
Tra la palude e le Torri: Meloni, Trump e il giorno in cui la storia non fa sconti
Tra la palude e le Torri: Meloni, Trump e il giorno in cui la storia non fa sconti
«La storia non è altro che una lunga conversazione fra il presente e il passato.»
— E. H. Carr
Ci sono giornate nelle quali la politica sembra scritta da un autore satirico che, per eccesso di fantasia, verrebbe immediatamente licenziato. Eppure, proprio mentre il mondo ricorda i25 anni dagli attentati dell’11 settembre 2001, la realtà riesce ancora una volta a superare la caricatura.
Da una parteGiorgia Meloni, immersa fino alle ginocchia nella proverbiale “palude” della politica italiana. Dall’altraDonald Trump, che alla vigilia delle elezioni di midterm sembra aver riscoperto una delle più antiche arti del potere: promettere qualcosa a tutti, possibilmente qualcosa che abbia molti zeri.
Trump ha promesso undividendo di 5.000 dollari a ogni adulto americanose i Repubblicani manterranno il controllo della Camera dei Rappresentanti e del Senato nelle elezioni di novembre. La proposta, annunciata il 9 settembre alla convention repubblicana per le elezioni di midterm a Dallas, non è stata accompagnata da dettagli precisi sulle modalità di finanziamento.
La politica, insomma, si trasforma in una sorta di programma fedeltà: voti oggi, dividendo domani.
È difficile non sorridere.
Ma è un sorriso amaro.
Perché la politica contemporanea sembra aver trasformato il cittadino in un azionista a cui distribuire dividendi, mentre il voto diventa quasi la cedola necessaria per incassare il rendimento.
Una volta si promettevano riforme, infrastrutture, scuole, ospedali, lavoro, futuro.
Adesso arrivano i bonus.
E viene quasi da immaginare il prossimo slogan: «Non chiedete cosa potete fare per il vostro Paese. Chiedete quando arriva il bonifico».
Trump, i 5.000 dollari e una politica sempre più orientata al consenso
Naturalmente una promessa elettorale non è ancora una politica pubblica. E il “dividendo” annunciato da Trump dovrebbe essere approvato e definito nei suoi dettagli attraverso il processo istituzionale americano.
Ma il punto politico della vicenda rimane.
Perché quando un leader lega esplicitamente una promessa economica alla vittoria elettorale del proprio partito, il confine tra programma politico e incentivo al consenso diventa inevitabilmente sottile.
Ed è proprio questo il bersaglio dell’ironia dell’autore.
La politica rischia di trasformarsi da strumento attraverso il quale una società decide il proprio futuro a una sorta di mercato nel quale il cittadino viene considerato soprattutto per il valore del suo voto.
Il problema non è soltanto Trump.
È una tendenza più generale della politica contemporanea: la ricerca della risposta immediata, del consenso rapido, della promessa facilmente comunicabile.
Il futuro, al contrario, è complicato.
Richiede tempo.
Richiede sacrifici.
E soprattutto non può essere condensato in una cifra stampata su un assegno.
11 settembre, 25 anni dopo: la memoria davanti alla politica
La satira, però, finisce esattamente dove comincia la memoria.
Perché oggi non ricordiamo una trovata elettorale.
Ricordiamo2.977 persone uccise negli attentati dell’11 settembre 2001.
Ricordiamo i passeggeri degli aerei, gli impiegati, i vigili del fuoco, i poliziotti, i soccorritori, i passanti, gli uomini e le donne che quella mattina uscirono di casa senza sapere che il mondo sarebbe cambiato per sempre.
Un quarto di secolo è trascorso da quella mattina.
È abbastanza perché un bambino che allora non era ancora nato oggi possa essere adulto.
È abbastanza perché una generazione intera abbia conosciuto l’11 settembre soprattutto attraverso fotografie, filmati, libri e racconti.
Il Memoriale dell’11 settembre sottolinea proprio questo aspetto: nel 2026 sono più di 100 milioni gli americani troppo giovani per ricordare direttamente quel giorno.
E proprio per questo bisogna stare attentissimi alle parole.
Quando il tempo passa, la memoria diventa più fragile.
E quando la memoria diventa fragile, la propaganda trova terreno fertile.
La falsa teoria dei 4.000 ebrei avvertiti prima dell’11 settembre
Circola ancora la vecchia teoria secondo cui migliaia di ebrei che lavoravano nelle Torri Gemelle sarebbero stati preventivamente avvertiti e quindi sarebbero rimasti assenti quel giorno.
È una falsità.
Non è una spiegazione storica.
È unateoria complottista antisemitacostruita su un pregiudizio.
La leggenda dei “4.000 israeliani o ebrei” avvertiti prima degli attentati circolò già nelle settimane successive all’11 settembre. Fonti specializzate hanno documentato come quella storia fosse priva di fondamento e come fosse stata utilizzata per alimentare narrazioni che attribuivano agli ebrei o a Israele una responsabilità negli attentati.
Tra le vittime dell’attacco alle Torri Gemelle vi furono anche persone ebree. I terroristi non fecero distinzione tra le diverse appartenenze religiose delle persone presenti negli edifici.
Una tragedia non diventa più comprensibile aggiungendovi una menzogna.
Anzi, diventa più oscura.
Oriana Fallaci, terrorismo islamista e libertà di critica
Si può essere d’accordo o in disaccordo conOriana Fallaci.
Si possono discutere le sue analisi, contestare le sue conclusioni, rifiutare alcune delle sue interpretazioni.
Ma una cosa deve rimanere limpida: criticare il terrorismo islamista, discutere dell’islam politico o interrogarsi sulle responsabilità internazionali non autorizza nessuno a trasformare gli ebrei in un bersaglio collettivo.
È possibile discutere anche duramente di religione, ideologie, terrorismo, guerre e responsabilità politiche senza costruire categorie collettive di colpevoli.
È una distinzione fondamentale.
Perché il confronto politico e culturale può essere duro.
Il pregiudizio, invece, non è un’analisi.
Una tragedia non diventa più comprensibile aggiungendovi una menzogna.
La memoria dell’11 settembre tra storia e propaganda
Ed è proprio questo il problema della memoria: quando i fatti diventano lontani, il vuoto viene riempito dalle fantasie.
Ogni anniversario rischia di trasformarsi in una battaglia fra memoria e propaganda.
Il venticinquesimo anniversario dell’11 settembre arriva infatti in un’epoca nella quale la circolazione delle informazioni è infinitamente più veloce rispetto al 2001.
Le immagini si moltiplicano.
Le interpretazioni si sovrappongono.
Le falsità possono diventare virali prima ancora che qualcuno abbia avuto il tempo di verificarle.
Il Memoriale dell’11 settembre ha scelto per questo anniversario di insistere sulla necessità di ricordare, riflettere e trasmettere alle nuove generazioni il significato di quella giornata.
La memoria, quindi, non è soltanto conservazione del passato.
È anche responsabilità verso il futuro.
Giorgia Meloni e la “palude” della politica italiana
E qui torniamo all’Italia.
Giorgia Meloni ha parlato di “palude” nel luglio scorso, dopo la bocciatura alla Camera di un emendamento sulle preferenze nella riforma della legge elettorale. La maggioranza fu battuta per un solo voto, 188 a 187, e la presidente del Consiglio commentò l’esito sostenendo che “ha vinto di nuovo la palude”.
Una parola perfetta, quasi letteraria, per descrivere una politica nella quale tutti dichiarano di voler cambiare le regole, ma nessuno sembra disposto a rinunciare ai vantaggi che quelle stesse regole garantiscono.
Le preferenze diventano così un campo di battaglia.
Da una parte chi sostiene che il cittadino debba poter scegliere direttamente i propri rappresentanti.
Dall’altra chi difende sistemi nei quali la selezione delle candidature rimane fortemente nelle mani dei partiti.
E allora la domanda diventa inevitabile: quando una classe politica parla continuamente di liste, candidature, seggi, coalizioni, maggioranze e poltrone, quanto spazio rimane per la persona concreta che dovrebbe essere rappresentata?
Il cittadino rischia di diventare un numero.
Un voto.
Una preferenza.
Un sondaggio.
Un contribuente.
Un possibile destinatario di un bonus.
Il cittadino tra voto, sondaggi e consenso
Il contrasto è quasi crudele.
Da una parte la politica che cerca continuamente di trasformare il cittadino in consenso.
Dall’altra la memoria che ci ricorda che ogni cittadino è una vita irripetibile.
Trump può promettere denaro.
Meloni può promettere riforme.
I partiti possono promettere nuove regole.
Ma nessuno può restituire una sola delle persone morte l’11 settembre.
Ed è questa, forse, la misura con cui dovremmo giudicare la politica.
Non dalla capacità di produrre slogan.
Non dalla quantità di applausi.
Non dalla ferocia con cui si attacca l’avversario.
Non dalla capacità di rimanere incollati a una poltrona.
Ma dalla capacità di non perdere il senso della realtà e, soprattutto, il senso dell’uomo.
11 settembre, memoria e responsabilità delle parole
Quella mattina la paura entrò nella vita di milioni di persone e cambiò il corso della storia.
Oggi una delle paure più profonde è che la memoria stessa venga trasformata in materiale elettorale, in propaganda, in complotto, in spettacolo.
Per questo il venticinquesimo anniversario dell’11 settembre delleTorri Gemelledovrebbe essere soprattutto un giorno di silenzio.
Un silenzio nel quale Trump dovrebbe dimenticare per un momento i sondaggi.
Un silenzio nel quale Meloni dovrebbe dimenticare per un momento la palude.
Un silenzio nel quale noi dovremmo smettere, almeno per qualche ora, di chiederci chi vincerà le prossime elezioni e ricordare semplicemente chi quel giorno non tornò più a casa.
Perché la storia, alla fine, non ci chiederà quanti voti abbiamo preso.
Non ci chiederà quale partito abbiamo sostenuto.
Non ci chiederà quale leader abbiamo applaudito.
Ci chiederà soltanto se, davanti alle rovine, abbiamo avuto abbastanza umanità da non costruirne altre con le nostre parole.
E forse è proprio questo il significato più autentico della memoria.
Ricordare non significa soltanto sapere che cosa è accaduto.
Significa impedire che il dolore venga trasformato in odio, che la tragedia diventi propaganda e che la menzogna prenda il posto dei fatti.
Vent’anni fa sarebbe stato impossibile immaginare quanto velocemente le parole avrebbero potuto attraversare il mondo.
Oggi lo sappiamo.
Ed è proprio per questo che abbiamo una responsabilità maggiore.
Davanti alle Torri, davanti ai nomi delle vittime e davanti alla storia, la politica dovrebbe tornare a essere ciò che dovrebbe sempre essere: uno strumento al servizio delle persone e non un modo per trasformare le persone in strumenti.
La storia non fa sconti.
E la memoria, se è davvero memoria, nemmeno.
Carlo Di Stanislao
Foto di Michael Foran, CC BY 2.0,https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11785530
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