
Undici anni dopo Aylan e l’umanità che non ha imparato a piangere
Undici anni dopo Aylan e l’umanità che non ha imparato a piangere
Undici anni fa, una foto sconvolse il mondo suscitando indignazione e commozione. Un soldato turco raccoglieva sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, il corpo senza vita di Aylan Kurdi, un bambino siriano di tre anni. Il piccolo, insieme alla sua famiglia, stava cercando di raggiungere la Grecia, per poi proseguire verso l’Europa e infine il Canada, dove vivevano alcuni parenti. Nel naufragio persero la vita anche la madre e il fratellino maggiore.
Si presume che Aylan sia nato il 3 giugno 2012 a Kobanê, in Siria. Un giornalista siriano ha successivamente avanzato l’ipotesi che il suo cognome reale fosse Shenu; “Kurdi” fu usato in Turchia per via della sua origine etnica. La famiglia del bambino, per sfuggire alla guerra civile e all’ISIS, provò dapprima a trasferirsi in varie città del nord della Siria, e poi si stabilì in Turchia.
Agli inizi del 2015, la famiglia ritornò a Kobanê, ma nel giugno dello stesso anno si spostò di nuovo in Turchia, a seguito di un ulteriore attacco dell’ISIS alla loro città natale. Dopo aver provato due volte a portare la famiglia sull’isola greca di Coo, il padre di Kurdi organizzò un terzo tentativo.
Grazie ai mezzi informatici e tecnologici, la foto fece il giro del mondo in maniera rapidissima. Molte coscienze, in tutto il mondo, furono scosse, e ci fu chi pensò che forse potesse essere l’inizio di un approccio diverso e più umano per affrontare il drammatico problema dei profughi costretti a spostarsi a causa di guerre, carestie e persecuzioni.
Eppure, appena un anno dopo, Amnesty International ricordava già la triste vicenda, sottolineando come “un anno dopo, i leader del mondo continuano a non dare risposte alla crisi globale dei rifugiati”.
Cosa resta della foto di Aylan
Oggi, a distanza di undici anni e dopo aver visto morire decine di migliaia di uomini, donne e bambini in innumerevoli naufragi e altre violenze, sembra che una parte dell’umanità sia stata pervasa da un’assuefazione al male, alle tragedie, alla morte stessa. Se da un lato il lavoro di fotoreporter, giornalisti e inviati continua a essere preziosissimo — e proprio per questo spesso osteggiato in ogni modo da governanti e militari —, dall’altro l’impressione è che le coscienze si siano nuovamente assopite, si siano voltate dall’altra parte, e si siano riappacificate con un tranquillo stile di vita fatto di opulenza, indifferenza e noiosa quotidianità.
Insomma, molti sono diventati “di scorza dura” o, per dirla con le parole di San Paolo nella prima epistola a Timoteo, “già bollati a fuoco nella loro coscienza”. Addirittura Hegel, vissuto tra diciottesimo e diciannovesimo secolo, sentenziava che l’unica cosa che l’uomo aveva imparato dalla storia è che l’uomo ‘non ha mai imparato niente dalla storia’.
A quella foto e a tutto ciò che non è seguito per risolvere i problemi dell’immigrazione disperata, si sono aggiunte negli ultimi anni due guerre che hanno, come nel caso di Gaza, provocato migliaia di bambini sofferenti, che muoiono anche di fame e di sete. Questo è il simbolo del fallimento del sistema politico, sociale e umano stesso. Perché con Aylan sulla spiaggia, in questo XXI secolo, erede delle tragedie del XX, il “secolo breve” o “di Satana”, a naufragare è stata proprio la civiltà stessa.
A distanza di undici anni, il nome diAylancontinua a rappresentare una ferita nella coscienza collettiva. Quella fotografia non raccontava soltanto la morte di un bambino, ma mostrava al mondo intero il dramma di migliaia di persone costrette a fuggire da guerre, persecuzioni e povertà. RicordareAylansignifica allora non permettere che quella tragedia venga cancellata dall’abitudine alle immagini della sofferenza. Perché ogni volta che un bambino muore cercando un luogo sicuro, quella fotografia torna idealmente sulla spiaggia di Bodrum e ci interroga sul valore che attribuiamo alla vita umana. SeAylanè diventato il simbolo di un naufragio, ciò che ancora oggi dovrebbe preoccuparci è che, insieme a lui, continuiamo a rischiare di vedere naufragare la nostra capacità di indignarci e di agire.
Roberto Guidotti
Albo Giornalisti Marche
La foto è tratta dal sitoAgenzia Dire
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