
Quando il potere ha paura delle urne
Quando il potere ha paura delle urne
«La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che sono state sperimentate di tanto in tanto.»
— Winston Churchill
Poteree paura sono spesso più vicini di quanto la politica voglia ammettere. E quando una maggioranza comincia a discutere con particolare nervosismo dellalegge elettorale, il problema non è più soltanto tecnico: diventa il riflesso di una domanda più profonda, quella sulla propria capacità di affrontare il voto senza sapere in anticipo quale sarà il risultato.
È questo, in fondo, il significato politico della tensione che ha attraversato il centrodestra sulla riforma dellalegge elettorale. Quella che avrebbe dovuto essere una discussione sulle regole del voto si è trasformata in qualcosa di molto diverso: un confronto nel quale ciascun partito sembra guardare non soltanto alle caratteristiche del nuovo sistema, ma soprattutto al modo in cui quelle regole potrebbero modificare i rapporti di forza all’interno della maggioranza.
E qui emerge il punto essenziale:una legge elettorale dovrebbe stabilire le regole della competizione, non essere costruita come una mossa della competizione stessa.
Naturalmente è ingenuo pensare che i partiti non tengano conto dei propri interessi. La politica è anche calcolo, previsione, strategia. Ogni forza politica cerca legittimamente di comprendere quali conseguenze potrebbe produrre una determinata riforma sul proprio consenso. Ma esiste una differenza sostanziale fra valutare gli effetti politici di una legge e concepire una legge principalmente sulla base della propria convenienza contingente.
Legge elettorale e preferenze: chi sceglie i parlamentari?
La discussione sullepreferenzerappresenta perfettamente questa contraddizione.
La riforma all’esame del Parlamento prevede un sistema proporzionale con premio di maggioranza e, nella versione approdata al Senato, l’introduzione delle preferenze con un capolista bloccato e la possibilità per l’elettore di esprimere fino a tre preferenze per gli altri candidati.
Da una parte c’è dunque l’idea di restituire agli elettori una maggiore possibilità di scegliere i propri rappresentanti. Dall’altra emergono i timori di chi considera l’attuale sistema più favorevole agli equilibri presenti e teme che una modifica possa alterare il quadro della maggioranza.
Il problema, quindi, non è soltanto se introdurre o meno le preferenze. Il problema èchi deve avere l’ultima parola nella selezione della rappresentanza: gli apparati dei partiti oppure gli elettori?
La risposta non è semplice.
Le preferenze possono rafforzare il rapporto diretto fra candidato ed elettore, ma possono anche alimentare personalizzazione esasperata, competizione interna e forme di consenso basate su reti territoriali particolari. Le liste bloccate, al contrario, permettono alle forze politiche un maggiore controllo sulla composizione delle candidature, ma possono accentuare la distanza fra parlamentare e cittadino.
Non esiste dunque un meccanismo perfetto.
Esiste però una questione di fondo che non dovrebbe essere smarrita:quanto deve contare la volontà dell’elettore nella scelta concreta di chi lo rappresenterà?
È questa la domanda che dovrebbe stare al centro del dibattito.
Invece, ancora una volta, il confronto rischia di essere dominato dalla matematica dei seggi.
E la matematica elettorale, quando diventa l’unico criterio, può trasformare la democrazia in una sorta di partita a scacchi nella quale i cittadini finiscono per essere considerati soltanto come numeri.
Il paradosso è evidente. Lalegge elettoraledovrebbe essere una delle più importanti infrastrutture della democrazia, perché stabilisce il percorso attraverso il quale il consenso popolare diventa rappresentanza istituzionale. Eppure, proprio per la sua importanza, viene spesso discussa con la logica della convenienza immediata.
Chi è al governo teme che una nuova legge possa indebolirlo.
Chi è all’opposizione spera che possa favorirlo.
Chi è più piccolo teme di essere penalizzato.
Chi è più grande cerca di consolidare il proprio vantaggio.
E così la domanda fondamentale —quale sistema rappresenta meglio gli italiani?— rischia di diventare secondaria rispetto a un’altra: quale sistema conviene maggiormente a noi?
È una differenza enorme.
Perché una democrazia non dovrebbe essere giudicata soltanto dalla possibilità di vincere le elezioni, ma anche dalla qualità delle regole attraverso cui si determina chi le vince.
La legge elettorale e gli equilibri nel centrodestra
La vicenda attuale del centrodestra è particolarmente interessante proprio perché mostra una tensione interna alla stessa maggioranza. Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia hanno trovato un’intesa sulle preferenze, ma restano differenze e nodi politici sul modo in cui costruire il nuovo sistema elettorale. Il testo prevede attualmente il capolista bloccato, mentre sugli altri candidati l’elettore può esprimere fino a tre preferenze.
Sul ballottaggio, invece, la posizione si è progressivamente chiarita: l’ipotesi è tramontata, anche per la contrarietà di Lega e Forza Italia. Matteo Salvini ha sostenuto pubblicamente la soluzione del voto in un unico turno, affermando che chi vince deve poter governare.
Sullo sfondo si intravedono anche scenari più ampi, compresa la necessità per la maggioranza di mantenere un equilibrio interno destinato ad accompagnare la legislatura fino alla sua conclusione.
Ma dietro le posizioni ufficiali c’è probabilmente qualcosa di ancora più significativo:la percezione che il futuro politico non sia più completamente prevedibile.
Quando una maggioranza è certa del proprio consenso, la modifica delle regole può apparire meno pericolosa.
Quando invece il consenso è mobile, ogni cambiamento diventa una variabile.
Ed è proprio la mobilità del consenso a rendere delicata la fase politica.
L’emergere di nuove figure e nuove aggregazioni nello stesso spazio politico del centrodestra rende il quadro ancora più complesso. Il problema non è soltanto confrontarsi con l’opposizione tradizionale. È anche evitare che una parte del proprio elettorato venga intercettata da soggetti capaci di presentarsi come alternativa interna allo stesso campo.
In questo senso lalegge elettoralepuò diventare una questione di sopravvivenza politica.
Ed è proprio qui che bisogna prestare attenzione.
Quando una forza politica comincia a pensare alle regole principalmente in funzione del possibile comportamento di un proprio concorrente, il confine fra riforma istituzionale e strategia elettorale diventa molto sottile.
Non significa che ogni calcolo politico sia illegittimo.
Significa però che una riforma delle regole fondamentali dovrebbe possedere una dignità superiore rispetto alla convenienza del momento.
Potere e consenso: la vera prova delle regole elettorali
Unalegge elettoraledovrebbe poter essere accettata anche da chi oggi è al governo sapendo che domani potrebbe trovarsi all’opposizione.
La vera prova di una buona legge elettorale è proprio questa: funzionare dignitosamente anche quando il potere cambia di mano.
È una prova difficile perché costringe ogni partito a rinunciare, almeno in parte, alla tentazione di costruire il futuro sulla base del proprio presente.
Ma la politica istituzionale dovrebbe avere proprio questo compito: guardare oltre la convenienza immediata.
I partiti passano.
Le maggioranze cambiano.
I leader cambiano.
Gli equilibri parlamentari si rovesciano.
Le leggi elettorali, invece, possono condizionare per anni il modo in cui la volontà popolare viene rappresentata.
Per questo non è sufficiente chiedersi chi potrebbe guadagnare qualche seggio con una determinata formula. Bisognerebbe chiedersi quale rapporto quella formula costruisce fra cittadini, partiti e istituzioni.
È una questione di fiducia.
Un elettore che non comprende il sistema attraverso il quale il proprio voto produce rappresentanza può sentirsi progressivamente estraneo al processo democratico. E una democrazia nella quale cresce la distanza fra voto e rappresentanza diventa inevitabilmente più fragile.
Il problema, dunque, non è soltanto lalegge elettorale.
È il rapporto frapotere e consenso.
Chi governa dovrebbe ricordare che il consenso non è una proprietà privata. È un mandato temporaneo. Gli elettori possono concederlo, modificarlo, ritirarlo.
Le urne hanno una caratteristica che nessuna strategia politica può completamente eliminare:non obbediscono alle previsioni di chi le convoca o alle aspettative di chi governa.
Ed è proprio questa imprevedibilità a rendere autentica la democrazia.
Perché se il risultato fosse già scritto, non avremmo bisogno delle elezioni.
Da questo punto di vista, la paura del voto è forse una delle contraddizioni più profonde della politica. Chi vive di consenso deve necessariamente accettare la possibilità di perderlo. Chi pretende di governare deve accettare che, prima o poi, saranno gli elettori a giudicarlo.
Una maggioranza può cercare di costruire il sistema migliore per affrontare quella prova. Può discutere, negoziare, correggere, mediare.
Ma non dovrebbe mai dimenticare chele regole appartengono alla democrazia, non a chi momentaneamente detiene il potere.
È questa la distinzione fra politica di governo e cultura delle istituzioni.
La prima guarda alla prossima elezione.
La seconda guarda a ciò che resterà dopo quella elezione.
E forse è proprio questo che manca spesso al dibattito italiano: la capacità di uscire, almeno per un momento, dalla logica della partita immediata.
Perché la legge elettorale non dovrebbe essere pensata soltanto per vincere.
Dovrebbe essere pensata per rappresentare.
Non dovrebbe servire soltanto a costruire maggioranze.
Dovrebbe contribuire a costruire istituzioni credibili.
Non dovrebbe essere lo strumento attraverso il quale chi oggi è forte cerca di proteggere la propria forza.
Dovrebbe essere il terreno comune sul quale anche chi oggi è minoranza possa accettare di giocare.
La politica italiana deve fidarsi degli elettori?
Alla fine, dunque, la vera domanda non è se il centrodestra riuscirà a trovare un compromesso sullalegge elettorale.
La domanda è molto più grande:quanto è disposta la politica italiana a fidarsi degli elettori?
Perché avere paura delle urne significa, in ultima analisi, avere paura dell’incertezza.
Ma l’incertezza è il prezzo della democrazia.
Le urne non garantiscono che vincano i migliori, né che il risultato sia quello auspicato da chi governa. Garantiscano però una cosa essenziale: che il potere debba periodicamente tornare davanti ai cittadini.
E forse è proprio questo il punto che non dovrebbe mai essere dimenticato.
Chi ha davvero fiducia nella propria politica non dovrebbe avere paura delle urne. Dovrebbe avere paura, semmai, di regole che i cittadini percepiscano come costruite contro di loro.
Perché il potere può modificare le leggi, può cambiare le formule, può ridisegnare collegi e meccanismi.
Ma alla fine resta una sola cosa che nessuna ingegneria elettorale può completamente controllare:
la volontà degli elettori.
Carlo Di Stanislao
La Notizia.net è un quotidiano di informazione libera, imparziale ed indipendente che la nostra Redazione realizza senza condizionamenti di alcun tipo perché editore della testata è l’Associazione culturale “La Nuova Italia”, che opera senza fini di lucro con l’unico obiettivo della promozione della nostra Nazione, sostenuta dall’attenzione con cui ci seguono i nostri affezionati lettori, che ringraziamo di cuore per la loro vicinanza. La Notizia.net è il giornale online con notizie di attualità, cronaca, politica, bellezza, salute, cultura e sport. Il direttore responsabile della testata giornalistica è Lucia Mosca, con direttore editoriale Franco Leggeri.
RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright La-Notizia.net



