Commento a cura di Padre EZIO LORENZO BONO

Lazio

Padre Ezio Lorenzo Bono il Commento al Vangelo della VI Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (16/02/2025)-Lc 6.17.20-26

Padre Ezio Lorenzo Bono-Commento al Vangelo della VI Domenica del Tempo Ordinario-Al Festival di Sanremo di tre anni fa (febbraio 2022) il cantante Achille Lauro concluse la sua esibizione con uno pseudo rito in cui si auto-battezzava. Quel gesto suscitò una serie di polemiche, molte delle quali, secondo me esagerate e a sproposito. Fiorello dal palco di Sanremo, dopo quella performance eclatante, chiese in modo ilare: “Che voto da l’Osservatore Romano a questa esibizione?”. Il giorno seguente il direttore dell’Osservatore Romano (il giornale del Papa), diede una risposta che trovai brillante: “Chiamati in causa da Fiorello alla cui simpatia non si può resistere, eccoci qui a dire la nostra, come richiesto, su Achille Lauro. In punta di piedi. Perché Sanremo è Sanremo. L’Osservatore è L’Osservatore. E in questo caso si limita ad osservare che, volendo essere a tutti i costi trasgressivo, il cantante si è rifatto all’immaginario cattolico. Niente di nuovo. Non c’è stato nella storia un messaggio più trasgressivo di quello del Vangelo”.

II.

Gesù, infatti, ha trasgredito l’ordine costituito del suo tempo, sia con parole: “Sta scritto… ma io vi dico…”, ma soprattutto con azioni, quando non obbediva alla legge in materia di osservanza del sabato o di altri comandamenti e rituali. Nel Vangelo di questa domenica, abbiamo ascoltato il principale “manifesto della trasgressione”, e cioè il discorso delle beatitudini, dove Gesù stravolge e capovolge la logica del mondo, la moda corrente dalla quale si lasciano ammaliare soprattutto i giovani.

Se la moda corrente presenta come ideale la ricchezza, il lusso, la sfarzosità, la competitività, Gesù invece dichiara felici, beati, coloro che si accontentano di quello che hanno e pensano agli altri (“Beati voi, poveri”). I poveri di Gesù non sono tanto quelli che sono nati, loro malgrado, nella povertà, e che se potessero vivrebbero una vita da ricchi. Sono piuttosto coloro che invece di investire le proprie capacità, energie, mezzi solo per arricchire sempre più sé stessi e la propria famiglia, pensano anche al bene degli altri.

Se la moda corrente esalta le persone egocentriche, incapaci di guardare al di là di sé stesse, Gesù invece dichiara beate le persone “affamate”, sempre alla ricerca, mai soddisfatte di sé stesse (“Beati voi, che ora avete fame”). Steve Jobs, il fondatore della Apple, in un famoso discorso a studenti universitari, li esortava a essere sempre affamati: “be hungry, be foolish”. La fame di cui parla Gesù non è quella di chi lavora per riempirsi la pancia, ma è la fame di chi è in continua ricerca, di chi lotta affinché ci sia un mondo più abitabile per tutti.

Se la moda corrente esibisce persone allegre, che ridono sempre, sfottono gli altri, praticano bullying e non si importano minimamente di ferire la sensibilità altrui, Gesù invece ritiene beati coloro che sono capaci di piangere, come Lui, che ha pianto su Gerusalemme e per la morte dell’amico Lazzaro (“Beati voi, che ora piangete”). Piange solo chi ama. In un mondo di indifferenza e autoreferenzialità, trasgressori non sono i menefreghisti, non è chi dice “non me ne importa niente”, ma chi dice “I care”, io mi importo, io ci tengo, io ci sono. Guai a voi che ridete, non perché ridete, ma perché ridete da soli. Può essere felice solo chi si preoccupa anche della felicità degli altri.

Se la moda corrente presenta uno spettacolo di adulazioni, di likes, compiacimenti, di visualizzazioni, Gesù invece ritiene beati coloro che sono perseguitati a causa dei loro ideali (“Beati voi, quando vi odieranno e insulteranno”). Trasgressore non è chi segue le mode o le logiche del mondo, ma chi le condanna e rivela agli uomini gli orizzonti della verità e della libertà. Papa Benedetto XVI diceva che una Chiesa adulata, esaltata, trionfale, che riscuote il consenso di tutti, non è certamente la Chiesa di Cristo. Ogni volta che la Chiesa dice qualcosa di scomodo, subito cominciano le persecuzioni e gli insulti, e la si vuole zittire. Solo allora che è beata.

III.

In conclusione.

Il direttore dell’Osservatore Romano, Andrea Monda, conclude la sua risposta a Fiorello, ricordando la recita del Padre Nostro da parte del grande artista rock David Bowie in quel mega spettacolo dove ricordò l’amico Freddy Mercury appena scomparso. E si congeda dicendo in modo giocoso: “Non ci sono più i trasgressori di una volta”.

In un’intervista di settimana scorsa su Avvenire, Achille Lauro scherzosamente dice «Quel battesimo a Sanremo mi ha rovinato la carriera». Quella performance provocatoria aveva messo in luce più lo showman che il musicista. Achille si giustifica: “L’utilizzo dell’iconografia cristiana è stata fatta già da Madonna, David Bowie o David LaChapelle. Alla fine l’iconografia cristiana è la cosa più popolare, più pop e anche più mainstream, la più vicina a noi di sempre. Può essere sembrato offensivo per alcuni, ma era una performance artistica fatta col massimo rispetto. Ho una educazione religiosa che mi è stata impartita e che mi affascina”. Educato alla religiosità dalla madre che fa molto volontariato, dice “Sono uno che si dedica agli altri e che si dedica giornalmente anche a ringraziare”. All’intervistatore che gli chiede: Quindi lei prega? Lui risponde «Certo, sempre».

Chi sono dunque i veri trasgressori? Sono coloro che si lasciano provocare da Gesù e spendono la loro vita non per aumentare il loro conto in banca, come succede spesso con gli pseudo trasgressori, ma sono coloro che sanno rendersi poveri per arricchire gli altri, che sono affamati di nuovi orizzonti, che piangono per amore e che sono perseguitati per dire la verità.

E tu? Preferisci lasciarti cullare dall’onda della moda corrente, illudendoti di essere trasgressivo, o hai il coraggio di andare controcorrente, come il vero trasgressore, Gesù?

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Vangelo della V Domenica di Pasqua – Gv 15,1-8  (Io sono la vite e voi i tralci)-Commento a cura di Padre EZIO LORENZO BONO

Vangelo della V Domenica di Pasqua -Quarant’anni fa, quando ero poco più di un ventenne, uscì l’ultimo dei capolavori dei Pink Floyd “The Final Cut”. Era il 1983 e quella era la mia band preferita, avevo tutti i loro dischi e certamente quello fu uno dei gruppi musicali più grandi della storia del rock. Non era chiaro che cosa volessero intendere con quel “Taglio finale”, forse la fine del gruppo (anche se in seguito uscirono altre musiche loro), o più probabilmente la decisione del protagonista del brano  che, in preda al dolore e alla disperazione, pensa di suicidarsi per mettere fine alla sofferenza.  Proprio quando sta per suicidarsi arriva una telefonata (il cui  contenuto non viene svelato) che cambia tutto ed egli desiste dal dare il “taglio finale” alla propria vita. Roger Waters che è il vero autore dell’album (anche se suonato dai Pink Floyd), sembra voler comunicare che quando tutto sembra finito e ci sentiamo sopraffatti dal dolore, avviene qualcosa di inaspettato che cambia la vita.

Quarant’anni prima, e quindi negli anni quaranta, alla ribalta del mondo dell’arte contemporanea era apparso un nuovo artista con un’innovazione originale con la quale sfidava le convenzioni artistiche del tempo e  con le sue tele stimolava una nuova percezione tridimensionale dello spazio e della materia. Si trattava dell’italo-argentino Lucio Fontana con i suoi famosi tagli sulle tele con i quali voleva rompere la superficie tradizionale e esplorare lo spazio e il vuoto fondando così il movimento artistico conosciuto come “Spazialismo”, che proponeva appunto una nuova concezione dello spazio nell’arte. Con i suoi tagli fatti con un semplice taglierino, il nostro artista intendeva esplorare le dimensioni fisiche e metafisiche dello spazio, invitando gli spettatori a riflettere sulla loro relazione con l’universo circostante. In questo modo dava un taglio al modo tradizionale di concepire l’arte. Lo stesso Fontana parlava della sua arte come di un’innovazione radicale e come un tentativo di portare l’arte contemporanea verso nuovi orizzonti espressivi e concettuali. Molti fin da subito lo hanno deriso per le sue tele tagliate (chissà quanti hanno pensato: sono capace anch’io di tagliare una tela col taglierino) eppure ancora recentemente in un’asta i suoi “tagli sulle tele” sono stati venduti per milioni di euro.

II.

Anche il Vangelo di oggi ci parla di tagli, come ci dice Gesù “il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto”. I tagli del Padre agricoltore, non sono tagli per porre fine a qualcosa ma per ricominciare, sono tagli “terapeutici”, e cioè tagli necessari per ridare vita, per produrre frutti migliori.

Domenica scorsa dicevamo dell’artigiano kintsugi che, riparando i cocci rotti incollandoli con oro colato, trasforma il danno in bellezza. Allo stesso modo il Padre agricoltore taglia con la maestria di un artista le parti inutili o morte per creare bellezza e vita. Come il protagonista del film  “Edward, mani di forbici” interpretato da uno straordinario John Deep, che con le sue mani di forbici, trasformava oggetti insignificanti in opere d’arte. Allo stesso modo, attraverso una buona potatura possiamo trasformare le sfide e i dolori della vita in occasioni per crescere, imparare e creare qualcosa di ancora più bello. Ecco che ciascuno di noi deve decidere cosa deve tagliare nella sua vita per poter sbocciare e produrre frutto. Decidere vuol dire etimologicamente “tagliare via”. Prendere una decisione implica necessariamente dei tagli. La nostra nascita stessa è marcata da un taglio, quello del cordone ombelicale, e questo è solo il primo di tanti tagli che dobbiamo operare lungo la vita. Così pure il taglio cesario è un’incisione necessaria per dare vita. Così fino al taglio finale quando ci separeremo da questo mondo. Ma anche il taglio della morte è una taglio necessario per entrare nella vita eterna.

Da qui il coraggio di fare dei tagli lungo la nostra esistenza, per generare vita: la cosa importante è quella di rimanere attaccati alla vite o meglio alla vita che è Gesù: “Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”. Se siamo staccati dalla vite non serviamo proprio a null’altro. Gesù ha scelto di proposito l’esempio della vite e i tralci che a differenza di altri rami che se staccati dal tronco possono essere utilizzati per fare qualcosa d’altro, i tralci staccati dalla vite non servono proprio a nulla, se non a essere gettati nel fuoco: “Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano”.

III.

In conclusione.

Come abbiamo visto ci sono tagli e tagli: ci sono tagli buoni  che danno vita come tagliare le relazioni tossiche, le abitudini nocive (i vizi), stress, cose inutili, un passato che non serve più, tagliare i tradimenti, le infedeltà nei confronti delle persone che ci vogliono bene, tagliare la doppia vita. Sono tagli buoni anche se possono far male all’inizio, come i tagli del chirurgo o di un giardiniere. E poi ci sono tagli cattivi che uccidono, tagliano o meglio tolgono la vita, come il tagliare la gola o le vene, o i tagli autolesionisti e autodistruttivi, o quelli di chi si taglia fuori dal mondo e dalle relazioni con gli altri (come i giovani hikikomori o le persone che si autoisolano), i tagli di chi taglia fuori gli altri dalla propria vita.

I tagli di cui ci parla il Vangelo oggi sono tagli buoni, tagli terapeutici che solo possono migliorare la nostra vita. Abbiamo il coraggio di individuare tutto ciò che dobbiamo tagliare e quindi decidiamo (e cioè tagliamo) una volta per tutte.

Forse i nostri tagli non varranno milioni di euro come quelli di Lucio Fontana, né come i “final cut” dei Pink Floyd che nella loro carriera hanno venduto più di 250 milioni di dischi, ma potremo fare come Edward mani di forbici, che ha saputo fare dei veri capolavori con i suoi tagli.  Anche noi tagliando ciò che bisogna eliminare e potando ciò che bisogna vivificare possiamo fare della nostra vita un’opera d’arte. Noi non siamo responsabili dell’incipit del romanzo della nostra vita,  lo siamo però della sua trama e del suo finale.

  • Immagine di fondo: Edward mani di forbice
  • Musica d fondo: Ice Dance – Tim Burton’s Edward Scissorhands [HD Piano Cover]

I video (in italiano, portoghese e inglese) dei miei commenti al Vangelo della Domenica li potete trovare sulla mia PaginaFacebook, sul mio canaleYoutube o sul mio canaleWhatsapp. I testi dei commenti tradotti in inglese e portoghese li potete trovare sulla miaWebPage.

COMO EDWARD MÃOS-DE-TESOURA

(Vídeo e texto em ???????? português)

Comentário ao Evangelho do Quinto Domingo de Páscoa

Jo 15,1-8 (Eu sou a videira e vós sois os ramos)

I.

Há quarenta anos, quando eu tinha vinte e poucos anos, foi lançada a última das obras-primas dos Pink Floyd, “The Final Cut”. Estávamos em 1983 e essa era a minha banda preferida, eu tinha todos os seus discos e era certamente uma das maiores bandas da história do rock. Não era claro o que eles queriam dizer com esse “Final Cut”, talvez o fim da banda (embora mais música deles tenha sido lançada mais tarde) ou, mais provavelmente, a decisão do protagonista da canção que, em sofrimento e desespero, pensa em suicidar-se para pôr fim ao sofrimento. No momento em que está prestes a suicidar-se, chega um telefonema (cujo conteúdo não é revelado) que muda tudo e ele desiste de dar o “corte final” à sua vida. Roger Waters, que é o verdadeiro autor do álbum (embora interpretado pelos Pink Floyd), parece querer comunicar que, quando tudo parece ter acabado e nos sentimos esmagados pela dor, acontece algo inesperado que muda a vida.

Quarenta anos antes, na década de 1940, um novo artista tinha surgido na ribalta do mundo da arte contemporânea com uma inovação original com a qual desafiou as convenções artísticas da época e estimulou uma nova perceção tridimensional do espaço e da matéria com as suas telas. Trata-se do italo-argentino Lucio Fontana, com os seus famosos cortes em telas com os quais pretendia quebrar a superfície tradicional e explorar o espaço e o vazio, fundando assim o movimento artístico conhecido como “Espacialismo”, que propunha uma nova concepção do espaço na arte. Com os seus cortes feitos com um simples cortador de caixas, pretendia explorar as dimensões físicas e metafísicas do espaço, convidando o espetador a refletir sobre a sua relação com o universo que o rodeia. Deste modo, rompeu com a forma tradicional de conceber a arte. O próprio Fontana falou da sua arte como uma inovação radical e como uma tentativa de levar a arte contemporânea a novos horizontes expressivos e conceptuais. Muitos troçaram imediatamente dele pelas suas telas cortadas (quem sabe quantos pensaram: também sou capaz de cortar uma tela com um alfinete) e, no entanto, ainda recentemente, num leilão, as suas “telas cortadas” foram vendidas por milhões de euros.

II.

O Evangelho de hoje também nos fala de cortes, quando Jesus nos diz: “Meu Pai é o agricultor. Ele corta todos os ramos que em mim não dão fruto e poda todos os que dão fruto, para que dêem mais fruto”. Os cortes do Pai agricultor não são cortes para acabar com algo, mas para recomeçar, são cortes “terapêuticos”, isto é, cortes necessários para restaurar a vida, para produzir melhores frutos.

No domingo passado, falámos do artesão kintsugi que, ao reparar as peças partidas, colando-as com ouro derramado, transforma o dano em beleza. Do mesmo modo, o Pai Agricultor corta as partes inúteis ou mortas com a habilidade de um artista para criar beleza e vida. Como o protagonista do filme “Edward, Mãos de Tesoura”, interpretado por um extraordinário John Deep, que com as suas mãos de tesoura transformava objectos insignificantes em obras de arte. Da mesma forma, através de uma boa poda, podemos transformar os desafios e as dores da vida em oportunidades para crescer, aprender e criar algo ainda mais belo. É aqui que cada um de nós deve decidir o que precisa de cortar na sua vida para poder florescer e produzir frutos. Decidir significa, etimologicamente, “cortar”. Tomar uma decisão implica necessariamente um corte. O nosso próprio nascimento é marcado por um corte, o do cordão umbilical, e este é apenas o primeiro de muitos cortes que temos de fazer ao longo da nossa vida. Assim também, a cesariana é um corte necessário para dar a vida. E assim até ao corte final, quando nos separamos deste mundo. Mas mesmo o corte da morte é um corte necessário para entrar na vida eterna.

Daí a coragem de fazer cortes ao longo de toda a nossa existência, para gerar vida: o importante é permanecer ligado à videira, ou seja, à vida que é Jesus: “Aquele que permanece em mim e eu nele, esse dá muito fruto, porque sem mim nada podeis fazer”. Se estivermos desligados da videira, não servimos para nada. Jesus escolheu propositadamente o exemplo da videira e dos ramos que, ao contrário dos outros ramos que, se forem separados do tronco, podem servir para outra coisa, os ramos separados da videira não servem para nada, a não ser para serem lançados ao fogo: “Quem não permanece em mim é lançado fora como o ramo e murcha; depois recolhem-no, lançam-no ao fogo e queimam-no”.

III.

Em conclusão.

Como vimos, há cortes e cortes: há cortes bons que dão vida, como cortar as relações tóxicas, os hábitos nocivos (vícios), o stress, as coisas inúteis, um passado que já não faz falta, cortar as traições, a infidelidade às pessoas que nos amam, cortar as vidas duplas. São cortes bons, embora possam doer no início, como os cortes de um cirurgião ou de um jardineiro. E depois há os cortes maus, que matam, cortam, ou melhor, tiram a vida, como o corte de gargantas ou de veias, ou os cortes autodestrutivos e autoagressivos, ou os cortes daqueles que se isolam do mundo e da relação com os outros (como os jovens hikikomori ou pessoas que se isolam), os cortes daqueles que isolam os outros da sua vida.

Os cortes de que nos fala hoje o Evangelho são cortes bons, cortes terapêuticos que só podem melhorar a nossa vida. Tenhamos a coragem de identificar tudo o que precisamos de cortar e depois decidamos (ou seja, cortemos) de uma vez por todas.

Talvez os nossos cortes não valham milhões como os de Lucio Fontana, nem como os “final cut” dos Pink Floyd, que venderam mais de 250 milhões de discos na sua carreira, mas podemos fazer como Edward Mãos-de-Tesoura, que conseguiu fazer verdadeiras obras-primas com os seus cortes. Cortando o que precisa de ser eliminado e podando o que precisa de ser animado, também nós podemos fazer da nossa vida uma obra de arte. Não somos responsáveis pelo incipit do romance da nossa vida, somos, no entanto, responsáveis pelo seu enredo e pelo seu final.

  • Imagem de fundo: Edward Mãos-de-Tesoura
  • Música de fundo: Ice Dance – Tim Burton’s Edward Scissorhands [HD Piano Cover].

Os vídeos (em italiano, português e inglês) dos meus comentários ao Evangelho de Domingo podem ser encontrados na minha PáginaFacebook, no meu canalYoutube ou no meu canalWhatsapp. Os Textos dos comentários traduzidos para inglês e português podem ser encontrados no meuWebPage.

LIKE EDWARD SCISSORHANDS

(Video and text in ???????? English)

Commentary on the Gospel for the Fifth Sunday of Easter

Jn 15:1-8 (I am the vine and you are the branches)

I.

Forty years ago, when I was in my early twenties, the last of Pink Floyd’s masterpieces, “The Final Cut”, was released. It was 1983 and that was my favourite band, I had all their records and certainly that was one of the greatest bands in rock history. It wasn’t clear what they meant by that ‘Final Cut’, perhaps the end of the band (although more of their music came out later), or more likely the decision of the protagonist of the song who, in grief and despair, thinks of committing suicide to put an end to the suffering. Just as he is about to commit suicide, a phone call arrives (the contents of which are not revealed) that changes everything and he desists from giving the ‘final cut’ to his life. Roger Waters, who is the real author of the album (although performed by Pink Floyd), seems to want to communicate that when everything seems to be over and we feel overwhelmed by pain, something unexpected happens that changes life.

Forty years earlier, in the 1940s, a new artist had appeared in the limelight of the contemporary art world with an original innovation with which he challenged the artistic conventions of the time and stimulated a new three-dimensional perception of space and matter with his canvases. This was the Italian-Argentine Lucio Fontana with his famous cuts on canvases with which he wanted to break the traditional surface and explore space and emptiness, thus founding the artistic movement known as ‘Spatialism’, which proposed a new conception of space in art. With his cuts made with a simple box cutter, he intended to explore the physical and metaphysical dimensions of space, inviting viewers to reflect on their relationship with the surrounding universe. In this way he gave a break with the traditional way of conceiving art. Fontana himself spoke of his art as a radical innovation and as an attempt to take contemporary art to new expressive and conceptual horizons. Many immediately mocked him for his cut canvases (who knows how many thought: I am capable of cutting a canvas with a box cutter too) and yet still recently at an auction his ‘cut canvases’ sold for millions of euros.

II.

Today’s Gospel also speaks to us of cutting, as Jesus tells us ‘My Father is the farmer. Every branch in me that bears no fruit, he cuts off, and every branch that does bear fruit, he prunes so that it may bear more fruit’. The cuts of the Father-farmer, they are not cuts to end something but to begin again, they are ‘therapeutic’ cuts, that is, cuts necessary to restore life, to produce better fruit.

Last Sunday we spoke of the kintsugi craftsman who, by repairing broken pieces by gluing them together with poured gold, transforms damage into beauty. In the same way, the Father Farmer cuts off useless or dead parts with the skill of an artist to create beauty and life. Like the protagonist of the film ‘Edward, Scissorhands’ played by an extraordinary John Deep, who with his scissorhands, transformed insignificant objects into works of art. In the same way, through good pruning we can turn the challenges and pains of life into opportunities to grow, learn and create something even more beautiful. Here is where each of us must decide what we need to cut back in our lives in order to blossom and produce fruit. To decide means etymologically ‘to cut away’. Making a decision necessarily involves cutting. Our birth itself is marked by a cut, that of the umbilical cord, and this is only the first of many cuts we have to make throughout our lives. So too, the caesarean section is a necessary cut to give life. So until the final cut when we separate from this world. But even the cut of death is a necessary cut to enter eternal life.

Hence the courage to make cuts throughout our existence, to generate life: the important thing is to remain attached to the vine, or rather to the life that is Jesus: “He who abides in me, and I in him, bears much fruit, for without me you can do nothing”. If we are detached from the vine we are of no use at all. Jesus purposely chose the example of the vine and the branches that, unlike other branches that if detached from the trunk can be used to do something else, branches detached from the vine are of no use at all, except to be thrown into the fire: “Whoever does not abide in me is thrown away like the branch and withers; then they gather it up, throw it into the fire and burn it”.

III.

In conclusion.

As we have seen, there are cuts and cuts: there are good cuts that give life such as cutting toxic relationships, harmful habits (vices), stress, useless things, a past that is no longer needed, cutting betrayals, infidelity to people who love us, cutting double lives. These are good cuts even though they may hurt at first, like a surgeon’s or a gardener’s cuts. And then there are bad cuts that kill, cut or rather take away life, such as cutting throats or veins, or self-destructive cuts, or the cuts of those who cut themselves off from the world and from relationships with others (such as young hikikomori or people who cut themselves off), the cuts of those who cut others off from their lives.

The cuts of which the Gospel speaks to us today are good cuts, therapeutic cuts that can only improve our lives. Let us have the courage to identify all that we need to cut and then decide (i.e. cut) once and for all.

Perhaps our cuts will not be worth millions like those of Lucio Fontana, nor like the ‘final cuts’ of Pink Floyd, who sold more than 250 million records in their career, but we can do like Edward Scissorhands, who was able to make true masterpieces with his cuts. By cutting what needs to be eliminated and pruning what needs to be enlivened, we too can make our lives a work of art. We are not responsible for the incipit of the novel of our life, we are, however, responsible for its plot and its ending.

  • Background Image: Edward Scissorhands
  • Background music: Ice Dance – Tim Burton’s Edward Scissorhands [HD Piano Cover].

The videos (in Italian, Portuguese and English) of my comments on the Gospel of Sunday can be found on myFacebook Page, on myYoutube  channel or on myWhatsapp channel. The texts of the comments translated into English and Portuguese can be found on myWebPage.

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La voce di tutti

Vangelo della IV Domenica di Pasqua Gv 10,11-18 (Io sono il Buon Pastore) -Commento a cura di Padre EZIO LORENZO BONO

Vangelo della IV Domenica di Pasqua -Chirone era un centauro (metà uomo e metà cavallo) della mitologia greca, abile nell’arte della medicina e dell’istruzione. Un giorno mentre insegnava a Achille a usare l’arco, venne accidentalmente ferito da questi con una freccia avvelenata che gli procurò una ferita dolorosissima e inguaribile. Essendo immortale, ottenne da Zeus di essere liberato dall’immortalità e venne trasformato in una costellazione, del Centauro appunto.

Chirone, definito come il “guaritore ferito” è stato preso come modello per i guaritori e i terapeuti i quali sostengono che chi ha sperimentato su di sé la sofferenza può capire meglio la sofferenza altrui e aiutare ad affrontarla. Il nostro centauro rappresenta quindi non solo la capacità di guarire gli altri, ma anche l’importanza di abbracciare la propria vulnerabilità e trasformarla in un dono per gli altri. Quello che sembra un punto di fragilità diventa quindi un punto di forza. Carl Gustav Jung, il padre della psicologia analitica o psicologia del profondo, affermava che “il terapeuta può guarire gli altri nella misura in cui è ferito egli stesso”. Attraverso la sua propria ferita il terapeuta è in grado di entrare in contatto con il proprio dolore che gli permette di sintonizzarsi su quello altrui.

Decenni fa avevo letto il libro del famoso scrittore di spiritualità, lo psicologo e sacerdote olandese Henri Nouwen, dal titolo “Il guaritore ferito. Il ministero nella società contemporanea”, con il quale tentava di rispondere alla domanda “Cosa significa essere ministri nella società contemporanea?”. Egli delineò i tratti essenziali della figura del sacerdote come quella del “guaritore ferito”. Anche lui si basò sulla metafora di Chirone, per esplorare il tema del dolore e della sofferenza nel ministero religioso. Affronta la questione della vulnerabilità del sacerdote, la sua propria umanità e le sfide che affronta nel suo servizio agli altri. Insiste sulla necessità di accogliere la propria fragilità come parte integrante del servizio spirituale.

II.

La quarta domenica del tempo di Pasqua che celebriamo, è stata scelta come giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, in quanto il Vangelo ci parla della figura del Buon Pastore.

Vi devo confessare che tra tutte le definizioni che Gesù si è attribuito (Io sono la porta, la vite, via-verità-vita, maestro, etc.) quella del pastore è quella che mi piace meno. Infatti, qual è la missione del pastore? Quella di prendersi cura delle pecore perché muoiano di vecchiaia felici e contente riparate nel recinto dell’ovile? No, la missione del pastore è di far arrivare le pecore nella miglior forma possibile al mattatoio per essere macellate. Aggiungere l’aggettivo “buon” (buon pastore) è solo per addolcire la pillola, ma non cambia la meta finale (il mattatoio). Sarebbe come chiamare buono un boia che si prende cura del condannato e lo tratta con gentilezza mentre lo accompagna alla ghigliottina. Nei nostri giorni poi, dove le immagine auliche della pastorizia sono pressoché aliene ai più, l’esempio del pastore non dice molto, anzi, può suscitare una reazione nell’uomo contemporaneo che aberra di essere comparato a dei pecoroni (già a suo tempo Nietzsche aveva inveito contro il “pecorismo nazareno”). Penso che se Gesù venisse oggi non userebbe più la metafora del pastore ma forse quella del maestro o del medico che hanno come obiettivo non quello di condurre al mattatoio, ma alla conoscenza, alla vita (la guarigione) che è lo stesso obiettivo di Gesù Via-Verità-Vita.

Mi piace molto vedere nel sacerdote la figura del guaritore ferito, come un compagno nel cammino di fede che anche lui, come i suoi compagni di viaggio, percorre la via, sostenendo chi vacilla nella fede. Anche lui un povero essere umano come tutti gli altri, che a sua volta può cadere e chiedere aiuto per rialzarsi, per confermarsi a vicenda nella fede.

Se per Jung un buon terapeuta non dovrebbe allontanarsi mai dall’idea di se stesso come paziente, così il sacerdote non dovrebbe allontanarsi mai dall’idea che anche lui è un cristiano fragile in cammino. In questo modo potrà suscitare in ogni cristiano che cammina con lui quell’affascinante potere di trovare dentro se stesso, anche in fasi di grande sofferenza un dolce guaritore.

Questo povero cristiano, che è il sacerdote, nonostante tutte le sue fragilità, è stato però investito del più grande dono che un essere umano possa ricevere, quello di trasformare del pane e del vino nel corpo e sangue di Dio, e di perdonare i peccati. Un miracolo che solo lui può operare, nessun altro lo può fare né in terra né in cielo. Il Santo curato d’Ars, patrono dei sacerdoti, è arrivato anche a dire qualcosa che sembra paradossale: “Andate a confessarvi con la Santa Vergine o con un angelo. Vi assolveranno? Vi daranno il corpo e il sangue di Nostro Signore? No, la Santa Vergine non può far discendere il suo divin Figlio nell’ostia. Anche se aveste duecento angeli là per voi, non potrebbero assolvervi. Un sacerdote, per quanto semplice sia, può farlo. Può dirvi: andate in pace, vi perdono”. Lo stesso San Giovanni Maria Vianney disse che se il sacerdote si rendesse pienamente conto di cosa sta facendo quando celebra la messa, impazzirebbe di felicità. Per questo vi dissi già in un’altra occasione che quando celebra la messa, il sacerdote entra in una specie di “sospensione della coscienza”, altrimenti non potrebbe resistere alla forza travolgente del mistero che sta celebrando.

Preghiamo oggi e sempre per le vocazioni, perché nel nostro cammino di fede non manchino mai questi compagni di viaggio che ogni giorno operano il miracolo di rendere presente Dio con il suo corpo e il suo sangue e il perdono dei peccati.

III.Inconclusione.

Nella tradizione giapponese esiste un’arte di riparare ceramiche, vasi, tazzine rotti usando oro fuso. Questa arte è nota come “kintsugi” (o “kintsukuroi” che significa riparare o legare con l’oro – kin) e consiste nel riunire i pezzi di un oggetto rotto usando una resina speciale o colla, e nel riempire le crepe con polvere d’oro o oro fuso. In questo modo non solo si ripara l’oggetto danneggiato, ma si crea anche un nuovo design che mette in risalto le cicatrici e le imperfezioni, trasformando così il danno in bellezza. Questa arte del kintsugi riflette il concetto filosofico che le cicatrici e le fratture possono arricchire e valorizzare la bellezza e il valore dell’oggetto riparato, così come le sofferenze possono far diventare una persona ancora più bella.

Il sacerdote è come un artista del kintsugi, che dopo aver riparato le fratture della propria anima facendovi colare l’oro divino, aiuta gli altri a ricomporre le loro fratture colandovi lo stesso oro, seguendo l’esempio di Gesù che imparò l’obbedienza (l’ascolto) dalle cose che patì. Dalle sue piaghe siamo stati guariti.

l risultato finale sarà strabiliante: se l’artigiano kintsugi ricreerà il manufatto striato d’oro, percorso da linee che lo rendono nuovo, diverso, bellissimo, così il “guaritore ferito” ci aiuterà a sanare le nostre cicatrici rendendoci ancora più forti e belli, perché saremo rimessi insieme non da un metallo “destinato a perire”, ma dall’oro divino che è il corpo e sangue di Gesù e il perdono dei peccati, con la cui potenza unificatrice nessun oro del mondo potrà mai competere.

Non preoccupiamoci dunque delle nostre cicatrici perché sono cicatrici dorate che ci donano una forma di bellezza e di perfezione superiore: dalla loro accettazione e rimarginazione, prendono il via i processi di rigenerazione e di rinascita interiore che ci rendono persone nuove, risorte, ancora più belle di prima.

  • Musica di fondo: Sting – Fields of Gold – Piano

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I video (in italiano, portoghese e inglese) dei miei commenti al Vangelo della Domenica li potete trovare sulla mia PaginaFacebook, sul mio canaleYoutube o sul mio canaleWhatsapp. I testi dei commenti tradotti in inglese e portoghese li potete trovare sulla miaWebPage.

KINTSUGI: AS CICATRIZES DOURADAS

(Vídeo e texto em ???????? português)

Comentário ao Evangelho do IV Domingo de Páscoa

Jv 10,11-18 (Eu sou o Bom Pastor)

I.

Quíron era um centauro (metade homem, metade cavalo) da mitologia grega, hábil na arte da medicina e da educação. Um dia, enquanto ensinava Aquiles a usar o arco, foi acidentalmente ferido por este último com uma seta envenenada que lhe provocou uma ferida muito dolorosa e incurável. Sendo imortal, obteve de Zeus a libertação da imortalidade e foi transformado numa constelação, do Centauro.

Quíron, definido como o “curador ferido”, foi tomado como modelo para médicos e terapeutas que afirmam que aqueles que experimentaram o sofrimento em si próprios podem compreender melhor o sofrimento dos outros e ajudar a lidar com ele. O nosso centauro representa, assim, não só a capacidade de curar os outros, mas também a importância de abraçar a própria vulnerabilidade e de a transformar numa dádiva para os outros. O que parece ser um ponto de fragilidade torna-se então um ponto de força. Carl Gustav Jung, o pai da psicologia analítica ou da psicologia do profundo, afirmou que “o terapeuta pode curar os outros na medida em que ele próprio está ferido”. Através da sua própria ferida, o terapeuta é capaz de entrar em contacto com a sua própria dor, o que lhe permite sintonizar-se com a dos outros.

Há décadas, li o livro do famoso escritor de espiritualidade, o psicólogo e padre holandês Henri Nouwen, intitulado “O Curador Ferido. O ministério na sociedade contemporânea”, no qual tentava responder à pergunta “O que significa ser um ministro na sociedade contemporânea?”. Ele delineou as características essenciais da figura do padre como a do “curador ferido”. Também se baseou na metáfora de Quíron para explorar o tema da dor e do sofrimento no ministério religioso. Aborda a questão da vulnerabilidade do padre, a sua própria humanidade e os desafios que enfrenta no seu serviço aos outros. Insiste na necessidade de abraçar a própria fragilidade como parte integrante do serviço espiritual.

II.

O quarto domingo do tempo pascal, que estamos a celebrar, foi escolhido como Dia Mundial de Oração pelas Vocações porque o Evangelho nos fala da figura do Bom Pastor.

Devo confessar que de todas as definições que Jesus atribuiu a si mesmo (eu sou a porta, a videira, o caminho-verdade-vida, o mestre, etc.) a de pastor é a que menos me agrada. De facto, qual é a missão do pastor? A de cuidar das ovelhas para que morram de velhice felizes e contentes, abrigadas no redil? Não, a missão do pastor é fazer com que as ovelhas cheguem da melhor forma possível ao matadouro para serem abatidas. Acrescentar o adjetivo “bom” (bom pastor) serve apenas para adoçar a pílula, mas não altera o objetivo final (o matadouro). Seria o mesmo que chamar bom a um carrasco que cuida do condenado e o trata com bondade enquanto o acompanha até à guilhotina. Nos nossos dias, em que as imagens corteses do pastoreio são quase estranhas para a maioria, o exemplo do pastor não diz grande coisa; aliás, pode provocar uma reação no homem contemporâneo, que se sente incomodado por ser comparado a uma ovelha (Nietzsche já no seu tempo se tinha insurgido contra o “nazarismo ovino”). Penso que, se Jesus viesse hoje, já não usaria a metáfora do pastor, mas talvez a do professor ou do médico, cujo objetivo não é conduzir ao matadouro, mas ao conhecimento, à vida (cura), que é o mesmo objetivo de Jesus Caminho-Verdade-Vida.

Gosto muito de ver no padre a figura do curandeiro ferido, como um companheiro de viagem da fé que, tal como os seus companheiros de viagem, também percorre o caminho, apoiando aqueles que vacilam na fé. Também ele é um pobre ser humano como todos os outros, que por sua vez pode cair e pedir ajuda para se levantar, para se confirmarem mutuamente na fé.

Se, para Jung, um bom terapeuta nunca deve afastar-se da ideia de si próprio como paciente, também o padre nunca deve afastar-se da ideia de que também ele é um frágil cristão a caminho. Deste modo, ele pode suscitar em cada cristão que caminha com ele esse poder fascinante de encontrar em si mesmo, mesmo em momentos de grande sofrimento, um suave curador.

Este pobre cristão, que é o padre, apesar de todas as suas fragilidades, foi no entanto investido com o maior dom que um ser humano pode receber, o de transformar o pão e o vinho no corpo e no sangue de Deus, e de perdoar os pecados. Um milagre que só ele pode realizar, ninguém mais o pode fazer na terra ou no céu. O Santo Cura d’Ars, patrono dos padres, chegou mesmo a dizer algo que parece paradoxal: “Confessa-te com a Santíssima Virgem ou com um anjo. Será que eles te absolvem? Dar-vos-ão o corpo e o sangue de Nosso Senhor? Não, a Santíssima Virgem não pode fazer descer o seu divino Filho à hóstia. Mesmo que tivésseis duzentos anjos ao vosso lado, eles não poderiam absolver-vos. Um padre, por mais simples que seja, pode fazê-lo. Ele pode dizer-te: vai em paz! Ele pode dizer-vos: “Ide em paz, eu perdoo-vos”. O próprio S. João Maria Vianney dizia que, se o padre tivesse plena consciência do que está a fazer quando celebra a Missa, ficaria louco de felicidade. É por isso que já vos disse noutra ocasião que, quando celebra a Missa, o sacerdote entra numa espécie de “suspensão da consciência”, caso contrário não conseguiria resistir à força avassaladora do mistério que está a celebrar.

Rezemos hoje e sempre pelas vocações, para que no nosso caminho de fé nunca faltem estes companheiros de viagem que todos os dias fazem o milagre de tornar Deus presente com o seu corpo e sangue e o perdão dos pecados.

III.

Para concluir.

Na tradição japonesa, existe uma arte que consiste em reparar, com ouro derretido, cerâmicas, vasos e copos partidos. Esta arte é conhecida por “kintsugi” (ou “kintsukuroi”, que significa reparar ou ligar com ouro – kin) e consiste em juntar os pedaços de um objeto partido com uma resina ou cola especial e preencher as fendas com pó de ouro ou ouro fundido. Deste modo, não só se repara o objeto danificado, como também se cria um novo desenho que realça as cicatrizes e imperfeições, transformando assim o dano em beleza. Esta arte do kintsugi reflecte o conceito filosófico de que as cicatrizes e as fracturas podem enriquecer e realçar a beleza e o valor do objeto reparado, tal como o sofrimento pode tornar uma pessoa ainda mais bela.

O sacerdote é como um artista kintsugi que, depois de ter reparado as fracturas da sua própria alma, deitando nelas o ouro divino, ajuda os outros a reparar as suas fracturas, deitando nelas o mesmo ouro, seguindo o exemplo de Jesus que aprendeu a obediência (a escuta) com as coisas que sofreu. Pelas suas feridas somos curados.

O resultado final será surpreendente: se o artesão do kintsugi recria o artefacto riscado de ouro, atravessado por linhas que o tornam novo, diferente, belo, também o “curandeiro ferido” nos ajudará a curar as nossas cicatrizes, tornando-nos ainda mais fortes e mais belos, porque seremos recompostos não por um metal “destinado a perecer”, mas pelo ouro divino que é o corpo e o sangue de Jesus e o perdão dos pecados, com cujo poder unificador nenhum ouro do mundo pode competir.

Por isso, não nos preocupemos com as nossas cicatrizes, porque são cicatrizes de ouro que nos dão uma forma superior de beleza e perfeição: a partir da sua aceitação e cura, começam os processos de regeneração e renascimento interior que nos tornam pessoas novas, ressuscitadas, ainda mais belas do que antes.

  • Música de fundo: Sting – Fields of Gold – Piano

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Os vídeos (em italiano, português e inglês) dos meus comentários ao Evangelho de domingo podem ser encontrados na minha páginado Facebook, no meu canaldo Youtube ou no meu canal doWhatsapp. Os textos dos comentários traduzidos em inglês e português podem ser encontrados na minhapágina web.

KINTSUGI: THE GOLDEN SCARS

(Video and text in ???????? English)

Commentary on the Gospel of the IV Easter Sunday

Jn 10,11-18 (I am the Good Shepherd)

I.

Chiron was a centaur (half-man, half-horse) from Greek mythology, skilled in the art of medicine and education. One day while teaching Achilles how to use a bow, he was accidentally wounded by the latter with a poisoned arrow that gave him a very painful and incurable wound. Being immortal, he obtained from Zeus to be freed from immortality and was transformed into a constellation, the Centaur.

Chiron, defined as the ‘wounded healer’, has been taken as a model for healers and therapists who claim that those who have experienced suffering on themselves can better understand the suffering of others and help to deal with it. Our centaur thus represents not only the ability to heal others, but also the importance of embracing one’s own vulnerability and turning it into a gift for others. What appears to be a point of fragility then becomes a point of strength. Carl Gustav Jung, the father of analytical psychology or depth psychology, stated that ‘the therapist can heal others to the extent that he is wounded himself’. Through his own wound, the therapist is able to get in touch with his own pain, which allows him to tune into that of others.

Decades ago I read the book by the famous writer on spirituality, the Dutch psychologist and priest Henri Nouwen, entitled ‘The Wounded Healer. The ministry in contemporary society’, in which he attempted to answer the question “What does it mean to be a minister in contemporary society?”. He outlined the essential features of the figure of the priest as that of the ‘wounded healer’. He also drew on the metaphor of Chiron to explore the theme of pain and suffering in religious ministry. He addresses the issue of the vulnerability of the priest, his own humanity and the challenges he faces in his service to others. He insists on the need to embrace one’s fragility as an integral part of spiritual service.

II.

The fourth Sunday of Easter time, which we are celebrating, has been chosen as the World Day of Prayer for Vocations because the Gospel speaks to us of the figure of the Good Shepherd.

I must confess that of all the definitions that Jesus attributed to himself (I am the door, the vine, the way-truth-life, the teacher, etc.) that of the shepherd is the one I like least. In fact, what is the shepherd’s mission? That of caring for the sheep so that they die of old age happily and contentedly sheltered in the sheepfold enclosure? No, the shepherd’s mission is to get the sheep in the best possible shape to the slaughterhouse to be slaughtered. Adding the adjective ‘good’ (good shepherd) is only to sweeten the pill, but it does not change the final goal (the slaughterhouse). It would be like calling an executioner good who takes care of the condemned man and treats him kindly as he escorts him to the guillotine. In our days then, where the courtly images of shepherding are almost alien to most, the example of the shepherd does not say much, indeed, it may provoke a reaction in contemporary man who aberrates at being compared to sheep (Nietzsche had already in his time railed against ‘Nazarene sheepishness’). I think that if Jesus were to come today, he would no longer use the metaphor of the shepherd, but perhaps that of the teacher or the doctor whose goal is not to lead to the slaughterhouse, but to knowledge, to life (healing), which is the same goal as Jesus Way-Truth-Life.

I really like to see in the priest the figure of the wounded healer, as a companion on the journey of faith who also, like his fellow travellers, treads the path, supporting those who waver in faith. He too is a poor human being like everyone else, who in turn can fall and ask for help to get back up, to confirm each other in faith.

If for Jung a good therapist should never turn away from the idea of himself as a patient, so the priest should never turn away from the idea that he too is a fragile Christian on the way. In this way he can arouse in every Christian walking with him that fascinating power of finding within himself, even in times of great suffering, a gentle healer.

This poor Christian, who is the priest, despite all his frailties, has nevertheless been invested with the greatest gift a human being can receive, that of transforming bread and wine into the body and blood of God, and of forgiving sins. A miracle that only he can perform, no one else can do it on earth or in heaven. The Holy Curate of Ars, patron of priests, even went so far as to say something that seems paradoxical: “Go to confession with the Blessed Virgin or with an angel. Will they absolve you? Will they give you the body and blood of Our Lord? No, the Blessed Virgin cannot make her divine Son descend into the host. Even if you had two hundred angels there for you, they could not absolve you. A priest, however simple he may be, can do it. He can say to you: go in peace, I forgive you’. St John Mary Vianney himself said that if the priest fully realise what he is doing when he celebrate Mass, he would go mad with happiness. That is why I have already told you on another occasion that when the priest  celebrates Mass, he enters into a kind of “suspension of conscience”, otherwise he could not resist the overwhelming power of the mystery he is celebrating.

Let us pray today and always for vocations, so that our journey of faith will never lack these fellow travellers who every day work the miracle of making God present with his body and blood and the forgiveness of sins.

III.

In conclusion.

In the Japanese tradition, there is an art of repairing broken pottery, vases, cups using molten gold. This art is known as ‘kintsugi’ (or ‘kintsukuroi’ meaning to repair or bind with gold – kin) and consists of bringing together the pieces of a broken object using a special resin or glue, and filling the cracks with gold dust or molten gold. This not only repairs the damaged object, but also creates a new design that highlights the scars and imperfections, thus transforming damage into beauty. This art of kintsugi reflects the philosophical concept that scars and fractures can enrich and enhance the beauty and value of the repaired object, just as suffering can make a person even more beautiful.

The priest is like a kintsugi artist, who, after repairing the fractures of his own soul by pouring divine gold into them, helps others to mend their fractures by pouring the same gold into them, following the example of Jesus who learned obedience (listening) from the things he suffered. By his wounds we are healed.

The end result will be astonishing: if the kintsugi craftsman recreates the artefact streaked with gold, traversed by lines that make it new, different, beautiful, so will the ‘wounded healer’ help us heal our scars, making us even stronger and more beautiful, because we will be put back together not by a metal ‘destined to perish’, but by the divine gold that is the body and blood of Jesus and the forgiveness of sins, with whose unifying power no gold in the world can ever compete.

So let us not worry about our scars because they are golden scars that give us a superior form of beauty and perfection: from their acceptance and healing, the processes of regeneration and inner rebirth begin, that make us new people, resurrected, even more beautiful than before.

  • Background music: Sting – Fields of Gold – Piano

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The videos (in Italian, Portuguese and English) of my commentaries on the Sunday Gospel can be found on myFacebookPage, myYoutube channel or myWhatsapp channel. The texts of the comments translated into English and Portuguese can be found on myWebPage.

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La voce di tutti

Vangelo della Domenica 24 Marzo 2024 (Domenica delle Palme B)Mc 14,1-15,47  (Passione secondo Marco)- Commento a cura di Padre EZIO LORENZO BONO 

Vangelo della Domenica delle Palme 24 Marzo -All’inizio di quest’anno (2024) il bravo e giovane cantante romano Filippo Uttinacci (in arte Fulminacci) ha pubblicato la sua bella canzone “Infinito +1” accompagnata da un video molto emozionante che vi consiglio di vedere. Hanno filmato 9 coppie di  persone sedute  una di fronte all’altra che dovevano solo guardarsi per un po’ di tempo negli occhi, senza dire una parola. Queste coppie alcune erano di persone sconosciute tra loro, altre di sposati separati o di ex fidanzati. Dopo un buon tempo che si guardavano in silenzio, ogni coppia si è abbracciata, o baciata,  tutti erano pieni di commozione o con le lacrime agli occhi. Con questo esperimento sociale Fulminacci voleva dimostrare che c’è un tipo di comunicazione non verbale, fatto di silenzi, che può raggiungere risultati più profondi delle parole. Guardarsi intensamente senza dire nulla è stato per quelle coppie un altro modo di scoprirsi per conoscersi, comprendersi, innamorarsi, perdonarsi.

II.

Gesù, dopo tre anni passati a predicare, raccontare parabole, fare discorsi, dialogare… negli ultimi giorni ha scelto un altro modo di comunicare, attraverso il silenzio, come abbiamo visto ora nel racconto della passione (ricordiamoci che non si tratta solo di passione nel senso di sofferenza, ma anche di passione d’amore). Quello che Gesù aveva da dire lo ha detto, non c’è più una parola da aggiungere, quindi ora comunica solo con il silenzio.  Di fronte a Pilato che gli chiede “Cos’è la verità” Gesù tace, e me lo immagino dire attraverso uno sguardo pieno d’amore a Pilato “ma non l’hai ancora capito che la verità ce l’hai davanti a te?”.  Oppure di fronte alle richieste di Erode che voleva divertirsi nel vedere Gesù fare dei prodigi, Gesù non dice nemmeno una parola, per lo meno con la bocca. Ma anche qui me lo immagino che attraverso il suo sguardo penetrante  gli dice “Erode, ma cresci, sei rimasto ancora un bambinetto? Non riesci a guardare oltre?”.

III.

Ci sono tanti tipi di silenzio. Alcuni sono silenzi buoni, altri meno, come per esempio il silenzio de codardi, che non sanno prendere una posizione di fronte a un’ingiustizia. È il silenzio che diventa complice come diceva Martin Luther King: “Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti”.  O come diceva Peppino Impastato, “La mafia uccide, il silenzio pure.”

C’è poi il silenzio dei manipolatori che puniscono soprattutto i propri familiari non parlando  con loro, per spingerli a fare quello che loro vogliono. È una forma di  abuso psicologico al quale non si deve sottostare altrimenti il rapporto diventa tossico perché elimina la possibilità di confrontarsi, controbattere, dialogare e vuole spingere l’altro a sentirsi in colpa.

C’è il silenzio degli intelligenti, che sanno tacere quando la discussione non porta da nessuna parte. In questo caso, come si dice: “Il silenzio è una risposta intelligente”. È il silenzio di chi si pone su un altro livello, dove la cattiveria e le offese non potranno mai attingerli.

Fare silenzio è anche la giusta scelta di chi sa che non riesce a dominare la sua irruenza e quindi si autoimpone di tacere o di contare fino cento prima di rispondere. Saper tacere quando la discussione sta andando oltre i limiti.

In ogni caso, è meglio tacere sempre quando non si ha nulla da dire, perché come si dice “A volte è meglio fare silenzio e lasciare gli altri nel dubbio se siamo degli stupidi, piuttosto che parlare e togliere loro ogni dubbio”.

IV.

E in fine c’è il silenzio di Gesù, un silenzio nobile, che parla molto più di tante parole: un comunicare fatto di sguardi e di silenzi. Gesù tace di fronte alle domande sbagliate come quella di Pilato che chiedeva cos’è la verità, quando la domanda giusta non è “cos’è” ma “chi è” la Verità; o le domande ingannatrici o superficiali come quelle di Erode che voleva solo soddisfare la sua curiosità; o come le domande idiote dei soldati che lo colpivano e chiedevano: “Indovina chi è stato?”.

Gesù fa silenzio di fronte a tante domande o richieste che noi gli facciamo, perché spesso sono domande sbagliate, o superficiali, o idiote… Gesù risponde non con le parole ma col silenzio che dice molto di più, risponde con la sua passione e morte. Quando gli chiediamo di toglierci la sofferenza, guardiamolo flagellato e incoronato di spine; quando gli chiediamo di proteggerci dalla cattiveria delle persone, guardiamolo deriso e sbeffeggiato dai soldati; quando gli chiediamo di sollevarci dal peso delle nostre croci, guardiamolo salire al calvario caricato dalla croce; quando gli chiediamo di liberare noi o persone care dalla morte, guardiamolo morire in croce. Gesù non ci salva dalla sofferenza, dalla cattiveria e dalla morte, ma ci salva attraverso la sofferenza, la cattiveria e la morte che Lui stesso ha attraversato.

V.

In conclusione.

Nello spiegare il titolo “Infinito + 1” del suo album, Fulminacci dice: «Il titolo nasce dal tipico battibecco che si aveva da piccoli, quando per vincere al gioco “del numero più grande”, a chi rispondeva con “infinito”, tu ribattevi con “infinito +1″».  A me ricorda anche quando  a chi ci diceva “Ti voglio un bene infinito” si rispondeva “e io infinito + 1” per dire “io di più”.

Iniziamo questa settimana di passione con passione, accompagniamo in silenzio Gesù nel suo cammino di amore verso il Calvario: una “Via Crucis” che diventa una “Via Amoris”  perché segno dell’amore più grande, di un amore infinito, anzi Infinito + 1.

  • Immagine di fondo: una scena del videoclip “Infinito+1” di Fulminacci
  • Musica di fondo: Nel tuo silenzio – Base con testo – By R@F57 (Gen verde)

???????? INFINITO+1

(Vídeo e texto em ???????? português)

Comentário ao Evangelho do Domingo 24 de março de 2024 (Domingo de Ramos B)

Mc 14,1-15,47 (Paixão segundo Marcos)

I.

No início deste ano (2024), o bom e jovem cantor romano Filippo Uttinacci (também conhecido como Fulminacci) lançou a sua bela canção “Infinito +1”, acompanhada por um vídeo muito comovente que vos recomendo ver. Foram filmados 9 pares de pessoas sentadas frente a frente que apenas tinham de olhar nos olhos uma da outra durante algum tempo, sem dizer uma palavra. Estes casais eram, uns, desconhecidos, outros, casados separados ou ex-namorados. Depois de um bom tempo a olharem-se em silêncio, os casais abraçavam-se ou beijavam-se, todos cheios de emoção ou com lágrimas nos olhos. Com esta experiência social, Fulminacci quis mostrar que existe um tipo de comunicação não verbal, feita de silêncios, que pode alcançar resultados mais profundos do que as palavras. Olhar intensamente um para o outro sem dizer nada era para aqueles casais uma outra forma de se descobrirem, de se compreenderem, de se apaixonarem, de se perdoarem.

II.

Jesus, depois de ter passado três anos a pregar, a contar parábolas, a fazer discursos, a dialogar… nos últimos dias, escolheu outra forma de comunicar, através do silêncio, como vimos agora na narrativa da paixão (recordemos que não se trata apenas de paixão no sentido de sofrimento, mas também de paixão de amor). O que Jesus tinha a dizer já o disse, já não há palavra a acrescentar, pelo que agora só comunica através do silêncio.  Perante Pilatos, que lhe pergunta “O que é a verdade?”, Jesus fica em silêncio, e imagino-o a dizer a Pilatos, através de um olhar cheio de amor: “Mas tu ainda não percebeste que a verdade está mesmo à tua frente?”  Ou então, perante aos pedidos de Herodes, que queria divertir-se a ver Jesus fazer prodígios, Jesus nem sequer diz uma palavra, pelo menos com a boca. Mas, mesmo aqui, imagino-o a dizer, através do seu olhar penetrante: “Herodes, cresce, és ainda uma criança? Não consegues ver mais além?”.

III.

Há muitos tipos de silêncio. Alguns são bons silêncios, outros nem tanto, como o silêncio dos cobardes, que não são capazes de tomar posição perante a injustiça. É o silêncio que se torna cúmplice, como disse Martin Luther King: “Não tenho medo da maldade dos malvados, mas do silêncio dos honestos”.  Ou como disse Peppino Impastato: “A máfia mata, o silêncio também”.

Depois, há o silêncio dos manipuladores que castigam sobretudo os seus próprios familiares, não falando com eles, para os obrigar a fazer o que eles querem. É uma forma de abuso psicológico a que não se deve submeter, caso contrário a relação torna-se tóxica, porque elimina a possibilidade de confronto, de contra-argumentação, de diálogo e quer levar o outro a sentir-se culpado.

Há o silêncio dos inteligentes, que sabem calar-se quando a discussão não leva a lado nenhum. Neste caso, como se diz: “O silêncio é uma resposta inteligente”. É o silêncio daqueles que se colocam num outro nível, onde a maldade e a ofensa nunca os poderão atingir.

O silêncio é também a escolha acertada de quem sabe que não consegue dominar a sua impetuosidade e, por isso, impõe-se a si próprio o silêncio ou a contagem até cem antes de responder. Saber calar quando a discussão está a ultrapassar os limites.

Em todo o caso, é sempre melhor ficar calado quando não se tem nada a dizer, porque, como se diz, “às vezes é melhor ficar calado e deixar os outros na dúvida sobre se somos estúpidos, do que falar e tirar-lhes todas as dúvidas”.

IV.

E, finalmente, há o silêncio de Jesus, um silêncio nobre, que fala muito mais do que as  palavras: uma comunicação feita de olhares e silêncios. Jesus cala-se perante as perguntas erradas, como a de Pilatos, que perguntava “o que é a verdade”, quando a pergunta correcta não é “o que é”, mas “quem é” a Verdade; ou perante as perguntas enganadoras ou superficiais, como as de Herodes, que só queria satisfazer a sua curiosidade; ou como as perguntas idiotas dos soldados que o feriram e perguntaram: “Adivinha quem foi?”.

Jesus cala-se perante tantas perguntas ou pedidos que lhe fazemos nós também, porque muitas vezes são perguntas erradas, ou superficiais, ou idiotas… Jesus responde não com palavras mas com um silêncio que diz muito mais, responde com a sua paixão e morte. Quando lhe pedimos que nos tire o sofrimento, vemo-lo flagelado e coroado de espinhos; quando lhe pedimos que nos proteja da maldade dos homens, vemo-lo escarnecido e zombado pelos soldados; quando lhe pedimos que nos alivie do peso das nossas cruzes, vemo-lo subir ao Calvário carregado da cruz; quando lhe pedimos que nos livre da morte, a nós ou aos nossos entes queridos, vemo-lo morrer na cruz. Jesus não nos salva do sofrimento, da maldade e da morte, mas salva-nos através do sofrimento, da maldade e da morte por que ele próprio passou.

V.

Em conclusão.

Ao explicar o título “Infinito + 1” do seu álbum, Fulminacci diz: “O título vem das típicas brincadeiras que tínhamos em crianças, quando, para ganhar no jogo “do maior número”, a quem respondia “infinito”, tu respondias “infinito +1″”.  Também me faz lembrar quando àqueles que nos diziam “te quero um bem infinito” nós respondíamos “e eu infinito + 1” para dizer “eu mais”.

Comecemos esta semana de paixão com paixão, acompanhemos Jesus em silêncio no seu caminho de amor rumo ao Calvário: uma “Via Crucis” que se torna uma “Via Amoris” porque é sinal do amor maior, de um amor infinito, aliás “Infinito + 1”.

– Imagem de fundo: uma cena do videoclip “Infinito+1 de Fulminacci

– Música de fundo: Nel tuo silenzio – Base com letra – By R@F57 (Gen verde)

???????? INFINITE+1

(Video and text in ???????? English)

Gospel Commentary for Sunday, March 24, 2024 (Palm Sunday B)

Mk 14:1-15:47 (Passion according to Mark)

I.

Earlier this year (2024) the good and young Roman singer Filippo Uttinacci (aka Fulminacci) released his beautiful song “Infinity +1” accompanied by a very emotional video that I recommend you watch. They filmed 9 pairs of people sitting opposite each other who just had to look into each other’s eyes for a while without saying a word. These couples some were of people who were strangers to each other, others were of separated married people or ex-boyfriends. After a good time looking at each other in silence, each couple hugged, or kissed, all were filled with emotion or with tears in their eyes. With this social experiment Fulminacci wanted to show that there is a type of nonverbal communication, made up of silences, that can achieve deeper results than words. Looking intensely at each other without saying anything was for those couples another way of discovering themselves to know, understand, fall in love, and forgive each other.

II.

Jesus, after three years of preaching, telling parables, making speeches, dialoguing… in the last days chose another way of communicating, through silence, as we saw now in the passion narrative (let us remember that it is not only passion in the sense of suffering, but also passion of love). What Jesus had to say he has said, there is no more word to add, so now he communicates only through silence.  Faced with Pilate asking him “What is truth?” Jesus is silent, and I imagine him saying through a look full of love to Pilate “but haven’t you realized yet that the truth is before you?”  Or in the face of Herod’s demands that he wanted to be amused at seeing Jesus perform wonders, Jesus does not even say a word, at least with his mouth. But even here I imagine him saying to Herod through his piercing gaze, “Herod, grow up, are you still a little boy? Can’t you look any further?”

III.

There are many kinds of silence. Some are good silences, others less so, such as the silence of cowards, who cannot take a stand in the face of injustice. It is silence that becomes complicit as Martin Luther King said, “I am not afraid of the wickedness of the wicked, but of the silence of the honest”.  Or as Peppino Impastato said, “The Mafia kills, silence as well.”

Then there is silence of the manipulators who especially punish their own family members by not talking to them, to push them to do what they want. It is a form of psychological abuse that one must not submit to otherwise the relationship becomes toxic because it eliminates the possibility of confrontation, counter-argument, dialogue and wants to push the other person to feel guilty.

There is the silence of the intelligent, who know how to keep quiet when the discussion leads nowhere. In this case, as they say, “Silence is an intelligent response”. It is the silence of those who place themselves on another level, where nastiness and insults can never tap into them.

To be silent is also the right choice of those who know that they cannot master their impetuosity and therefore self-impose silence or count to a hundred before responding. Know how to keep silent when the discussion is going over the top.

In any case, it is better to always keep quiet when you have nothing to say, because as they say, “Sometimes it is better to keep quiet and leave others in doubt as to whether we are fools than to speak up and remove all doubt from them.”

IV.

And in the end there is Jesus’ silence, a noble silence that speaks much more than many words: a communication made up of looks and silences. Jesus is silent  in the face of the wrong questions such as Pilate’s asking what the truth is, when the right question is not “what is” but “who is” the Truth; or the deceptive or superficial questions such as those of Herod who only wanted to satisfy his curiosity; or such as the idiotic questions of the soldiers who struck him and asked, “Guess who did it?”

Jesus is silent in the face of so many questions or requests we ask him, because they are often wrong, or superficial, or idiotic questions… Jesus answers not with words but with silence that says so much more, he answers with his passion and death. When we ask him to take away our suffering, let us watch him scourged and crowned with thorns; when we ask him to protect us from the wickedness of people, let us watch him mocked and ridiculed  by the soldiers; when we ask him to relieve us from the burden of our crosses, let us watch him ascend Calvary laden from the cross; when we ask him to deliver us or loved ones from death, let us watch him die on the cross. Jesus does not save us from suffering, wickedness and death, but He saves us through the suffering, wickedness and death that He Himself went through.

V.

In conclusion.

In explaining the title “Infinity + 1” of his album, Fulminacci says, “The title comes fromLa Notizia.net è un quotidiano di informazione libera, imparziale ed indipendente che la nostra Redazione realizza senza condizionamenti di alcun tipo perché editore della testata è l’Associazione culturale “La Nuova Italia”, che opera senza fini di lucro con l’unico obiettivo della promozione della nostra Nazione, sostenuta dall’attenzione con cui ci seguono i nostri affezionati lettori, che ringraziamo di cuore per la loro vicinanza. La Notizia.net è il giornale online con notizie di attualità, cronaca, politica, bellezza, salute, cultura e sport. Il direttore della testata giornalistica è Lucia Mos