
Mi vergogno di essere italiano
Mi vergogno di essere italiano–Vergognaè una parola difficile, soprattutto quando viene pronunciata pensando al proprio Paese. Non perché amare una terra significhi doverne accettare tutto, ma proprio per il contrario: chi sente davvero di appartenere a una comunità dovrebbe avere il coraggio di soffrire quando quella comunità si allontana dai valori nei quali vorrebbe riconoscersi.
Mi vergogno di essere italiano quando vedo trasformare la politica in una continua rappresentazione, nella quale il consenso sembra contare più della competenza, la provocazione più della responsabilità, l’insulto più dell’argomentazione. Mi vergogno quando persone chiamate a rappresentare milioni di cittadini sembrano dimenticare che la politica non è un palcoscenico personale, ma un servizio pubblico.
Penso aMatteo Salvinie, più in generale, alla destra identitaria e nazionalista che ha trovato in figure come il generaleRoberto Vannacciun importante fenomeno elettorale. Vannacci, diventato noto al grande pubblico dopo la pubblicazione del libroIl mondo al contrarionell’estate del 2023, è stato poi eletto al Parlamento europeo nel 2024 nelle liste della Lega.
Non è soltanto il consenso ottenuto da un singolo uomo a inquietarmi. È ciò che quel consenso può rappresentare quando certe parole, certe semplificazioni e certe contrapposizioni vengono premiate invece di essere discusse criticamente. Se una parte dell’elettorato si riconosce in una politica fondata sulla costruzione continua di un “noi contro loro”, allora il problema non è soltanto chi viene votato: è anche il tipo di società che stiamo diventando.
E tuttavia la vergogna non dovrebbe trasformarsi in disprezzo verso chi vota diversamente. Una democrazia vive anche della possibilità di sbagliare, di cambiare idea, di scegliere ciò che altri considerano inaccettabile. Il voto altrui non deve essere demonizzato: deve essere compreso, discusso, eventualmente contrastato. Altrimenti si finisce per combattere il sintomo senza interrogarsi sulla malattia.
Politica, responsabilità e rispetto del lavoro
Mi vergognoanche quando la politica sembra incapace di distinguere fra il diritto di rappresentare i cittadini e il dovere di rispettare le persone che lavorano per le istituzioni.
Il caso diIlaria Salise le vicende relative a due suoi ex collaboratori hanno suscitato indignazione e polemiche. Nel luglio 2026 il Tribunale del lavoro di Milano ha condannato in primo grado Salis a risarcire oltre 300 mila euro ai due ex collaboratori per l’interruzione dei rapporti di lavoro. La decisione è stata impugnata e la vicenda non può quindi essere presentata come definitivamente conclusa. Anche le successive contestazioni relative alle spese legali sono state oggetto di interpretazioni contrapposte.
Al di là delle responsabilità specifiche, che devono essere accertate con precisione e senza processi sommari, resta una questione elementare: chi esercita un ruolo pubblico dovrebbe essere ancora più rigoroso nel rispetto del lavoro altrui.
Non si può invocare giustizia sociale e contemporaneamente essere disinvolti proprio con chi lavora al nostro fianco.
Mi vergogno quando la politica italiana sembra vivere in una dimensione nella quale le responsabilità non appartengono mai a nessuno.
Penso alle tante vicende che hanno coinvolto esponenti di governo, parlamentari, amministratori e grandi protagonisti della vita economica italiana. Il caso diDaniela Santanchè, con le vicende giudiziarie e politiche che l’hanno riguardata, è diventato per molti il simbolo di una classe dirigente incapace di comprendere fino in fondo che l’etica pubblica non coincide con ciò che è semplicemente consentito dalla legge.
Anche in questo caso, tuttavia, occorre distinguere tra responsabilità politiche, accuse e responsabilità giudiziarie. Il procedimento Visibilia, relativo alle contestazioni di false comunicazioni sociali, è una vicenda giudiziaria che deve essere raccontata nel rispetto della presunzione di innocenza e dell’esito del processo.
E penso alle vicende che hanno attraversato la lunga storia diMassimo D’Alema, dalla politica all’economia, fino alle numerose polemiche che negli anni hanno riguardato il suo ruolo e quello di ambienti a lui vicini.
Ma proprio qui occorre essere severi anche con noi stessi: non tutto ciò che circola come accusa è automaticamente vero, e una società civile non può sostituire i tribunali con i social network. La critica politica è necessaria; la falsificazione dei fatti no.
Mi vergogno di un’Italia che dimentica il bene comune
È questo, forse, uno dei motivi più profondi della mia vergogna: non soltanto ciò che accade, ma il modo nel quale impariamo a raccontarlo.
Ci indigniamo selettivamente. Condanniamo la corruzione quando riguarda l’avversario e la minimizziamo quando riguarda il nostro schieramento. Pretendiamo trasparenza dagli altri e tolleriamo l’opacità dei nostri.
E poi c’è l’Italia concreta. Mi vergogno di un’Italia che dimentica il bene comune
Quella delle autostrade che in troppi tratti mostrano i limiti di una manutenzione e di investimenti che non sempre sono all’altezza delle esigenze di un Paese moderno. Quella delle infrastrutture che vengono inaugurate con grandi cerimonie e poi lasciate deteriorare. Quella dei treni regionali affollati, dei ritardi, delle stazioni dimenticate, dei collegamenti che possono trasformare pochi chilometri in ore di viaggio.
C’è l’Italia delle scuole nelle quali insegnanti e studenti devono convivere, in alcuni casi, con edifici vecchi, manutenzioni insufficienti, palestre inutilizzabili e problemi strutturali. Non tutte le scuole sono così, naturalmente, ma è inaccettabile che in un Paese sviluppato la sicurezza degli edifici scolastici possa ancora rappresentare un’emergenza.
C’è l’Italia dellasanità pubblicache resiste grazie alla dedizione di medici, infermieri, tecnici e operatori, mentre molti cittadini devono affrontare liste d’attesa che possono raggiungere tempi molto lunghi. Quando una persona deve aspettare mesi per un esame diagnostico, la sanità non è più soltanto una questione amministrativa: diventa una questione di dignità.
E poi c’è il territorio.
Frane, alluvioni, dissesto idrogeologico, fiumi che esondano, montagne che cedono, comuni costretti ogni anno a contare i danni. Non possiamo continuare a chiamare “emergenza” ciò che in molti territori è ormai una condizione ricorrente, aggravata dal cambiamento climatico, dal consumo di suolo e dalle carenze nella manutenzione del territorio. Mi vergogno.
Italia, tra problemi sociali e responsabilità collettive
Mi vergogno quando un Paese dalla straordinaria tradizione alimentare e culturale deve affrontare problemi crescenti legati all’obesità infantile, alla sedentarietà, all’abuso di alcol e a cattive abitudini alimentari.
Anche qui, però, non serve cercare un colpevole unico. È il risultato di una società che spesso ha smesso di educare alla misura.
E forse è proprio questa parola,misura, quella che ci manca.
Misura nel linguaggio politico.
Misura nell’uso dei social.
Misura nel rapporto con il denaro pubblico.
Misura nell’ambizione personale.
Misura nel consumo delle risorse.
Misura nel giudicare gli altri.
L’Italia possiede una ricchezza straordinaria: storia, arte, paesaggio, università, ricerca, manifattura, creatività, cultura, capacità imprenditoriale, solidarietà.
Abbiamo dato al mondo filosofi, scienziati, artisti, musicisti, medici, architetti e poeti. Abbiamo prodotto istituzioni, linguaggi, forme artistiche e scientifiche che hanno cambiato la storia dell’umanità.
E proprio per questo fa ancora più male vedere quanto spesso siamo inferiori a ciò che potremmo essere.
Non mi vergogno dell’Italia diDante, Leonardo, Galileo, Michelangelo, Verdi, Rita Levi-Montalcini, Enrico Fermi e Primo Levi.
Non mi vergogno dei nostri ricercatori, dei nostri medici, dei nostri insegnanti, dei volontari, dei Vigili del Fuoco, degli operatori sanitari, degli imprenditori onesti, dei giovani che partono perché qui non trovano opportunità e di quelli che restano cercando ostinatamente di costruirle.
Mi vergogno, piuttosto, di una classe dirigente che troppo spesso sembra non essere all’altezza di questo Paese.
E mi vergogno quando, all’estero, l’immagine dell’Italia viene associata alla superficialità, alla corruzione, all’incompetenza amministrativa, al clientelismo, alle crisi politiche o alle infrastrutture insufficienti.
Non perché debba interessarci ciò che gli altri pensano di noi più di ciò che siamo realmente, ma perché l’immagine internazionale di un Paese è anche il risultato delle sue azioni. E qui mi vergogno.
Vergognarsi dell’Italia non significa rinnegare il proprio Paese
Ma c’è una distinzione fondamentale.
Vergognarsi non significa rinnegare.
Significa, qualche volta, amare abbastanza da non voler accettare.
La vera vergogna sarebbe smettere di indignarsi. Sarebbe diventare indifferenti. Sarebbe dire “è sempre stato così”, “tanto sono tutti uguali”, “non cambierà mai nulla”.
Quella sarebbe la sconfitta definitiva, perché trasformerebbe la degenerazione in normalità.
Un Paese non cambia soltanto quando cambia il governo. Cambia quando cambiano le aspettative dei suoi cittadini.
Quando la competenza torna a essere un valore.
Quando un ministro viene giudicato per ciò che realizza e non per quanti applausi raccoglie.
Quando un parlamentare considera il proprio incarico un privilegio temporaneo e non una proprietà personale.
Quando il lavoro viene pagato.
Quando una scuola viene considerata più importante di una propaganda.
Quando una lista d’attesa diventa una vergogna politica e non una statistica.
Quando una strada viene costruita per durare e non per essere inaugurata.
Forse allora non dovremo più dire“mi vergogno di essere italiano”.
Potremo dire qualcosa di più difficile e più bello:
sono italiano e pretendo che l’Italia sia migliore di così.
Non per nazionalismo. Non per retorica patriottica. Non per nostalgia.
Per rispetto.
Rispetto verso chi ci ha preceduto, verso chi vive oggi e soprattutto verso chi verrà dopo di noi.
Perché appartenere a una comunità non significa difenderla quando sbaglia.
Significa avere il coraggio di dirle che sta sbagliando.E quindi mi vergogno.
Carlo Di Stanislao
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