrich è un esponente di una corrente politica. Ma il problema è la possibilità che quella corrente riesca a trasformare una visione ideologica in una geografia irreversibile.

Ed è qui che la comunità internazionale non può limitarsi all’indignazione rituale.

Le dichiarazioni devono avere conseguenze politiche quando si trasformano in politiche concrete.

Gli insediamenti nei territori occupati devono essere valutati alla luce del diritto internazionale.

Lo spostamento forzato della popolazione civile deve essere trattato per quello che è.

La distruzione deliberata delle condizioni necessarie alla sopravvivenza di una popolazione deve essere indagata.

E le responsabilità individuali devono essere accertate attraverso procedure indipendenti, non attraverso la propaganda di una parte o dell’altra.

Un milione di coloni è simbolo di una lotta per la terra e per l’identità. La questione di un milione di coloni richiede un dialogo aperto e onesto. Il futuro di un milione di coloni è incerto e dipende da molteplici fattori politico-sociali.

Non serve scegliere tra Israele e Palestina per scegliere il diritto.

Non serve scegliere tra la sicurezza degli israeliani e la libertà dei palestinesi.

Una sicurezza costruita sulla permanente privazione dei diritti altrui non è sicurezza: è dominio.

E una libertà costruita attraverso l’uccisione dei civili israeliani non è liberazione: è violenza.

La stessa regola deve valere sempre.

Per questo la denuncia di un progetto di espansione territoriale non deve trasformarsi in antisemitismo, così come la denuncia di Hamas non deve trasformarsi in giustificazione della punizione collettiva dei palestinesi.

Due torti non producono una giustizia.

E la giustizia non può essere selettiva.

Un milione di coloni non è solo un numero, ma rappresenta persone e storie.

Il piano di un milione di coloni è parte di un discorso più ampio sulla sovranità e i diritti territoriali.

La questione posta oggi dalle dichiarazioni di Smotrich è quindi molto più profonda del numero “un milione”. 

Un milione è una cifra.

Ma dietro quella cifra ci sono case, strade, territori, confini, popolazioni, memoria e futuro.

E dall’altra parte ci sono milioni di palestinesi che non possono essere trasformati in una parentesi demografica da comprimere fino a renderla invisibile.

La domanda decisiva non è quanti israeliani debbano vivere in Israele.

La domanda è se un progetto politico possa avere il diritto di decidere che un popolo debba avere meno terra, meno diritti e meno futuro affinché un altro popolo possa averne di più.

La risposta, se vogliamo prendere sul serio il diritto internazionale e l’idea stessa di dignità umana, deve essere no.

Un no netto.

Un no senza ambiguità.

Un no che valga per i palestinesi e per gli israeliani.

Un no che valga quando la vittima è palestinese e quando la vittima è israeliana.

Il discorso su un milione di coloni deve includere le esperienze delle popolazioni locali.

Un no che non dipenda dalla bandiera.

Perché il principio più elementare è anche il più difficile da difendere quando la propaganda infuria: nessun essere umano deve diventare sacrificabile perché qualcun altro ha deciso che una terra appartiene più a lui che a chi la abita.

E se davvero si vuole impedire che la storia produca un’altra catastrofe, occorre chiamare le cose con il loro nome.

Non odio.

Non propaganda.

Non slogan.

Diritti.

Territorio.

Responsabilità.

Diritto internazionale.

Protezione dei civili.

Fine dell’espulsione e del trasferimento forzato.

Fine della colonizzazione dei territori occupati.

E, soprattutto, la fine dell’idea terribile secondo cui la pace possa essere costruita attraverso la sostituzione di una popolazione con un’altra.

Perché una terra non diventa sicura quando qualcuno viene cancellato dalla sua storia.

Diventa soltanto una terra più vuota di giustizia.

Carlo Di Stanislao

Foto dihosny salahdaPixabay

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