
Dopo Ranucci, qualche dubbio sulla Rai: e stavolta sto con Geppi Cucciari
Dopo Ranucci, qualche dubbio sulla Rai: e stavolta sto con Geppi Cucciari
«La libertà di pensiero è la vita dell’anima.»
— Voltaire
Geppi Cucciarinon mi è mai stata particolarmente simpatica. Non è un mistero e non ho motivo di fingere il contrario. Il suo stile, il modo di stare in televisione, una certa ironia che talvolta mi appare costruita non hanno mai incontrato particolarmente il mio gusto. Ma proprio per questo, quando una persona che non ami finisce al centro di una vicenda che ritieni significativa, bisogna provare a mettere da parte l’antipatia e guardare i fatti. E stavolta, sorprendentemente, sto con lei.
Il caso Geppi Cucciari
Dopo undici anni Geppi Cucciari non tornerà ai microfoni di Un giorno da pecora. La motivazione ufficiale riguarda la necessità di avere una conduzione disponibile per l’intera stagione. Negli ultimi tre anni aveva infatti condotto soltanto una parte del programma, conciliando l’impegno con Splendida cornice e altre attività, una formula che fino all’ultima edizione era stata accettata. Ora, invece, la produzione ha ritenuto non più praticabile questa soluzione.
Tutto legittimo? Certamente può esserlo. Un programma può cambiare conduzione, una redazione può riorganizzarsi e un’azienda editoriale può modificare le proprie scelte. Ma la Rai non è soltanto un’azienda.
È servizio pubblico e, proprio per questo, ogni cambiamento di palinsesto ha anche una dimensione culturale. La Rai decide quali voci ospitare, quali linguaggi valorizzare, quali sensibilità lasciare al centro della scena. Non significa che ogni mancata riconferma nasconda un ordine politico, e sarebbe irresponsabile affermarlo senza prove. Significa però che è legittimo interrogarsi sulla direzione complessiva dell’emittente.
E qui arriva il dubbio.
Dopo Ranucci, il caso di Geppa Cucciari merita attenzione.
Non metto affatto sullo stesso piano le due vicende: appartengono a contesti diversi e hanno un peso differente. Ma entrambe invitano a osservare come il servizio pubblico gestisca le voci che, per linguaggio o contenuti, possono risultare scomode.
Il potere editoriale, del resto, non si manifesta soltanto attraverso una censura esplicita. Si manifesta anche attraverso le scelte su chi resta, chi arriva, chi viene spostato, chi perde spazio e chi invece ne conquista. Un singolo episodio può essere soltanto una scelta editoriale; una successione di episodi può invece raccontare un cambiamento di clima.
Per questo preferisco parlare di dubbio, non di certezza. Di attenzione, non di complotto. La parola “epurazione” è forte e va usata con cautela. Ma proprio perché è forte, non deve nemmeno diventare una parola impronunciabile quando si osservano trasformazioni che, nel loro insieme, possono incidere sul pluralismo.
Geppi Cucciari, nel suo messaggio di addio, non ha scelto lo scontro. Ha ringraziato colleghi, redazione, ospiti e pubblico, ricordando gli anni trascorsi e le quasi duemila puntate. Ha chiuso con una frase semplice: «Ci ritroveremo, ne sono sicura».
Nessun vittimismo, nessuna guerra ideologica. E forse è anche per questo che la vicenda mi interessa.
Perché si può non amare Geppi Cucciari e riconoscere che una voce ironica, critica e non sempre accomodante ha un suo posto nel servizio pubblico.
La satira, infatti, non dovrebbe avere il compito di piacere a tutti. Deve anche disturbare, rovesciare le prospettive, mettere in ridicolo le certezze e, qualche volta, prendere di mira il potere. Questo vale per qualsiasi potere: quello di destra come quello di sinistra, quello politico come quello economico o culturale.
Una Rai nella quale tutti risultano rassicuranti rischia di diventare una Rai nella quale il conflitto viene semplicemente espulso dal racconto. E il pluralismo può ridursi senza che nessuno pronunci mai la parola “censura”: basta che alcune voci scompaiano, che altre vengano privilegiate e che, lentamente, il paesaggio cambi.
La domanda allora non è se Geppi Cucciari debba avere per forza un posto in Rai per sempre. Naturalmente no. Nessun conduttore possiede un diritto eterno al proprio programma.
La domanda è un’altra: quanto spazio vuole lasciare il servizio pubblico alla diversità delle voci?
Perché una Rai davvero pubblica dovrebbe essere più grande dei governi che temporaneamente la amministrano. Dovrebbe riuscire a ospitare Ranucci e Cucciari, giornalismo investigativo e satira, voci di destra e di sinistra, persone che provocano e persone che dissentono. Non perché tutte abbiano ragione, ma perché la democrazia non si difende eliminando le voci che ci infastidiscono.
Ed è qui che arrivo alla mia contraddizione personale.
Non amo Geppi Cucciari, ma difendo il suo diritto a esserci. Anzi, proprio perché non la amo.
Difendere soltanto chi ci piace non è libertà: è appartenenza, è tifoseria. La libertà diventa autentica quando siamo disposti a riconoscere uno spazio anche a chi ci irrita, a chi non condividiamo, a chi persino consideriamo sbagliato.
La famosa frase attribuita a Voltaire — nella formulazione popolare, non letteralmente documentata come sua — esprime proprio questo principio: la libertà non consiste nel proteggere soltanto le opinioni che condividiamo, ma nel riconoscere all’altro il diritto di esprimere quelle che non vorremmo ascoltare.
Per questo, stavolta, sto con Geppi Cucciari.
Non perché sia diventata improvvisamente la mia conduttrice preferita. Non perché ritenga necessariamente illegittima la decisione di Rai Radio. E nemmeno perché ogni sua posizione mi trovi d’accordo.
Sto con lei perché non voglio una Rai nella quale il pluralismo venga valutato in base alla comodità delle voci. Il servizio pubblico deve essere abbastanza forte da sopportare anche chi disturba.
Non abbiamo elementi sufficienti per dire che la vicenda di Geppi Cucciari sia la prova di una Rai “di destra”, né sarebbe serio trasformare ogni cambio di conduzione in un caso politico. Ma abbiamo tutto il diritto di osservare ciò che accade e di chiederci se, episodio dopo episodio, il baricentro stia cambiando.
Tra il complottismo e l’ingenuità esiste una terza strada: guardare, confrontare, interrogarsi.
E io, che Geppi Cucciari non ho mai particolarmente amata, preferisco farlo proprio adesso.
Perché quando scegli di difendere lo spazio di qualcuno che non ti piace, non stai necessariamente difendendo quella persona.
Stai difendendo il principio secondo cui nessuno dovrebbe avere bisogno della nostra simpatia per poter parlare.
E in una democrazia, forse, è questa la libertà che conta di più.
Carlo Di Stanislao
Foto Di Francoeciccio126, CC BY-SA 4.0,https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=190609971
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