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Roma Municipio XIII-Castel di Guido-Franco Leggeri Fotoreportage- L’Alba nella Campagna Romana

Roma MunicipioXIII -Castel di Guido- Franco Leggeri Fotoreportage per i Quaderni della Campagna Romana-L’Alba nellaCampagnaRomanaè un’immersione nel silenzio che suscita emozioni  , evoca suggestioni che poi si perdono nell’infinità del cielo romano. Fotografare è come toccare  a mani nude la purezza della rugiada ancora addormentata sull’erba e godere , a beneficio della fotocamera, dei chiarori dell’alba, di questa luce e di questo immenso silenzio per avere delle immagini irripetibili .  Farsi accarezzare dai raggi del sole che si è “appena svegliato”  e accende i colori di questaCampagna,significa gioire dell’intimità di questo luogo d’incontro che è  un vero e grandioso dono di Dio.

Sono le 5:30 di un mattino estivo  e mi resta ancora poco tempo per vivere in compagnia di questa  bellezza ammantata di pace. Ora sta iniziando il traffico e le auto infrangono e distruggono il silenzio. Tra poco inizia il caos della “civiltà “, ma restano ancora momenti per essere con me stesso e fotografare ancora una volta l’Alba e il suo disperdersi nel giorno . Questi sono attimi che, se li sai centellinare,  possono diventare  infiniti e dare  un piacevole senso  di assenza di gravità e anche l’illusione che sia possibile fluttuare nell’armonia  della bellezza. Sono tantissimi anni che godo mi tuffo nella magia della Campagna Romana così carica di storia  che gli alberi, i cespugli e le pietre sanno raccontare a chi sa ascoltare i loro sussurri. Ormai mi rimane difficile immaginare come sarebbero  le mie mattine senza la bellezza di questa visione dove i colori che la dipingono nascono da una tavolozza infinita che ogni giorno la trasforma in un affresco di stupefacente potenza che incide la mia anima, oltre il limite oscuro, il limite segnato, inciso, dalla linea livida.

La Campagna Romana o Agro Romano, in senso storico o tradizionale, non coincide con nessuna delle odierne suddivisioni amministrative e neppure con l’area che potrebbe definirsi come banlieue di Roma. Essa comprende il comune di Roma (1507,6 km2) eccetto l’area occupata dalla città coi quartieri e suburbî (222 km2) cioè 1285,6 km2cui sono peraltro da aggiungere il comune di Aprilia (177,6 km2) costituito nel 1937, e parte dei comuni di Anzio, Nettuno, Pomezia e Marino; in quest’ultimo comune si trova l’aeroporto di Ciampino coi nuclei abitati dipendenti, compresa la così detta Città giardino Appia (v. ciampino, in questa App.). Il fatto più notevole che caratterizza l’ultimo ventennio è il progressivo rapido ripopolamento della Campagna.

Limitandoci al territorio pertinente al Comune di Roma, i 62.500 ab. (residenti) del 1936, sono divenuti 120.781 nel 1981 e 161.886 nel 1956. L’incremento è dovuto non tanto al moltiplicarsi delle case sparse, quanto al costituirsi di nuclei che sono spesso antichi casali trasformati, dotati di chiesa, scuola, stazione sanitaria, ovvero di nuove unità rurali, o infine di veri e proprî centri. Di questi il più recente censimento ne annovera 42, dei quali uno, il Lido di Ostia è ormai una cittadina di circa 20.000 ab., altri due o tre hanno popolazione superiore a 5000 ab. (oltre a Ciampino) e sette o otto popolazione superiore a 1000 ab. Il richiamo della popolazione verso il mare è evidente. Dopo il Lido, il centro più popoloso è Fiumicino, che acquisterà nuovo incremento con l’apertura al traffico (1961) del grande aeroporto intercontinentale; a nord di Fiumicino è Fregene; a sud del Tevere Tor Vaianica, a prescindere dalle altre recenti “marine” che si succedono fino ad Anzio. Altra ben visibile trasformazione della Campagna, del resto connessa con la precedente, è la riduzione delle aree pascolive a vantaggio delle coltivazioni. Tra queste predomina ancora il grano, ma nelle zone periferiche compare la vite (anche per frutto), altri alberi fruttiferi, prati da foraggio e, in plaghe più ricche di acqua, colture orticole.

La Campagna comprende due grandi bonifiche effettuate secondo piani predisposti, la bonifica di Maccarese e quella di Porto-Isola Sacra, oltre ad altre minori; comprende anche taluni grossi centri di allevamento, come Torrimpietra. L’allevamento bovino si sviluppa, quello ovino declina a causa della accennata riduzione del pascolo naturale. Manifesta è anche la trasformazione o integrazione della rete stradale. Le antiche vie consolari irraggianti dalla città che ancora costituiscono lo schema fondamentale, sono collegate da vie trasversali (a cominciare dal “grande raccordo anulare” corrente a 11-15 km dal centro di Roma), da collegamenti secondarî, da strade vicinali e di bonifica. La parte della Campagna più vicina alle aree suburbane viene a poco a poco assorbita dalla espansione del Suburbio stesso sia verso il mare (dove i quartieri dell’EUR sono, secondo il reparto del 1951, ancora fuori del Suburbio), sia verso est (via Tiburtina), sia verso sud-est (vie Prenestina e Casilina), sia anche verso nord (via Cassia).e (via Aurelia) Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani

Franco Leggeri-Direttore Editoriale dei Quaderni della Campagna Romana

E’ essenziale che la voce di chi vive a Castel di Guido venga amplificata attraverso i suoi articoli e le sue analisi.Continueremo a combattere per i diritti dei cittadini di Castel di Guido, affinché la loro lotta diventi un faro di speranza per tutti coloro che si trovano in situazioni simili

La nostra Redazione si impegna a portare alla luce le ingiustizie della nostra società, inclusa la difficile situazione di Castel di Guido. E’ fondamentale che le storie di queste Comunità vengano raccontate, affinché tutti possano comprendere le sfide che affrontano ogni giorno. Grazie al supporto dei nostri lettori, possiamo continuare a fare la differenza

Castel di Guido, un borgo tra storia e Campagna Romana

Castel di Guidoè una storica località dell’Agro Romano, nel territorio di Roma, immersa in un paesaggio rurale caratterizzato da campi, boschi e antichi casali. Il suo nome è legato al castello medievale sorto nell’area, testimonianza di un passato in cui il territorio rappresentava un importante punto di collegamento e presidio lungo le antiche vie che conducevano verso il litorale.

Il borgo conserva ancora oggi un’atmosfera profondamente legata allacampagna romana, lontana dal ritmo della metropoli. Tra gli elementi di maggiore interesse spicca lachiesa medievale dello Spirito  Santo, che rappresenta uno dei luoghi simbolo della comunità locale e custodisce la memoria storica e religiosa del borgo.

Il territorio circostante è caratterizzato da una significativa presenza naturalistica e agricola, con ampie aree verdi che contribuiscono a conservare l’identità dell’anticoAgro Romano.

Castel di Guidorappresenta così un’interessante realtà in cuistoria, natura e tradizione ruraleconvivono a pochi chilometri dal cuore di Roma, offrendo uno scorcio autentico di quella campagna romana che per secoli ha caratterizzato il paesaggio della Capitale.

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Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma-12)- Louis Pasteur, il primo microbiologo-

Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma- 12)Louis Pasteur, il primo microbiologo- Lo scienziato che dimostrò che i germi esistono e possono causare malattie –Roma -Portuense-Vigna Pia e DintorniQuesto reportage, come quelli a seguire, vuole essere un  viaggio che documenta e racconta la storia di un quartiere di Roma: Portuense-Vigna Pia e i suoi  Dintorni con scatti fotografici che puntano a fermare il tempo in una città in continuo movimento. Non è facile scrivere, con le immagini di una fotocamera, la storia di un quartiere per scoprire chi lascia tracce e messaggi. Ci sono :Graffiti, Murales, Saracinesche dipinte, Vetrine eleganti che sannogenerare la curiosità dei passanti,il Mercatino dell’usato, il Mercato coperto, le Scuole, la Parrocchia, il Museo, la Tintoria storica della Signora Pina, la scuola di Cinema, la scuola di Musica, le Palestre , il Bistrò ,i Bar ,i  Ristoranti, le Pizzerie e ancora i Parrucchieri e gli specialisti per la cura della persona e come non ricordare l’Ottica Vigna Pia .Non mancano gli  Artigiani e per finire, ma non ultimo, il Fotografo “Rinaldino”   . Il mio intento è di presentare un “racconto fotografico”  che ognuno può interpretare e declinare con i suoi ”Amarcord” come ad esempio il rivivere “le bevute alla fontanella”, sita all’incrocio di Vigna Pia-Via Paladini, dopo una partita di calcio tra ragazzi ,oppure ricordando i “gavettoni di fine anno scolastico. Infine, vedendo il tronco della palma tagliato, ma ancora al suo posto, poter ricordare, con non poca tristezza, la bellezza “antica” di Viale di Vigna Pia.

Franco Leggeri Fotoreportage- Murales Ospedale Spallanzani di Roma-12)- – Louis Pasteur- il primo microbiologo

Roma,lungo via Folchi  ,con inizio dalla via Portuense, si trovano i Murales  che raffigurano gli scienziati  che hanno combattuto e vinto le battaglie contro le malattie infettive. Eroi veri, ma dimenticati  su questo muro di cinta . I Murales ora rischiano il degrado e la “polverizzazione” dell’intonaco. Il muro di cinta  dell’Ospedale “Lazzaro Spallanzani”, lato via Folchi, fa da “sostegno” e “tela” ai murales realizzati in questi 270 metri. L’Opera fu iniziata nel febbraio  del 2018 e completata  e inaugurata  il 3 maggio dello stesso anno. Nei Murales sono immortalati i 13 volti di Scienziati che hanno scritto la storia della ricerca sulle malattie infettive. Il progetto dei Murales,  finalizzato a celebrare gli 80 anni della struttura ospedaliera, è stato realizzato grazie alla collaborazione fra la Direzione dello Spallanzani e l’AssociazioneGraffiti Zeroche promuove l’integrazione fra la Street Art e i luoghi che la ospitano. Unica grave pecca ,ahimè, non vi è immortalata nessuna donna.

Louis Pasteur- il primo microbiologo

Verranno pubblicati le foto dei Murales  di tutti i 13 scienziati , uno alla volta, questo al fine di poter evidenziare la biografia e la loro Opera in maniera  più completa possibile.  Le biografie pubblicate a corredo delle foto sono prese da Enciclopedia Treccani.on line eWikipedia

professoressa Carla Renata Arciola
Il bicentenario di Louis Pasteur, il primo microbiolog Lo scienziato che dimostrò che i germi esistono e possono causare malattie raccontato dalla professoressa Carla Renata Arciola.

Duecento anni fa, il 27 dicembre 1822, nasceva a Dole, un paesino della regione francese del Giura, Louis Pasteur, chimico e pioniere nello studio dei microrganismi patogeni.

Carla Renata Arciola, docente di Patologia Clinica e di Storia della Medicina nel Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia, ci racconta l’enorme importanza delle sue ricerche per il progresso della scienza medica e per la salute dell’umanità intera. 

Tutti hanno sentito nominare almeno una volta la “pastorizzazione”, il processo di conservazione degli alimenti che da Louis Pasteur ha preso il nome, ma il suo contributo al progresso scientifico in medicina è stato assai più ampio, ce lo può riassumere?
Franco Leggeri Fotoreportage- Murales Ospedale Spallanzani di Roma-12)- – Louis Pasteur- il primo microbiologo

Louis Pasteur era un chimico e condusse i suoi primi studi sulla fermentazione della birra e del vino e sulla malattia del baco da seta. Si occupò di fermentazione su richiesta di alcuni fabbricanti di birra, timorosi per le sorti delle loro produzioni. I suoi studi misero in evidenza che le alterazioni nella fermentazione di questi alcolici potevano essere evitate semplicemente portando a 55- 60° C la loro temperatura per tempi molto brevi. In questo modo si otteneva la bonifica delle bevande senza alterare le loro caratteristiche organolettiche. La tecnica è stata poi utilizzata sino ai nostri giorni per “pastorizzare” il latte, le uova, i succhi di frutta e molto altro.

Louis Pasteur- il primo microbiologo

In tutt’altro contesto, ma sempre utilizzando il calore, Pasteur riuscì a trovare una brillante soluzione per prevenire i danni dovuti alla pebrina, la malattia epidemica del baco da seta: elevare la temperatura di qualche grado per sollecitare l’uscita delle farfalle, così da poter esaminarle al microscopio, individuare precocemente quelle contaminate ed escluderle dalla catena produttiva della seta.

Louis Pasteur- il primo microbiologo

Un’altra grande innovazione di Pasteur fu il concetto di “attenuazione” e di “vaccino attenuato”, che egli introdusse studiando il cosiddetto “colera dei polli”, una malattia che colpisce gli allevamenti avicoli. Pasteur coltivò materiale contaminato, proveniente da polli uccisi dalla malattia, in un brodo di coltura e poté constatare che poche gocce del brodo bastavano a uccidere un pollo sano. Si accorse però che i polli trattati con una brodocoltura vecchia di alcune settimane non morivano più e collegò il fenomeno all’attenuazione della virulenza dovuta all’invecchiamento della coltura. Inoltre, i polli così vaccinati risultavano protetti dalla malattia anche in caso di esposizione a colture fresche e vitali: questo perché il precedente contatto col vaccino attenuato aveva stimolato le loro difese immunitarie. Successivamente Pasteur estese le sue ricerche e le sue applicazioni ad altre malattie del bestiame, come il carbonchio.

Franco Leggeri Fotoreportage- Murales Ospedale Spallanzani di Roma-12)- – Louis Pasteur- il primo microbiologo

Uno straordinario successo di Pasteur in ambito vaccinale riguardò la rabbia silvestre. Si deve infatti a Pasteur il merito di aver progettato e preparato il primo vaccino per il trattamento della rabbia animale e umana. La rabbia, con le sue vittime furiose, si manifestava molto drammaticamente e il trattamento cui i malati erano allora sottoposti, cioè l’applicazione di tizzoni ardenti sulle ferite, era impressionante. Pasteur sviluppò un vaccino che saggiò prima sui cani: così vaccinati, questi non sviluppavano più la rabbia se esposti ai morsi di animali rabbiosi. Poi una drammatica emergenza lo spinse a saggiare il vaccino anche sull’uomo: gli portarono un bambino che aveva subito quattordici morsi da un cane rabbioso. L’altissima probabilità che il bambino morisse di rabbia convinse Pasteur a procedere subito con la somministrazione del suo vaccino sperimentale, affiancato da un medico (Pasteur non era medico) che eseguì materialmente le iniezioni. Il bambino fu sottoposto a un ciclo di vaccinazioni con dosi crescenti e si salvò. Fu così che Pasteur divenne famoso e ricercato: vittime di morsi di cane e di lupo giunsero nei laboratori di Pasteur da tutta la Francia, e anche dall’estero, per ricevere il nuovo trattamento antirabbico. A Parigi, per il trattamento della rabbia, fu costruito appositamente, con finanziamenti pubblici, l’Istituto Pasteur.

Franco Leggeri Fotoreportage- Murales Ospedale Spallanzani di Roma-12)- – Louis Pasteur- il primo microbiologo
Pasteur dimostrò anche che la “Teoria dei germi patogeni” non è solo una teoria ipotetica ma è la realtà del mondo che ci circonda. Fino a quel momento invece, l’origine delle malattie che ora chiamiamo “infettive” (peste, colera, tifo, ecc..) come era spiegata dalla medicina?

Oggi è ovvio riconoscere i batteri e i virus come causa di malattie che possono trasmettersi da un individuo all’altro ma, sino alla fine dell’Ottocento, l’origine delle malattie era ancora molto misteriosa. All’epoca di Pasteur le numerose epidemie di colera focalizzarono il dibattito sulle possibili cause di tale malattia e sui possibili meccanismi della sua diffusione. Si ipotizzava allora vagamente la natura contagiosa di molte malattie epidemiche, ma senza un coerente collegamento concettuale fra cause, effetti, evoluzione. La teoria che anche esseri viventi microscopici potessero essere coinvolti nel contagio e nello sviluppo delle malattie, benché fosse stata avanzata in più occasioni sin dal Seicento, non era mai stata dimostrata. Sino ad allora, era emersa solo una lunga serie di ipotesi e di congetture che mettevano in relazione, in modo disordinato e talora capriccioso, la fermentazione, la putrefazione, i miasmi, il contagio, l’infezione, la corruzione. Il passaggio dalle confuse ipotesi sulla natura dei contagi a una spiegazione convincente ed unitaria fu il risultato dello sviluppo di una nuova disciplina, la microbiologia, e di una nuova teoria, la teoria dei germi. Il termine microbiologia fu introdotto ufficialmente nel 1881 da Pasteur in occasione del Congresso Internazionale di Medicina di Londra e sancì il riconoscimento della teoria dei germi per spiegare l’origine di molte malattie epidemiche. Secondo la teoria, in estrema sintesi, i microbi sono causa di malattie che possono essere trasmesse da un individuo all’altro. Pasteur avviava così una vera e propria rivoluzione concettuale nella storia del pensiero scientifico.

Pasteur dimostrò inoltre la fallacia della c.d. “generazione spontanea” dei viventi. Una teoria che risaliva ai tempi di Aristotele. Per il filosofo greco gli organismi viventi nascono da altri organismi, ma possono anche generarsi spontaneamente, ad esempio scaturendo dalla putrefazione della terra. Nel 1860 l’Accademia Francese delle Scienze istituì un premio per chi fosse riuscito a far luce sulla millenaria questione con una dimostrazione scientifica. Louis Pasteur vinse il premio, dimostrando l’impossibilità della formazione spontanea dei microrganismi e spiegando che quella che appariva come “generazione spontanea” era invece il frutto di una contaminazione dall’esterno. Gli esperimenti di Pasteur rimangono un brillante esempio di rigore sperimentale.

Per chiudere, una domanda, per così dire, “di stagione”. Pasteur era nato durante le feste natalizie. Quali cibi del pranzo di Natale non potremmo mangiare (o potremmo mangiare, ma con maggior rischio per la salute) se non ci fosse stato Louis Pasteur?

La grandezza delle scoperte di Pasteur si riverbera su molti aspetti della nostra vita e della nostra salute ed è tuttora attualissima. In questo periodo di festa potremo ringraziare Pasteur quando porteremo sulle nostre tavole il panettone impastato con ingredienti pastorizzati, come le uova e il latte, o farcito con panna e crema, quando faremo bollire a lungo il brodo, per renderlo più gustoso ma anche per sterilizzarlo, oppure quando condiremo i tortellini con la panna (pastorizzata),  quando stapperemo lo spumante (pastorizzato) o anche, in onore di Pasteur, lo champagne (pastorizzato) per il brindisi augurale di Natale e Capodanno.

Fonte-ALMA MATER STUDIORUM – Università di Bologna –

Chimico e biologo francese (Dôle 1822 – Villeneuve l’Étang, Seine-et-Oise, 1895). Considerato il padre dellamicrobiologia, a lui si devono sia la scoperta della fermentazione sia l’introduzione delle vaccinazioni e dei metodi disterilizzazione.

Scientific Identity, Portrait of Louis Pasteur

Vita e attività

Di umili origini (il padre era un conciapelli), compiuti gli studî secondarî a Besançon, si iscrisse (1843) all’École normale supérieure di Parigi, addottorandosi nel 1847. Le sue prime ricerche furono dicristallografia. Il chimico tedesco E.Mitscherlichaveva osservato (1844) che il paratartrato e il tartrato doppio di soda e di ammoniaca, perfettamente identici quanto alla composizionechimica, alla forma cristallina e alle proprietà fisiche, esercitavano azioni diverse sulla luce polarizzata, senza riuscire a trovarne una spiegazione. P. si impegnò per diversi anni aricercarelacausadi un tale fenomeno, individuandola infine nella loro dissimmetria molecolare (1848). Gli studî sulla dissimmetria molecolare (P. continuerà ad occuparsi di cristallografia fino al 1857) mostrarono in seguito tutta la loro importanza dando luogo al sorgere dellastereochimica. Nel 1854 fu nominato docente nella facoltà di scienze di Lilla. In quegli anni (le sue prime annotazioni suiCahiers de laboratoiresono del 1855), P. cominciò ad occuparsi del problema dellefermentazioni, indotto a ciò anche dalle pressanti richieste di alcuni fabbricanti di birra preoccupati per le sorti del loro prodotto. L’idea allora dominante intorno all’origine e alla causa delle fermentazioni era quella sostenuta dal chimico tedesco Liebig che riteneva la fermentazione un fenomeno puramente chimico. Nel suo primoMémoire sur la fermentation appelée lactique(1857), P. sostiene che “la fermentazione si mostra correlata allavita“. Nella fermentazione alcolica in particolare egli notò la presenza di globuli il cuicomportamentoera quello di esseri viventi microscopici. Giunto a questo punto P. fu naturalmente portato a chiedersi quale fosse l’origine di questi esseri microscopici, capaci di indurre importanti fenomeni di trasformazione delle sostanze fermentescibili. Fu così che si trovò ad affrontare lo studio dellagenerazionespontanea, anticateoriaesplicativa dell’origine della vita e risalente almeno adAristotele. Nel sec. 17° tale teoria fu dimostrata falsa dall’italiano F. Redi per l’origine spontanea di mosche e insetti di varianatura. La teoria risorse nel sec. 18° per certi aspetti con la disputa Spallanzani-Needham. Nel 1858 F. A. Pouchet comunicò all’Académie des sciences alcuni risultati favorevoli all’eterogenesi. La disputa Pasteur-Pouchet sulla generazione spontanea durò a lungo e si concluse con il “trionfo” di P., il quale riuscì a dimostrare che con alcuni accorgimenti tecnici i liquidi utilizzati negli esperimenti, se precedentemente sterilizzati, non presentavano alcuna produzione vitale. Bisogna dire che i motivi ideologici presenti nel dibattito fecero apparire Pouchet un materialista convinto e, di contro, P. un difensore dello spiritualismo e della religione ufficiale. Un’attenta ricostruzione storica ha dimostrato che i termini reali della questione stanno ad indicare l’erroneità di tale semplificazione. Dalla teoria della generazione spontanea allateoria generale dei germi patogeniil passo era breve e quasi obbligato. Lamedicinain generale e la chirurgia in particolare acquisivano i concetti fondamentali di sepsi e asepsi. Il grande chirurgo inglese J. Lister, invitando P. a Edimburgo dichiarava: “Ho bisogno di aggiungere che grande soddisfazione sarebbe per me mostrarvi qui quanto la chirurgia vi deve”. Dal 1865 al 1870 P. si dedicò quasi interamente allo studio dellemalattie del baco da seta. A conclusione di questi suoi lavori poteva affermare che le due principali malattie che lo colpiscono, la pebrina e la flaccidezza, sono malattie ereditarie e contagiose, indicando i mezzi per prevenirle. Negli anni Ottanta P. si impegnò nello studio di numerose malattie infettive come ilcoleradei pollie ilcarbonchio. Grazie a queste ricerche egli riuscì a mettere a punto un metodo di attenuazione degli agenti patogeni mediante l’azione dell’ossigeno dell’aria. Attraverso l’inoculazionepreventiva dei germi attenuati egli riusciva a prevenire lamalattianella sua forma più virulenta e mortale. Nasce così la tecnica della vaccinazione preventiva delle malattie infettive. Ma gli studî che gli diedero fama imperitura furono, per la loro drammaticità e spettacolarità, quelli sullarabbia. Questi studî segnarono, per P., il passaggio dallasperimentazioneanimale a quella sull’uomo. Contrariamente a quanto avveniva per le altre malattie infettive, P. non riuscì mai a isolare l’agente patogeno della rabbia. Riuscì però, col contributo fondamentale di É. Roux, a mettere a punto un metodo di attenuazione delvirusrabbico. Da qui l’importante prassi della vaccinazione preventiva. La spettacolarità dei risultati ottenuti da P. sull’uomo ha contribuito a creare un vero e proprio mito-P., che attraverso una acritica vulgata storiografica ci ha tramandato un’immagine agiografica e di maniera del grande scienziato francese. Solo di recente, anche sulla base di un attento studio dei manoscritti inediti (Cahiers de laboratoire), si è cominciato a restituire una dimensione storica realistica allascienzapasteuriana e al suo autore nella sua concreta figura di uomo e di scienziato del sec. 19°. Numerosi furono gli incarichi accademici cui P. venne chiamato: direttore degli studî scientifici all’École normale (1857-67), prof. di chimica alla Sorbona (1867-74), direttore dellaboratoriodi fisiologia-chimica all’École normale (1867-88); nel 1888 (fino al 1895) fu direttore dell’Institut P., fondato per lui, per ricerche di sieroterapia e microbiologia. Nel 1882 era stato eletto all’Académie française. Fu socio straniero dei Lincei (1888). Delle opere si ha un’edizione completa a cura di M. Pasteur-Vallery-Radot (Oeuvres, 7 voll., 1922-39); laCorrespondanceè stata pubblicata in 4 volumi (1940-51). Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani

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Franco Leggeri Fotoreportage-Roma Gianicolo- Monumento a Giuseppe Garibaldi-

ROMA- Franco Leggeri Fotoreportage-Roma Gianicolo- Monumento a Giuseppe Garibaldi-Fu proprio col decreto reale del 3 giugno 1882, giorno successivo alla morte di Giuseppe Garibaldi, che veniva stabilito di erigere un monumento in suo onore. La scelta del luogo cadde sul Gianicolo, dove ancora vivo era il ricordo dell’epopea garibaldina dei giorni dell’effimera Repubblica Romana. Dal decreto si passò, l’anno successivo, al bando del concorso pubblico e prese vita, con De Pretis alla Presidenza, la commissione composta da artisti, deputati, senatori e dal sindaco di Roma Leopoldo Torlonia. Nel bando del concorso veniva indicato il luogo preciso del Gianicolo in quanto la commissione sentiva il dovere di fornire al concorrente tutti gli elementi necessari allo studio dell’opera da erigere e dello spazio a disposizione. A tal proposito, giustamente scriveva l’architetto Camillo Boito, membro della commissione: “La massa del monumento, la stessa sua composizione, la scelta dei materiali, la grandezza e lavoratura dei particolari, dipendono in parte dalle condizioni anche secondarie del luogo”. Così, dopo attento esame, fu scelta la zona di proprietà dei Wedekind, il punto più alto di Roma, sopra il giardino di S. Pietro in Montorio, luogo particolarmente eccellente e idoneo alla rievocazione dei tragici gloriosi momenti della difesa di Roma.

Franco Leggeri Fotoreportage-Roma Gianicolo- Monumento a Giuseppe Garibaldi

Quindi le preferenze andarono al modello di Emilio Gallori, ispirato a monumenti equestri rinascimentali e in obbedienza al gusto del momento.
Nel bozzetto la statua equestre, esprimente eleganza, quiete, gentilezza, era poggiata su un basamento di granito che recava sui fianchi le figure allegoriche dell’Europa e dell’America, oltre ai bassorilievi recanti lo sbarco a Marsala e la resistenza di Boiada. La difesa di Roma e il gruppo della libertà apparivano rispettivamente nelle parti anteriore e posteriore. Lo stesso Gallori, per chiarire i motivi che lo avevano ispirato nella realizzazione del proprio progetto, così si espresse: “Nella figura equestre ho cercato di imprimere quella serenità e quella calma, che non possono discompagnarsi da una figura come quella di Garibaldi, generoso, filosofo, sempre umanitario”. Inoltre il momento storico richiedeva la celebrazione di un Garibaldi non guerrigliero e rivoluzionario, ma un condottiero virtuoso e accorto, sostenitore della pace mondiali.

Si giunge al momento solenne dell’inaugurazione, fissata nel programma del Municipio per il 21 settembre 1895, ma anticipata al 20, in occasione del venticinquesimo anniversario della breccia di Porta Pia. La celebrazione sul Gianicolo fu senz’altro la più importante e raccolse intorno al monumento oltre 30.000 invitati giunti da ogni parte d’Italia, o meglio, da quelle province e da quei comuni che deliberarono la propria partecipazione, aderendo alla richiesta del governo e superando ogni ostacolo di carattere polemico oltre che politico. E non basta. Già il 16 luglio 1895, quasi alla vigilia dell’inaugurazione, si rendevano palesi le angustie in cui versava il “Comitato Generale per solennizzare il XXV anniversario della liberazione di Roma”. Proprio in quella data Menotti Garibaldi, primogenito dell’eroe e presidente della commissione esecutiva, faceva presente a Crispi che, secondo quanto rilevato dai membri della commissione finanziaria dello stesso comitato, il programma predisposto non sarebbe mai giunto a concreta realizzazione se il governo non fosse intervenuto con un impegno di 100.000 lire. Un rifiuto a tale richiesta avrebbe portato a irrevocabili dimissioni. E le dimissioni ci furono. Le comunicò il 24 luglio lo stesso sindaco di Roma, Emanuele Ruspoli.

Fu una presa di posizione molto grave che si ripercosse sulla stessa inaugurazione. Infatti tutti i membri della famiglia Garibaldi si rifiutarono di presenziare alla cerimonia e furono concordi nel declinare l’invito ufficiale, adducendo scuse di varia natura. Tuttavia alle 11 di quell’agitato 20 settembre cadde il telo che nascondeva il maestoso monumento costato complessivamente 1.200.000 lire, di cui 1.000.000 messo a disposizione dallo Stato. per il resto contribuirono i cittadini e le diverse rappresentanze. Dall’altezza di 22 metri Garibaldi appare avvolto nel poncho tradizionale e lascia trasparire dall’atteggiamento quieto e sereno e dallo sguardo ammonitore rivolto verso i monti Parioli, tutta la dolcezza e fierezza del suo volto. Sotto di lui lo stesso cavallo semplice e grandioso completa a meraviglia la solennità del monumento. La rigidità della posizione sta ad indicare il riposo fiero dopo la conquista.
Sui gradini a destra del basamento giaceva una grande ed artistica corona di bronzo, opera di Ettore Ferrari, per ricordare ai posteri che Garibaldi fu il primo illustre Gran Maestro della Massoneria italiana. Ma nel 1925 la corona fu trafugata per sostituire i simboli massonici con quelli fascisti e la prima epigrafe con la seguente: “La Massoneria pose, il Fascismo rettificò. Al Duce delle Camicie Rosse – le Camice Nere trasteverine”.

Dopo il 25 luglio 1943 i simboli fascisti furono rimossi e la corona, a liberazione avvenuta, finì prima nei magazzini di Porta S. Pancrazio e poi in quelli comunali del Teatro di Marcello.
Secondo quanto è possibile sapere, la grande corona del 1895 non è più tornata sul Gianicolo. Il suo posto fu occupato nel 1907 da un’altra corona di bronzo recante i simboli massonici e la scritta:
AL GRAN MAESTRO
GIUSEPPE GARIBALDI
NEL CENTENARIO DELLA
SUA NASCITA
LA MASSONERIA ITALIANA
A.N. MMDCLX A.V.C.
l’opera è da attribuire al Ferrari che, ugualmente a Garibaldi, fu Gran Maestro della Massoneria e come tale amava datare i propri lavori secondo l’uso ufficiale massonico; per cui A.V.C. vuole significare Anno Verae Creationis, ossia 5000 anni prima dell’Era volgare.

 Articolo scritto dal Dott. PAOLOTAFFONI

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Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma-9) Carlo Forlanini-Medico- Inventore del pneumotorace artificiale –

Premessa-Roma -Portuense-Vigna Pia e Dintorni-Franco Leggeri Fotoreportage- Murales Ospedale Spallanzani di Roma- 9)Carlo Forlanini– Medico ha inventato lo pneumotorace artificiale che ha guarito tanti tubercoloticiQuesto reportage, come quelli a seguire, vuole essere un  viaggio che documenta e racconta la storia di un quartiere di Roma: Portuense-Vigna Pia e i suoi  Dintorni con scatti fotografici che puntano a fermare il tempo in una città in continuo movimento. Non è facile scrivere, con le immagini di una fotocamera, la storia di un quartiere per scoprire chi lascia tracce e messaggi. Ci sono :Graffiti, Murales, Saracinesche dipinte, Vetrine eleganti che sannogenerare la curiosità dei passanti,il Mercatino dell’usato, il Mercato coperto, le Scuole, la Parrocchia, il Museo, la Tintoria storica della Signora Pina, la scuola di Cinema, la scuola di Musica, le Palestre , il Bistrò ,i Bar ,i  Ristoranti, le Pizzerie e ancora i Parrucchieri e gli specialisti per la cura della persona e come non ricordare l’Ottica Vigna Pia .Non mancano gli  Artigiani e per finire, ma non ultimo, il Fotografo “Rinaldino”   . Il mio intento è di presentare un “racconto fotografico”  che ognuno può interpretare e declinare con i suoi ”Amarcord” come ad esempio il rivivere “le bevute alla fontanella”, sita all’incrocio di Vigna Pia-Via Paladini, dopo una partita di calcio tra ragazzi ,oppure ricordando i “gavettoni di fine anno scolastico. Infine, vedendo il tronco della palma tagliato, ma ancora al suo posto, poter ricordare, con non poca tristezza, la bellezza “antica” di Viale di Vigna Pia.
Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma-9) Carlo Forlanini-Medico- Inventore del pneumotorace artificiale –

Roma lungo via Folchi  ,con inizio dalla via Portuense, si trovano i Murales  che raffigurano gli scienziati  che hanno combattuto e vinto le battaglie contro le malattie infettive. Eroi veri, ma dimenticati  su questo muro di cinta . I Murales ora rischiano il degrado e la “polverizzazione” dell’intonaco. Il muro di cinta  dell’Ospedale “Lazzaro Spallanzani”, lato via Folchi, fa da “sostegno” e “tela” ai murales realizzati in questi 270 metri. L’Opera fu iniziata nel febbraio  del 2018 e completata  e inaugurata  il 3 maggio dello stesso anno. Nei Murales sono immortalati i 13 volti di Scienziati che hanno scritto la storia della ricerca sulle malattie infettive. Il progetto dei Murales,  finalizzato a celebrare gli 80 anni della struttura ospedaliera, è stato realizzato grazie alla collaborazione fra la Direzione dello Spallanzani e l’AssociazioneGraffiti Zeroche promuove l’integrazione fra la Street Art e i luoghi che la ospitano. Unica grave pecca ,ahimè, non vi è immortalata nessuna donna.
 

Franco Leggeri Fotoreportage- Ospedale Spallanzani di Roma-Ingresso via Folchi

Verranno pubblicati le foto dei Murales  di tutti i 13 scienziati , uno alla volta, questo al fine di poter evidenziare la biografia e la loro Opera in maniera  più completa possibile.  Le biografie pubblicate a corredo delle foto sono prese dal Web

Carlo Forlanini, l’uomo che curò la tubercolosi

Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma-9) Carlo Forlanini-Medico- Inventore del pneumotorace artificiale –

A Roma il Forlanini è un grande complesso ospedaliero che tutti conoscono ed usano come punto di riferimento, come il Colosseo, o il McDonald’s di Piazza di Spagna: se cerchi una via tra Piazzale della Radio e la Portuense, ti diranno di costeggiare il Forlanini tre romani su tre. Ma chi era Forlanini, Carlo Forlanini? La cosa è meno nota. Carlo Forlanini, medico milanese vissuto a cavallo tra otto e novecento, è colui che grazie ad una invenzione, lo pneumotorace artificiale, ha contribuito alla cura della tubercolosi. Una invenzione. Si immagina che gli inventori siano gente stravagante, chiusa in laboratori improvvisati, almeno così l’iconografia del fumetto e del cinema ci ha abituato a ritrarli, ma è una immagine che va rivista, almeno in questo caso. Tutta la famiglia Forlanini era dotata di talento inventivo, non solo Carlo. Il fratello Enrico, che fu pioniere dell’aviazione, per esempio fu anche il primo a concepire l’aliscafo. E non solo, ebbe idee necessarie per l’ideazione dell’elicottero, dotando un velivolo con elica sul tetto di un motore a vapore, e poi sperimentò i primi dirigibili. Carlo non era da meno. Da ragazzo, al liceo, si guadagnò un premio per uno studio sui palloni aerostatici. Poi si iscrisse alla facoltà di medicina di Pavia e trovò in seguito impiego all’ospedale Maggiore di Milano. I talenti inventivi, almeno nel 1876, facevano agilmente carriera e Carlo Forlanini divenne primario del Comparto delle malattie cutanee. Ebbe così l’occasione di concentrarsi sull’ambito che più lo attraeva: lo studio della tubercolosi polmonare. Ma bisogna aspettare la cattedra di Propedeutica e Patologia Speciale Medica all’università di Torino nel 1884 per vedere i primi risultati della sua ricerca.
La pneumoterapia (una pratica terapica fatta con apparecchi pneumatici per il bagno d’aria compressa) era usata già con successo nell’asma, nell’enfisema, nelle bronchiti, nelle laringiti e anche nella tisi al primo e secondo stadio. Forlanini fece di più: inventò nuovi apparecchi pneumatici che potevano essere trasportati e dunque anche meglio applicati. A fine ottocento tornò a Pavia. E’ stato un grande insegnante, prova ne fu la passione con la quale i suoi studenti seguivano le lezioni, e prova ne fu anche l’ostinazione che ebbe nel continuare ad insegnare anche in precarie condizioni di salute. Il suo nome rimarrà sempre legato allo pneumotorace artificiale, la cui applicazione fu universalmente promossa attraverso la fondazione dell’Associazione internazionale dello pneumotorace (Londra,1913). Tuttavia la scienza va avanti, e sia la sicurezza che l’efficacia della terapia sono state fortemente discusse e poi superate. Ma per sempre, se passate in zona portuense a Roma, la pietra miliare da seguire sarà Carlo Forlanini: costeggiatelo.

(© 9Colonne – citare la fonte)

Carlo Forlanini- Medico ha inventato lo pneumotorace artificiale che ha guarito tanti tubercolotici

Biografiadi Carlo Forlaninia cura diM.U. Dianzani

  • Carlo Forlanini nacque a Milano nel 1847 da famiglia agiata, imparentata con Paolo Mantegazza. La madre di questi, patriota e organizzatrice nel settore della beneficenza, era infatti nonna di Carlo Forlanini. Il suo nome (Laura Solera) è rimasto nella storia milanese. Fratello di Forlanini fu il famoso Enrico, ingegnere aeronautico di grandi vedute. Un altro fratello, Luigi, fu medico, Presidente, a Milano, della Croce Rossa. Il giovane Carlo studiò a Pavia, ove frequentò il Laboratorio di Patologia Sperimentale, diretto prima da Bizzozero, e poi, dopo la chiamata di questi a Torino, daCamillo Golgi. Si formò scientificamente in questo ambiente, ma preferì poi passare alla Clinica. Interessato soprattutto alle malattie polmonari, fu il primo a intuire che l’unico modo per chiudere le caverne tubercolari del polmone era quello di farne collabire le pareti. Ci riuscì costruendo un apparecchio che serviva a introdurre aria nel cavo pleurico, in modo da creare uno pneumotorace. Il parenchima polmonare si ritraeva all’ilo, e le pareti delle caverne collabivano e potevano chiudersi. La scoperta del pneumotorace come mezzo di cura (1882) gli attirò grande rinomanza.
  • Si presentò nel 1883 al concorso per un posto di professore straordinario di Clinica Medica Propedeutica, posto vacante per il passaggio diCamillo Bozzoloalla Clinica Medica. Fecero parte della CommissioneDomenico Tibone,Giulio Bizzozero,Camillo Bozzolo, Lorenzo Bruno eAngelo Mosso, e Carlo Forlanini fu vincitore. La sua grande passione per le tecnologie nuove distinse la sua attività torinese. Fu sotto la sua direzione che il suo Aiuto,Scipione Riva Rocci, costruì losfigmomanometroper la misurazione della pressione arteriosa, usato ancora oggi. La presenza a Torino di Forlanini accrebbe certamente la rinomanza della Facoltà Medica torinese, che diveniva antesignana anche nella terapia della tubercolosi. Disgraziatamente, dopo un primo periodo di collaborazione, si creò un forte contrasto in Facoltà fra lui e Bozzolo. Forlanini, infatti, aveva chiesto di diventare titolare di una seconda Clinica Medica, ma Bozzolo non aveva gradito. Il problema era acuito dal fatto che il Ministro aveva abolito la cattedra di Clinica Medica Propedeutica.
  • Difeso dalla Facoltà, Forlanini rimase peraltro al suo posto per vari anni. Il problema fu risolto con l’apertura di un concorso per professore ordinario di Patologia Speciale Medica a Torino, contestualmente all’apertura di un altro concorso, identico, a Pavia. Il vincitore di Torino fu Forlanini, quello di Pavia fu Bernardino Silva, un allievo di Bozzolo.
  • Il Ministero accettò che Silva fosse comandato a Torino, e Forlanini a Pavia. Col 1899, si ebbero infine i decreti di trasferimento. Silva restò a Torino, praticamente subalterno a Bozzolo, fino al 1905, quando morì in un incidente di montagna. Forlanini ebbe via libera a Pavia, dove insegnò e operò scientificamente sino all’anno della sua morte, avvenuta nel 1918.
  • A cura di M.U. Dianzani
Franco Leggeri Fotoreportage- Ospedale Carlo Forlanini di Roma

Biografiadi Carlo Forlanini

Biografia diCarlo Forlanini(Milano,11 giugno1847Nervi,26 maggio1918) è stato unmedicoeinventoreitaliano.Figlio diFrancesco Forlanini[1], medico milanese allora primario all’Ospedale Fatebenefratelli, e di Marianna Rossi (deceduta ditubercolosinel1858)[2], era fratello maggiore diEnrico Forlanini, pioniere dell’aviazione, noto per essere l’inventore dell’aliscafoe per le sue intuizioni sull’elicottero(ideò il primo elicottero azionato da un motore a vapore) e suldirigibile, e fratellastro diGiuseppe Forlanini, figlio di secondo letto del padre, anch’egli primario ma dell’Ospedale Maggiore[3]. Carlo si distinse alliceo classico Cesare Beccaria(Milano) negli studi fisico-matematici e vinse un premio per lo svolgimento di un tema sui palloni aerostatici.

M0013463 Carlo Forlanini, apparatus Credit: Wellcome Library, London. Wellcome Images images@wellcome.ac.uk http://wellcomeimages.org Forlanini’s apparatus for artificial pneumothorax. ‘Die Indikationem und die Technik des kunstlichen Pneumothorax bei der Behandlung der Lungenschwindsucht’ Die Therapie der Gegenwart Carlo Forlanini Published: 1908 Copyrighted work available under Creative Commons Attribution only licence CC BY 4.0 http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/

Ultimato il liceo, si iscrisse alla facoltà dimedicinadell’Università di Pavia(nell’Almo Collegio Borromeoè presente una lapide commemorativa in suo onore) e, dopo la campagna garibaldina, si laureò nel1870con la tesi “Teoria della piogenesi-fachite”. LaCa’ Grandalo attirava e il 23 agosto1870presentò domanda all’Ospedale Maggiore di Milanoche fu accolta e lì iniziò la sua pratica ospedaliera occupandosi dichirurgianella sala di San Paolo sotto la guida del Dott. Monti, continuando le ricerche nel campo dell’oculistica. Rimase per due anni all’ambulanza oculistica di Santa Corona. Nel gennaio1876fu nominato primario del Comparto dellemalattie cutaneedove rimase sei anni, continuando gli studi che più lo attiravano: quelli sulla tubercolosi polmonare, malattia che nell’infanzia gli aveva portato via la madre.

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Nel1884la Facoltà Medica dell’Università di Torinolo propose per la cattedra di Propedeutica e Patologia Speciale Medica che Forlanini accettò con entusiasmo. ATorinonumerosi erano gli studenti che frequentavano le sue lezioni di semeiotica e di clinica: le più ascoltate furono quelle che riguardavano i metodi clinici per ladiagnosidellepleuritie della tisi polmonare. Lapneumoterapia(terapia con apparecchi pneumatici per praticare il bagno d’aria compressa) era usata con successo nell’asma, nell’enfisema, nellebronchiti, nellelaringitie anche nellatisial primo e secondo stadio. Inventò nuovi apparecchi pneumatici trasportabili per renderli più facilmente applicabili e, per rendere più precisa lasemeioticadellapatologia polmonare, modificò ilplessimetro di Seitz: il miglior plessimetro era in avorio, di cinque centimetri di diametro e due millimetri di spessore, da percuotere con le dita per ottenere un suono che rifletteva la natura della zona sottostante.

Franco Leggeri Fotoreportage- Ospedale Carlo Forlanini di Roma

Ritornò nel 1899 all’Università di Pavia, titolare della cattedra di Patologia Speciale Medica e dal 3 febbraio1900di quella di Clinica Medica Generale, al posto del Prof. Orsi, in un Ateneo che vantava una tradizione gloriosa, doveBizzozeroaveva compiuto geniali scoperte sullafisiologiadel sangue, doveGolgiaveva svelato il segreto della fine struttura delsistema nervoso, doveMantegazzaaveva segnalato l’importanza delleghiandole a secrezione interna, doveBassiniaveva creato il metodo di cura dell’ernia inguinale.

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La sua opera di insegnante, che era tanto ammirata, fu negli ultimi anni limitata dalle condizioni di salute. Per l’incrollabile fede nell’efficacia di una cura che, esclusivamente per merito del suo studio, entrò nella pratica quotidiana, gli è dovuto l’appellativo di “inventore dello pneumotorace”, che gli è riconosciuto dagli studiosi di tutto il mondo[senza fonte].

Franco Leggeri Fotoreportage- Ospedale Spallanzani di Roma

Senatore dal1913, fu anche membro del consiglio superiore dell’istruzione, dedicandosi anche a ricerche sull’uremia, sull’ipertensione arteriosa essenzialee su diverse patologie polmonari. Al suo nome è intitolato l’Ospedale Carlo Forlanini,sanatoriodiRoma, sede della Clinica universitaria della tubercolosi e delle affezioni respiratorie.

Carlo Forlanini- Medico ha inventato lo pneumotorace artificiale che ha guarito tanti tubercolotici

I risultati di questi lavori portarono Forlanini a ricevere più volte la candidatura alPremio Nobel per la Medicina, almeno una ventina, tra il1912e il1919[4].

Forlanini morì nel1918e venne sepolto in unatombasingola alcimitero monumentale di Milano[5]. Successivamente venne traslato nelFamediocittadino, nello stesso cimitero.

Franco Leggeri Fotoreportage- Ospedale Spallanzani di Roma

Lo pneumotorace artificiale

Lo stesso argomento in dettaglio:Pneumotorace artificiale.

Nel1877fondò l’Istituto medico pneumatico, dove iniziò gli studi sulla cura dellaTBC polmonare, arrivando nel1882ad ideare lo pneumotorace artificiale.[6][7][8]Applicò la tecnica con pieno successo nel1888, ma essa solo nel 1912 ebbe piena accettazione dalla comunità medica.[9]

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Appassionato di apparecchi pneumatici e stimolato dal fratello Enrico, collaborò con lui discutendo su problemi di idraulica, aerodinamica e fisica, cercando di trarre il massimo beneficio dall’associazione tra scienza medica e meccanica. Il problema di poter applicare l’aria compressa nella cura dellatisilo entusiasmava e i disegni degli apparecchi diaeroterapia, dispirometriae per la cura della tisi erano tutti di mano sua e fatti con tale cura da poter servire al costruttore. Fa brevettare due modelli di aeroterapia per la cura dellapleuritecon inspirazioni di aria compressa per far dilatare ilpolmonee per la cura dell’enfisemacon espirazioni in aria rarefatta. Disegna apparecchi per le inalazioni medicamentose di cui intuisce l’avvenire. I suoi lavori sull’enfisema polmonare e quelli sulla cura dei versamenti pleurici sono pietre miliari nella storia della medicina. La toracentesi con introduzione di aria filtrata (estrazione di quanto più liquido è possibile e introduzione di aria al posto del liquido estratto) è uno dei lavori fondamentali della medicina pratica. Si deve alla sua scuola l’invenzione dellosfigmomanometrodiScipione Riva Rocci, ancora oggi usato in tutto il mondo, che permise la misurazione dellapressione arteriosacon un metodo incruento.

Carlo Forlanini- Medico ha inventato lo pneumotorace artificiale che ha guarito tanti tubercolotici

Forlanini ebbe il merito di accorgersi che lo pneumotorace spontaneo che fortuitamente si aveva in ammalati di tubercolosi cavitaria (la tisi polmonare), imprimeva alla malattia un andamento più favorevole. Secondo le sue idee la malattia era dovuta alla particolare funzione delpolmone, cioè al respiro che in ogni istante fa variare la tensione delparenchima polmonareattraverso la variazione della quantità e pressione del suo contenuto (aria polmonare). Il polmone diventa tisico perché si muove e la tensione statica e dinamica impedisce la riparazione delle lesioni polmonari: l’immobilizzazione assoluta arresta il processo distruttivo favorendo la cicatrizzazione delle lesioni cavitarie.

Per guarire un polmone dalla tisi è necessario pertanto sopprimere la sua funzione, cioè collassarlo per eliminare il costante trauma respiratorio. Il metodo si basa sulla tecnica dellacollassoterapia, elaborata dallo stesso Forlanini, e consiste nell’introdurregas inertenellacavità pleuricacorrispondente alpolmoneleso, in modo che esso venga posto in stato di riposo funzionale, così da favorirne lacicatrizzazione.

Franco Leggeri Fotoreportage- Ospedale Carlo Forlanini di Roma

Tecnica del pneumotorace artificiale

Il metodo di cura del Forlanini è detto pneumotorace artificiale che inmedicinasignifica presenza d’aria nelsacco pleurico. L’apparecchio di Forlanini era costituito da unmanometroad acqua in comunicazione con un rubinetto a tre vie: da una parte c’è un tubo di gomma portante l’ago d’introduzione, dall’altra un cilindro graduato di vetro contenente il gas sotto pressione in comunicazione con un altro contenitore di vetro. Il gas usato eral’aria atmosfericafiltrata dal pulviscolo. L’ossigenosi evitava perché veniva assorbito troppo velocemente e l’azotoperché poteva provocareembolie.

Franco Leggeri Fotoreportage-Roma -Ospedale Lazzaro Spallanzani

L’immobilizzazione del polmone veniva ottenuta introducendo nelle pareti toraciche a ridosso delpolmonestesso, e cioè nelsacco pleuricouna tal quantità d’aria la cui pressione doveva vincere quella espansiva dell’aria inspirata dal polmone: questo verrà in tal modo a trovarsi come sotto una campana d’aria in pressione, che gli impedirà di espandersi durante l’inspirazione e quindi di muoversi. L’introduzione dell’aria era effettuata con un ago che veniva inserito sullalinea ascellare mediadeltorace, all’altezza del IV-VIIspazio intercostale, fino a raggiungere lacavità pleurica, dove si registrava una pressione negativa. A quel punto si iniettava il gas fino a raggiungere una pressione intorno allo zero: ilpolmonecollabiva e rimaneva così, con successivi rifornimenti di gas, per un periodo prolungato di almeno due, tre anni. Si procedeva quindi alla sua riespansione quando si era completamente cicatrizzato.

Franco Leggeri Fotoreportage- Ospedale Spallanzani di Roma

Al Congresso Internazionale di Roma del1894venne data dimostrazione pratica dell’utilità dello pneumotorace e al VI Congresso Nazionale della Medicina a Roma nel1895Forlanini espose i primi risultati ottenuti con il nuovo metodo di cura che fu accolto però con incomprensione dai contemporanei che consideravano probabilmente un’eresia l’aver studiato il problema della cura della tisi senza tentare qualcosa contro l’agente eziologico della malattia: ilbacillo di Koch.

Nonostante lo scetticismo sul suo metodo Forlanini continuò i suoi esperimenti. Se fino al1894erano svolti su malati nei quali l’estensione, la gravità e la bilateralità delle lesioni toglievano ogni ragionevole speranza di salvezza, dopo il1895la sua attività si rivolse ai malati con monolateralità delle lesioni e buone condizioni generali e così aumentò il numero dei successi. Nel1907si decise a rompere il silenzio che durava ormai da 13 anni e nel giugno si svolsero due conferenze all’Associazione Sanitaria Milanese, una teorica e la seconda nella quale furono presentati i casi di guarigione e il numeroso uditorio lo seguì con interesse e i giornali milanesi si fecero portavoce del successo ottenuto. Il pneumotorace artificiale fu riconosciuto ufficialmente dai tisiologi di tutto il mondo al Congresso Internazionale della tubercolosi tenutosi a Roma nel1912. La applicazione fu universalmente promossa attraverso la fondazione dell’Associazione internazionale dello pneumotorace, avvenuta aLondranel1913.[10][11]Studi più recenti tuttavia hanno sollevato forti dubbi sia sulla sicurezza, sia sulla efficacia dellaterapia[senza fonte], comunque oggi abbandonata.

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Principali lavori pubblicati

  • 1875 Brevissimi cenni di aeroterapia e sullo Stabilimento Medico-pneumatica di Milano.Gazzetta Medica Italiana Lombardia.Serie VII: 6
  • 1882 A contribuzione della terapia chirurgica nella tisi del polmone. Ablazione del polmone? Pneumotorace artificiale?Gazzetta degli Ospedali e delle Cliniche di Milano
  • 1894 Primi tentativi di pneumotorace artificiale della tisi pulmonare.Gazzetta Medica di Torino. 45:381-4, 401-3
  • 1894 Su un caso di stenosi dell’arteria polmonare con persistenza del dotto di Botallo e di tisi polmonare
  • 1895 Primo caso di tisi pulmonare monolaterale avanzata curato felicemente col pneumotorace artificiale.Gazzetta Medica di Torino46:857
  • 1897 Contributo allo studio del polso venoso presistolico
  • 1897 Contributo alla terapia dell’empiema
  • 1906 Zur Behandlung der Lungenschwindsucht durch künstlich erzeugten Pneumothorax.Deutsche Medizinishe Wochenschrift32:1401-5
  • 1908 Apparati e tecnica operativa dello pneumotorace artificiale
  • 1909 Cenni storici e critici sul pneumotorace artificiale nella tisi pulmonare.In: Cappelli, ed. Scritti di Forlanini. Bologna,1928:1013
  • 1912 Il pneumotorace artificiale nella cura della tisi pulmonare.Atti de VII Congresso Internazionale Contra la Tubercolosi.Vol 3 Rome, 182.
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 Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma -2)Caio Mario Coluzzi Bartoccioni-Biologo-

Premessa-Franco Leggeri Fotoreportage: Roma -Portuense-Vigna Pia e Dintorni-MuralesOspedale Spallanzani-–Questo reportage, come quelli a seguire, vuole essere un  viaggio che documenta e racconta la storia di un quartiere di Roma: Portuense-Vigna Pia e i suoi  Dintorni con scatti fotografici che puntano a fermare il tempo in una città in continuo movimento. Non è facile scrivere, con le immagini di una fotocamera, la storia di un quartiere per scoprire chi lascia tracce e messaggi. Ci sono :Graffiti, Murales, Saracinesche dipinte, Vetrine eleganti che sannogenerare la curiosità dei passanti,il Mercatino dell’usato, il Mercato coperto, le Scuole, la Parrocchia, il Museo, la Tintoria storica della Signora Pina, la scuola di Cinema, la scuola di Musica, le Palestre , il Bistrò ,i Bar ,i  Ristoranti, le Pizzerie e ancora i Parrucchieri e gli specialisti per la cura della persona e come non ricordare l’Ottica Vigna Pia .Non mancano gli  Artigiani e per finire, ma non ultimo, il Fotografo “Rinaldino”   . Il mio intento è di presentare un “racconto fotografico”  che ognuno può interpretare e declinare con i suoi ”Amarcord” come ad esempio il rivivere “le bevute alla fontanella”, sita all’incrocio di Vigna Pia-Via Paladini, dopo una partita di calcio tra ragazzi ,oppure ricordando i “gavettoni di fine anno scolastico. Infine, vedendo il tronco della palma tagliato, ma ancora al suo posto, poter ricordare, con non poca tristezza, la bellezza “antica” di Viale di Vigna Pia.

Franco Leggeri Fotoreportage- Ospedale Spallanzani di Roma

Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma -Caio Mario Coluzzi Bartoccioni-

Roma lungo via Folchi  ,con inizio dalla via Portuense, si trovano i Murales  che raffigurano gli scienziati  che hanno combattuto e vinto le battaglie contro le malattie infettive. Eroi veri, ma dimenticati  su questo muro di cinta . I Murales ora rischiano il degrado e la “polverizzazione” dell’intonaco. Il muro di cinta  dell’Ospedale “Lazzaro Spallanzani”, lato via Folchi, fa da “sostegno” e “tela” ai murales realizzati in questi 270 metri. L’Opera fu iniziata nel febbraio  del 2018 e completata  e inaugurata  il 3 maggio dello stesso anno. Nei Murales sono immortalati i 13 volti di Scienziati che hanno scritto la storia della ricerca sulle malattie infettive. Il progetto dei Murales,  finalizzato a celebrare gli 80 anni della struttura ospedaliera, è stato realizzato grazie alla collaborazione fra la Direzione dello Spallanzani e l’AssociazioneGraffiti Zeroche promuove l’integrazione fra la Street Art e i luoghi che la ospitano. Unica grave pecca ,ahimè, non vi è immortalata nessuna donna.

Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma -Caio Mario Coluzzi Bartoccioni-
Franco Leggeri Fotoreportage- Ospedale Spallanzani di Roma

Verranno pubblicati le foto dei Murales  di tutti i 13 scienziati , uno alla volta, questo al fine di poter evidenziare la biografia e la loro Opera in maniera  più completa possibile.  Le biografie pubblicate a corredo delle foto sono prese da Enciclopedio Treccani.on line eWikipedia

Logo dell’Associazione Graffiti Zero-Foto di Franco Leggeri
Caio Mario Coluzzi Bartoccioni-Biologo

Biografiadi Caio Mario Coluzzi Bartoccioni-Biologo-Fonte-Enciclopedio Treccani

Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma -Caio Mario Coluzzi Bartoccioni-

Caio Mario Coluzzi Bartoccioni-Biologo italiano (Perugia 1938 –Roma2012). Introdotto allo studio scientifico dal padre (noto malariologo), ancora liceale ha pubblicato il suo primo contributo sulla resistenza al DDT dei vettori italiani di malaria (1956). Durante la formazione universitaria e post-universitaria in Malariologia, Genetica e Parassitologia ha continuato le ricerche sugli insetti responsabili della trasmissione e negli anni è giunto a riconoscere sei specie gemelle di zanzara Anopheles (arrivando a identificarne l’intero genoma). Nominato professore ordinario di Parassitologia alla Sapienza di Roma (1982, Facoltà di Medicina e Chirurgia), è stato direttore del Centro Collaboratore per l’Epidemiologia e il Controllo della Malaria dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Nel 2008 gli è stato consegnato il BioMalPar Life Award dal gruppo istituito dalla Commissione Europea per labiologiae la patologia del parassita della malaria; nel 2009 C. è diventato membro ordinario dell’Accademia dei Lincei

Biografiadi Caio Mario Coluzzi Bartoccioni-Biologo-Fonte-Wikipedia

Caio Mario Coluzzi Bartoccioni(Perugia,30 novembre1938Roma,20 ottobre2012) è stato unbiologo,epidemiologoeparassitologoitaliano, studioso ed esperto di fama internazionale nel campo dell’epidemiologia dellamalaria.Figlio dell’epidemiologo umbroAlberto Coluzzi, e di Anna Wimmer, educatrice tedesca diPassavia, ebbe come sorella l’attriceFrancesca Romana Coluzzi. Visse i primi anni con la famiglia inAlbania, dove il padre era stato inviato per svolgere attività di ricerca e lottaantimalaricadall’Istituto diMalariologiaEttore Marchiafava, durante ilperiodo di occupazione italiana. In seguito agli eventi legati all’Armistizio di Cassibile, il 14 ottobre1943la famiglia fece ritorno aPerugia, per poi trasferirsi alla fine del1945nellaCasa delle Palme, una grande casa di campagna sita nella frazione diMonticelli, acquistata dal padre per insediarvi la famiglia, ed affittata dallo Stato Italiano per crearvi congiuntamente unlaboratorio sperimentale di indagini malariologiche.

Dopo la laurea in Scienze Biologiche, si è sposato il 14 luglio 1963 con Adriana Sabatini, ricercatrice in Parassitologia all’Istituto Superiore di Sanità di Roma, con la quale ha portato avanti una fruttuosa collaborazione scientifica per anni, e dalla quale ha avuto una figlia, Barbara Coluzzi Bartoccioni, nata a Roma l’8 giugno 1970.[1]

Ha iniziato ad insegnare all’Università di Camerino. Ha ricevuto due lauree Honoris causa, intanto in Biologia ed in seguito in Medicina. È stato quindi per anni docente diparassitologiaall’Università La Sapienza di Roma, collaboratore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità(OMS), direttore del laboratorio per l’Epidemiologia della Malaria del Dipartimento di Scienze di Sanità Pubblica dell’Università La Sapienza di Romaeaccademico dei Lincei.

È stato diagnosticato affetto da un Parkinson rigido nel 1994, ed è morto di polmonite ab-ingestio dopo una decina di anni da quando era rimasto immobilizzato in sedia a rotelle a causa della rottura a distanza di poco tempo di un femore dopo l’altro. Nel frattempo la malattia era stata più accuratamente diagnosticata come una paralisi sopra-nucleare progressiva, in base all’esame della RMN.

Contributi scientifici

Iniziato alla ricerca scientifica in giovane età dal padre Alberto (la sua prima pubblicazione risale ai tempi delLiceo classico), è stato autore di oltre 300 pubblicazioni scientifiche. Le ricerche di Mario Coluzzi hanno intanto messo in evidenza gli effetti disastrosi delDDTsull’equilibrio degli ecosistemi (laghetti e simili), quindi anche di medicinali quali la clorochina sull’insorgenza di fenomeni diresistenzadel plasmodio responsabile della malaria nellazanzaraAnopheles,vettoredella malattia.

Importanti sono i suoi contributi sulla genetica dei vettori malarici, che lo hanno portato al riconoscimento dell’esistenza di sei specie gemelle delgenereAnopheles, ciascuna in possesso di diversa capacità di contribuire alla diffusione della malattia, che possono distinguersi solo in base all’esame intanto con microscopio ottico dei cosiddetti “cromosomi giganti”, presenti in particolare nelle ghiandole salivari per permettere la produzione rapida di un’abbondante quantità di saliva (che viene iniettata alla puntura per impedire la coagulazione del sangue, che poi è quella che produce la caratteristica reazione di prurito e nella quale si trovano eventualmente i plasmodi responsabili della malaria). Collegato a questo lavoro è l’ipotesi da lui avanzata negli ultimi anni, su una speciazione tuttora in atto nel complesso Anopheles gambiae, che è stata successivamente confermata da studi di biologia molecolare. Un’altra linea di ricerca originale importante è stata quella sull’origine e diffusione della forma di malaria che può rivelarsi fatale per l’Homo sapiens, dovuta all’opera di diverse specie diAnophelesdivenute spiccatamente antropofile circa 6 000 anni fa, in concomitanza con il passaggio dell’Homo sapiens da arboricolo ed allevatore a coltivatore prevalentemente stanziale, dando inizio al processo che avrebbe portato all’espansione e diffusione attuale della malattia nella popolazione umana.

Le sue ricerche genetiche hanno poi portato alla pubblicazione dell’interogenomadell’Anophelese delPlasmodium. All’attività di Coluzzi si deve poi la creazione di una scuola scientifica, che conta decine di importanti scienziati, e la promozione e direzione di importanti collaborazioni scientifiche internazionali conpaesi in via di sviluppo, per la lotta alla malaria, soprattutto inarea sub-sahariana, finanziati dalMinistero degli affari esterie dall’Istituto Pasteur-Fondazione Cenci Bolognetti. In particolare, è stato dedicato alla sua memoria il nome di una specie identificata in seguito nell’Africa sub-sahariana, l’Anopheles coluzzii.

Gli studi di Mario Coluzzi sui siti riproduttivi del vettore malaricoAnopheles gambiae, costituiti da piccoli ed effimeri accumuli temporanei di acqua dolce, hanno mostrato come non sia acriticamente estensibile, all’Africa subsahariana, il modello sinergico che vede, nel mondo occidentale, le pratiche e lo sviluppo agricolo quali importanti elementi di contrasto alla riproduzione del vettore. In ambiente subsahariano, al contrario, i fattori di trasformazione ambientale indotti dall’uomo (deforestazione, irrigazione, desalinizzazione delle aree costiere), hanno il solo effetto di moltiplicare i siti e le opportunità riproduttive del vettore, incrementando la trasmissione delparassita.

Recenti ricerche condotte da lui e dal suo gruppo, hanno investigato fenomeni di resistenza malarica all’interno dell’etnia deiFulanicomparata a quella deiDogon(seeDifference in susceptibility to Malaria between two sympatric ethnic groups in Mali, 2005).

Affiliazioni e riconoscimenti

È stato membro delCommittee on Malaria Prevention and Controldell’United States National Academy of Sciencese ha fatto parte dellaTask Force on Malaria Prevention and Controldell’Advisory Group on the Control of Tropical Diseases, e dellaTask Force for the Multilateral Initiative on Malaria(MIM). È stato sodale dellaSocietà italiana di Parassitologia, dellaRoyal Society of Tropical Medicine and Hygiene, membro delconsiglio d’amministrazionedell’Istituto Pasteur-Fondazione Cenci Bolognetti.

L’Accademia dei Linceigli ha conferito ilPremio Feltrinellinel 1989.[2]L’Istituto Pasteur, nel2003, gli ha assegnato il Premio internazionale Émile Brumpt per “la prestigiosa carriera spesa nella lotta contro la malaria e la parassitologia nel mondo”. Il 10 aprile2008gli è stato consegnato, presso ilLaboratorio Europeo di Biologia Molecolare(Embl) dell’Università di Heidelberg, ilBioMalPar Life Award, conferito dal BiomalPar (Biology and Pathology of Malaria Parasite), il network di eccellenza istituito dallaCommissione europea.

Franco Leggeri Fotoreportage: Roma -Portuense-Vigna Pia e Dintorni-MuralesOspedale Spallanzanidi Roma

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Franco Leggeri Fotoreportage -L’Alba nella Campagna Romana

Franco Leggeri Fotoreportage-L’Alba nella Campagna RomanaLa Campagna Romana-Con lalocuzioneCampagna romanasi indica la vastapianuradelLazio, ondulata e intersecata da fossi omarrane, dellaprovincia di Roma, che si estende nel territorio circostante l’intera area della città diRomafino adAnziocon il piano collinare prossimo, comprendente parte dell’Agro romano, fino al confine con l’Agro Pontino.

 Il termine “Campagna” deriva dalla provincia di “Campania” istituita neltardo imperoin sostituzione della preesistenteRegio I. Unaparetimologiala fa derivare invece dallatinocampus(volgarecampagna” nel senso di area rurale). Va notato che“Campagna Romana”non è sinonimo diAgro Romano– espressione, quest’ultima, utilizzata per indicare l’area di Campagna Romana nel distretto municipale di Roma. Il paesaggio

NelXVIIIe nelXIX secoloil paesaggio della Campagna romana, rappresentato da vaste aree pressoché disabitate dove spesso era possibile imbattersi nelle vestigia di imponenti costruzioni romane in rovina, divenne un luogo comune, un simbolo della tramontata grandezza di Roma, insieme con l’immagine del quotidianopittorescorappresentato daibriganti, daipastorie dai popolani diBartolomeo Pinellie dei pittori europei delGrand Tour.

Franco Leggeri Fotoreportage- L’Alba nella Campagna Romana

Secondo Carocci e Vendittelli la struttura fondiaria e produttiva della Campagna Romana risale al tardo medioevo e si è conservata senza soluzione di continuo fino allariforma agrariaa metà delXX secolo.

Le invasioni barbariche, laguerra greco-goticae la definitivacaduta dell’Impero romano d’Occidentefavorirono il generale spopolamento delle campagne, compresa quella romana, e i grandi latifondi imperiali passarono nelle mani della Chiesa, che aveva ereditato le funzioni assistenziali e di governo già assolte dai funzionari imperiali, e le esercitava nei limiti del possibile.

A partire dall’VIII secolole aziende agricole (villae rusticae) di epoca imperiale si trasformarono – dove sopravvissero – indomuscultae, entità residenziali e produttive autosufficienti e fortificate, dipendenti da unadiocesi– o una chiesa, o un’abbazia– che deteneva la proprietà delle terre e le assegnava inenfiteusiai contadini residenti. Questi spesso ne erano gli originali proprietari, ed avevano conferito la proprietà dei fondi alla Chiesa in cambio di un piccolo canone di affitto e dell’esenzione dalle tasse. Queste comunità godevano di completa autonomia, che implicava anche il diritto ad armarsi per autodifesa (da dove la costruzione di torri e torrette), e in alcuni casi giunsero anche a battere moneta.

Franco Leggeri Fotoreportage- L’Alba nella Campagna Romana

Già dalX secolo, tuttavia, lafeudalizzazionecostrinse i contadini ad aggregarsi attorno ai castelli deibaroniai quali veniva man mano attribuito il possesso – a vario titolo – di molte proprietà ecclesiastiche, e la coltivazione della pianuraimpaludataemalaricafu abbandonata, col tempo, quasi completamente. Là dove si continuava a coltivare, questi nuovilatifondiormai deserti, nei quali sorgevano sparsi casali fortificati, furono destinati a colture estensive dicerealie apascoloper l’allevamentodi bestiame grande e piccolo. Il loro scarso panorama umano era costituito da pastori, bovari e cavallari, braccianti al tempo delle mietiture, briganti.

L’abbandono delle terre giunse a tal punto che con la conseguente scomparsa degli insediamenti urbani nel territorio circostante Roma attorno alle vieAppiaeLatina, l’exLatium Vetus, venne ripartito in “casali”, tenute agricole di centinaia diettaridedicato all’allevamentodi bestiame, soprattuttoovini, e alla coltivazione dicereali, a cui erano addetti lavoratori salariati spesso stagionali. Questilatifondiin età rinascimentale e moderna divennero proprietà delle famiglie legate al papato. A seguito dello spopolamento delle terre pianeggianti ritornate a pascolo, si aggravò il grave problema dell’impaludamento e dellamalaria.

NelXVII secolo, dopo la redazione delCatasto Alessandrino[1], furono concessi ai contadini, ai piccoli proprietari e agli abitanti dei borghi l’uso civicodei terreni spopolati e abbandonati ed esenzioni fiscali (mentre venivano aggravate le imposizioni sui proprietari noncuranti), allo scopo di stimolare il ripopolamento di quelle campagne. Territorio

Il termine “Campagna” inetà medievalesi riferiva alla pianura che circonda Roma delimitata, a partire dalmar Tirreno, dai rilievicollinarideiMonti della Tolfa, deimonti Sabatini, deimonti Cornicolani,Tiburtini, Prenestinie daiColli Albani. In altri termini, la pianura solcata dal bassoTevere, corrispondente al Lazio meridionale (provincia “Campagna e Marittima” in contrapposizione al “Patrimonio di san Pietro“, che indicava laTuscia).

Fonte- Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

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Abbazia di Farfa (Rieti)-L’esercito badiale.Milizia di Campagna-Fotoreportage e nota di Franco Leggeri

Fotoreportage e nota di Franco Leggeri-L’Abbazia di Farfaaveva un piccolo esercito comandato, ordine diretto, dall’Abate. L’esercito doveva provvedere alla sicurezza del monastero , alle numerosissime dipendenze , alla giustizia e al buon governo dello Stato Abbaziale.

Abbazia di Farfa-Foto di Paolo Genovesi

L’esercito fu impiegato,milizie rusticane , sotto il comando del grande Abate Pietro, per sette lunghissimi anni al contrasto all’invasione dei Saraceni. Le truppe dell’Abbazia furono più volte messe ai diretti ordini di vari Imperatori come nell’assedio di Cere (Cerveteri) nell’anno 999, le truppe furono al servizio di Ottone III, mentre nel 1022 erano impegnate nell’assedio di Troia ed erano comandate dall’Imperatore Enrico II. Per esercito si chiarisce che non deve essere inteso nel senso moderno cioè di un gran numero di soldati , ma lo si deve intendere in senso antico, quando tutti i principali Signori avevano alle proprie dipendenze dei militi che molto spesso erano contadini e come si può leggere negli annali scritti dallo storico francese Prudence de Troyes quando descrive la vittoria del Duca Guido I di Spoleto contro i Saraceni nella famosa battaglia avvenuta nell’846 d.C. a Lorium, nella Valle dell’Arrone sulla via Aurelia alle porte di Roma:” ” Guy, magravede Spolète accurt l’appel du Pape avec le concurs des Romaines il reporte une grande victoire sur les mecreants, battus par les milicies de la campanie romaine”. Traduzione “ Guido, margrave di Spoleto, accorse all’appello del Papa Sergio II , e con il concorso dei Romani riporta una grande vittoria sui miscredenti, battuti con l’aiuto determinante delle Milizie della Campagna Romana-Milizie Rusticane”.

Nella cronaca, seconda giornata, della guerra tra Berengario e Guido da Spoleto si legge testualmente :” Dopo una tregua, nella quale Guido poté rifare più numeroso e potente il suo esercito. La seconda giornata fu combattuta sul fiume Trebbi: stavano per Guido cinquecento fanti francesi capitanati da Ascanio di lui fratello, seicento cavalli sotto gli ordini di un Guaisino e di un Uberto, una schiera di giovani toscani, mille fanti di Camerino, cento pedoni guidati da un Alberico: un Ranieri guidava un’altra banda , trecento corazze un Guglielmo, e altre trecento un Ubaldo: seguivano parecchie migliaia di uomini di campagna( MILIZIA DI CAMPAGNA) più usati ,avvezzi, all’aratro che alle armi.Anche Berengario aveva con se tremila Friulani capitanati da Gualfredo, a cui aveva ceduto o promesso il marchesato del Friuli, mille e cinquecento corazze guidate da Unroco, mille e duecento cavalli tedeschi, altri cinquecento cavalli sotto gli ordini di un Alberico e una forte schiera di fanti e milizie rusticane.

Franco Leggeri.

Fonti –Card. IldefonsoScuster; Prudence de Troyes -Lorium;”Santa Maria di Galeria- Imperatore Carlo V “le Memorie principe Orsini;L’abbazia di Farfa di I.Boccolini-Abbazia di Farfa Tip. Vaticana 1921 ;Condizione contadina del 1500 Autori vari.

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Franco Leggeri Fotoreportage: Roma Municipio XI-Portuense-Vigna Pia e Dintorni

ROMA 07 Dicembre 2023 –Buona giornata daVia Portuense* -Viale di Vigna Pia- Via Mengarini.

ROMA 07 Dicembre 2023-Buona giornata da Via Portuense-Viale di Vigna Pia- Via Mengarini.
ROMA Viale di Vigna Pia- Via Portuense
ROMA 07 Dicembre 2023-Buona giornata da Via Portuense-Viale di Vigna Pia- Via Mengarini.
ROMA Largo Mengarini.
ROMA 07 Dicembre 2023-Buona giornata da Via Portuense-Viale di Vigna Pia- Via Mengarini.
Roma -Bar Largo Mengarini
ROMA 07 Dicembre 2023-Buona giornata da Via Portuense-Viale di Vigna Pia- Via Mengarini.
Roma -Bar Largo Mengarini
ROMA 07 Dicembre 2023-Buona giornata da Via Portuense-Viale di Vigna Pia- Via Mengarini.
Viale di Vigna Pia-
ROMA 07 Dicembre 2023-Buona giornata da Via Portuense-Viale di Vigna Pia- Via Mengarini.
Roma -Bar Largo Mengarini
ROMA 07 Dicembre 2023-Buona giornata da Via Portuense-Viale di Vigna Pia- Via Mengarini.
ROMA -Ospedale Spallanzani, via Portuense-07 Dicembre 2023-
ROMA 07 Dicembre 2023- Via Portuense-
ROMA 07 Dicembre 2023- Via Portuense-
ROMA 07 Dicembre 2023-Buona giornata da Via Portuense-Viale di Vigna Pia- Via Mengarini.
ROMA 07 Dicembre 2023-Viale di Vigna Pia-
ROMA 07 Dicembre 2023-Buona giornata da Via Portuense-Viale di Vigna Pia- Via Mengarini.
ROMA 07 Dicembre 2023-Buona giornata da Via Portuense-

* Si tratta di una strada romana costruita nel I secolo d.C. per collegare l’Urbe con il Porto dell’imperatore Claudio alla foce del Tevere. È tutt’oggi utilizzata come strada provinciale SP1/a, rappresentando un importante collegamento tra Roma, la sua fiera, il polo logistico Commercity, l’aeroporto e la città di Fiumicino, in alternativa all’autostrada A91 Roma-Aeroporto Fiumicino. È gestita da Roma Capitale nella tratta da Porta Portese alla frazione di Ponte Galeria, dove incrocia via della Magliana, e dalla Città metropolitana di Roma Capitale da qui fino a Fiumicino.

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Franco Leggeri Fotoreportage: Roma -Portuense-Vigna Pia e Dintorni

Piccola PremessaQuestiFotoreportagesaranno traccia di  un viaggio al fine di  documentare e raccontare la storia e le bellezze di un quartiere di Roma: Portuense-Vigna Pia e i suoi  Dintorni.Non è facile scrivere con le immagini di una fotocamera la storia di un quartiere. Ci sono da interpretare e documentare  :i Graffiti, i Murales, le Saracinesche dipinte, le Vetrine elegantiche sannogenerare la curiosità dei passanti,il Mercatino dell’usato, il Mercato rionale, le Scuole, le due biblioteche, la Parrocchia, il Drugstore Gallery Portuense, l’Edicola,  la Tintoria storica della signora Pina, la scuola del Cinema, la scuola di Musica, le Palestre ,l’Enoteca, il Bistrò, i Bar , i Ristoranti e le Pizzerie , i Parrucchieri e gli specialisti per la cura della persona , i Professionisti, le Agenzie di servizio al Cittadino, gli Artigiani e, per finire ma non ultimo, il Fotografo Rinaldo,  e poi  tanto altro ancora . Il mio intento  è quello di presentare un “racconto fotografico”  che ognuno può interpretare e declinare con i suoi ”Amarcord”, come ad esempio il rivivere “le bevute alla fontanella”, sita all’incrocio di Vigna Pia-Via Paladini, dopo una partita di calcio tra bambini, oppure ricordare i “gavettoni” di fine anno scolastico. Poi, il moncone del tronco, ultimo testimone delle  palme  tagliate, che richiama alla memoria , con nostalgia e rimpianto, la bellezza “antica” del Viale di Vigna Pia.

Non è facile scrivere con le immagini di una fotocamera la storia di un quartiere. Ci sono da interpretare e documentare  :i Graffiti, i Murales, le Saracinesche dipinte, le Vetrine elegantiche sannogenerare la curiosità dei passanti,il Mercatino dell’usato, il Mercato rionale, le Scuole, le due biblioteche, la Parrocchia, il Drugstore Gallery Portuense, l’Edicola,  la Tintoria storica della signora Pina, la scuola del Cinema, la scuola di Musica, le Palestre ,l’Enoteca, il Bistrò, i Bar , i Ristoranti e le Pizzerie , i Parrucchieri e gli specialisti per la cura della persona , i Professionisti, le Agenzie di servizio al Cittadino, gli Artigiani e, per finire ma non ultimo, il Fotografo Rinaldo,  e poi  tanto altro ancora . Il mio intento  è quello di presentare un “racconto fotografico”  che ognuno può interpretare e declinare con i suoi ”Amarcord”, come ad esempio il rivivere “le bevute alla fontanella”, sita all’incrocio di Vigna Pia-Via Paladini, dopo una partita di calcio tra bambini, oppure ricordare i “gavettoni” di fine anno scolastico. Poi, il moncone del tronco, ultimo testimone delle  palme  tagliate, che richiama alla memoria , con nostalgia e rimpianto, la bellezza “antica” del Viale di Vigna Pia.

Per chiudere questa breve nota di presentazione,  si può dire che questa rubrica non avrà una cadenza fissa ma variabile e, quindi, di volta in volta, saranno pubblicati  fotoreportage   a corredo di articoli specifici  relativi alle varie attività che sono in essere  nel quartiere Portuense -Viale di Vigna Pia e Dintorni.

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Natale 2024- Libri da regalare come ormai da tradizione. Rubrica a cura di Franco Leggeri per LaNotizia.net

Natale 2024-È sempre bello regalare un libro a Natale, fa chic. Non possiamo negare e dire :“Ho visto questo titolo e ho subito pensato a te” ! Chi non si sentirebbe lusingato se un contenuto letterario gli fosse immediatamente associato? E siccome a Natale siamo tutti buoni e generosi allora, eccovi una lista di libri che, spero, vi riaccenda l’amore per la lettura che vada oltre il periodo natalizio.

Passione Libri

Piccola Biblioteca Adelphi

Walter F. OttoDionisoMito e cultoA cura di Giampiero Moretti 2024, pp. 285,€ 15,20(-5%)Un originale, penetrante studio sul dionisiaco, dove Walter F. Otto ci mostra ancora una volta per quale ragione gli dèi greci non cesseranno mai di parlarci.
Passione Libri

Georges Simenon

Una Francia sconosciuta

2024, pp. 186,€ 15,20(-5%)Da un inviato davvero molto speciale un formidabile reportage narrativo e fotografico sulla Francia dei canali e dei fiumi – un mondo, sconosciuto ai più, di cui rimangono oggi solo poche tracce.

Passione Libri

Friedrich Nietzsche

Opere

22 voll. in cofanetto

2024, pp. ,€ 237,50(-5%)«Cogliamo l’occasione per segnalare, di questo editore a torto poco noto, un’opera filosofica importante, cioè la pubblicazione degli scritti di Nietzsche» («Civitas», gennaio-febbraio 1965).

Evelyn WaughUn turista in Africa2024, pp. 196,€ 13,30(-5%)Un Waugh elegante, caustico e pungente come sempre.
Benedetto CroceIndagini su HegelA cura di Michele Ciliberto 2024, pp. 119,€ 11,40(-5%)Un veemente, amoroso faccia a faccia con Hegel in forma di novella filosofica – non meno audace che nitida e ammirevole.

Gershom Scholem

Cabbalisti cristiani

A cura, e con un saggio, di Saverio Campanini.

2024, pp. 177,€ 14,25(-5%)Tre saggi acuminati che illustrano il fascino esercitato dalla Qabbalah sui lettori cristiani d’ogni tempo.

Passione libri
Emmanuel CarrèreUcronia2024, pp. 160,€ 13,30(-5%)Il mondo come avrebbe potuto o dovuto essere, le vite possibili e alternative che sogniamo o paventiamo: tutti i segreti dell’illusione ucronica.

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Franco Leggeri-Fotoreportage-Roma Municipio XIII-“Torre della Residenza Aurelia”-Conosciuta anche come Torre della Dea DEMETRA

Franco Leggeri-FotoreportageRomaMunicipio XIII dalla raccolta:Fotografie per raccontare Roma e la sua Campagna Romana”LaTorreAurelia oTorre della Dea DEMETRAè sita all’interno del Consorzio Residenza Aurelia , zona residenziale del Comune di Roma nel XIII Municipio. Si raggiunge dalla vecchia via Aurelia, ora via di Castel di Guido . La Torre sorge nel punto più alto della Valle Galeria e si trova di fronte allaTorre della Bottacciae al sito archeologico Casale della Bottaccia.La Torre per un periodo è stata sede delCircolo LA Torre della Dea DEMETRA.

La Campagna Romana o Agro Romano,in senso storico o tradizionale, non coincide con nessuna delle odierne suddivisioni amministrative e neppure con l’area che potrebbe definirsi come banlieue di Roma. Essa comprende il comune di Roma (1507,6 km2) eccetto l’area occupata dalla città coi quartieri e suburbî (222 km2) cioè 1285,6 km2cui sono peraltro da aggiungere il comune di Aprilia (177,6 km2) costituito nel 1937, e parte dei comuni di Anzio, Nettuno, Pomezia e Marino; in quest’ultimo comune si trova l’aeroporto di Ciampino coi nuclei abitati dipendenti, compresa la così detta Città giardino Appia (v. ciampino, in questa App.). Il fatto più notevole che caratterizza l’ultimo ventennio è il progressivo rapido ripopolamento della Campagna. Limitandoci al territorio pertinente al Comune di Roma, i 62.500 ab. (residenti) del 1936, sono divenuti 120.781 nel 1981 e 161.886 nel 1956. L’incremento è dovuto non tanto al moltiplicarsi delle case sparse, quanto al costituirsi di nuclei che sono spesso antichi casali trasformati, dotati di chiesa, scuola, stazione sanitaria, ovvero di nuove unità rurali, o infine di veri e proprî centri. Di questi il più recente censimento ne annovera 42, dei quali uno, il Lido di Ostia è ormai una cittadina di circa 20.000 ab., altri due o tre hanno popolazione superiore a 5000 ab. (oltre a Ciampino) e sette o otto popolazione superiore a 1000 ab. Il richiamo della popolazione verso il mare è evidente. Dopo il Lido, il centro più popoloso è Fiumicino, che acquisterà nuovo incremento con l’apertura al traffico (1961) del grande aeroporto intercontinentale; a nord di Fiumicino è Fregene; a sud del Tevere Tor Vaianica, a prescindere dalle altre recenti “marine” che si succedono fino ad Anzio. Altra ben visibile trasformazione della Campagna, del resto connessa con la precedente, è la riduzione delle aree pascolive a vantaggio delle coltivazioni. Tra queste predomina ancora il grano, ma nelle zone periferiche compare la vite (anche per frutto), altri alberi fruttiferi, prati da foraggio e, in plaghe più ricche di acqua, colture orticole. La Campagna comprende due grandi bonifiche effettuate secondo piani predisposti, la bonifica di Maccarese e quella di Porto-Isola Sacra, oltre ad altre minori; comprende anche taluni grossi centri di allevamento, come Torrimpietra. L’allevamento bovino si sviluppa, quello ovino declina a causa della accennata riduzione del pascolo naturale. Manifesta è anche la trasformazione o integrazione della rete stradale. Le antiche vie consolari irraggianti dalla città che ancora costituiscono lo schema fondamentale, sono collegate da vie trasversali (a cominciare dal “grande raccordo anulare” corrente a 11-15 km dal centro di Roma), da collegamenti secondarî, da strade vicinali e di bonifica.

La parte della Campagna più vicina alle aree suburbane viene a poco a poco assorbita dalla espansione del Suburbio stesso sia verso il mare (dove i quartieri dell’EUR sono, secondo il reparto del 1951, ancora fuori del Suburbio), sia verso est (via Tiburtina), sia verso sud-est (vie Prenestina e Casilina), sia anche verso nord (via Cassia).

Fonte-Istituto della Enciclopedia Italiana

La dea Demetra e la sacralità della natura

(perché per gli antichi l’ambiente era la loro casa)

Erisittone aveva abbattuto senza alcun rispetto gli alberi di un bosco sacro a Demetra: la reazione della dea e il senso degli antichi per la natura.Fu così che Erisittone, bulimico, più mangiava più aveva fame, divorava tutto quello che gli capitava davanti agli occhi e un giorno mangiò anche il gatto di casa. E continuò sino a mandare la sua casa in rovina.

Franco Leggeri-Fotoreportage-ROMA -Torre Aurelia-DEA DEMETRA

Ecologia è un calco costruito sul greco e (come ancheeconomia) contiene la parolaoikia, la casa, l’ambiente in cui viviamo e che dobbiamo proteggere.Ambiente ed ecologia sono parole moderne, ambiente viene dal verbo latinoambire, che vuol dire andare intorno, ed è un nome che indica lo spazio che ci circonda e nel quale ci muoviamo e viviamo assieme agli altri.

Curioso cheambienteeambizionederivino dallo stesso verbo latinoambireche nel senso più positivo del termine è un desiderio legittimo di migliorarsi.

E uno dei nostri desideri più forti, sin da giovani, è la casa, il nostro posto in cui stare bene nel mondo, un posto da proteggere, l’ambiente nel quale cresciamo ogni giorno e facciamo crescere i nostri figli.

In fondo scriviamo ambiente, ma leggiamo casa.Nota diCristina Dell’Acqua
(pubblicato su corriere.it del 3 dicembre 2021)

Franco Leggeri-Fotoreportage-ROMA -Torre Aurelia

Il commento di Carlo Crovella
Il mio professore di liceo mi assicurava che la cultura classica aveva già spolverato l’intero palinsesto dell’esistenza. Nei miti greci e latini c’era già “tutto” quello che riguarda la vita umana, caratteri, vizi, difetti, i pochi pregi. E c’era già l’intero universo. All’inizio ero perplesso: come potevano sapere, secoli e secoli fa, cosa sarebbe accaduto “dopo”, con la tecnologia, l’evoluzione, il progresso? Semplice: il lupo perde il pelo, ma non il vizio. La specie umana era già così. Il “dopo” ha solo amplificato gli effetti negativi dei suoi difetti per la combinazione fra progresso tecnologico e crescita esponenziale degli individui. Altro che un bosco, ci divoriamo oggi! Intere colline di silice sono state completamente spianate per utilizzare quel componente da inserire nei telefonini e pc.: saremo anche noi condannati alla stessa pena eterna di Erisittone? Peggio, siamo destinati all’estinzione: non riusciremo letteralmente più a sfamarci perché avremo consumato tutte le risorse del pianeta. Un’altra considerazione si lega al mito classico. Come ho già raccontato, purtroppo io non ho il dono di una profonda fede religiosa. Non sono proprio ateo, sono piuttosto un “laico”, credo in principi etici a-religiosi (correttezza, rigore, senso del dovere, ecc.). Tuttavia percepisco un che di sacro nell’essenza stessa nell’ambiente, è imperniato di qualcosa di “divino”. La nostra bulimia di risorse, oltre a distruggere noi stessi, ha un carattere addirittura blasfemo: uccidiamo Dio.

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Castelnuovo di Farfa, Unità d’Italia: il Plebiscito del 1860 nota e ricerca di Franco Leggeri

Franco Leggeri,Castelnuovo di Farfa, Unità d’Italia: il Plebiscito del 1860. Elezione del Sindaco Avv.Francesco Scoccia a Consigliere Provinciale– PREMESSA: L’Istituto del Plebiscito, molto applicato durante la Rivoluzione Francese e anche dall’Imperatore  Luigi Napoleone , in Italia  trovò largo impiego specialmente durante il periodo risorgimentale. Particolare importanza  ebbero i Plebisciti in Italia Centrale  che si svolsero nel 1860/61, ricordiamo che  questa parte dell’Italia, Stato Pontificio,  era  governata “dal Papa Re” . I Plebisciti che si svolsero in questo periodo erano  importanti e rappresentano la premessa  per la conquista di Roma  che avvenne nel 1870 con la famosa Breccia di Porta Pia.

Il Plebiscito  fu usato dal Regno Sabaudo al fine di avere una sorta di legittimazione  da parte delle potenze europee come scrive  il G. Candeloro nella Storia dell’Italia moderna, pag. 531, Edizione del 1966.Non bisogna dimenticare che la popolazione ,con il Plebiscito,   accettava in maniera incondizionata, l’adesione allo Statuto Albertino. Comunque con questa formula del Plebiscito la popolazione  era ad essere partecipe al processo unitario  del costituendo Regno d’Italia. Bisogna evidenziare che , per tanti aspetti, fu una operazione  “minoritaria”( alle votazioni partecipano pochissimi Cittadini che avevano diritto al voto) . Comunque questa operazione  raggiunse lo scopo  di avere una sorta di   crisma e di legittimazione democratica diretta come scrisse il C. Ghisalberti, Storia costituzionale d’Italia, 1848-1948 Ed. 1974.

Con un apposito Decreto del 21 ottobre 1860 il Regio Commissario Generale indisse il Plebiscito.

La formula era semplice perché l’elettore doveva rispondere solo con un SI oppure con un NO.

Le votazioni del  Plebiscito , a scrutinio segreto,  dovevano durare dalle ore  del mattino sino alle ore 17 del pomeriggio.

La propaganda per aderire al nascente Regno d’Italia  aveva come tema  proposto alla popolazione dai Comitati patriottici e liberali due  immagini  che rappresentavano  da una parte la possibilità di diventare Cittadini liberi sotto la guida di Vittorio Emanuele II, mentre l’altra era subire ancora la schiavitù cui erano soggette le popolazioni della Sabina solto il potere del Papa Re.

Il giorno 22 ottobre del 1860  il Regio Commissario Provinciale  di Rieti comunicare  al Commissario governativo del Regno di Sardegna che la popolazione di Rieti e della Sabina si radunano spontaneamente  esprimendo la loro gioia  con :”Clamorosi EVVIVA il RE”.

Tralascio le votazioni e i risultati di Rieti e della Sabina e allego al post i verbali relativi  al Mandamento di FARA in SABINA a cui Castelnuovo  faceva capo.

Riporto  le testuali parole relative al giudizio che viene dato  al Sindaco di Castelnuovo di Farfa :” Castelnuovo- E’ Sindaco ed Ufficiale dello Stato Civile il Sig. Dottore  in Legge Francesco Scoccia: ha mandato già il censimento enumerativo della popolazione; è in piena regola sull’attuazione  dello Stato Civile. La sua intelligenza, e la sua attività offrono al Regio Governo una sicurezza d’un felice andamento; tanto nello Stato Civile che in tutt’altro”.

L’Avv. Francesco Scoccia  fu eletto  Consigliere della Provincia di Rieti  come si legge nell’allegato Regio Decreto del Commissario del Re per la Provincia di Rieti del 1 dicembre del 1860, Conte Oreste Biancoli-

N.B.La provincia di Rieti fu istituita nel 1927 dal governo fascista insieme ad altre 16, in occasione di un radicale riordino delle circoscrizioni provinciali, nel tentativo di restituire unità politica all’antica regione della Sabina, che prende il nome dai sabini, una delle popolazioni tosco-umbre.

Articolo e foto dal libro “Castelnuovo, la riva sinistra del Farfa” di Franco Leggeri

Fonti: AA.VV-Prof.Renzo Di Mario”Rieti e la Sabina”-Ed.ECO-La Sabina e il fascismo-La Resistenza antifascista nel reatino-Campi del duce nel reatino- Campi Profughi nel reatino-Michele Spagnoli” Una Sezione per ogni Campanile-Il PCI nella provincia di Rieti negli anni 1940-1950-(Robin Edizioni)-Castelnuovo di Farfa “Acquedotto di Cerdomare” di Franco Leggeri-Il Farfa-Diritti rivieraschiricerca di Franco Leggeri

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Franco Leggeri Fotoreportage – Roma, MunicipioXIII: il Castello della Porcareccia

Roma,Municipio XIII-Franco Leggeri Fotoreportage: il Castello della Porcareccia– Quartiere Casalotti. Fuori dal traffico della Via Boccea, in una discontinuità edilizia, c’è il Castello della Porcareccia, noto anche con il nome “Castello aureo”, che domina il suo borgo medievale. Il fortilizio, in posizione strategica, è costruito su di uno sperone roccioso. Anticamente vi era una torre di avvistamento, ora scomparsa. Il Castello nel  corso dei secoli è stato, più volte,  rimaneggiato e, rispetto alla costruzione originale, ora si  vedono modifiche strutturali evidenti. Il toponimo deriva da “Porcaritia”.

Nel passato questa era una località al centro di boschi di querce e, quindi , luogo più che mai adatto all’allevamento dei maiali. Il primo documento che parla del Castello è una lapide del 1002, che si trova nella Chiesa di Santa Lucia delle Quattro Porte ,dove si legge che un prete “romanus” dona la tenuta della Porcareccia ai canonici di Monte Brianzo. Nel 1192 Papa Celestino III dà la cura del fondo ai canonici di Via delle Botteghe Oscure. Il Papa Innocenzo III affidò una parte della tenuta all’Ordine Ospedaliero di Santo Spirito. La tenuta passò, dopo la crisi fondiaria del 1527, ai principi Massimo e nel 1700 ai Principi Borghese, quindi ai Salviati e ai principi Lancellotti, ora la proprietà del Castello è della Famiglia Giovenale che lo possiede dal 1932.

Il portale d’ingresso è imponente e su di esso vi è lo stemma di Sisto IV. Prima di accedere al cortile interno, nel “tunnel”, in alto, si notano dei fori passanti sedi di una grata metallica che, alla bisogna, era calata per impedire assalti e irruzioni di nemici . Nel giardino interno del Castello vi è, in bella mostra, una stele commemorativa di un funzionario imperiale delle strade di Roma . La stele probabilmente era riversa in terra perché presenta evidenti segni di ruote di carro. Vicino vi è una lapide funeraria con incisi dei pavoni, antico simbolo di morte. Sono visibili altri reperti di epoca romana, come frammenti di capitelli e spezzoni di colonne. In bella mostra, montata alla rovescia, vi è una vecchia macina a mano per il grano, una simile è nel cortile della chiesa di Santa Maria di Galeria. Nel piazzale interno c’è la chiesetta di Santa Maria la cui costruzione risale al 1693.

Ciò che colpisce nella chiesa è la bellezza dell’Altare realizzato in legno intagliato, come dice uno dei proprietari, il Sig. Pietro Giovenale:”l’Altare è stato costruito dai prigionieri austriaci della Grande Guerra che qui erano stati internati”. Nel 1909, giusto un secolo fa, in questa chiesa celebrava la Messa il giovane prete Don Angelo Roncalli, il futuro Papa Buono, Giovanni XXIII il quale veniva in questi luoghi per goderne la bellezze naturali e gustare ”la buona ricotta” della via Boccea che Gli veniva offerta dai pastori  ; a ricordo di questa visite, all’interno della chiesa, per desiderio della Famiglia Giovenale,  il Vescovo della Diocesi di Porto e Santa Rufina,  Mons. Gino Reali, nel 2004 inaugurò una lapide. La tenuta della Porcareccia fu anche antesignana della “guerra delle quote latte”; Ci narra la storia che nel periodo di carestia si diede il massimo sviluppo all’allevamento dei suini per sfamare la popolazione di Roma, come si legge in una bolla di Papa Urbano V nel 1362 che decretava “libertà di pascolo ai suini in qualsiasi terreno e proprietà…”. Per segnalare la presenza degli animali furono messi dei campanelli alle loro orecchie e chiunque ne impediva il pascolo incorreva in pene severissime.

A seguito delle proteste della Germania,all’epoca maggior produttrice ed esportatrice di suini in Europa, il Papa Sisto IV nel 1481, riafferma il documento di Avignone di Urbano V. Davanti al Castello, divisa dalle case del Borgo a chiudere la Piazza, c’è la chiesa parrocchiale, costruita negli anni 1950/54, dedicata alle S.s. Rufina e Seconda, martiri della Via Boccea. Come tutti i castelli che si rispettano, anche questo ha il suo fantasma che si aggira nei cunicoli sotterranei inesplorati che si diramano dal Castello nella campagna circostante. Ma alla domanda che rivolgo al Sig. Giovenale se esiste il fantasma del Castello della Porcareccia egli mi ha risposto  con un sorriso.

Articolo di Franco Leggeri per l’Associazione Cornelia Antiqua

N.B. Le foto originali sono di Franco Leggeri- Fonte articolo: Autori Vari- Si Evidenzia e voglio ricordare che gli Alunni di Casalotti hanno realizzato un pregevole lavoro sulle origini e la Storia del Castello. L’Intervista con il Sig. Giovenale è di Franco Leggeri- Si chiarisce che l’articolo è solo una piccola sintesi  ricavata  da  un lavoro molto più esaustivo e completo  relativo al Medioevo e i sistemi difensivi della Campagna Romana – TORRI SARACENE-TORRI DI SEGNALAZIONI – realizzato da Franco Leggeri per l’Associazione Cornelia Antiqua.

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Franco Leggeri – Castelnuovo di Farfa e il Deserto dei Tartari

Castelnuovo di Farfa e il Deserto dei Tartari – Brano tratto dal libro di Franco Leggeri-“Castelnuovo, la riva sinistra del Farfa”

Franco Leggeri,Castelnuovo di Farfa- Per amare Castelnuovo si paga una tassa. La tassa è la passione, questa fiamma bisogna saperla trasformare in un incendio. Certamente a me è accaduto che nel rileggere il passato , ho sorriso per la mia ingenuità perché ho creduto, avevo creduto, che questo piccolo mondo fosse fiorente di “rose amorose”, mentre ora vedo solo persone (molto furbe) con occhi diversi : fiuto la trappola. Non posso rincorrere l’acqua che scorre nel letto del fiume, posso solo osservarla dal ponte. Il ponte è neutrale, è al di sopra dei mulinelli insidiosi. Ora che ho liberato i miei pensieri, che li ho cuciti, senza un filo logico apparente essi mi attraversano la mente e nessuno più riesce ad aizzare contro di me o verso qualcuno.

“Io sono un seguace del Sire Enialio e conosco bene l’amabile dono delle Muse”, quindi, non sono un “soldato” di mestiere, ma conosco e riconosco ora, solo ora, molti mercenari spiantati dai debiti, o proprietari di campicelli troppo piccoli- piccoli, e troppo aridi per sostenere, questi, essi-loro, si riversano nel piccolo mondo del Borgo a caccia di trofei da esibire. Questo Deserto dei Tartari dove tutti si sentono furbi e importanti, ma tutti hanno le loro pene, le loro gioie e a cui tutti hanno dato un cuore per volare. In un Deserto dove anche l’ombra è preziosa , quindi, molti , quasi tutti, si credono “albero” anche , forse, per un solo momento :”il centro del mondo”.

A Castelnuovo c’è la signora sempre vestita bene, acconciata complicatamente dal parrucchiere , ben tornita, altera e mentalmente unidirezionale . A Castelnuovo c’è il signore che ti fa pensare:”…………Ma forse lui, sì, certamente ,anzi , con lui avrei potuto almeno parlare di quell’altra cosa”. A Castelnuovo vi sono persone che conosci da tanti anni, le classifichi come i muri delle case e così hai : muri portanti, muri divisori, muri di cemento, muri di gomma e muri di cartone………E tante, forse molte, FACCE e TESTE di BRONZO.

Nella soffitta del Borgo la memoria è custodita in una scatola di metallo (come quella dei biscotti Mellin). Molti Castelnuovesi hanno paura, hanno l’apprensione, che qualcuno vi frughi dentro.

Frugare , navigare, nella memoria , in un disordine disperso per poi ricomporre tutte le azioni , le frasi sospese e scritte su “CARTE SEGRETE”. Carte e cartelle sono parentesi tra “l’ammantato e il sognato”, il dare e l’avere di una vita trascorsa e ormai in dirittura di arrivo. Riporre la scatola , metterla al solito posto; chiuderla bene; riporre la chiave della soffitta.

Domani, domani, ora bisogna dormire . Ho accostato la tenda per non sentire i fragili rintocchi della memoria , mentre i cavalli, liberi, galoppano nella campagna e mettono , con la loro libertà, la parola fine a questa strana riflessione . E i Tartari? A Castelnuovo i Tartari non sono mai arrivati mentre, ahimè, politici arroganti e nemici della Cultura  SI!

Franco Leggeri, castelnuovese

Brano tratto dal libro di Franco Leggeri-“Castelnuovo, la riva sinistra del Farfa”

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Roma Municipio XIII – “Il Giardino Antico”della  Villa Romana delle Colonnacce di Castel di Guido – Fotoreportage di Franco Leggeri

ROMAMunicipio XIII– “Il Giardino Antico”della  VILLA ROMANA delle COLONNACCE di Castel di Guido – Fotoreportage di Franco Leggeri Associazione CORNELIA ANTIQUA– I visitatori , anche a seguito delle varie manifestazioni organizzate dalla LIPU,  ospiti del GAR nella Villa Romana delle Colonnacce,  sono stati  guidati dal mitico Archeologo Luca nel tour tra gli scavi archeologici. Durante la visita alla Villa Romana, molti partecipanti sono stati incuriositi dalla presenza di alcuni alberi  con  alla base un cartello con la  descrizione dell’essenza  tratta dalle Opere di Plinio.    Gli alberi costituiscono una riproduzione di un”GIARDINO ANTICO” e si trovano in un angolo in fondo all’area archeologica. Ne elenco alcuni esemplari  : CIPRESSO,LECCIO,FRASSINO e NOCCIOLO.

Questi alberi sono qui nella antica Villa Romana delle Colonnacce a testimoniare che, tra fine dell’età repubblicana e primi decenni dell’epoca imperiale, come si può anche leggere nelle Opere di Plinio il Vecchio, Plinio il Giovane, Catone e Columella , il giardinaggio non è più considerato un’occupazione produttiva, ma anche attività svolta per piacere e diletto. Celebre il brano di Plinio il Vecchio: “I decoratori di giardini distinguono, nell’ambito del mirto coltivato, quello tarantino a foglia piccola, il nostrano a foglia larga, l’esastico a fogliame densissimo, con le foglie disposte a file di sei” ed ancora: “Esistono anche dei platani nani, che sono costretti artificialmente a rimanere di piccola altezza”.

Articolo e foto sono di Franco Leggeri per l’Associazione CORNELIA ANTIQUA

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Roma-La casa della poetessa Patrizia Cavalli diventa una mostra-

Roma-Un bellissimo titolo,Il sospetto del paradiso,quello assegnato alla prima mostra dedicata aPatrizia Cavalli(Todi, Perugia, 1974 – Roma 2022), uno dei maggiori poeti del Novecento, unico nel panorama italiano e internazionale per originalità di linguaggio, potenza evocativa di immagini, suoni e colori, intensità lirica e profondità di pensiero. In un salone del primo piano al Macro di Roma, l’esposizione si snoda sulle pareti e su più registri, nelle teche centrali e tra i duecento scatti fotografici diLorenzo Castore, mentre scorre il video diGianni Barcelloni.  

La mostra sulla casa di Patrizia Cavalli 

Le fotografie e le tante pagine stampate e manoscritte ci accompagnano nella casa romana della Cavalli in Via del Biscione presso Campo de’ Fiori, da lei abitata per mezzo secolo, e la sua voce profonda e fanciullesca dà senso e realtà alla nostra immersione. Non si tratta di una mostra fotografica nell’accezione tradizionale, ma è piuttosto un ingresso autorizzato, sebbene a passi cauti –giapponesidirebbe lei –, nel suo mondo privato. Un mondo fatato e insieme oscuro, pieno di cose, amici, facce, animali, pensieri, appunti, cataloghi in bozza o editati, bella e commovente quotidianità: eppure di quotidiano non vi è, né vi era nulla, nella sua esistenza e nelle sue abitudini, come la mostra illustra perfettamente.  

Gli scatti accorpati in serrata sequenza restituiscono una successione filmica e reale degli ambienti, ma allo stesso tempo onirica nell’apparizione alternata di cose e persone, parole e appunti. La mostra somiglia enormemente a lei stessa e alle sue liriche: semplice, ruvida, incantevole, misteriosa e insieme splendida, mai retorica e sempre fulminante. La sua casa nel tardo Novecento è stata un luogo di scambio fondamentale per la cultura italiana di allora, favorito e sostenuto dall’incontro della Cavalli conElsa Morante, che per prima ne riconobbe il valore e la introdusse nel mondo dell’intellettualità più fine e colta.   

Chi era Patrizia Cavalli 

Una doppia sezione di dattiloscritti, manoscritti e pagine stampate svela il processo poetico che dalla suggestione giunge alla parola, tra bozze, correzioni, precisazioni, negazioni, fino all’apparire delle celebri composizioni. Un terzo settore è dedicato ai progetti editoriali di carattere artistico, compiuti o di collaborazione, cui la Cavalli ha lavorato nel tempo. Nel centro della sala una grande teca contiene un centinaio di appunti, che passano amabilmente dalle più comuni annotazioni giornaliere, ai proponimenti rivolti a sé stessa, fino a ricordi e pensieri già traboccanti di immagini e di poesia. 

Le fotografie di Patrizia Cavalli in mostra

Il suo bel viso diafano e biondo si affaccia ovunque a sorvegliare il nostro incauto incedere attraverso le sue stanze, tra le poltrone, le tazze, i gatti, i quadri, i libri e gli scaffali pieni di oggetti, ognuno dei quali sembra narrare una storia, perché solo ad essiappartiene la vita, essi misurano le distanze e i riconoscimenti, restituiscono la forma invariata dell’incanto(…). E intanto la sua bella voce rude ma morbida risuona dalla sua stessa casa mentre legge le sue liriche e chiacchiera della vita, della morte, della noia, della felicità e della faccia di Elsa Morante. Mentre si ostina, insomma,a far parlare il nulla. E forse è davvero un paradiso. 

Articolo di Francesca Bottari

Francesca Bottari

Francesca Bottari-Storica dell’arte, insegna a Roma. Ha curato moduli di Catalogazione e di Didattica museale all’Accademia di Belle Arti di Roma e nelle università di Roma2 e Siena. Ha lavorato presso il Centro Servizi educativi del Mibact. Dal 2002 al 2005 è stata Direttore artistico della Sema s.r.l.- servizi e media per l’arte. Tiene un master in Turismo e beni culturali presso la UET di Roma. Al suo attivo ha diversi saggi, testi scientifici e monografie a carattere storico-artistico e di educazione al patrimonio culturale (Borromini 1999 e Bernini 2000, per Artemide; 2002 testo di didattica di
beni culturali per scuola e università, per Zanichelli; 2007 testo universitario di legislazione artistica, per Zanichelli). Ha redatto e curato una lunga serie di guide e audioguide sui siti Unesco (per il Poligrafico dello Stato, tra il 2008 e il 2011). Nel 2013 è uscita per Castelvecchi la sua biografia su Rodolfo Siviero.

Fonte-ARTRIBUNE srl – Via Ottavio Gasparri, 13/17 – 00152, Roma

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MOMPEO (RIETI)- Alla scoperta del territorio di Mompeo  con l’Archeologo Federico Giletti

Mompeo –Il Gruppo Fai della Sabina organizza la passeggiata dell’8 settembre con l’Archeologo Federico Giletti nel territorio di Mompeo , un vero Museo a cielo aperto.

Abbiamo chiesto aall’Archeologo Federico Giletti, l’archeologo che l’8 settembre ci farà conoscere la Salaria Curense, portandoci dal castello di Mompeo all’Agriturismo Voltafonte, di raccontarci quello che vedremo. Ecco che cosa ha scritto per noi.

Federico Giletti Archeologo

«Si ripercorre la storia di un territorio attraverso lo studio dell’antica viabilità, da sempre presupposto imprescindibile per la nascita e lo sviluppo di dinamiche storiche, antropiche e culturali. Questa la chiave di lettura alla base della passeggiata archeologica dell’8 settembre, volta alla scoperta dell’asse viario di attraversamento del cuore della Sabina e di collegamento Ovest-Est tra l’area tiberina e Roma e il centro peninsulare appenninico e il litorale adriatico. Tale percorrenza, che sulla base delle più recenti ricerche sembrerebbe oramai possibile identificare con l’originaria e vera via Salaria di età pre-romana, ancora cela e allo stesso tempo aiuta a svelare molto del territorio sabino circostante.

«In questo ambito l’attuale territorio del comune di Mompeo costituisce un unicum grazie all’eloquenza e alla densità dei suoi rinvenimenti archeologici che, soprattutto in età romana, si concentrano ai lati del passaggio della strada, come gli imponenti monumenti funerari e le suntuose ville che avremo modo di visitare. Queste, appartenute a personaggi illustri dell’epoca e poi per gran parte assorbite dal demanio statale, si diffondono, con un significativo incremento in età augustea, nell’ambito di una circoscrizione territoriale locale, forse con sede proprio nella zona di Mompeo, ma ricadente nelle più ampie competenze amministrative del municipio di Trebula Mutuesca.

Mompeo (Rieti)-Foto di Franco Leggeri

«Con una dolce passeggiata, attraverso un percorso prevalentemente ombreggiato e ricco di punti d’acqua per il ristoro, conosceremo segreti e avremo la possibilità di toccare con mano le meraviglie nascoste o parzialmente visibili, ma ancora sfuggevoli ai non addetti ai lavori, che rendono gran parte dell’attuale territorio comunale di Mompeo un Museo a cielo aperto, riccamente cosparso di vestigia che ne tramandano la storia, raccontandoci spaccati di vita del passato della nostra amata Sabina».

Ricordiamo a chi fosse intenzionato a partecipare che l’appuntamento è per domenica 8 settembre alle ore 9 presso il parcheggio del Castello di Mompeo, in località La Croce; che il numero massimo di partecipanti è di 35 persone; e che il contributo richiesto è di 12 euro (10 per gli iscritti Fai) che verrà saldato in loco la mattina della passeggiata, al momento della registrazione. Per iscriversi occorre andare sul sito nazionale Fai prenotazioni: il link èhttps://faiprenotazioni.fondoambiente.it/…/a-mompeo…/?

Con l’Agriturismo Voltafonte abbiamo concordato un menu a 18 euro che verranno pagati dai partecipanti direttamente alla struttura.

Dopo il pranzo verremo riportati alle auto nel parcheggio del castello.

Nelle foto: alcune delle cose che vedremo l’8 settembre, il territorio di Mompeo è un museo a cielo aperto

Mompeo e la sua Storia

Il territorio di Mompeo era in antichità abitato certamente dai Sabini, collegati con la città di Curi (Cures), che doveva sorgere nei pressi di Corese Terra. Poi attraverso varie vicende iSabinisi fusero coi Romani formando un unico popolo.

Anche sulle colline di Mompeo, relativamente vicine all’Urbe e già ben note, sorsero con il tempo le dimore campestri di Romani abbienti. Gli avanzi dei monumenti che ancora si vedono testimoniano l’antica esistenza di ville più o meno importanti delle quali non altro resta se non quella parte cui i Romani annettevano la maggiore importanza, cioè le conserve d’acqua, gli acquedotti e i locali da bagno.

A chi appartenessero queste ville è oscuro. Una vecchia tradizione vuole che qui Fabio Massimo (275-203 a.C.) “cunctando restituit rem”, avesse una villa, cui si riconnetterebbe il vocabolo “Massaccio” ancora conservato da alcuni terreni di Mompeo e alla quale alluderebbe, secondo il Sestili, Cicerone là ove dice “Villa Fabii Maximi in agro sabino”. Veramente questa ipotesi non è avvalorata da prove.

Mompeo (Rieti)-Foto di Franco Leggeri

L’antica credenza, poi, che nel comune di Mompeo, in località Palombara, sorgesse la villa di Gneo Pompeo ha prove molto più sicure, tra le quali principale quella di natura linguistico fonetica. Del resto valore probatorio ha l’interpretazione fatta dal Barbiellini-Amidei delle lettere “P.L.” che figurano nella lapide che il Marocco vide sulla facciata nord della grande tomba della Palombara.

Non senza ragione però i Romani illustri scelsero a loro dimora questa parte della Sabina. Oltre la vicinanza di Roma, il clima salubre, il suolo fertile, le acque abbondanti, parlava loro il ricordo di un’antichissima città sabina, la quale dopo la vicina Curi era la più viva e palpitante alla loro memoria: era il ricordo dell’antica Regillo, la patria di Atto Clauso (310 a.C. “per i Romani Appio Claudio”) per la cui venuta a Roma “Claudia nunc diffunditur et tribus et gens per Latium, postquam in partem data Roma sabinis”.

È tradizione che nel territorio di Mompeo sorgesse l’antica città di Regillo e infatti la principale via del paese era denominata Corso Regillo. Ora porta questo nome la piazza dinanzi alla chiesa e la circonvallazione.

Dopo l’età imperiale, si rinvengono notizie di Mompeo nell’817dal Regesto Farfense, dove si parla delFundum Pompeianumquale territorio di pertinenza dell’abbazia benedettina, confermato in una nota dell’825, e nell’840 in un diploma dell’imperatore Lotario. Di lì a poco, nell’875, l’abate Giovanni conferisce l’investitura feudale dei suoi domini a un tale Francone, che fa edificare la sua fortezza su un colle, cioè l’attuale zona del centro storico. Dalla metà del X secolo, dopo le invasioni saracene che avevano sconvolto anche la terra sabina, fino alla distruzione dell’abbazia di Farfa, si sa che il feudo di Mompeo passò ai fratelli Gaderisio e Ottaviano di Buza.

Nel XII secolo divenne signore feudatario di Mompeo Simeotto Orsini, capostipite di una lunga dinastia che diede lustro e prestigio a questa terra per cinque secoli. Il feudo rimase in possesso degli Orsini almeno fino al1559, quando gli abitanti restaurano la chiesa parrocchiale dedicata alla natività durante la signoria di Alessandro e Virginia Orsini.

Mompeo, eretto in marchesato, fu poi venduto ai marchesi Capponi di Firenze, che a loro volta lo cedettero, il 15 maggio del1646, alla nobile famiglia romana deiNaro, che lo possedette fino agli inizi dell’Ottocento. Sotto i Naro furono edificati e valorizzati i complessi monumentali più importanti che oggi possiamo ammirare. La vecchia fortezza degli Orsini venne quasi del tutto ristrutturata e soltanto due torri rimasero indenni. Al suo posto venne edificato un palazzo baronale di notevole rilevanza dal punto di vista monumentale, circondato da giardini, fontane e attraversato da viali del quale esiste una descrizione del Piazza che lo paragona al castello incantato di Armida. Nello stesso periodo il marchese Naro fece costruire una maestosa porta d’accesso in travertino, ristrutturando e riorganizzando urbanisticamente l’abitato, le cui vie furono lastricate e articolate al servizio del nuovo palazzo baronale che divenne il polo unico e unificatore di Mompeo.

Nel1663fu riedificata completamente la chiesa parrocchiale, nella quale fu costruita una cappella gentilizia. Anche il figlio Fabrizio proseguì l’opera paterna, abbellendo la nuova chiesa. L’attività di Fabrizio e di Bernardino Naro, amici di papa Urbano VIII, contribuì al progresso civile e culturale della comunità di Mompeo. A testimoniare il profondo legame affettivo che univa Fabrizio e Bernardino Naro a Mompeo, vi è anche il fatto che entrambi vollero che il loro cuore fosse sepolto nella cappella gentilizia della chiesa parrocchiale di Mompeo. Le rispettive tombe invece si trovano nella cappella gentilizia di famiglia nella basilica di Santa Maria sopra Minerva in Roma. Dopo questo periodo di particolare splendore, si ricorda ancora la famiglia Naro fino alla metà del XVIII secolo, cui fecero seguito fino al Novecento, quali proprietari del palazzo baronale, i Patrizi, i Luciani, i Ciufici, nonché i Baranello e i Di Salvo. Dal 1995 il palazzo baronale è proprietà del Comune di Mompeo.

Simboli

Lo stemma e il gonfalone del comune di Mompeo sono stati concessi con decreto del presidente della Repubblica del 19 dicembre 1989.[4]

«Stemma d’azzurro, a trevettedi verde, le due laterali unite e fondate in punta, la centrale fondata sui fianchi delle precedenti, e sostenente latorredi rosso, merlata alla guelfa di cinque, mattonata, chiusa e finestrata di uno di nero, con le fondamenta poste sulla sommità e sui fianchi di essa vetta. Ornamenti esteriori da Comune.»

Il gonfalone è un drappo partito di bianco e di rosso.

Monumenti e luoghi d’interesse

Siti archeologici

Tuttavia non solo la tradizione rievoca gli antichi fasti della civiltà romana: in questa ridente zona della Vallata del Farfa sono ancora evidenti numerose testimonianze di siti archeologici di notevole interesse, tra cui spiccano monumenti funerari, resti di ville ed il caratteristico ponte sul Farfa. I ruderi, le conserve d’acqua, le tre tombe a torre, testimoniano che nella zona esistevano ville e insediamenti Romani databili in epoca imperiale, nel sec. II d.C. Tali costruzioni costeggiano la via che univa Roma a Rieti.

Il ritrovamento di un cippo miliare, nel 1956 nel terreno voc. Campo, ha confermato l’esistenza di una via romana tagliata nella viva roccia, lastricata allo stesso modo delle altre grandi consolari ed è certo che la Via si innestava nella Salaria a Passo Corese e inerpicandosi sulle colline raggiungeva la vallata dove ora sorge l’Abbazia di Farfa. Sorpassato il torrente del Farfa, prima toccava le “Ferriere” e “Valle Basselli” si inerpicava sino alla “Passerignola” raggiungeva le valli e dopo aver superato la collina di Mompeo sboccava nella Palombara per poi inerpicarsi nuovamente verso i “Campi”, “Maialino”, Monte S.Giovanni, per giungere a Rieti. Non conosciamo il nome della Via, ma era di certo usata principalmente per rifornire di sale i Centri della Sabina.

Pietra miliare

Essa è realizzata in pietra locale, alta 1,75 m e la sua circonferenza massima è di 2,10 m. Fu posta dall’imperatore Augusto negli anni dal 13 al 16 a.C. Secondo la lettura data dal prof. Jacopi, l’iscrizione nel cippo potrebbe leggersi:IMP(erator)CAESAR DIVI F(ilius)AUGUSTUS CO(n)S(sul)XI TRIBUN(iciae)POTEST(atis)VI EX S(enatus)C(onsulto)XXXV, in traduzione italiana: “Augusto Cesare imperatore, figlio del Divo [Giulio Cesare], nell’anno XI del consolato, nell’anno VI della potestà tribunicia per decreto del Senato 35º miglio da Roma (circa 51,75 km)”.

Aree naturali

Tra le principali attrazioni della città ci sonoMonumento Naturale “Le gole del Farfa”

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Franco Leggeri,Castelnuovo di Farfa, la bottega del Fabbro “Giuvanninu u Ferraru”

Franco Leggeri,Castelnuovo di Farfa, la bottega del Fabbro “Giuvanninu u Ferraru”. Disegno di Tatiana ConcasAll’inizio di Viale Regina Margherita, subito dopo la chiesa della Madonna degli Angeli era attiva la bottega del Fabbro ferraio “GIUVANNINU U FERRARU”. In questo laboratorio venivano forgiati tutti gli attrezzi agricoli, dal vomere alle vanghe ecc. In questo locale, sulla strada, venivano “ferrati” le mucche, i cavalli e gli asini. Questo laboratorio era l’officina di riparazione delle “Macchine Agricole” e “Forza Lavoro” in uso sino agli anni 1960.

I contadini avevano molta cura delle unghie e delle zampe delle mucche, perché su di esse si esercitava tutto lo sforzo del lavoro, sia in fase di traino che di percorso di strade sassose. Venivano applicati dei ferri sotto le unghie delle mucche, ferri protettivi a forma di piastra leggermente arcuati. L’avvento della “meccanizzazione agricola”, il trattore, rese antieconomico il lavoro delle mucche e degli asini e, quindi, l’attività di maniscalco di paese cedette il posto al meccanico ed al gommista”.

Dal libro di Franco Leggeri – Castelnuovo, la riva sinistra del Farfa-Disegno di Tatiana Concas

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Fiumicino – Il Casale del Borgo Testa di Lepre. Pillole di storia-Franco Leggeri

Fiumicino – Il Casale del Borgo Testa di Lepre. Pillole di storianota e Foto di Franco Leggeri- Ad ovest di Boccea, a circa 2500 m di distanza dal Castello di Boccea è conservato il Casale di Testa di Lepre di sopra.

Nel secolo XII il Casale apparteneva alla Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma, proprietà confermata da Papa Celestino III nel 1192. Il Casale entrò in seguito a far parte dei beni del Patrimonio della Basilica di San Pietro. Vi subentrano, alla metà del XV secolo, gli Orsini e nel 1453 Francesco Orsini vendette “Testa di Lepre”, insieme ad un “Castrum dirutum” (Castello di Boccea?) a Pandolfo Anguillara. Il Casale di Testa di Lepre di sopra ( il Casale di Testa di Lepre di sotto circa 4 Km a Sud,–Pamphilj dal 1649- è invece completamente moderno), anche se notevolmente rimaneggiato , mostra ancora la caratteristica forma di Casale Torre con alta Torretta , centrale, incorporata. A Testa di Lepre, territorio, doveva esistere nel sito ove ora sorge il Casale di Malvicino, circa 2 Km a Nord di Testa di Lepre. L’esistenza della Torre di Malvicino è indicata in un disegno del Catasto Alessandrino (Papa Alessandro VII) in cui è disegnata una costruzione a tre piani munita di merlatura. Testa di Lepre e Malvicino dovevano costituire due importantissimi posti di vedetta per il controllo della via di Tragliata che univa il Castello di Boccea (sito sopra i Laghetti dei Salici) e il Castello (ora Borgo) di Tragliata.

Bibliografia -AA.VV. Giovanni Maria De Rossi- torri segnaletiche-Ricerche bibliografiche , Eufrosino della Volpaia 1547,catastali e foto originali sono di Franco Leggeri (Articoli per il sito WWW.ABCVOX.INFO– Torri della via Aurelia-Eufrosino della Volpaia 1547)

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Sant’Agostina Pietrantoni: una Santa della Sabina

Sant’Agostina Pietrantoni: una Santa della SabinaLivia (così la chiamavano tutti, ma al Battesimo era Oliva Ulpia Candida) Pietrantoni nacque a Pozzaglia Sabina, in provincia di Rieti e diocesi di Tivoli, il 27 marzo 1864. Era la seconda degli undici figli di Francesco Pietrantoni e Caterina Costantini.
Già nell’infanzia si sentì attratta dalla preghiera e dalla solitudine: amava spesso andare a pregare in una cappellina in località Rifolta e in altre chiese del suo paese.

Iniziò a lavorare prestissimo: prima dei dieci anni contribuì ai lavori di costruzione della strada da Poggio Moiano a Orvinio, portando secchielli di ghiaia. Tra i quattordici e i quindici anni, invece, raccolse le olive nelle campagne dei dintorni di Tivoli. Allo stesso tempo, aiutava in famiglia e curava la nonna e il padre, infermo a letto. Nel tempo libero, visitava gli anziani di Pozzaglia.
Respinse almeno due proposte di matrimonio, ma solo a uno zio, fra Matteo, confidò che avrebbe voluto farsi religiosa e dedicarsi al servizio dei malati, anche lavorando giorno e notte. Il parente cercò una congregazione adatta a lei e individuò le Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret.


Il 22 marzo 1886 Livia arrivò alla Curia generalizia delle suore per il postulato, mentre il 13 agosto 1887 vestì l’abito religioso, cambiando nome in suor Maria Agostina. Fu immediatamente impegnata come infermiera nell’ospedale Santo Spirito di Roma, nella corsia per i bambini. Dal 1889 al 1894 fu in servizio tra i tubercolotici: contrasse lei stessa la malattia, ma domandò di restare in quella corsia.
Uno dei malati, Giuseppe Romanelli, la minacciava di continuo. I superiori le raccomandarono di stare attenta, ma suor Agostina sentiva di dover proseguire ad accudirlo. Romanelli fu espulso dall’ospedale e cominciò a maturare pensieri di vendetta, specie contro la religiosa. Approfittando dell’orario di visita, il 13 novembre 1894 l’aggredì, pugnalandola alle spalle. Alla consorella che la soccorse e che le domandò se lo perdonava, suor Agostina rispose con un cenno e un sorriso, poi morì.


Beatificata il 12 novembre 1972 dal papa san Paolo VI, è stata canonizzata il 18 aprile 1999 da san Giovanni Paolo II, ma la comunicazione fu data alle suore il 20 maggio successivo. Il 29 aprile 2003 La Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha emesso il Decreto con cui la Santa veniva nominata Patrona degli Infermieri italiani.
I suoi resti mortali, che il 3 febbraio 1941 erano stati traslati nella cappella della Curia generalizia delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida, dal 14 novembre 2004 sono venerati nella cappella a lei dedicata della chiesa parrocchiale di San Nicola di Bari a Pozzaglia Sabina.
La sua memoria liturgica cade il 13 novembre, giorno della sua nascita al Cielo, ma a Pozzaglia Sabina i festeggiamenti in suo onore sono stati spostati alla seconda domenica di settembre.

A prescindere dal modo in cui è stata riconosciuta la sua santità, suor Agostina ha vissuto un Vangelo di amore e di servizio, sin dalla più tenera età. Non è un luogo comune, ma un fatto accertato dal delinearsi della sua biografia.

Aver scelto di essere una figlia spirituale di santa Giovanna Antida e, per traslato, di san Vincenzo De Paoli (sotto la cui protezione la fondatrice mise la congregazione da subito) le era sembrata una naturale conseguenza di quanto già compiva al suo paese. Inoltre, una Suora di Carità non dev’essere infatti solo piena di buona volontà, ma anche dotata di una certa resistenza fisica, dote di cui lei non era certo priva, se si pensa ai lavori pesanti che aveva affrontato quand’era ancora in famiglia.

Ammalandosi di tubercolosi, però, sembrava venire meno questo requisito. Lei mostrò, come già quando sosteneva le compagne nella raccolta delle olive, un carattere non meno tenace, chiedendo di restare tra i tubercolotici anche una volta guarita. Lì, però, trovò ugualmente la sua fine.

Le foto  sono di Franco Leggeri-Biografia da Avvenire giornale della CEI

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