Padre Ezio Lorenzo Bono

La voce di tutti

Padre  Ezio Lorenzo Bono-Commento al Vangelo della II Domenica di Quaresima (Anno C)( 16/03/2025) Lc 9,28-36

Padre  Ezio Lorenzo Bono-Commento al Vangelo della IIDomenicadiQuaresima(Anno C)( 16/03/2025) Lc 9,28-36

In questi giorni sono tornato per l’ennesima volta ai Musei Vaticani per accompagnare un gruppo, ed ogni volta per me è sempre un momento molto intenso di emozione. All’inizio di ogni visita dico sempre che andare in un museo è come andare al ristorante: non si può mangiare tutto quello che c’è nel menù, altrimenti si rischia l’indigestione. Così si devono fare delle scelte, soprattutto nei Musei Vaticani, tra i più grandi e importanti al mondo: 14 musei, un percorso di 7 chilometri attraverso 1.400 sale. Il primo museo che propongo è la Pinacoteca Vaticana, dove generalmente mi soffermo su quattro opere: Giotto, Leonardo, Caravaggio e, soprattutto, uno dei capolavori più grandi di Raffaello: la Trasfigurazione. Un’opera maestosa, potente, divisa in due scene. In alto, Gesù trasfigurato, sospeso nel cielo, avvolto in una luce abbacinante. Il bianco delle sue vesti è quasi accecante. Accanto a Lui, Mosè ed Elia, mentre Pietro, Giacomo e Giovanni, abbagliati dalla gloria divina, sono sopraffatti dallo stupore. La scena emana pace e trascendenza. Sotto, invece, c’è il dramma dell’umanità. Un padre disperato porta il figlio indemoniato ai discepoli, ma loro non riescono a guarirlo. Il caos, la sofferenza, la fragilità dell’uomo. E al centro, le mani che puntano verso Gesù: solo Lui è la soluzione, solo Lui ha la luce.

Raffaello, con il suo genio, ci aiuta a intuire l’esperienza intensa vissuta dagli apostoli, il perché Pietro giunge a dire: “Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne”. È il desiderio di trattenere la bellezza, di fermare il tempo, di restare immersi nella luce di Dio.

II.

Il Vangelo di questa seconda domenica di Quaresima ci parla proprio di questo evento glorioso. Il bravo biblista Fernando Armellini ci invita a non soffermarci tanto sull’aspetto storico dell’avvenimento, ma su quello teologico: riconoscere nel volto sfigurato della Passione il volto trasfigurato della gloria.

Pietro non comprende pienamente ciò che accade, ma intuisce che qualcosa di grande sta avvenendo. Così anche noi, spesso, non riusciamo a spiegare del tutto la nostra fede, ma la cosa più importante è percepire che si tratta di qualcosa di bello e grande che sta accadendo nella nostra vita. I tre discepoli non volevano più scendere dal monte. E tu? Sei mai salito su quel monte? Hai già fatto un’esperienza viva della presenza di Gesù nella tua vita? Può accadere nella fede ciò che accade anche nella vita: passare anni con una persona per poi scoprire di non esserne mai stati veramente innamorati. È un dramma, così come è un dramma vivere una vita intera con Dio e accorgersi, infine, di non esserci mai realmente innamorati di Lui.

III.Per concludere.

Il quadro della Trasfigurazione era stato commissionato nel 1516 dal cardinale Giulio de’ Medici (futuro Papa Clemente VII) per la cattedrale di Narbona, in Francia, ma il dipinto rimase a Roma nella chiesa di San Pietro in Montorio fino a quando Napoleone non lo fece trasferire a Parigi nel 1797. Dopo la caduta di Napoleone, nel 1816, tornò in Vaticano, dove si trova tuttora nella Pinacoteca Vaticana.

Raffaello morì il Venerdì Santo del 1520, a soli 37 anni, mentre stava ultimando questa tela. Secondo la tradizione, il suo corpo venne esposto proprio sotto il dipinto, come un ultimo tributo al suo genio. La sua morte scosse profondamente tutti, persino Papa Leone X ne fu estremamente addolorato. Vasari scrisse che “tutta Roma pianse”. Fu sepolto nel Pantheon, un onore straordinario per un artista, e sulla sua tomba fu incisa una frase memorabile: “Qui giace Raffaello, dal quale, finché visse, la Natura temette di essere superata; ora che egli è morto, teme di morire essa stessa”.

Il quadro della Trasfigurazione è l’ultimo e più maturo capolavoro di Raffaello, un’opera che unisce il divino e l’umano, la luce e l’ombra, il Cielo e la Terra. Alcuni studiosi dicono che sia stata proprio la sua meditazione sulla luce divina della Trasfigurazione a dare forma al dipinto, facendo emergere in esso la sintesi della sua ricerca artistica e spirituale.

Con quest’opera, Raffaello ci lascia il suo testamento spirituale: come il racconto evangelico della Trasfigurazione ci dice che, alla fine, i discepoli non videro più nessuno, se non Gesù, così Raffaello ci ricorda che alla fine tutto passa: la gloria, il successo, l’onore… rimane solo Gesù.

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Padre  Ezio Lorenzo Bono-Commento al Vangelo della I Domenica di Quaresima (Anno C)( 09/03/2025) Lc 4,1-13

Padre  Ezio Lorenzo Bono-Commento al Vangelo della IDomenicadi Quaresima (Anno C)( 09/03/2025) Lc 4,1-13-Nel bel film “The good liar”, L’inganno perfetto, (si trova anche su Netflix) interpretato dai due bravissimi Ian McKellen e Helen Mirren (“la vacinada” dello scherzoso video di Checco Zalone), un anziano signore di nome Roy seduce un’anziana professoressa di Oxford, di nome Betty, conosciuta attraverso via internet in un sito di incontri per anziani. Per conquistare velocemente la fiducia della donna, dopo pochi giorni che si conoscono, Roy le dice che la vuole includere nel suo testamento. Il suo modo di fare, le sue attenzioni, le sue parole, erano molto convincenti, tutto quello che faceva e diceva era molto sensato. Alla fine però Betty si rivela non così sprovveduta e la situazione si ribalta (Non entro nei particolari per non rovinare il finale a chi ancora non ha visto il film).


II.

Sembra che gli ingannatori, i bugiardi, seguano tutti lo stesso schema. Basta vedere il “good liar”, il grande bugiardo, nel vangelo di questa prima domenica di quaresima sulle tentazioni di Gesù nel deserto, per renderci conto che i bugiardi sono tutti figli dello stesso padre, il padre della menzogna. Satana cerca di intrufolarsi nella vita di Gesù con discorsi suadenti e sensati. A Gesù provato e affamato dopo tanti giorni di digiuno e deserto, Satana propone cibo, potere, interventi miracolosi. Il padre della menzogna offre ciò che non ha, ma è così convincente da sembrare tutto vero. Addirittura cita le Sacre Scritture per avvallare i suoi discorsi. Gesù però alla fine ribalta tutto e afferma esattamente il contrario di ciò che Satana e il suo mondo propone.

Se il mondo di Satana indica il pane (“di’ che queste pietre diventino pane”) e per pane si intente tutto ciò che di materiale sustenta la vita (cibo, soldi, beni…), Gesù risponde che mangiare solo cibo si muore di fame (“Non di solo pane vive l’uomo”), e rimanda ad altro, a un altro alimento.

Se il mondo di Satana propone di adorare il successo, la fama, la gloria, il potere… (“tutto sarà tuo”), Gesù controbatte di adorare solo Dio (“a Lui solo renderai culto”).

Se il mondo di Satana propone una fede miracolistica (“gettati giù di qui”), Gesù rispondere di non tentare Dio (“Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”).

Satana usa addirittura le Scritture per giustificare le sue teorie malvagie, come nel passato si sono giustificate ingiustizie e malvagità (colonizzazioni, razzismo, discriminazioni…) basandosi proprio su interpretazioni false della Bibbia. Satana, scornato, se ne andrà via per tornare poi in un altro momento.

Dobbiamo essere sempre vigilanti, perché come ci ha detto il vangelo di questa domenica, il diavolo torna. Non illudiamoci di aver vinto il male una volta per sempre, bisogna mantenersi sempre attenti, in allerta. Come dice ancora Giovanni Papini (scusate se cito spesso questo grande autore, è uno scrittore che amo molto fin dai tempi del liceo): “Più ci si allontana da lui (il diavolo) e più s’accosta. Più siamo in alto e più s’accanisce a portarci in basso. Egli non può insudiciare che il pulito; non si cura della lordura che fermenta da sé nel male, sotto il fiato caldo della voluttà. Essere tentati da Satana è indizio di purità, segno di grandezza, riprova dell’ascensione”.


III.
Per concludere.

L’espressione “brutto come il diavolo” è falsa perché lui si presenta bellissimo. Come dice Giovanni Papini: «Piglia tutte le forme: così belle, talvolta, che non si direbbe lui». Ci inganna travestito elegantemente (come si dice anche: “Il diavolo veste Prada”). Se fosse brutto, nessuno andrebbe dietro a lui. Ma proprio per questo è il padre della menzogna, il grande ingannatore: l’essere più spregevole del mondo si mette una maschera di bellezza per sedurre e conquistare le persone.

Ma noi non dobbiamo temere le tentazioni, perché è proprio nella lotta contro di esse che si forgia la nostra forza interiore. Chi ne affronta molte e riesce a resistere ha più meriti di chi non sbaglia mai perché non ha nessuna tentazione. Per fare un esempio concreto: fare il proposito di astenersi dal vino durante la Quaresima non ha nessun valore per chi è astemio. Per chi, invece, ama il vino ma sceglie di rinunciarvi, ha un grande valore. Il vero merito non sta nell’assenza della tentazione, ma nella capacità di vincerla.

Se Betty, la protagonista del film, ha dato del filo da torcere a Roy, il ‘good liar’, il grande bugiardo, e se Gesù nel deserto ha scornato Satana, allora anche noi possiamo vincere il male. Pur avendo in Dio il nostro vero Padre, spesso viviamo come se avessimo in Satana un padre adottivo. In questo tempo di quaresima proponiamoci di rinnegare questa paternità ingannevole e spezzare ogni legame con la menzogna. Eliminiamo senza paura il padre della menzogna: questo è l’unico caso in cui il parricidio non è peccato.

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Commento

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Padre  Ezio Lorenzo Bono-Commento al Vangelo della VIII Domenica del tempo ordinario(Anno C)( 02/03/2025) Lc 6,39-45

Padre  Ezio Lorenzo Bono-Commento al Vangelo della VIIIDomenicadel tempo ordinario(Anno C)( 02/03/2025) Lc 6,39-45-In questi giorni ho iniziato, come ogni secondo semestre, l’insegnamento all’Università LUMSA della disciplina “Educazione degli adulti” o formazione permanente (Lifelong Learning). Agli studenti insegno che la nostra vita dev’essere un continuo apprendimento e che ciascuno di noi ha la responsabilità della propria auto-formazione. Strumenti innovativi, come l’Intelligenza Artificiale, ci offrono un supporto personalizzato nel cammino della cura di noi stessi. Altre risorse fondamentali sono l’autobiografia e il “journaling”. Il “journaling“, noto anche come “writing therapy“, è una pratica quotidiana che, secondo il principale studioso di questa tecnica, lo psicologo James W. Pennebaker, ci permette di esprimere pensieri e sentimenti profondi – una sorta di diario personale in cui, scrivendo, miglioriamo il nostro benessere psicologico e cognitivo, alleviamo lo stress e miglioriamo l’umore, con benefici che possono estendersi anche alla salute fisica. Negli ultimi anni, il “journaling” ha superato i confini della psicoterapia per entrare nel campo della crescita personale e del “life coaching“. Questo metodo ci aiuta a chiarire i nostri pensieri e a “metabolizzare” i problemi e le situazioni oppressive: mettere nero su bianco le difficoltà è già un primo passo per affrontarle, ridimensionarle e superarle. Tra le tecniche utili, il “brain dump” (svuotamento della mente) – una scrittura libera al mattino, che libera la mente per affrontare le attività della giornata – ha dimostrato, secondo una ricerca della Harvard Business School, di aumentare le prestazioni quotidiane fino al 25% rispetto a chi non tiene un diario. Questi sono tutti strumenti utili alla propria autoformazione.

C’è un altro strumento che secondo me è il migliore di tutti, il Vangelo, il quale ci presenta il modello perfetto di uomo da seguire che è Gesù. Il Vangelo ci indica la Via da percorrere che è Gesù, la Verità in cui credere che è Gesù e la Vita che dobbiamo vivere che è Gesù.

II.

Nel Vangelo di questa domenica Gesù ci parla della “cura di sé” e della necessità di formare e correggere sé stessi prima di formare e correggere gli altri: “Può forse un cieco guidare un altro cieco?” e “Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello”. In un altro momento Gesù indica un ulteriore aspetto dell’autoformazione quando dice: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. E’ sottesa l’idea che per amare gli altri bisogna prima amare sé stessi, e quindi prendersi cura di sé. Chi infatti ha un rapporto conflittuale con se stesso, riverserà la stessa conflittualità nel rapporto con gli altri. Per avere percezione di che tipo di persone siamo, Gesù dice di osservare i frutti: “Ogni albero si riconosce dal suo frutto”. I frutti più evidenti sono le nostre parole: “la bocca esprime ciò che dal cuore sovrabbonda”.

III.

Per concludere vi racconto una breve storia:

Un giorno un re chiamò un cortigiano malvagio, cattivo e invidioso e gli disse: “Portami tutti gli uomini migliori della mia corte, i più onesti e sinceri perché ho una missione importante da affidare loro”. Poi, chiamò un altro cortigiano, una persona buona, umile, generosa e gli disse: “portami qui tutti gli uomini peggiori della mia corte, i più cattivi e bugiardi perché li voglio cacciare dal mio palazzo”. Qualche giorno dopo, i due cortigiani si presentarono al re – ma ognuno, da solo. Il cortigiano malvagio spiegò di non aver trovato nessun uomo buono nella corte; il cortigiano buono, invece, non era riuscito a trovare nessuno veramente cattivo. Morale della favola? “L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male”.

E tu, cosa trai fuori dal tuo cuore? Lo scopri dai modi in cui gli altri si avvicinano a te. Se le persone con te si sentono libere di parlare male degli altri, di spettegolare o di cospirare, è perché ti vedono come un pettegolo, un chiacchierone; se ti propongono di fare cose malvagie o illegali, è perché ti considerano un complice e sanno che ti presterai ai loro intrighi.

Gli altri, in fondo, sono solo il riflesso dell’immagine che tu proietti di te stesso.

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Padre  Ezio Lorenzo Bono-Commento al Vangelo della VII Domenica del tempo ordinario(Anno C)( 23/02/2025) Lc 6,27-38

Padre  Ezio Lorenzo Bono-Commento al Vangelo della VIIDomenicadel tempo ordinario(Anno C)( 23/02/2025) Lc 6,27-38-Quando da giovane prete studiavo a Milano alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, uno dei miei professori preferiti, tra i grandi maestri che avevamo, era Pierangelo Sequeri. Ancora oggi è grandemente ammirato per la sua straordinaria intelligenza, la sua capacità di coniugare teologia, filosofia e arte in un’armonia rara. La sua teologia è profondamente radicata nell’esperienza dell’umano.

Padre Ezio Lorenzo Bono-Commento al Vangelo della VII Domenica del tempo ordinario(Anno C)( 23/02/2025)

Tra le sue intuizioni più profonde c’è l’idea di “assoluto affettivo”. Con questa espressione, egli punta il dito verso una visione della fede che nel tempo si è lasciata imprigionare in un’ontologia fredda e razionale, trascurando la dimensione affettiva, e difende che la fede è una relazione, prima che un sistema di pensiero. Per secoli, molta teologia ha cercato Dio con la logica della necessità, della causalità, dell’essere, mentre il vero modo di conoscere Dio è attraverso l’amore. Non un amore sentimentale o soggettivo, ma un amore che è struttura della realtà, fondamento dell’essere, via di conoscenza autentica. L’Amore non è solo una qualità di Dio, ma la sua essenza assoluta. Non basta dire che Dio è buono, misericordioso, potente, ma che è relazione, è legame, è affetto. Il Vangelo pertanto non è un codice etico, ma una “rivelazione relazionale”, ci chiama non tanto a obbedire ai comandamenti, ma ad entrare in una relazione dinamica di amore, precisamente ad entrare nella dinamica trinitaria dell’Amore divino.

II.

Il passaggio determinante per entrare in questa dinamica trinitaria dell’Amore ci viene rivelato nel Vangelo di questa domenica, dove Gesù parla del salto dall'”amore relativo” che è l’amore per chi ci ama, verso l'”Amore Assoluto”, che è il livello più alto dell’Amore, che ama tutti, anche il nemico. Molte religioni e filosofie insegnano la giustizia, la prudenza, la moderazione, perfino il perdono, ma nessuna ha mai osato dire “Ama il tuo nemico”: “A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male”. E Gesù spiega bene la differenza: “Se amate quelli che vi amano, cosa fate di straordinario? Anche i peccatori amano quelli che li amano”. Lui invece chiede qualcosa di più: non basta solo amare chi ci ama, ma anche chi non ci ama, anche chi ci odia. Questo comandamento non è semplicemente un gesto di generosità, ma una nuova ontologia, un nuovo modo di essere, di esistere. Una nuova logica che è quella della vittoria dell’essere sull’annientamento, della relazione sulla divisione, della grazia sul peccato. E’ la logica della libertà assoluta, libera anche dall’istinto di sopravvivenza e di autoconservazione: “A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro”.

Il cristianesimo è chiamato a superare l’”ontologia anaffettiva” ma anche, aggiungerei, l'”ontologia affettiva relativa”, quella concezione della vita e della realtà che riduce tutto a una logica impersonale, a un meccanismo di cause ed effetti, a una fede solo razionale, fredda e neutra. Il passaggio cioè dall’ontologia anaffettiva (o “affettiva relativa”) alla trasformazione affettiva dell’essere (o l'”assoluto affettivo”).

III.

Per concludere.

Sequeri non è solo un grande teologo, ma anche un musicista straordinario. Tutti amiamo e cantiamo le sue bellissime canzoni (Tu sei la mia vita; Vocazione; Madre io vorrei; Nella memoria…”, etc.) che ci parlano della bellezza di Dio e della sua tenerezza. Sequeri è anche l’autore del testo dell’Inno del Giubileo di quest’anno Santo: “Pellegrini di Speranza” che canta “Fiamma viva della mia speranza, questo canto giunga fino a Te! Grembo eterno d’infinita vita, nel cammino io confido in Te”. Il cammino che siamo chiamati a fare non è quello a piedi da un luogo a un altro, ma quello interiore, da una dimensione ad un’altra, e cioè dall'”amore relativo”, che è sempre, in fondo, un amore narcisitico, verso l'”Amore Assoluto”, che è l’essenza stessa dell’Amore. Per fare questo non basta amare. Bisogna diventare Amore.

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Commento al Vangelo della Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (09/02/2025)-Lc 5,1-11- a cura di Padre EZIO LORENZO BONO

Commento alVangelo della  Domenica-del Tempo Ordinario (Anno C) (09/02/2025)-Lc 5,1-11- Fino a qualche anno fa, nei programmi di team building nelle aziende, scuole e in percorsi di formazione spirituale e psicologica, era molto popolare il test della fiducia detto Trust fall (caduta di fiducia), dove una persona, ad occhi chiusi o bendata e con le mani sul petto, si lasciava deliberatamente cadere all’indietro confidando nei membri del gruppo che lo avrebbero preso prima di toccare terra. L’intento era quello di testare la fiducia che si aveva negli altri. Logicamente, le persone insicure o sfiduciate non ce la facevano a lasciarsi cadere all’indietro.

Padre EZIO LORENZO BONO

Dal 2010 in poi, questo test piuttosto pericoloso è stato sostituito con altri esercizi che promuovono la fiducia senza richiedere il rischio di una caduta, come giochi di problem-solving di gruppo, dove si costruisce la fiducia lavorando insieme per risolvere un compito; attività in cui una persona è bendata e guidata da un compagno, creando fiducia nel seguire indicazioni; esercizi di comunicazione, in cui si devono condividere segreti o paure in un ambiente sicuro.

II.

Anche il Vangelo di questa domenica ci parla di un test della fiducia, un Trust fall praticato da Gesù verso Pietro e i suoi compagni. Gesù chiede loro di fare una cosa altamente illogica, come quella di pescare durante il giorno, quando i pesci sono tutti sul fondo del lago e difficilmente catturabili, e soprattutto dopo una notte di lavoro nella quale non avevano preso nulla. In quel momento arriva a quegli uomini sfiniti e delusi la richiesta assurda di Gesù: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Pietro non lo avrebbe mai fatto se a chiederlo fosse stata qualsiasi altra persona. Ma chi lo chiede è Gesù, e Lui può chiedere l’impossibile: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Ossia: “Lo farò perché Tu lo chiedi”. Che bello questo dialogo tra persone che si amano! Pietro ha fiducia in Gesù perché sente che Gesù ha fiducia in lui. Gesù ha fiducia in Pietro, e nonostante conosca bene i suoi difetti, non solo del passato ma anche del futuro -sa già che lo rinnegherà tre volte-, gli chiede ugualmente di salire sulla sua barca. Di fronte a questa richiesta di Gesù, Pietro si sente sopraffatto da tanto amore e percepisce l’infinita sproporzione tra la sua indegnità e il dono ricevuto: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore».

Gesù chiede anche a noi di farlo salire sulla nostra barca, anche se conosce tutti i nostri peccati, non solo del passato, ma anche quelli che faremo in futuro. Anche noi dovremmo rimanere sopraffatti da tanto amore e percepire l’abisso infinito tra la nostra pochezza e la sua grandezza. Ma Dio ci ama anche nella nostra pochezza, nonostante i nostri peccati, vuole salire sulla nostra barca e dice anche a noi come a Pietro: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».

III.Inconclusione.

Negli ultimi anni, il test Trust Fall è caduto in disuso per motivi principalmente legati alla sicurezza e alle implicazioni legali: delle persone hanno subito infortuni, specialmente alla schiena, al collo o alla testa, perché chi le doveva “prendere in tempo” non era ben preparato, era distratto o non sufficientemente forte. Inoltre, in molte persone, il Trust Fall genera ansia e paura, mettendole in una situazione di vulnerabilità che non sempre porta a un vero rafforzamento della fiducia, anzi, spesso genera ancora più insicurezza e sfiducia.

Gli uomini, anche in buona fede, possono tradire la nostra fiducia, perché fragili e limitati. Ma avete mai sentito di qualcuno che, fidandosi di Dio, ne sia uscito ferito o deluso? Lui è l’unico in cui possiamo abbandonarci senza paura, perché non lascia cadere nessuno tra le sue mani. Pietro si è fidato e ha visto la barca riempirsi di pesci. E il Vangelo conclude dicendo che i discepoli: “lasciarono tutto e lo seguirono”.

E tu hai passato il test del Trust fall? Hai fatto salire Gesù sulla tua barca e hai preso il largo, o sei ancora a riva con le reti vuote?

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Commento al Vangelo della Domenica-Festa della-Presentazione del Signore (02/02/2025)-Lc 2,22-40- a cura di Padre EZIO LORENZO BONO

Commento alVangelo della  Domenica-(02/02/2025)-Elisabeth Kübler-Ross, fu una psichiatra svizzera, morta nel 2004,  che ha dedicato la sua vita a studiare il mistero della morte. Nel libro On Death and Dying  (La morte e il morire), presenta la morte non come un evento da temere, ma come un passaggio naturale della vita, un’occasione di compimento: “la morte è solo il passaggio da una stanza a un’altra”, e che quando si vive pienamente, con amore e consapevolezza, si può affrontare la morte con serenità e senza rimpianti. Tra i  pazienti terminali che seguiva, spesso scopriva che coloro che accettavano il loro destino trovavano una pace profonda, un senso di completamento. La sua idea  principale è che la vita stessa, se vissuta con pienezza, ci prepara alla morte, trasformandola da un evento spaventoso a una tappa naturale del nostro cammino.

Elisabeth Kübler-Ross

II.

La figura di Simeone nel Vangelo di oggi è l’esempio perfetto di quanto Elisabeth Kübler-Ross sosteneva.  Simeone è un uomo giusto e pio, che ha atteso per tutta la vita la consolazione d’Israele, e quando finalmente prende tra le braccia il bambino Gesù, riconosce che la sua missione è compiuta. Con parole semplici ma potenti, Simeone chiede a Dio di lasciarlo andare: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola. Perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza…”. Non c’è paura nella sua preghiera, solo gratitudine e pace. Ha vissuto tutta la vita in attesa del Messia, e ora, avendo visto la promessa realizzarsi, accetta con soddisfazione la conclusione del suo viaggio in questa terra. È proprio vero quando si dice che si muore come si è vissuto. Una vita vissuta nella speranza si conclude nella speranza. La serenità di Simeone di fronte alla morte ci mostra che quando viviamo in pienezza e con fede, possiamo affrontare anche l’ultimo passo della vita senza timore, sapendo di aver compiuto la missione di mantenere la fede e la speranza fino alla fine.

III.

In conclusione. Con tutto il rispetto verso Elisabeth Kübler-Ross, e verso tutti gli altri che non credono in Cristo, credo però che ogni tentativo di “giustificare” o dare senso alla morte, sia solo un tentativo (per quanto nobile) di addolcire una pillola amara. Se con la morte tutto finisce, non ci sono storielle che tengano: è il disastro totale. La morte non ha nulla di “pacifico” o “naturale”. Senza la speranza della risurrezione, la morte è il pungiglione che ci trafigge irrimediabilmente, è qualcosa di inaccettabile. Simeone, se ne va in pace sapendo che sarà accolto tra le braccia di Colui che lui stesso ha preso tra le sue braccia.  Solo Simeone e Anna, tra le centinaia di persone al Tempio, sanno riconoscere che quello non è un bambino come gli altri, ma è Dio. Così anche oggi nel nostro mondo, molti non sanno ancora riconoscere Gesù.  Ci rendiamo conto del grande dono che abbiamo ricevuto, di riconoscere che Gesù è il Signore? 

Kübler-Ross ha detto: “Le persone più belle che abbiamo conosciuto sono quelle che hanno conosciuto la sconfitta, la sofferenza, la lotta e la perdita, e hanno trovato la loro via d’uscita dagli abissi…”. Però, cara Elisabeth, non si esce dall’abisso per sprofondare in un altro abisso, quello della morte, ma solo se  sprofondiamo nelle braccia di Dio. E Simeone ci insegna che per essere accolti tra le braccia di Dio dopo la nostra morte, dobbiamo prima noi, durante la nostra vita,  stringerlo tra le nostre braccia. 

Padre Ezio Lorenzo Bono

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Ti invito a guardare il videomessaggio settimanale di 30 secondi (in italiano, portoghese, inglese, francese e spagnolo) ispirato al Vangelo della Domenica, che puoi trovare (generalmente a partire da ogni mercoledì) sul mio profiloFacebook,Instagram eTikTok, sul mio canaleYoutube e sul miocanale Whatsapp. Il testo del commento al Vangelo lo puoi trovare anche sulla miaWebPage.

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Commento al Vangelo della XI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)  (16/06/2024) Mc 4,26-34 (Il granello di senape) -Commento a cura di Padre EZIO LORENZO BONO

IlVangelo della domenica–(16giugno 2024)- (Il granello di senape)-In questi mesi, mentre preparavo le lezioni per i miei studenti dell’università, ho ripreso la figura di Sugata Mitra, il ricercatore e accademico indiano che, sebbene non sia un pedagogista nel senso stretto del termine, ha contribuito significativamente al campo dell’educazione e della tecnologia educativa. È diventato famoso soprattutto attraverso il suo progetto “Hole in the Wall” (Buco nel muro) e il concetto di “auto-apprendimento supervisionato” detto SOLE dalle iniziali in inglese “Self-Organized Learning Environments”. Nel 1999, Mitra installò un computer in un buco fatto in una parete di un quartiere povero di Nuova Delhi, lasciando i bambini liberi di usarlo senza alcuna istruzione formale. In poche ore, i bambini, che non avevano mai visto un computer prima, impararono da soli a navigare su internet e a utilizzare varie applicazioni. Oggigiorno questo è una cosa normale, ma 25 anni fa fu una scoperta sorprendente. Mitra chiamò questo approccio educativo “educazione minimamente invasiva”. Questo esperimento dimostra che, i bambini possono crescere e apprendere autonomamente se messi nelle giuste condizioni. Mitra aveva gettato in quei bambini un seme di curiosità e autodeterminazione, e senza saperlo, aveva avviato un processo di crescita e apprendimento straordinario.

Padre Ezio Lorenzo Bono

II.

In educazione avviene qualcosa di simile a quello che ha detto Gesù nella parabola di questa domenica, dell’uomo “che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa”. Gli educatori e i genitori, tante volte si sforzano di seminare qualcosa di buono nei loro studenti e figli, ma spesso hanno la sensazione di essere inascoltati. Succede anche però, con grande sorpresa, che dopo anni si sentono dire dai loro figli o dai loro ex studenti: “grazie per tutto quello che mi hai insegnato, mi è servito molto per crescere e essere quello che sono oggi”.

Lo stesso vale quando educhiamo alla fede: i sacerdoti, i catechisti, e gli stessi genitori, spesso si scoraggiano perché dicono che ai ragazzi e giovani d’oggi non interessa nulla della fede. Nonostante ciò noi dobbiamo seminare, instillare nei loro cuori quei semi di Dio che poi cresceranno, senza che noi sappiamo come. Dobbiamo insinuare nelle loro menti e nei loro cuori che oltre agli iPhone, alle serie TV o ai divertimenti, c’è qualcosa d’altro di molto più importante e fondamentale che da significato e bellezza alla loro vita. “Non possiamo tacere alle giovani generazioni, i valori che danno senso alla vita”, ha detto più volte Papa Francesco agli educatori, parlando del Patto Educativo Globale.

Il nostro compito come educatori è quello di piantare semi di conoscenza, ispirazione, valori morali e spirituali. Non possiamo sempre prevedere come e quando questi semi germoglieranno e porteranno frutto. Ogni figlio e ogni studente è unico, e il processo di apprendimento e crescita può variare enormemente da ciascuno di loro.

BUCHI NEL MURO (Sugata Mitra)

Come l’uomo della parabola di questa domenica, possiamo vegliare e curare, ma la vera crescita spesso avviene lontano dai nostri occhi, nel silenzio delle riflessioni personali, delle esperienze quotidiane e delle scoperte interiori dei nostri figli e studenti. Tuttavia, proprio come nella parabola, anche nel nostro lavoro di educatori avviene qualcosa di miracoloso. Nonostante non possiamo controllare ogni aspetto della crescita dei nostri studenti e figli, possiamo creare un ambiente favorevole, nutrire la loro curiosità e sostenere il loro sviluppo, infondere in loro fiducia. E un giorno, quando meno ce lo aspettiamo, vedremo i frutti del nostro lavoro. Vedremo studenti che diventano adulti responsabili, pensatori critici, cittadini impegnati e, in generale, figli migliori.

La parabola ci insegna anche l’importanza della pazienza e della fiducia che sembrano essere virtù fuori moda. In educazione non possiamo aspettarci risultati immediati. La crescita richiede tempo, e noi dobbiamo avere la fiducia che, con il giusto sostegno e la giusta cura, i semi che abbiamo piantato daranno frutto. Fondamentale è il ruolo del sole, che fa sbocciare e germinare i semi. Per noi cristiani il Sole che illumina e fa crescere è Dio.

III.

Per concludere. Il significato di educare, “e-ducere”, portare fuori, è legato a quello di seminare e al seme che spunta dalla terra, viene fuori e cresce. L’amato Cardinale che mi ha consacrato sacerdote, Carlo Maria Martini, e che ha dedicato buona parte del suo magistero ai temi dell’educazione, disse che “Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto.”

Il concetto educativo che Sugata Mitra ha sviluppato, come abbiamo detto, lo ha chiamato SOLE. Se Sugata Mitra ha fatto dei buchi nei muri per metterci dei computer, anche noi facciamo dei buchi nei muri delle stanze dei nostri ragazzi, ma non per metterci degli schermi, ma per permettere loro di vedere il sole, quello vero, e non quello digitale. Sui muri delle loro stanze non appendiamo specchi dove posso vedere solo se stessi, ma apriamo finestre dove possono vedere il mondo attorno a loro.

Se i nostri figli rimangono sempre ricurvi sullo smartphone o sul computer, non potranno mai guardare al cielo, non potranno mai ammirare l’arcobaleno e soprattutto non potranno vedere il Sole. Noi cristiani non ricorriamo a soli artificiali come fanno gli altri educatori che non credono in Dio, ma ricorriamo al Sole vivo che è Dio, l’unico Sole che può davvero far sbocciare e crescere i nostri e suoi figli.

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Il Vangelo della Domenica del tempo ordinario Mc 3,20-35–(9 giugno 2024)- I FOLLI SALVERANNO IL MONDO -Commento a cura di Padre EZIO LORENZO BONO

I.

IlVangelo della domenica–(9 giugno 2024)-I FOLLI SALVERANNO IL MONDO -La storia è piena di persone che sono state considerate pazze (alcune lo erano veramente), che sono state perseguitate, discriminate, condannate, ma che poi si sono rivelate dei geni. E questo è avvenuto in tutti i campi. Citiamo solo alcuni nomi.

il Vangelo della domenica

Nel campo della letteratura Edgar Allan Poe, visto come un uomo tormentato e instabile, divenne il maestro del racconto breve e pioniere della letteratura gotica e del genere poliziesco. Similmente, Franz Kafka, considerato introverso, pessimista e angosciante è oggi celebrato come uno dei più influenti scrittori del XX secolo. Virginia Woolf soffriva di gravi disturbi mentali, inclusa la depressione, che la portarono a diversi esaurimenti nervosi, è riconosciuta oggi come una delle maggiori figure del modernismo letterario. Giacomo Leopardi soffrì di gravi problemi fisici e mentali e era considerato eccentrico e veniva deriso, ma divenne uno dei più grandi poeti e filosofi della letteratura italiana e ebbe un enorme impatto sulla letteratura europea e sulla filosofia esistenzialista. Alda Merini trascorse diversi anni in istituti psichiatrici a causa di problemi di salute mentale ed ora è considerata una delle più importanti poetesse italiane del XX secolo.

Nel campo dell’arte Vincent Van Gogh soffriva di gravi problemi di salute mentale, tra cui episodi psicotici e depressione. Si tagliò anche una parte dell’orecchio in un momento di follia, ed è oggi considerato uno dei più grandi pittori di tutti i tempi. Salvador Dalì noto per il suo comportamento eccentrico e le sue bizzarre dichiarazioni pubbliche è uno dei più celebri pittori surrealisti (la sua magnifica opera Il “Cristo di San Giovanni della Croce” è esposta in questi giorni nella Chiesa di San Marcello in via del Corso, qui a Roma). Michelangelo era noto per la sua personalità difficile, il suo carattere solitario e il suo perfezionismo ossessivo ed è uno dei più grandi artisti della storia. E molti altri artisti come Caravaggio, Frida Kahlo, Jackson Pollock, etc.

Nel campo della musica oltre alle figure eccentriche di Beethoven, Mozart, Wagner e Paganini, ricordiamo Robert Schumann uno dei più grandi musicisti del romanticismo che soffriva di gravi problemi mentali, tra cui depressione e allucinazioni. Erik Satie noto per il suo comportamento bizzarro, precursore della musica moderna e minimalista (“Gymnopédies”).

Anche nel campo della scienza troviamo numerosi scienziati che furono considerati eccentrici o pazzi durante la loro vita, e vennero anche perseguitati, ma che alla fine fecero scoperte straordinarie e influenti. Oltre ai famosi Newton, Galilei, Einstein, Marie Curie ricordiamo Nikola Tesla, con le sue idee visionarie sulla trasmissione di energia senza fili, fu spesso etichettato come pazzo e ora è riconosciuto come uno dei più grandi inventori della storia. John Nash che soffriva di schizofrenia paranoide con deliri e comportamenti strani (come abbiamo visto anche nel film “A Beautiful Mind”). Vinse il Premio Nobel per l’Economia nel 1994 per il suo lavoro sulla teoria dei giochi, che ha avuto un impatto profondo sull’economia, la biologia e l’intelligenza artificiale. Alan Turing perseguitato per il suo orientamento sessuale e sottoposto a castrazione chimica è considerato il padre della scienza informatica e dell’intelligenza artificiale.

II.

Anche Gesù fu considerato pazzo dai suoi contemporanei. Lo abbiamo sentito nel Vangelo di Marco di questa domenica “Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé»”. “Giunsero sua madre e i suoi fratelli”, Gesù non era capito neppure dai suoi familiari. Nel Vangelo di Giovanni, i leader religiosi e altre persone esprimono dubbi sulla sanità mentale di Gesù: “Dissero di nuovo i Giudei: «Non diciamo con ragione noi che sei un Samaritano e che hai un demonio?»” (Giovanni 8:48). ”Molti di loro dicevano: «Ha un demonio ed è fuori di sé; perché state ad ascoltarlo?»” (Giovanni 10:20).

Durante la sua vita Gesù fu visto varie volte come una figura eccentrica o fuori di testa. Perché era un uomo libero, uno spirito libero che non aveva bisogno di compiacere nessuno e quindi non obbediva a nessuno se non a suo Padre. Perché chi si inginocchia davanti a Dio, non si inginocchia davanti a nessun altro. Per questo diventa un personaggio scomodo, da fastidio, mette in pericolo l’ordine costituito, e se non si riesce a dominarlo e sottometterlo si passa a calunniarlo. Giovanni Falcone diceva “Quando capiranno di non poterti né uguagliare e né superare, cominceranno a sporcarti” e quindi ti derideranno, calunnieranno, perseguiteranno.

Gesù è lo spirito più libero che sia mai esistito, non si è lasciato soggiogare dai potenti ed è rimasto al di sopra di ogni vincolo, anche quello familiare: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?», «… chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre». Per questo per seguire Gesù bisogna essere un po’ pazzi, e cioè liberi come Lui, non in ostaggio dei potenti e di nessun tipo di legame, nemmeno quello familiare (“Chi ama il padre, la madre, i figli più di me non è degno di me”). E’ la “pazzia della croce” di cui ci parla San Paolo. E’ la pazzia di San Francesco che lascia tutte le ricchezze per sposare madonna povertà. Anche la Fondatrice della mia Congregazione della Sacra Famiglia, la Santa Paola Elisabetta Cerioli, quando dopo la morte del marito e dei figli cominciò a vendere le sue ricchezze e ad accogliere nel suo palazzo i bambini poveri e orfani delle vicinanze, fu considerata da tutti come una pazza.

E’ proprio vero che saranno i folli che salveranno il mondo.

III.Inconclusione.

Albert Einstein diceva che “solo coloro che sono abbastanza folli da poter pensare di cambiare il mondo lo cambiano davvero”. La storia ci ha dimostrato come questo è vero. Sono i folli che salveranno il mondo, quelli che osano, che pensano fuori dagli schemi, che volano su un altro livello e non hanno paura di cadere. Steve Jobs nel suo famoso discorso del 2005 alla Stanford University aveva concluso dicendo agli studenti: “Stay hungry, stay foolish” (Siate affamati, siate folli).

Noi cristiani siamo persone libere, e non preoccupiamoci se siamo considerati folli. Alla fine si vedrà chi invece era davvero folle. Ce lo dice anche Alda Merini, la poetessa che tutti abbiamo amato, che ha superato la violenza del mondo (quanti elettroshock subiti senza anestesia) grazie anche alla sua profonda fede religiosa, e ci ha insegnato a volare in alto dove la mediocrità e la cattiveria degli uomini non potrà mai arrivare:

“Come eravamo innamorati, noi, / laggiù nei manicomi / quando speravamo un giorno / di tornare a fiorire, /ma la cosa più inaudita, credi, / è stato quando abbiamo scoperto / che non eravamo mai stati malati”.

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Commento al Vangelo della Solennità del Corpus Domini-Mc 14,12-16.22-26 –Domenica 2 giugno 2024-(Prendete, questo è il mio corpo) Commento a cura di Padre EZIO LORENZO BONO

Vangelo della Solennità del Corpus Domini-Sto scrivendo questa riflessione, dondolato dal treno che da Firenze mi riporta a Roma, dopo aver visitato la splendida mostra di Alselm Kiefer dal titolo: “Angeli caduti”.

Corpus Domini

A dire il vero, avevo già preparato nei giorni scorsi la riflessione sulla Solennità del Corpus Domini, che celebriamo questa domenica, dove avevo descritto Gesù Cristo come l’ “anticannibale” per eccellenza. Invece di nutrirsi della carne altrui, come si faceva nel cannibalismo rituale, offre se stesso come nutrimento per tutti.

Dopo aver visto queste opere di Kiefer, ho voluto scrivere una nuova riflessione. Di questo artista, uno dei più grandi della contemporaneità, avevo già ammirato gli imponenti “Sette Palazzi Celesti” all’Hangar Bicocca di Milano, i suoi quadri a tema montagne all’esposizione di Napoli e le sue opere al Centre Pompidou di Parigi, ma questa esposizione di Firenze è quella che mi ha emozionato di più. Vi consiglio davvero di visitarla.

Kiefer è un artista colto e nelle sue opere confluiscono riferimenti continui alla letteratura, alla storia, alla mitologia, alla filosofia («la pittura è filosofia», è solito affermare) e alla teologia. Per “Angeli caduti” intende tutta l’umanità decaduta e invita a riflettere sulla natura umana, sulle sue miserie e grandezze, nella dialettica continua tra il bene il male, tra lo spirito e la materia. Gli angeli caduti sono il risultato della lotta contro la divinità in un impeto di indipendenza e portano in sé la tragica conseguenza di questa sfida persa, che li ha portati non ad una maggiore libertà, ma a una più grande miseria. Un’umanità decaduta che alterna sulla sua mensa il pane degli angeli e i rifiuti della terra.

II.

La Solennità del Corpus Domini ci ricorda la nostra natura di angeli che, seppur decaduti, possono e devono continuare a nutrirsi con il pane divino, il “pane degli angeli”, che è appunto l’Eucaristia. Gesù, nell’ultima cena, quando istituisce questo sacramento, dice a tutti i suoi apostoli, compreso Giuda Iscariota: “Prendete questo è il mio corpo… questo è il mio sangue”. Lo dice a tutti quegli apostoli che un’ora dopo lo avrebbero abbandonato. Nessuno di loro, dunque, era degno di quel pane e vino divini che avevano ancora nello stomaco mentre abbandonavano Gesù o mentre dicevano “io non conosco quell’uomo”.

Papa Francesco, suscitando le ire dei puristi, ha detto che l’Eucaristia non è premio per i buoni, ma rimedio per i malati, i peccatori. Sarebbe come dire che l’Eucaristia è il pane non solo degli angeli che volano attorno al trono di Dio ma anche e soprattutto degli angeli decaduti con le ali tarpate, che, dopo tanti tentativi di volare lontano da Dio e di raggiungere altri soli come Icaro, si ritrovano caduti a leccarsi le ferite e ancora più affamati di quel pane che tante volte hanno rigettato.

III.

Kiefer conclude la sua esposizione con la breve poesia di Salvatore Quasimodo, scritta a grandi lettere su una parete dell’ultima sala:

“Ognuno sta solo sul cuor della terratrafitto da un raggio di sole:ed è subito sera”.

Questi versi si pongono come sintesi della traiettoria artistica della mostra. Richiamano il crepuscolo della storia, la precarietà della vita e la transitorietà del tempo ed esprimono non solo la visione esistenzialista del poeta Quasimodo, ma anche quella del nostro artista: la solitudine, l’affanno per una breve felicità e il soccombere alla morte. Questa è l’ineluttabile conclusione della storia e il destino esistenziale degli uomini in quanto “angeli caduti”. Anche per Quasimodo l’uomo è un congiunto di titanismo e autocommiserazione, proprio come l’angelo caduto di Kiefer, una solitudine trafitta da un raggio di sole, un miraggio fugace che svanisce rapidamente con il sopraggiungere della morte: “ed è subito sera”. La parabola del viaggio dell’uomo, per Kiefer sulle orme di Quasimodo, si conclude con la morte.

Kiefer, secondo me, sembra dimenticare che gli angeli, anche se caduti, non muoiono mai perché si nutrono del pane degli angeli e quindi sono immortali. E sembra dimenticare, nonostante tutte le sue conoscenze bibliche, che nella Genesi, dopo la sera, c’è il mattino: “E fu sera, e fu mattina”.

Anche il mio viaggio in treno sta terminando e già intravvedo le luci delle case di Roma mentre sopraggiunge la sera. Nella mia mente ritornano le immagini dorate delle opere del nostro artista, e penso a com’è dolce viaggiare sapendo che la fine del viaggio della nostra vita, cioè la sera che sopraggiunge tanto rapidamente, non è la fine di tutto, ma è solo il preludio di un mattino senza fine.

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Commento al Vangelo della Solennità della Trinità  di 2024 (26-5-2024)Mt 28,16-20 (Andate in tutto il mondo) Commento a cura di Padre EZIO LORENZO BONO

Vangelo della Solennità della Trinità  -Nei giorni scorsi mentre mi trovavo in Brasile ho riascoltato una canzone di una band che seguivo molto quando avevo vissuto in Brasile più di trent’anni fa. Il nome del gruppo di ‘rock brasileiro’ era “Legião Urbana” e il titolo della canzone “Antes das seis” o meglio conosciuta col titolo “Quem inventou o amor?” (“Chi ha inventato l’amore?”). L’iconico vocalista Renato Russo con una voce roca che tradiva la sua sofferenza degli  ultimi periodi della sua vita dopo essere stato colpito dall’AIDS, chiede varie volte:  “Chi ha inventato l’amore? Dimmelo per favore”.

Riguardo all’origine dell’amore esistono molti miti e leggende in ogni cultura. Forse il più affascinante è quello della “nascita di Eros” della mitologia greca narrato nel “Simposio” di Platone.  Si racconta che gli esseri umani originariamente erano creature androgine, con quattro braccia, quattro gambe e due volti e che Zeus, temendo il loro potere, e urtato dalla loro insolenza, li divise in due, condannandoli a cercare per sempre la loro metà mancante. Da allora ognuna di queste metà è alla ricerca della sua altra metà.  Nella mitologia greca posteriore, Eros non viene più visto come una forza primordiale ma è spesso rappresentato come il figlio di Afrodite, dea dell’amore e della bellezza, e di Ares, dio della guerra ed  è raffigurato come un giovane alato, spesso bambino, che scaglia frecce per far innamorare le persone. Ritroviamo gli stessi dei nella mitologica romana con i rispettivi Cupido, figlio di Venere e Marte.

Nel mito di Iside e Osiride, il più famoso della mitologia egizia, Iside la dea dell’amore era figlia della dea del cielo Nut ed del dio della terra Geb.

Anche   la dea dell’amore della mitologia atzeca Xochiquetzal aveva dei genitori, era figlia di  Tlaloc, il dio della pioggia e delle tempeste, e  di Chalchiuhtlicue, la dea delle acque e dei fiumi.

Le molte divinità dell’amore in diverse culture e mitologie hanno origine da qualcun altro.

Anche la scienza ha studiato l’amore attraverso varie discipline, tra cui la neurobiologia, la psicologia evolutiva e la sociologia, per comprendere meglio dove e come si origina l’amore. Molti ritengono che l’apparire dell’amore sia una questione di chimica.

II.

Per noi cristiani l’origine dell’amore non risiede in una divinità originata da qualcun altro, ma coincide con Dio stesso: la più grande definizione di Dio ce l’ha data San Giovanni quando ha detto che “Dio è Amore”.

L’ Amore per essere tale, ci insegna Sant’Agostino, implica che ci sia un circolo: l’amante (Dio Padre), l’Amato (il Figlio) e l’Amore (Lo Spirito Santo). Ma ognuna delle tre persone della Trinità è allo stesso tempo, amante, amato e amore.

La Trinità (che celebriamo oggi) è la conferma che l’Amore è generatività: dall’amore tra il Padre e il Figlio procede lo Spirito Santo. Sabato scorso (18-5-2024) Papa Francesco nel suo incontro sulla pace a Verona, disse a proposito del lavorare insieme che uno più uno fa tre, nel senso che non avviene solo una somma di  unità ma una moltiplicazione. Lo stesso possiamo dire della Trinità dove Uno più Uno fa Tre. L’amore è per sua natura generativo, l’amore genera amore, se non produce nulla, se è sterile non serve.

Quanto è meraviglioso il Dio in cui noi crediamo, che non è un Dio solitario come quello delle altre religioni monoteiste, ma un Dio che è comunità di tre persone, che è comunione. E noi siamo stati fatti a immagine e somiglianza Sua.

Quando due si amano, l’amore non rimane rinchiuso tra i due amanti altrimenti rinsecchirebbe in breve tempo, ma deve generare qualcosa al di fuori di sè, che può essere il figlio (biologico o adottato) o altre persone da amare, perché da ogni relazione d’amore si genera sempre qualcosa di nuovo: in amore uno più uno fa sempre tre.

III.

In conclusione.  A Renato Russo che chiede con insistenza “Chi ha inventato l’amore? Dimmelo per favore” io rispondo: Caro Renato, nessuno ha inventato l’Amore, perché l’Amore non è qualcosa che prima non esisteva e poi a un certo punto qualcuno lo ha inventato, ma è qualcosa che è sempre esistito ed è Lui, l’Amore che ha inventato poi tutto il resto. Eccoti svelato il mistero: L’Amore è Dio stesso, quell’ “Amore che muove il cielo e le altre stelle”. La Trinità ci insegna una nuova logica, la logica matematica dell’amore. Vediamo se l’avete imparata: quanto fa uno più uno?

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Commento al Vangelo della Solennità di Pentecoste 2024 (19-5-2024) Gv 15,26-27; 16,12-15  (Lo Spirito della Verità) Commento a cura di Padre EZIO LORENZO BONO

Vangelo della Solennità diPentecoste-Sabato scorso (11-5-2024) ho partecipato in Vaticano al “World Meeting on Human Fraternity” insieme ad altri colleghi, alla presenza di autorità politiche e civili mondiali, artisti e una trentina di premi nobel. Nell’udienza privata Papa Francesco ci ha detto: «In un pianeta in fiamme, vi siete riuniti con l’intento di ribadire il vostro “no” alla guerra e “sì” alla pace, testimoniando l’umanità che ci unisce e ci fa riconoscere fratelli».  

Vangelo della Solennità di Pentecoste

Nella cerimonia conclusiva del meeting è intervenuta, tra gli altri, la premio nobel per la pace la yemenita Tawakkul Karman, con un discorso in difesa delle donne palestinesi che, dice, stanno pagando un prezzo estremamente alto di fronte al mondo intero. E dopo aver attaccato anche l’Italia perché produttrice di armi, concluse con veemenza il suo discorso gridando “il mondo ora rimane in silenzio di fronte al genocidio e alla pulizia etnica e a ciò che sta accadendo al popolo palestinese a Gaza”. Parole forti che come c’era da aspettarselo, hanno suscitato reazioni indignate da parte di Israele.

Lasciando da parte la questione su chi ha ragione o meno, devo dire che sono rimasto colpito e affascinato dalla libertà di spirito di questa donna, che come tanti altri premi nobel per la pace, non si limita a discorsi diplomatici o politicamente corretti, ma grida al mondo tutta la sua indignazione per le ingiustizie e le violenze contro i più fragili.

Il filosofo Nietzsche ha parlato più volte nei suoi libri (come per esempio in “Al di là del bene e del male”) degli spiriti liberi, definendoli come persone che mantengono saldi i loro ideali al di sopra del gioco delle rivendicazioni e dei rinforzi sociali.

Gli spiriti liberi sono delle persone “ribelli” che non si lasciano imbrigliare da condizionamenti di nessun tipo, non sono schiavi di nessuno. Hanno ideali in cui credere e per i quali lottano. Non sono dei bohémien che viaggiano per il mondo in camper, senza impegnarsi seriamente in nessuna relazione e per nessuna causa. L’ideale dello spirito libero di Nietzsche però non è esattamente quello che per me è uno spirito libero. All’ideale di Nietzsche si sono ispirati i vari D’Annunzio che si spacciavano per spiriti liberi quando in realtà erano solo dei libertini e schiavi della voluttuosità, o i vari Hitler e dittatorielli di turno che si sono identificati con l’idea nietzschiana del super uomo.

Più volte nel decalogo dello spirito libero di Nietzsche ricorre l’idea che per essere spirito libero bisogna staccarsi dalla religione e dall’appartenenza alla Chiesa.

II.

Secondo me Nietzsche ancora una volta si inganna. Lo spirito più libero che la storia ha mai conosciuto è Gesù Cristo. Anche Lui come tutti i “ribelli liberi” ha vissuto con una grande libertà interiore e indipendenza di pensiero. Ha criticato spesso e apertamente le autorità religiose del suo tempo, come i farisei e gli scribi, per la loro ipocrisia e il loro formalismo. Ha sfidato le tradizioni religiose e ha invitato le persone a una relazione personale con Dio basata sull’amore e sulla compassione. Ha accolto gli emarginati e discriminati (lebbrosi, i pubblicani e le prostitute) infrangendo le barriere sociali del suo tempo. Ha proposto insegnamenti innovativi in contrasto con le concezioni tradizionali di giustizia e religione. Ha mostrato una libertà interiore: nonostante le pressioni e le minacce, rimase fedele alla sua missione e ai suoi valori. Ha accettato liberamente la morte (come l’altro spirito libero Socrate).

Ma soprattutto Gesù Cristo ha dato fondamento alla libertà che deve fondarsi sulla Verità che coincide con Lui stesso “Io sono la verità” e solo conclude ”la verità vi farà liberi”. Quindi Nietzsche e compagnia bella, autodefinendosi come degli Anti-Cristo, si pongono conseguentemente come anti-Verità, e quindi anti-libertà, perché senza verità non c’è libertà. Nella menzogna non c’è libertà.

Lo Spirito libero è quello che ha ricevuto lo Spirito di verità che è lo Spirito di libertà e cioè “il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre”. E aggiunge: “Quando verrà Lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità”.

E’ solo dopo aver ricevuto lo spirito di verità che gli apostoli si sono liberati dalle loro paure e hanno iniziato a evangelizzare, affrontando minacce e persecuzioni, fino al martirio.

III.

In conclusione. Nel suo libro “Umano troppo umano” Nietzsche afferma che per provare se qualcuno appartiene agli spiriti liberi, si esamini il suo sentimento per il cristianesimo: “Se il suo atteggiamento verso di esso è in un qualsiasi modo non critico, voltiamogli le spalle”. Non è certamente l’atteggiamento di uno spirito libero quello di chi si sottrae al confronto aperto con gli altri e rimane vittima dei propri pregiudizi e di stereotipi triti e ritriti. Come i chiacchiericci dei vari Odifreddi o i vari Bonolis, i quali come bravi influencer diffondono le loro opinioni pseudoscientifiche, senza discorsi critici autentici, ma con discorsi molto opinabili e alla moda, come ci hanno abituato i vari “ferragnez”.

Lo Spirito di verità disceso a Pentecoste e che abbiamo ricevuto nel Battesimo, ci fa diventare spiriti liberi che non hanno bisogno di assoggettarsi a nessun padrone perché appartengono a Dio e non al mondo, non adorano gli uomini (desacralizzano i potenti di turno rifiutandosi di offrire loro incenso) e non devono rispondere a nessun potente, ma solo all’Onnipotente.

La Notizia.net è un quotidiano di informazione libera, imparziale ed indipendente che la nostra Redazione realizza senza condizionamenti di alcun tipo perché editore della testata è l’Associazione culturale “La Nuova Italia”, che opera senza fini di lucro con l’unico obiettivo della promozione della nostra Nazione, sostenuta dall’attenzione con cui ci seguono i nostri affezionati lettori, che ringraziamo di cuore per la loro vicinanza. La Notizia.net è il giornale online con notizie di attualità, cronaca, politica, bellezza, salute, cultura e sport. Il direttore della testata giornalistica è Lucia Mosca.

La voce di tutti

Vangelo della Solennità dell’Ascensione di Gesù-Mc 16,15-20 (Andate in tutto il mondo) Commento a cura di Padre EZIO LORENZO BONO

Vangelo della Solennità dell’Ascensione di Gesù-Ogni volta però era anche una forte emozione, perché si aprivano nuovi orizzonti, nuove esperienze, nuove sfide, nuove culture (in Europa, in America Latina, in Africa), nuove persone da conoscere ed amare – Durante la mia vita di sacerdote (quasi 40 anni) quante volte ho fatto e disfatto le valigie. Quante volte ho cambiato destinazione, quanti trasferimenti. Ed ogni volta era un alternarsi di sofferenza e emozioni. Sofferenza dovuta alla separazione dalle persone che avevo imparato ad amare in ogni luogo e che mi avevano amato. Ogni volta però era anche una forte emozione, perché si aprivano nuovi orizzonti, nuove esperienze, nuove sfide, nuove culture (in Europa, in America Latina, in Africa), nuove persone da conoscere ed amare.

Mentre sto scrivendo queste righe mi trovo in Brasile dove sono stato invitato per dare conferenze in una università e in un incontro nazionale sull’educazione. Ho rivisto persone che non vedevo da molti anni, e fu una gioia immensa sentire che tanti anni di distanza non avevano cancellato l’amore. Aveva perfettamente ragione Saint-Exupery quando disse che “Lontano è un luogo che non esiste”. Quando le persone si vogliono bene le distanze vengono annullate.

In questi giorni brasiliani mi è tornata una “saudade” profonda per questa terra, piena di contraddizioni e di bellezza. I suoi paesaggi, le persone, la musica, i colori…

II.

Penso che anche Gesù nel giorno dell’ascensione in cielo, avrà avuto gli occhi pieni di lacrime. Doveva lasciare la sua amata madre che per più di trent’anni lo aveva amato, protetto quando era piccolo, che lo aveva fatto crescere da sola quando Giuseppe era morto, che lo ha coperto di mille tenerezze e riempito di baci.

Doveva lasciare i suoi amici che aveva amato con tutto sé stesso “non c’è amore più grande di chi da la vita per i suoi amici” e che Lui aveva sempre difeso con caparbietà di fronte a chi li attaccava. Doveva lasciare le persone che aveva incontrato durante la sua vita, i paesaggi della sua terra, i colori, le traversate in barca del lago di Tiberiade, le notte passate attorno a fuoco, la divina bellezza di Gerusalemme… Anche Gesù avrà avuto una stretta al cuore perché oltre ad essere veramente Dio era veramente uomo come noi. Nel giorno della sua ascensione avrà avuto anche un’emozione forte perché insieme alla sofferenza della separazione c’era la gioia dell’unione, quella col Padre di cui era innamorato e dal quale era immensamente amato come il Padre stesso ha ripetuto nel Vangelo “Questi è il mio Figlio che amo”.

Gesù ritorna al Padre ma la sua storia non finisce, anzi ricomincia: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura”. L’amore non può finire, solo si trasforma. Come dicevo domenica scorsa: la stagione dell’amore non finisce mai.

Gesù oltre a tutto quello che ha imparato in questa terra, ha acquisito anche qualcosa di nuovo che ha portato con sé nella Trinità: era partito dalla Trinità verso il mondo come Verbo, Parola e ritorna alla Trinità con una grande novità, ritorna con un corpo umano. L’ Ascensione è proprio la memoria dell’irrompere di un corpo umano dentro la Trinità. É quindi la festa del corpo di Gesù e nostro che è stato elevato alla dignità trinitaria. E quindi dobbiamo aver cura del nostro corpo, che un giorno si incontrerà con il corpo di Gesù.

III.

In conclusione.

In questi giorni in Brasile, mi sono emozionato tante volte, nel rivedere persone e luoghi cari e rivivere gli anni trascorsi in questa terra. Mi sono emozionato fino alle lacrime soprattutto di fronte alla bellezza immensa di Rio de Janeiro, una bellezza da togliere il fiato. Questo luogo incantato venne raggiunto il 1º gennaio 1502 da esploratori portoghesi durante una spedizione della quale faceva parte anche l’italiano Amerigo Vespucci il quale, secondo la tradizione, ebbe a dire in quel giorno di essere entrato nel paradiso.

Sono salito all’imbrunire sulla cima del Corcovado e del “Pão di açúcar”. (Da lassù si vedeva la spiaggia di Copacabana dove la cantante Madonna stava facendo il suo show per un milione e mezzo di persone). Quando ero lassù con un mio carissimo confratello abbiamo dialogato sulla bellezza che avevamo di fronte e che col tramonto cambiava ogni minuto di colore, e ci siamo detti: se è così bello questo mondo quaggiù come sarà allora il cielo?

Nel viaggio di ritorno alla città eterna, ho pensato all’ultimo viaggio della vita per il quale non ci sarà bisogno di valigie perché arriveremo finalmente a casa, e non dovremo preoccuparci di portare con noi nessun bagaglio, se non quello dell’amore.

Gesù ci ha preceduto, con la sua Ascensione, e ci aspetta trepidante. Noi siamo ancora in questa terra aspettando l’ultima chiamata per l’imbarco.

In quel giorno come Gesù nel giorno della sua Ascensione, anche noi saremo sopraffatti da una struggente “saudade” del mondo che lasceremo, ma anche un’infinità gioia perché finalmente incontreremo Gesù, l’unica ragione della nostra vita.

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Vangelo della III Domenica di Pasqua -Lc 24,35-48 (Apparizione di Gesù nel cenacolo) -Commento a cura di Padre EZIO LORENZO BONO

Vangelo della III Domenica di Pasqua-Apparizione di Gesù nel cenacolo-Quando ero piccolo avevo una parente anziana che diceva di vedere ogni notte, apparire nella stanza, suo marito che era morto da tempo. Una visione che durava pochi secondi e poi spariva. Ed io bambino con occhi attoniti e orecchie spalancate rimanevo esterrefatto nell’ascoltare quei racconti immaginando visioni di fantasmi.
Vangelo della III Domenica di Pasqua

Anche durante i miei vent’anni passati in Africa ho ascoltato più volte racconti di apparizioni di antenati sottoforma di spiriti o fantasmi e diverse persone mi giuravano di averli visti davvero.

Il racconto di visioni e apparizioni non è un fenomeno recente ma risale ai racconti mitologici e letterari molto antichi. Omero ci parla di Ulisse che scende nell’Ade e interagisce con la madre Anticlea e altri eroi greci defunti, e incontra il suo compagno di viaggio Elpenore che era già morto. Nell’Iliade ci parla di Achille affranto dal dolore che vede il fantasma del suo amato amico Patroclo. Virgilio ci descrive l’incontro di  Enea con il padre Anchise e molte altre anime dei defunti durante la sua visita agli inferi. In molte culture antiche come quella dei Romani, Greci, Cinesi, Egizi si praticava la divinazione, la necromanzia (consultare i morti), l’uso di oracoli o medium, o anche sogni e visioni indotte ritualmente.

Anche nella mitologia nordica e celtica, come nei popoli aborigeni dell’Australia o dei nativi americani, troviamo diverse saghe di protagonisti che interagiscono con i fantasmi degli antenati e personaggi mitici.

Nella fede cristiana oltre alle visioni di Gesù risorto, delle quale parleremo subito, abbiamo i discepoli sul Tabor che vedono Elia e Mosé, e San Giovanni apostolo che nell’Apocalisse riceve visioni di spiriti che comunicano con lui. Lungo la storia della Chiesa abbiamo molte racconti di apparizione della Madonna, dei Santi o dello stesso Gesù come nel caso di Suor Faustina Kowalska. Racconti di visioni di morti le ritroviamo in tutto il Medioevo e il Rinascimento in tutta Europa. Nella letteratura, oltre la la leggenda di Re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda, abbiamo diversi personaggi di Shakespeare che hanno visioni di morti, come il principe Amleto che vede il padre, Macbeth il suo ex amico e rivale Banquo che lui ha ucciso, il Re Lear la figlia Cordelia, Giulio Cesare appare al figlio Brutus. E molti altri casi.

II.

Di primo acchito potremmo essere tentati di confondere le apparizioni di Gesù con quelle delle storie che abbiamo finora raccontato le quali, eccetto quelle cristiane,  sono finzioni letterarie o frutto di immaginazioni e autosuggestioni.

Gli apostoli di Gesù e i discepoli, come quelli di Emmaus e le donne, quando videro Gesù risorto, non videro un fantasma ma un uomo in carne e ossa, anche se inizialmente avevano creduto di vedere un fantasma come ci dice il vangelo di questa domenica: “Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma”. Quelle dei discepoli non furono immaginazioni o autosuggestioni, perché loro hanno visto e toccato qualcuno realmente vivo, presente con il corpo, e non solo con lo spirito: “Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho”. Poi Gesù si siede a mangiare: un “vero fantasma” non mangia.

Ecco che quando pensiamo a Gesù Risorto, non dobbiamo immaginare qualcosa di spirituale, di etereo, o a un’idea, ma al Dio che si è fatto carne e che anche dopo la morte ha ripreso lo stesso corpo che era sulla croce: “mostrò loro le mani e i piedi”.  A Tommaso disse: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco”.

Quello di Gesù è un corpo fisico, reale, ma nello stesso tempo un corpo risorto, che attraversa le pareti del cenacolo, appare in luoghi diversi e che ascende al cielo. La nostra religione cristiana non si basa su racconti mitologici, saghe o favole letterarie, ma sulla fede nella testimonianza di coloro che hanno convissuto con Dio che si è fatto carne, è morto ed è risorto con il suo corpo e che loro hanno visto e toccato.  La nostra fede cristiana si nutre ogni giorno o ogni domenica non solo di cose spirituali, ma del corpo e del sangue del Signore.

III.

In conclusione.

Nella tradizione cristiana accanto alle apparizioni incorporee di santi e martiri, ci sono anche apparizione corporee  che interagiscono con i credenti, come racconta per esempio la leggenda di San Francesco d’Assisi che appare  fisicamente ai suoi seguaci Fra’ Ruffino, Fra’ Leone e al suo biografo Tommaso da Celano. Anche San Giovanni Bosco e Santa Caterina da Siena e altri hanno avuto apparizioni corporee dei santi, della Madonna e di Gesù.

Anche in altre tradizioni religiose ci sono narrazioni di apparizioni corporee di divinità, figure spirituali o esseri soprannaturali, come nel buddhismo, nel giainismo, nelle tradizioni della Nuova Era e dello sciamanesimo.

Nella tradizione induista, ci sono esseri detti Avatar (un termine reso famoso dalle pellicole holliwoodiane) inviati per compiere una missione specifica, come ristabilire l’ordine cosmico o proteggere l’umanità. Sono una manifestazione diretta di una divinità suprema sulla terra. Gli avatar più conosciuti nell’induismo sono quelli di Vishnu, Rama e Krishna.

Rudolf Steiner, fondatore dell’antroposofia e della Scienza dello Spirito, discipline esoteriche annoverate tra le pseudoscienze, aveva definito Gesù il “Grande Avatar” in quanto essere divino che ha raggiunto il culmine dell’evoluzione umana, incarnandosi sulla terra per portare una nuova dispensazione spirituale all’umanità.  Gesù per Steiner non è solo un maestro spirituale, ma anche un essere cosmico che ha influenzato il destino dell’intero universo.

Definire Gesù come il “Grande Avatar” è una definizione che ricalca altri tentativi limitati di inculturare Gesù, come la definizione di “Grande antenato” nel continente africano o  del “Dio Ignoto” nell’areopago di Atene. Ma la più grande definizione di Gesù l’ha data Lui stesso, definendosi Via, Verità e Vita.

E se proprio vogliamo parlare di avatar, ecco noi cristiani potremmo essere simpaticamente chiamati gli “avatar” di Gesù. Ma a differenza degli avatar del film holliwoodiano che furono inviati dagli umani a Pandora, una luna abitata da una razza aliena chiamata i Na’vi e colonizzata dall’umanità per sfruttare le sue risorse naturali, i cristiani  invece sono inviati da Gesù al mondo per predicare “a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati”. Noi cristiani siamo degli “avatar” innamorati di Gesù con la missione di fare innamorare di Lui il mondo intero.

  • Immagine di fondo: fotogramma del film Avatar
  • Musica di sottofondo: (Avatar Theme Song) I See You – Leona Lewis (Piano cover) by Aldy Santos

ESUS O “GRANDE AVATAR

(Vídeo e texto em ???????? português)

Comentário ao Evangelho do III Domingo de Páscoa

Lc 24,35-48 (Aparição de Jesus no Cenáculo)

I.

Quando eu era criança, tinha uma parente idosa que dizia que todas as noites via aparecer no  quarto o seu marido, já falecido há muito tempo. Uma visão que durava alguns segundos e depois desaparecia. E eu, em criança, com os olhos espantados e os ouvidos bem abertos, ficava atónita ao ouvir essas histórias e imaginar visões de fantasmas.

Mesmo durante os meus 20 anos em África, ouvi repetidamente histórias de aparições de antepassados sob a forma de espíritos ou fantasmas, e várias pessoas juraram-me que os tinham visto de facto.

A história das visões e aparições não é um fenómeno recente, mas remonta a contos mitológicos e literários muito antigos. Homero conta-nos que Odisseu desceu ao Hades e interagiu com a sua mãe Anticlea e outros heróis gregos falecidos, e encontrou o seu companheiro de viagem Elpenor, que já estava morto. A Ilíada fala-nos de Aquiles que, angustiado, vê o fantasma do seu querido amigo Pátroclo. Virgílio descreve o encontro de Eneias com o seu pai Anquises e muitas outras almas dos mortos durante a sua visita ao submundo. Em muitas culturas antigas, como os romanos, os gregos, os chineses e os egípcios, praticavam-se a adivinhação, a necromancia (consulta dos mortos), o uso de oráculos ou médiuns, ou mesmo sonhos e visões ritualmente induzidos.

Também na mitologia nórdica e celta, tal como nos povos aborígenes da Austrália ou nos nativos americanos, encontramos várias sagas de protagonistas que interagem com os fantasmas de antepassados e personagens míticos.

Na fé cristã, para além das visões de Jesus ressuscitado, de que falaremos agora, temos os discípulos do Tabor que vêem Elias e Moisés, e São João Apóstolo que, no Apocalipse, recebe visões de espíritos que comunicam com ele. Ao longo da história da Igreja, temos muitos relatos de aparições de Nossa Senhora, dos Santos ou do próprio Jesus, como no caso da Irmã Faustina Kowalska. Contos de visões de mortos encontramos ao longo da Idade Média e do Renascimento em toda a Europa. Na literatura, para além da lenda do Rei Artur e dos Cavaleiros da Távola Redonda, temos várias personagens de Shakespeare que têm visões dos mortos, como o Príncipe Hamlet que vê o seu pai, Macbeth o seu antigo amigo e rival Banquo que ele matou, o Rei Lear a sua filha Cordélia, Júlio César aparece ao seu filho Brutus. E muitos outros casos.

II.

À primeira vista, poderíamos ser tentados a confundir as aparições de Jesus com as das histórias que contámos até agora, que, à exceção das cristãs, são ficções literárias ou fruto da imaginação e da autossugestão.

Os apóstolos e os discípulos de Jesus, como os de Emaús e as mulheres, quando viram Jesus ressuscitado, não viram um fantasma, mas um homem em carne e osso, apesar de inicialmente terem acreditado que estavam a ver um fantasma, como nos diz o evangelho deste domingo: “Atormentados e cheios de medo, pensavam estar a ver um fantasma”. As palavras dos discípulos não eram imaginações ou auto-sugestões, porque viam e tocavam alguém que estava realmente vivo, presente com o corpo e não apenas com o espírito: “Olha para as minhas mãos e os meus pés: sou eu mesmo! Tocai-me e vede; um fantasma não tem carne nem ossos como vedes que eu tenho”. Depois Jesus senta-se para comer: um “fantasma verdadeiro” não come.

Por isso, quando pensamos em Jesus ressuscitado, não devemos imaginar algo espiritual, etéreo ou uma ideia, mas o Deus que se fez carne e que, mesmo depois da morte, retomou o mesmo corpo que estava na cruz: “mostrou-lhes as mãos e os pés”.  A Tomé disse: “Põe aqui o teu dedo e vê as minhas mãos; estende a tua mão e põe-na no meu lado”.

O corpo de Jesus é um corpo físico, real, mas ao mesmo tempo um corpo ressuscitado, que atravessa as paredes do cenáculo, aparece em diferentes lugares e sobe ao céu. A nossa religião cristã não se baseia em contos mitológicos, sagas ou fábulas literárias, mas na fé no testemunho daqueles que viveram com Deus que se fez carne, morreu e ressuscitou com o seu corpo e que eles viram e tocaram.  A nossa fé cristã alimenta-se todos os dias ou todos os domingos não só de coisas espirituais, mas do corpo e do sangue do Senhor.

III.

Em conclusão.

Na tradição cristã, a par das aparições incorpóreas dos santos e dos mártires, há também aparições corporais que interagem com os crentes, como conta, por exemplo, a lenda de São Francisco de Assis que aparece fisicamente aos seus seguidores Fra’ Ruffino, Fra’ Leone e ao seu biógrafo Tommaso da Celano. São João Bosco, Santa Catarina de Sena e outros também tiveram aparições corporais de santos, de Nossa Senhora e de Jesus.

Também noutras tradições religiosas há relatos de aparições corporais de divindades, figuras espirituais ou seres sobrenaturais, como no budismo, no jainismo, nas tradições da Nova Era e no xamanismo.

Na tradição hindu, existem seres chamados Avatares (termo tornado famoso pelos filmes de Hollywood) enviados para cumprir uma missão específica, como restaurar a ordem cósmica ou proteger a humanidade. São a manifestação direta de uma divindade suprema na Terra. Os avatares mais conhecidos no hinduísmo são os de Vishnu, Rama e Krishna.

Rudolf Steiner, o fundador da Antroposofia e da Ciência Espiritual, disciplinas esotéricas consideradas entre as pseudociências, chamou a Jesus o “Grande Avatar” como um ser divino que atingiu o pináculo da evolução humana, encarnado na Terra para trazer uma nova dispensação espiritual à humanidade.  Para Steiner, Jesus não é apenas um mestre espiritual, mas também um ser cósmico que influenciou o destino de todo o universo.

Definir Jesus como o “Grande Avatar” é uma definição que ecoa outras tentativas limitadas de enculturar Jesus, como a definição do “Grande Ancestral” no continente africano ou o “Deus Desconhecido” no Areópago de Atenas. Mas a maior definição de Jesus foi dada por Ele próprio, definindo-se como Caminho, Verdade e Vida.

E se quisermos realmente falar de avatares, nós, cristãos, poderíamos ser chamados simpaticamente de “avatares” de Jesus. Mas, ao contrário dos avatares do filme de Hollywood, que foram enviados pelos humanos para Pandora, uma lua habitada por uma raça alienígena chamada Na’vi e colonizada pela humanidade para explorar os seus recursos naturais, os cristãos, por outro lado, são enviados por Jesus ao mundo para pregar “a todos os povos a conversão e o perdão dos pecados”. Nós, cristãos, somos “avatares” apaixonados por Jesus com a missão de fazer com que o mundo inteiro se apaixone por Ele.

– Imagem de fundo: fotograma do filme Avatar

– Música de fundo: (Canção tema do filme Avatar) I See You – Leona Lewis (Piano cover) por Aldy Santos

JESUS THE “GREAT AVATAR”

(Video and text in ???????? English)

Commentary on the Gospel for the Third Sunday of Easter

Lk 24:35-48 (Appearance of Jesus in the Upper Room)

I.

When I was a child, I had an elderly relative who said that every night she saw her husband, who had died long ago, appear in her room. A vision that lasted a few seconds and then disappeared. And I, as a child, with astonished eyes and wide-open ears, was stunned as I listened to those stories and imagined visions of ghosts.

Even during my 20 years in Africa, I repeatedly listened to tales of apparitions of ancestors in the form of spirits or ghosts, and several people swore to me that they had indeed seen them.

The tale of visions and apparitions is not a recent phenomenon but goes back to very ancient mythological and literary tales. Homer tells us of Odysseus descending into Hades and interacting with his mother Anticlea and other deceased Greek heroes, and meeting his travelling companion Elpenor who was already dead. The Iliad tells us of  grief-stricken Achilles who sees the ghost of his beloved friend Patroclus. Virgil describes Aeneas’ encounter with his father Anchises and many other souls of the dead during his visit to the underworld. In many ancient cultures such as the Romans, Greeks, Chinese and Egyptians, divination, necromancy (consulting the dead), the use of oracles or mediums, or even ritually induced dreams and visions were practised.

Also in Nordic and Celtic mythology, as in the Aboriginal peoples of Australia or Native Americans, we find several sagas of protagonists interacting with the ghosts of ancestors and mythical characters.

In the Christian faith, in addition to the visions of the risen Jesus, which we will discuss now, we have the disciples on Tabor who see Elijah (Ilàja)and Moses, and St John the Apostle who in Revelation receives visions of spirits communicating with him. Throughout the history of the Church we have many accounts of apparitions of Our Lady, the Saints or Jesus himself as in the case of Sister Faustina Kowalska. Tales of visions of the dead we find throughout the Middle Ages and the Renaissance throughout Europe. In literature, besides the legend of King Arthur and the Knights of the Round Table, we have several Shakespeare characters who have visions of the dead, such as Prince Hamlet seeing his father, Macbeth his former friend and rival Banquo whom he killed, King Lear his daughter Cordelia, Julius Caesar appears to his son Brutus. And many other instances.

II.

At first glance we might be tempted to confuse the apparitions of Jesus with those of the stories we have told so far, which, except for the Christian ones, are literary fictions or the result of imagination and autosuggestion.

Jesus’ apostles and disciples, like those of Emmaus and the women, when they saw the resurrected Jesus, did not see a ghost but a man in the flesh, even though they had initially believed they were seeing a ghost as this Sunday’s gospel tells us: “Distraught and full of fear, they thought they were seeing a ghost”. Those of the disciples were not imaginations or autosuggestions, because they saw and touched someone who was really alive, present with body, and not only with spirit: “Look at my hands and my feet: it is really me! Touch me and see; a ghost has no flesh and bones as you see that I have”. Then Jesus sits down to eat: a “real ghost” does not eat.

So when we think of the Risen Jesus, we must not imagine something spiritual,ethereal, or an idea, but the God who became flesh and who even after death took up the same body that was on the cross: “he showed them his hands and feet”.  To Thomas he said: ‘Put your finger here and look at my hands; stretch out your hand and put it in my side’.

Jesus’ is a physical, real body, but at the same time a resurrected body, passing through the walls of the cenacle, appearing in different places and ascending to heaven. Our Christian religion is not based on mythological tales, sagas or literary fables, but on faith in the testimony of those who have lived with God who became flesh, died and rose again with his body and whom they have seen and touched.  Our Christian faith is nourished every day or every Sunday not only by spiritual things, but by the body and blood of the Lord.

III.

In conclusion.

In the Christian tradition, alongside the incorporeal apparitions of saints and martyrs, there are also bodily apparitions that interact with believers, as recounted for example in the legend of St Francis of Assisi appearing physically to his followers Fra’ Ruffino, Fra’ Leone and his biographer Tommaso da Celano. St John Bosco and St Catherine of Siena and others have also had corporeal apparitions of saints, Our Lady and Jesus.

In other religious traditions, too, there are accounts of corporeal apparitions of deities, spiritual figures or supernatural beings, such as in Buddhism, Jainism, New Age traditions and shamanism.

In the Hindu tradition, there are beings called Avatars (a term made famous by Hollywood films) sent to fulfil a specific mission, such as restoring cosmic order or protecting humanity. They are a direct manifestation of a supreme deity on earth. The best known avatars in Hinduism are those of Vishnu, Rama and Krishna.

Rudolf Steiner, the founder of anthroposophy and Spiritual Science, esoteric disciplines counted among the pseudosciences, called Jesus the “Great Avatar” as a divine being who reached the pinnacle of human evolution, incarnating on earth to bring a new spiritual dispensation to humanity.  Jesus for Steiner is not only a spiritual teacher, but also a cosmic being who influenced the destiny of the entire universe.

Defining Jesus as the “Great Avatar” is a definition that echoes other limited attempts to enculturate Jesus, such as the definition of the “Great Ancestor” on the African continent or the “Unknown God” in the Areopagus of Athens. But the greatest definition of Jesus was given by Himself, defining Himself as Way, Truth and Life.

And if we really want to talk about avatars, here we Christians could be sympathetically called the ‘avatars’ of Jesus. But unlike the avatars of the Hollywood movie who were sent by humans to Pandora, a moon inhabited by an alien race called the Na’vi and colonised by mankind to exploit its natural resources, Christians, on the other hand, are sent by Jesus to the world to preach “to all peoples conversion and forgiveness of sins”. We Christians are ‘avatars’ in love with Jesus with the mission to make the whole world fall in love with Him.

– Background image: frame from the film Avatar

– Background music: (Avatar Theme Song) I See You – Leona Lewis (Piano cover) by Aldy Santos

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Vangelo della II Domenica di Pasqua- Gv 20,19-31 (Mio Signore e mio Dio)-Commento a cura di Padre EZIO LORENZO BONO

Vangelo della II Domenica di Pasqua-Qualche giorno fa al Dicastero dove lavoro, ci è stato proposto un interessante seminario di formazione sul tema dell’Intelligenza Artificiale e Educazione. Dopo aver ascoltati i bravi oratori di alcune università americane e dell’Università Cattolica di Milano che avevano sottolineato alcune criticità a riguardo dell’Intelligenza artificiale applicata al campo dell’educazione, è emerso però che l’atteggiamento della Chiesa di fronte alla rivoluzione dell’Intelligenza Artificiale, è quello di un’apertura positiva, senza intraprendere sterili crociate e evitando di ripetere gli errori commessi con l’antimodernismo. Papa Francesco infatti invita a “sgomberare il campo da letture catastrofiche” di fronte “all’accelerata diffusione di meravigliose invenzioni”, perché siamo comunque di fronte a “un indiscutibile salto qualitativo”. Diversi sono i vantaggi dell’IA per l’educazione: un’educazione più personalizzata che tiene conto delle necessità di ciascun studente e non un’educazione standardizzata ridotta alla misura del letto di Procuste; il superamento dei limiti spaziali e temporali della formazione; un tutor artificiale con conoscenze infinitamente maggiori e autogenerative; una maggiore oggettività che prescinde dagli umori, stanchezze e pregiudizi degli insegnanti soprattutto nel momento della valutazione; un’educazione molto più economica e quindi più democratica che permetterebbe una formazione di qualità per tutti, e non solo per le elites (ogni studente dalla più piccola scuola alla più importante, quando si siede davanti a un computer, troverà le stesse infinite possibilità). Certo questo strumento non potrà sostituire l’insegnante, sarà però un formidabile aiuto.

Tra gli oratori c’era anche lo scrittore Alessandro Baricco, autore di vari romanzi di successo e del saggio “The game” dove traccia la “storia” dell’evoluzione digitale. Lui disse che pensava di dover fare una specie di apologia del mondo digitale perché temeva di incontrare nell’ambiente ecclesiale una chiusura nei confronti dell’Intelligenza Artificiale. Con meraviglia invece incontrò un’apertura inaspettata.

Io credo che la Chiesa come attualmente è un punto di riferimento mondiale per le questioni ecologiche e educative, dovrà esserlo anche per le questioni etiche legate all’IA.

II.

L’istinto di rinchiudersi tra quattro mura per paura del mondo esterno, è ciò che fin dall’inizio aveva mosso gli apostoli che si erano rintanati nel cenacolo per paura dei Giudei. Il mondo esterno è stato spesse volte visto come una minaccia dalla quale bisogna proteggersi, chiudendosi tra mura invalicabili. È la tentazione in cui è caduta diverse volte la Chiesa lungo la sua storia, in un alternarsi tra grandi aperture da una parte, con l’evangelizzazione di ogni angolo della terra e la diffusione della cultura attraverso i monasteri e le università, e miopi chiusure dall’atra parte con l’ostracismo di fronte alle rivoluzioni scientifiche e la lotta antimodernista.

Gesù entra nel cenacolo sbarrato, oltrepassa le chiusure e invita i suoi discepoli a uscire: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”, infonde su di loro lo Spirito Santo «soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo”» e poi li invia in tutto il mondo a evangelizzare.

È questa la “Chiesa in uscita” di cui ci parla continuamente Papa Francesco. Per superare la paura e affrontare il mondo bisogna però prima ricevere lo Spirito Santo, altrimenti saremo travolti dal mondo. Mi ricordo che pochi anni fa la famosa ex suor Cristina Scuccia in un’intervista da suora aveva detto di aver partecipato a “The Voice” per rispondere all’invito di Papa Francesco di essere “Chiesa in uscita”. Solo che lei si è lasciata travolgere dal mondo dello spettacolo con il risultato che invece di essere “chiesa in uscita”, lei è uscita si, ma dal convento. Dobbiamo uscire dalle quattro mura, però dobbiamo essere ricolmi di Spirito Santo altrimenti invece di evangelizzare il mondo ne saremo fagocitati.

III.Inconclusione.

Nel seminario di formazione di cui dicevo all’inizio, Alessandro Baricco proponeva di cambiare il nome di “Intelligenza artificiale” in “Intelligenza estesa”. Io invece penso che il nome da cambiare non è “artificiale” ma “Intelligenza”, perché qui non abbiamo nessuna intelligenza. Si tratta di una macchina programmata a fare quello che fa, che si avvia e si spegne con un bottone quando decide l’uomo. Quindi non si tratta di nessuna intelligenza né artificiale né estesa, ma solo di uno strumento di elaborazione di dati complessi, perché dove non c’è intenzionalità non c’è intelligenza.

Per esempio, se un robot fosse programmato per parlare molto bene di Dio, professare la fede, andare a messa, ricevere il battesimo, e magari si comportasse molto meglio di un cristiano, potremmo parlare di un “credente intelligente artificiale”? Certo che no, perché dove non c’è libera scelta e intenzionalità, non c’è fede, anche se il robot imita perfettamente quello che fa un credente o si comporta addirittura meglio di un credente. È vero che ci sono anche “credenti artificiali” non nel senso dell’intelligenza artificiale, ma nel senso di cristiani che vivono superficialmente la loro fede.

Secondo me anche Tommaso era un “credente artificiale” perché aveva bisogno di prove per credere: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Anche se Tommaso ha fatto poi la più grande professione di fede dicendo «Mio Signore e mio Dio!», Gesù però non ne è rimasto entusiasta, infatti gli disse con rammarico: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Quindi sembra che Gesù preferisca noi a Tommaso, noi poveri cristiani con la nostra fede sgangherata, perché anche se non lo abbiamo mai visto e toccato, ci siamo ugualmente innamorati di Lui.

  • Musica: Mirana Faiz – Bach G minor arranged by Luo Ni

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I video (in italiano, portoghese e inglese) dei miei commenti al Vangelo della Domenica li potete trovare sulla mia PaginaFacebook, o sul mio canaleYoutube. I testi dei commenti tradotti in inglese e portoghese li potete trovare sulla miaWebPage

???????? INTELIGÊNCIA ARTIFICIAL E FÉ

(Vídeo e texto em ???????? português)

Comentário ao Evangelho do II Domingo de Páscoa

Jo 20,19-31 (Meu Senhor e meu Deus)

I

Há alguns dias, no Dicastério onde trabalho, foi-nos oferecido um interessante seminário de formação sobre o tema da Inteligência Artificial e Educação. Depois de ter escutado os bons oradores de algumas universidades americanas e da Universidade Católica de Milão, que apontaram algumas questões críticas em relação à Inteligência Artificial aplicada ao campo da educação, emergiu, no entanto, que a atitude da Igreja perante a revolução da Inteligência Artificial é de abertura positiva, sem se envolver em cruzadas estéreis e evitando repetir os erros cometidos com o anti-modernismo. O Papa Francisco convida-nos, de facto, a “limpar o campo das leituras catastróficas” perante “a difusão acelerada de invenções maravilhosas”, porque estamos, em todo o caso, perante “um salto qualitativo indiscutível”. São várias as vantagens da IA para a educação: uma educação mais personalizada que tenha em conta as necessidades de cada aluno e não uma educação estandardizada reduzida ao tamanho da cama de Procrustes; a superação dos limites espaciais e temporais da educação; um tutor artificial com um conhecimento infinitamente maior e autogerador; uma maior objetividade que não tem em conta os humores, o cansaço e os preconceitos dos professores, sobretudo no momento da avaliação; um ensino muito mais barato e, portanto, mais democrático, que permitiria uma formação de qualidade para todos e não apenas para as elites (todos os alunos, desde a escola mais pequena à mais importante, quando se sentarem em frente a um computador, encontrarão as mesmas infinitas possibilidades). É claro que esta ferramenta não pode substituir o professor, mas será uma ajuda formidável.

Entre os oradores encontrava-se o escritor Alessandro Baricco, autor de vários romances de sucesso e do ensaio “The Game”, onde traça a “história” da evolução digital. Disse que pensava ter de fazer uma espécie de apologia do mundo digital porque receava encontrar nos círculos eclesiásticos um fechamento à Inteligência Artificial. Para sua maravilha, encontrou uma abertura inesperada.

Eu penso que a Igreja, tal como é atualmente um ponto de referência mundial para as questões ecológicas e educativas, deve ser também um ponto de referência mundial para as questões éticas relacionadas com a IA.

II.

O instinto de se fechar dentro de quatro paredes por medo do mundo exterior é o que moveu desde o início os apóstolos, que se tinham escondido no cenáculo por medo dos judeus. O mundo exterior era frequentemente visto como uma ameaça da qual era preciso proteger-se, fechando-se em muros intransponíveis. É a tentação em que a Igreja caiu várias vezes ao longo da sua história, alternando entre grandes aberturas, por um lado, com a evangelização de todos os cantos da terra e a difusão da cultura através dos mosteiros e das universidades, e fechamentos míopes, por outro, com o ostracismo perante as revoluções científicas e a luta anti-modernista.

Jesus entra no cenáculo barrado, ultrapassa os fechamentos e convida os seus discípulos a sair: “Como o Pai me enviou, também eu vos envio”, infunde-lhes o Espírito Santo «soprou sobre eles e disse-lhes: “Recebei o Espírito Santo”»,  e depois envia-os pelo mundo inteiro a evangelizar.

É esta a “Igreja em saída” de que nos fala continuamente o Papa Francisco. Mas para vencer o medo e enfrentar o mundo, é preciso primeiro receber o Espírito Santo, caso contrário seremos dominados pelo mundo. Lembro-me que, há alguns anos, a famosa ex-freira Cristina Scuccia disse numa entrevista, que tinha participado no “The Voice” para responder ao convite do Papa Francisco para sermos uma “Igreja em saída”. Só que se deixou arrastar pelo mundo do espetáculo, o que fez com que, em vez de ser “Igreja em saída”, ela saiu sim, mas do convento. Temos de sair das quatro paredes, mas temos de estar cheios do Espírito Santo, caso contrário, em vez de evangelizarmos o mundo, seremos fagocitados por ele.

III.Em conclusão.

No seminário de formação de que falei no início, Alessandro Baricco propôs mudar o nome “Inteligência Artificial” para “Inteligência Alargada”. Eu, pelo contrário, penso que o nome a mudar não é “artificial” mas sim “inteligência”, porque aqui não temos inteligência. É uma máquina programada para fazer o que faz, que se liga e se desliga com um botão quando o homem decide. Portanto, não é uma inteligência artificial nem alargada, mas apenas uma ferramenta para processar dados complexos, porque onde não há intencionalidade não há inteligência.

Por exemplo, se um robô fosse programado para falar muito bem de Deus, professar a fé, ir à missa, receber o batismo e talvez se comportar muito melhor do que um cristão, poderíamos falar de um “crente inteligente artificial”? Claro que não, porque onde não há livre escolha e intencionalidade, não há fé, mesmo que o robot imite perfeitamente o que um crente faz ou se comporte ainda melhor do que um crente. É verdade que também há “crentes artificiais”, não no sentido de inteligência artificial, mas no sentido de cristãos que vivem a sua fé superficialmente.

Na minha opinião, até Tomé era um “crente artificial”, porque precisava de provas para acreditar: “Se eu não vir nas suas mãos o sinal dos pregos e não puser o meu dedo no sinal dos pregos e não puser a minha mão no seu lado, não acredito”. Apesar de Tomé ter feito mais tarde a maior profissão de fé, dizendo: “Meu Senhor e meu Deus!”, Jesus não ficou entusiasmado, tendo-lhe dito com pesar: “Porque me viste, acreditaste; bem-aventurados os que não viram e acreditaram!”

Parece, pois, que Jesus nos prefere a Tomé, nós, pobres cristãos, com a nossa fé vacilante, porque, apesar de nunca O termos visto e tocado, ficamos igualmente apaixonados por Ele.

  • Música de fundo: Mirana Faiz – Bach G minor arranged by Luo Ni

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Os vídeos (em italiano, português e inglês) dos meus comentários ao Evangelho de domingo podem ser encontrados na minha página do Facebook ou no meu canal do Youtube. Os textos dos comentários traduzidos em inglês e português podem ser encontrados na minha página web.

????????  ARTIFICIAL INTELLIGENCE AND FAITH

(Video and text in ???????? English)

Commentary on the Gospel for the Second Sunday of Easter

Jn 20:19-31 (My Lord and my God)

I

A few days ago at the Dicastery where I work, we were offered an interesting training seminar on the topic of Artificial Intelligence and Education. After having listened to the good speakers from some American universities and from the Catholic University of Milan, who had pointed out some critical issues regarding Artificial Intelligence applied to the field of education, it emerged, however, that the Church’s attitude in the face of the Artificial Intelligence revolution, is one of positive openness, without engaging in sterile crusades and avoiding repeating the mistakes made with anti-modernism. Pope Francis in fact invites us to “clear the field of catastrophic readings” in the face of “the accelerated spread of marvellous inventions”, because we are in any case faced with “an indisputable qualitative leap”. There are several advantages of AI for education: a more personalised education that takes into account the needs of each student and not a standardised education reduced to the size of Procrustes’ bed; the overcoming of the spatial and temporal limits of education; an artificial tutor with infinitely greater and self-generating knowledge; greater objectivity that disregards the moods, fatigue and prejudices of teachers, especially at the time of assessment; a much cheaper and thus more democratic education that would allow quality training for all, and not only for the elites (every student from the smallest school to the most important, when sitting in front of a computer, will find the same infinite possibilities). Of course this tool cannot replace the teacher, but it will be a formidable help.

Among the speakers was the writer Alessandro Baricco, author of several successful novels and the essay ‘The Game’ where he traces the ‘history’ of digital evolution. He said that he thought he had to make a sort of defence of the digital world because he feared he would encounter in church circles a closure towards Artificial Intelligence. To his amazement, he instead encountered an unexpected openness.

I believe that the Church, just as it is currently a world reference point for ecological and educational issues, must also be a world reference point for ethical issues related to AI.

II.

The instinct to enclose oneself within four walls for fear of the outside world is what had moved the apostles from the beginning, who had holed up in the cenacle for fear of the Jews. The outside world was often seen as a threat from which one had to protect oneself by enclosing oneself within impassable walls. It is the temptation into which the Church has fallen several times throughout its history, alternating between great openings on the one hand, with the evangelisation of every corner of the earth and the spread of culture through monasteries and universities, and short-sighted closures on the other, with ostracism in the face of scientific revolutions and the anti-modernist struggle.

Jesus enters the barred cenacle, overcomes the closures and invites his disciples to go out: “As the Father has sent me, I also send you”, infuses them with the Holy Spirit “he breathed on them and said to them: ‘Receive the Holy Spirit'” and then sends them out into the whole world to evangelise.

This is the ‘outgoing Church’ of which Pope Francis continually speaks to us. To overcome fear and face the world, however, we must first receive the Holy Spirit, otherwise we will be overwhelmed by the world. I remember that a few years ago the famous former nun Cristina Scuccia said in an interview that she had participated in ‘The Voice’ to respond to Pope Francis’ invitation to be an ‘outgoing Church’. Only she let herself get swept up in the world of show business with the result that instead of being ‘outgoing Church’, she came out, yes, but from the convent. We must go outside the four walls, but we must be filled with the Holy Spirit, otherwise instead of evangelising the world we will be phagocytised by it.

III.Inconclusion.

In the training seminar I mentioned at the beginning, Alessandro Baricco proposed changing the name ‘Artificial Intelligence’ to ‘Extended Intelligence’. I, on the other hand, think that the name to be changed is not ‘artificial’ but ‘intelligence’, because here we have no intelligence. It is a machine programmed to do what it does, which starts up and shuts down with a button when man decides. So it is neither artificial nor extended intelligence, but only a tool for processing complex data, because where there is no intentionality there is no intelligence.

For example, if a robot were programmed to speak very highly of God, profess the faith, go to mass, receive baptism, and perhaps behave much better than a christian, could we speak of an ‘artificial intelligent believer’? Of course not, because where there is no free choice and intentionality, there is no faith, even if the robot perfectly imitates what a believer does or behaves even better than a believer. It is true that there are also ‘artificial believers’ not in the sense of artificial intelligence, but in the sense of christians who live their faith superficially.

In my opinion, even Thomas was an ‘artificial believer’ because he needed proof in order to believe: ‘If I do not see in his hands the sign of the nails and put my finger in the sign of the nails and put my hand in his side, I do not believe’. Although Thomas later made the greatest profession of faith saying “My Lord and my God!”, Jesus however was not happy, in fact he said to him with regret, “Because you have seen me, you have believed; blessed are those who have not seen and have believed!”

So it seems that Jesus prefers us to Thomas, we poor Christians with our rickety faith, because even though we have never seen Him and touched Him, we equally fell in love with Him.

  • Background music: Mirana Faiz – Bach G minor arranged by Luo Ni

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The videos (in Italian, Portuguese and English) of my commentaries on the Sunday Gospel can be found on my Facebook Page, or on my Youtube channel. The texts of the comments translated into English and Portuguese can be found on my WebPage.

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La voce di tutti

Vangelo della Domenica di Pasqua 2024 Commento a cura di Padre EZIO LORENZO BONO

Vangelo della Domenica di Pasqua 2024– A metà di questo mese,  mentre stavo tornando dal lavoro, mi sono fermato all’area sacra di  Largo di Torre Argentina dove un gruppo di attori stava inscenando l’uccisione di Giulio Cesare,  avvenuta esattamente in quel luogo alle Idi di marzo e cioè il  15 marzo del 44 a.C.  Come sappiamo Cesare fu ucciso dai senatori perché temevano che volesse farsi re di Roma e quindi avrebbero perso il loro potere e prestigio. Tra gli assassini, oltre ai senatori c’era suo  figlio Bruto  e alcuni  sostenitori di Cesare che aderirono alla congiura per motivi di rancore, invidia e delusioni per mancati riconoscimenti e compensi.

Mi sono emozionato quando Cesare, con occhi attoniti vedendo suo figlio che lo colpiva a morte ha detto con immenso dolore e delusione “Tu quoque, Brute, fili mi!”, “Anche tu, Bruto, figlio mio?”

Mentre guardavo quelle scene, pensavo che qualche decina di anni dopo l’uccisione di Giulio Cesare, la storia si sarebbe ripetuta con l’assassinio di Gesù. Certo i due personaggi sono totalmente diversi, ma entrambi hanno in comune il soccombere alla congiura di invidiosi e rancorosi che non volevano accettare la loro regalità, entrambi traditi anche dai propri fedelissimi.

II.

Giulio Cesare ha fatto delle opere buone per i cittadini, come le riforme agrarie a favore dei contadini poveri; riforme economiche volte a ridurre il debito dei cittadini e ad aumentare le opportunità economiche per le classi meno abbienti e  per ridurre il peso fiscale sui più poveri;  promosse l’istruzione pubblica e l’accesso all’istruzione per un maggior numero di cittadini romani contribuendo a diffondere l’alfabetizzazione e l’istruzione formale tra le classi meno abbienti; fece riforme giuridiche e aumentò le Infrastrutture e i lavori pubblici. Tutte queste cose che sembrerebbe essere state fatte per beneficiare i cittadini e i più fragili, in realtà Cesare le aveva  fatte per fini politici e personali per aumentare il proprio potere e prestigio.

Anche Gesù ha fatto molte cose in favore dei più poveri, gli ammalati, e derelitti del suo tempo, ma certamente non per motivi “cesaristici” ma solo per il bene esclusivo delle persone.

È soprattutto nel dopo morte che le loro vite si differenziano totalmente: per l’imperatore romano la sua storia finisce li con lui, con la sua morte, e di lui non rimane più nulla.  Con Gesù invece la storia non finisce con la sua morte, ma ricomincia con la  resurrezione. Di Cesare rimane solo un lontano ricordo di gesta militari e opere grandiose che riportano al passato. Di Gesù abbiamo una storia che continua e si rinnova ogni anno e le sue opere ci portano al futuro.

III.

In conclusione.

Dopo poco la  sua morte, Cesare fu divinizzato e le sue ceneri furono poste nel Tempio del Divo Giulio nel Foro Romano. I cesaricidi furono uccisi e venne instaurato l’impero romano. Nonostante tutto questo, Cesare si trova ancora nelle braccia della morte e delle sue ceneri non ne rimane neanche un briciolo.

Gesù invece con la sua risurrezione non si trova più nella morte ma nell’assenza della morte, che in latino si dice “a” (alfa privativo) “mors-mortis”  e cioè “amore” che vuol dire appunto “assenza della morte”. Per questo la Pasqua, che è la vittoria di Gesù sulla morte è la vittoria dell’A-more. La Pasqua è l’unica e valida risposta alla questione della morte: non sono i ridicoli sofismi di Epicuro o delle mitologie greco-romane, né l’ illusoria immortalità consegnata alle proprie opere come pensa Ugo Foscolo ne “I Sepolcri”, neppure le filosofie del Superuomo di Nietzsche né l’esistenzialismo di Heidegger per i quali l’uomo è un essere per la morte. L’uomo è un essere per la vita perché la morte è stata sconfitta dalla risurrezione di Gesù. Ecco che augurare “Buona Pasqua” è augurare “Buona vittoria sulla morte”, e quindi è annunciare “Assenza della morte” e cioè Augurare “A-more”: augurare Buona Pasqua è augurare Amore

La grande consolazione che ci dona la Pasqua è che alla fine della nostra vita terrena saremo accolti dal Padre che sarà insieme al figlio Gesù e ci dirà non “Tu quoque, fili mi”,  ma: “filius meus es tu quoque”,  “anche tu sei mio figlio”.

-Immagine: Busto di Giulio Cesare

-Musica: Hallelujah – Leonard Cohen | Piano Cover + Sheet Music (Francesco Parrino)

???????? ” TU QUOQUE, BRUTE, FILI MI”

(Vídeo e texto em ???????? português)

Comentário ao Evangelho do Domingo de Páscoa de 2024

Jo 20,1-9 (Levaram o Senhor)

I.

Em meados deste mês, quando regressava do trabalho, parei na zona sagrada do Largo di Torre Argentina, onde um grupo de actores encenava o assassinato de Júlio César, que teve lugar exatamente ali, nos “Idos de março”, ou seja, a 15 de março de 44 a.C.  Como se sabe, César foi morto pelos senadores porque temiam que ele quisesse tornar-se rei de Roma e assim iriam perder o seu poder e prestígio. Entre os assassinos, para além dos senadores, encontravam-se o seu filho Brutus e alguns dos apoiantes de César, que se juntaram à conspiração por ressentimento, inveja e desilusão por falta de reconhecimento e recompensa.

Fiquei comovido quando César, com olhos espantados ao ver o filho a apunhalá-lo, disse com imensa dor e desilusão: “Tu quoque, Brute, fili mi!”, “Tu também, Brutus, meu filho?”.

Ao ver aquelas cenas, pensei que, algumas décadas depois do assassinato de Júlio César, a história se repetiria com o assassinato de Jesus. É claro que os dois personagens são totalmente diferentes, mas ambos têm em comum o facto de terem sucumbido à conspiração de pessoas invejosas e ressentidas que não queriam aceitar a sua realeza, sendo ambos traídos até pelos seus próprios fiéis.

II.

Júlio César fez boas obras para os cidadãos, tais como reformas agrárias a favor dos camponeses pobres; reformas económicas para reduzir o endividamento dos cidadãos e aumentar as oportunidades económicas para as classes mais pobres e para reduzir a carga fiscal sobre eles; promoveu a educação pública e o acesso à educação para um maior número de cidadãos romanos, ajudando a difundir a alfabetização e a educação formal entre as classes mais pobres; fez reformas jurídicas e aumentou as infra-estruturas e as obras públicas. Todas estas coisas que parecem ter sido feitas para beneficiar os cidadãos e os mais fracos, na realidade César fê-las com objectivos políticos e pessoais para aumentar o seu próprio poder e prestígio.

Também Jesus fez muitas coisas em favor dos mais pobres, dos doentes e dos abandonados do seu tempo, mas certamente não por razões “cesaristas”, mas apenas para o bem exclusivo das pessoas.

É sobretudo no rescaldo da morte que as suas vidas são totalmente diferentes: para o imperador romano, a sua história termina ali com ele, com a sua morte, e nada resta dele.  Com Jesus, pelo contrário, a história não termina com a sua morte, mas recomeça com a sua ressurreição. De César resta apenas uma memória longínqua de feitos militares e de acções grandiosas que remetem para o passado. De Jesus temos uma história que continua e se renova todos os anos, e as suas obras conduzem-nos ao futuro.

III.

Conclusão.

Pouco depois da sua morte, César foi deificado e as suas cinzas foram colocadas no Templo do Divino Júlio, no Fórum Romano. Os cesaricidas foram mortos e o Império Romano foi estabelecido. Apesar de tudo isso, César ainda se encontra nos braços da morte e nem um pingo resta das suas cinzas.

Jesus, pelo contrário, com a sua ressurreição, já não se encontra na morte, mas na ausência de morte, que em latim se chama “a” (alfa privativo) “mors-mortis” e que é “a-mor”, que significa precisamente “ausência de morte”. É por isso que a Páscoa, que é a vitória de Jesus sobre a morte, é a vitória do A-mor. A Páscoa é a única resposta válida à questão da morte: não são os sofismas ridículos de Epicuro ou das mitologias greco-romanas, nem a imortalidade ilusória consignada às obras, como pensa Ugo Foscolo em “I Sepolcri”, nem a filosofia do super-homem de Nietzsche, nem o existencialismo de Heidegger, para quem o homem é um ser para a morte. O homem é um ser para a vida, porque a morte foi derrotada pela ressurreição de Jesus. É por isso que desejar “Feliz Páscoa” é desejar “Boa vitória sobre a morte”, e por isso é anunciar “Ausência de morte” e isso é desejar “A-mor”: desejar Feliz Páscoa é desejar Amor.

A grande consolação que a Páscoa nos dá é que, no fim da nossa vida terrena, seremos acolhidos pelo Pai que estará com o seu filho Jesus e nos dirá não “Tu quoque, fili mi”, mas: “filius meus es tu quoque”, “tu também és meu filho”.

-Imagem: Busto de Júlio César

-Música: Hallelujah – Leonard Cohen | Piano Cover + Sheet Music (Francesco Parrino)

???????? “TU QUOQUE, BRUTE, FILI MI”

(Video and text in ???????? English)

Commentary on the Gospel for Easter Sunday 2024

Jn 20:1-9 (They took the Lord away)

I.

In the middle of this month, on my way home from work, I stopped at the sacred area of Largo di Torre Argentina where a group of actors were staging the assassination of Julius Caesar, which took place exactly there on the Ides of March, that is, 15 March 44 BC.  As we know, Caesar was killed by the senators because they feared he would want to become king of Rome and thus lose their power and prestige. Among the assassins, apart from the senators, were his son Brutus and some of Caesar’s supporters who joined the conspiracy out of resentment, envy and disappointment over lack of recognition and reward.

I was moved when Caesar, with astonished eyes seeing his son beat him to death said with immense pain and disappointment, “Tu quoque, Brute, fili mi!”, “You too, Brutus, my son?”

As I watched those scenes, I thought that a few decades after the murder of Julius Caesar, history would repeat itself with the murder of Jesus. Of course the two characters are totally different, but they both have in common that they succumbed to the conspiracy of envious and resentful people who did not want to accept their kingship, both of them betrayed even by their own loyalists.

II.

Julius Caesar did good works for the citizens, such as agrarian reforms in favour of poor peasants; economic reforms to reduce the debt of citizens and increase economic opportunities for the poorer classes and to reduce the tax burden on the poorest; he promoted public education and access to education for more Roman citizens by helping to spread literacy and formal education among the poorer classes; he made legal reforms and increased infrastructure and public works. All these things that would seem to have been done to benefit the citizens and the weakest, in reality Caesar did them for political and personal ends to increase his own power and prestige.

Jesus, too, did many things in favour of the poorest, the sick, and the derelict of his time, but certainly not for ‘Caesaristic’ reasons but only for the exclusive good of the people.

It is especially in the aftermath of death that their lives are totally different: for the Roman emperor, his story ends there with him, with his death, and nothing remains of him.  With Jesus, on the other hand, history does not end with his death, but begins again with his resurrection. All that remains of Caesar is a distant memory of military feats and grandiose deeds that hark back to the past. Of Jesus we have a history that continues and is renewed every year, and his works lead us to the future.

III.

In conclusion.

Shortly after his death, Caesar was deified (diafaid)and his ashes were placed in the Temple of Divus Julius in the Roman Forum. The Caesaricides were killed and the Roman Empire was established. In spite of all this, Caesar still found himself in the arms of death and not even an iota remained of his ashes.

Jesus, on the other hand, with his resurrection no longer finds himself in death but in the absence of death, which in Latin is called “a” (alpha privative) “mors-mortis” and that is ”Amor” love,  which means precisely “absence of death”. That is why Easter, which is Jesus’ victory over death, is the victory of “A-mor”, love.  Easter is the only valid answer to the question of death: it is not the ridiculous sophisms of Epicurus or Greco-Roman mythologies, nor the illusory immortality consigned to one’s works as Ugo Foscolo thinks in “I Sepolcri”, nor Nietzsche’s Superman philosophy,  nor Heidegger’s existentialism for which man is a being for death. Man is a being for life because death has been defeated by the resurrection of Jesus. That is why to wish “Happy Easter” is to wish “Good victory over death”, and therefore it is to announce “Absence of death” and that is to wish “Love”: to wish Happy Easter is to wish Love.

The great consolation that Easter gives us is that at the end of our earthly life we will be welcomed by the Father who will be with his son Jesus and will say to us not “Tu quoque, fili mi”, but: “filius meus es tu quoque”, “you too are my son”.

-Image: Bust of Julius Caesar

-Music: Hallelujah – Leonard Cohen | Piano Cover + Sheet Music (Francesco Parrino)

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La voce di tutti

Vangelo della  Domenica 17 Marzo 2024 (V TQ-B) Gv 12,20-33  (“Vogliamo vedere Gesù”) LA PIETRA FILOSOFALE- Commento a cura di Padre EZIO LORENZO BONO 

Il primo dei tre poteri attribuiti alla “Pietra Filosofale” è quello di fornire un “Elisir di lunga vita” capace di conferire l’immortalità e la guarigione di tutte le malattie. Gli altri due poteri sono quelli dell’onniscienza e la capacità di trasformare metalli vili in oro.

La ricerca dell’immortalità e la trasformazione in oro erano visti come il culmine di un cammino spirituale di purificazione, per questo l’alchimista doveva avere un’alta statura morale, e non doveva agire per avidità.

Le dottrine alchemiche iniziate con gli arabi si diffusero nel medioevo cristiano durante il quale la pietra filosofale venne assimilata a Cristo che con la sua venuta nel mondo trasmutò la materia con la sua morte e resurrezione.

Lungo i secoli numerosi furono i tentativi degli alchimisti di trovare l’elisir di lunga vita o di trasmutare i metalli vili in oro, e numerosi furono i racconti e le saghe che si moltiplicarono fino ai nostri giorni.

Ricordiamo anche solo la saga di Harry Potter (il primo episodio s’intitola proprio “La pietra filosofale”) e , il famoso romanzo “L’Alchimista” di Paolo Coelho, che riprenderemo dopo.

II.

Nel Vangelo di oggi  ritroviamo più volte l’idea “alchemica” della trasformazione:

“È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato” e cioè il passaggio dalla condizione umana alla gloria divina; “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”, il cammino dalla morte alla vita; “Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”, il passaggio dalla mortalità all’immortalità.  Per questo nel medievo Gesù era visto come la “pietra filosofale” (o “Uovo filosofico”), in quanto proponeva l’immortalità: “Chi crede in me, anche se muore, vivrà”.

La ricetta che Gesù propone però non consiste in pozioni magiche ma nel “servizio”: “Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà”. Mettersi a servizio è espropriarsi della propria vita per generare vita eterna, proprio come il chicco di grano che muore per produrre molto frutto: “Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”.

I greci che si avvicinarono al Tempio di Gerusalemme erano alla ricerca della loro “pietra filosofale”. Essi sono il simbolo dell’uomo di ogni tempo che è alla ricerca della “pietra filosofale” e cioè della vita immortale, dell’eterna giovinezza, dell’elisir d’amore, del cammino che  porta dal materiale allo spirituale (mutazione del metallo in oro).

Quei greci arrivarono a capire che la “pietra filosofale” non poteva essere un luogo (Gerusalemme), né una cosa (Il tempio dorato), ma solo poteva essere qualcuno, per questo volevano vedere Gesù. Avevano intuito, dal poco che avevano saputo su di Lui, che l’unica cosa importante per loro era quello di conoscere Gesù. Per questo si rivolsero a chi Gesù lo aveva “visto” bene.

III.

In conclusione.

La settimana santa ormai vicina, era considerata nel Medioevo la“settimana delle settimane” degli alchimisti,perché l’Uovo filosofico (altro modo di concepire la pietra filosofale che ci ricorda il simbolo dell’uovo di Pasqua) giungeva alla sua “grande cottura”.

Ma noi non abbiamo bisogno degli elisir degli alchimisti per raggiungere la nostra “pietra filosofale”; le loro sono solo pozioni false, come l’elisir che Dulcamara aveva venduto a Nemorino per conquistare l’amore di Adina, un elisir che in realtà non aveva nessuna proprietà magica ma era solo del vino rosso, come ci racconta Gaetano Donizetti nella sua opera buffaL’Elisir d’amore. Non abbiamo neppure bisogno di intraprendere cammini faticosi nel deserto, come quello intrapreso verso le Piramidi d’Egitto dal pastore Santiago, il protagonista del romanzol’Alchimista del brasiliano Paolo Coelho. Avevo letto quel libro da poco uscito, agli inizi degli anni novanta, perché andava allora molto di moda: fu tradotto in cinquantasei lingue, e ha venduto oltre cento milioni di copie in più di centocinquanta paesi. Ricordo però che rimasi molto deluso dalla lettura, perché non mi diceva assolutamente nulla di nuovo. È questo il destino a cui siamo condannati noi cristiani, che dopo “aver visto Gesù” tutto il resto ci sembra spesso insignificante se non addirittura banale.

A quei cento milioni di lettori che hanno lettol’Alchimista vorrei chiedere: ma voi non avete mai letto il Vangelo?

Non è nel seguire gli alchimisti che troveremo la nostra “pietra filosofale”, ma nel fare anche noi quello che hanno fatto i greci, voler vedere Gesù.

  • Immagine di fondo: L’alchimista scopre il fosforo — Particolare del dipinto di Joseph Wright of Derby
  • Musica di fondo: Harry Potter and the Impossible Piano Performance

A PEDRA FILOSOFAL

(Vídeo e texto em ???????? Português)

Comentário ao Evangelho do domingo 17 de março de 2024 (V TQ-B)

Jo 12,20-33 (“Queremos ver Jesus”)

I.

O primeiro dos três poderes atribuídos à “pedra filosofal” é o de fornecer um “Elixir da Longa Vida” capaz de conferir a imortalidade e curar todas as doenças. Os outros dois poderes são a omnisciência e a capacidade de transformar metais comuns em ouro.

A busca da imortalidade e a transformação em ouro eram vistas como o culminar de um caminho espiritual de purificação, pelo que o alquimista tinha de ser de elevada estatura moral e não agir por ganância.

As doutrinas alquímicas que começaram com os árabes estenderam-se à Idade Média cristã, durante a qual a pedra filosofal foi comparada a Cristo que, com a sua vinda ao mundo, transmutou a matéria através da sua morte e ressurreição.

Ao longo dos séculos, foram numerosas as tentativas dos alquimistas para encontrar o elixir da longa vida ou para transmutar metais comuns em ouro, e numerosos foram os contos e sagas que se multiplicaram até aos nossos dias.  Recordemos apenas a saga Harry Potter (o primeiro episódio intitula-se “A Pedra Filosofal”) e o célebre romance “O Alquimista” de Paulo Coelho, a que voltaremos mais adiante.

II.

No Evangelho de hoje, encontramos várias vezes a ideia “alquímica” de transformação:  “Chegou a hora de o Filho do Homem ser glorificado”, ou seja, a passagem da condição humana para a glória divina; “Se o grão de trigo, caído na terra, não morrer, fica só; mas se morrer, dá muito fruto”, o caminho da morte para a vida; “Quem ama a sua vida, perde-a, e quem odeia a sua vida neste mundo, guardá-la-á para a vida eterna”, a passagem da mortalidade para a imortalidade.  É por isso que, na Idade Média, Jesus era visto como a “pedra filosofal” (ou “ovo filosófico”), pois propunha a imortalidade: “Quem crê em mim, ainda que morra, viverá”.

A receita que Jesus propõe, porém, não consiste em poções mágicas, mas em “serviço”: “Se alguém quiser servir-me, siga-me, e onde eu estiver, será também meu servo. Se alguém me servir, o Pai honrá-lo-á”. Servir é despojar-se da sua vida para gerar a vida eterna, tal como o grão de trigo que morre para produzir muito fruto: “Quem ama a sua vida, perde-a, e quem odeia a sua vida neste mundo, guardá-la-á para a vida eterna”.

Os gregos que se aproximavam do Templo de Jerusalém procuravam a sua “pedra filosofal”. Eles simbolizam o homem de todos os tempos que procura a “pedra filosofal”, ou seja, a vida imortal, a juventude eterna, o elixir do amor, o caminho que conduz do material ao espiritual (mutação do metal em ouro).

Esses gregos compreenderam que a “pedra filosofal” não podia ser um lugar (Jerusalém), nem uma coisa (o Templo de Ouro), mas só podia ser alguém, e foi por isso que quiseram ver Jesus. Pelo pouco que eles sabiam sobre Ele, tinham adivinhado que a única coisa importante para eles era conhecer Jesus. É por isso que se dirigem àqueles que “viram” bem Jesus.

III.

Para concluir.

A Semana Santa que está próxima, era considerada na Idade Média como a “semana das semanas” dos alquimistas, porque o ovo filosófico (outra forma de conceber a pedra filosofal que nos lembra o símbolo do ovo da Páscoa) estava a atingir a sua “grande cozedura”.

Mas nós não precisamos dos elixires dos alquimistas para alcançar a nossa “pedra filosofal”; os deles são apenas poções falsas, como o elixir que Dulcamara vendeu a Nemorino para conquistar o amor de Adina, um elixir que na realidade não tinha propriedades mágicas mas era apenas vinho tinto, como nos diz Gaetano Donizetti na sua ópera buffa “L’Elisir d’amore”. Também não precisamos de percorrer caminhos árduos no deserto, como aquele que Santiago percorreu até às Pirâmides do Egipto, o pastor protagonista do romance “O Alquimista” do brasileiro Paolo Coelho. Eu tinha lido esse livro no início dos anos 90, porque estava muito na moda na altura: foi traduzido em cinquenta e seis línguas e vendeu mais de cem milhões de exemplares em mais de cento e cinquenta países. No entanto, lembro-me de ter ficado muito desiludido quando o li, porque não me dizia absolutamente nada de novo. É este o destino a que nós, cristãos, estamos condenados: depois de “ter visto Jesus”, tudo o resto parece muitas vezes insignificante ou mesmo trivial.

A esses cem milhões de leitores que leram o Alquimista, gostaria de perguntar: mas vocês nunca leram o Evangelho?

Não é seguindo os alquimistas que encontraremos a nossa “pedra filosofal”, mas fazendo o que os gregos fizeram, querer ver Jesus.

– Imagem de fundo: O alquimista descobre o fósforo – Pormenor da pintura de Joseph Wright de Derby

– Música de fundo: Harry Potter e a impossível atuação ao piano

THE PHILOSOPHER’S STONE

(Video and text in ???????? English)

Commentary on the Gospel for Sunday 17 March 2024 (V TQ-B)

Jn 12:20-33 (“We want to see Jesus”)

I.

The first of the three powers attributed to the “philosopher’s stone” is that of providing an “Elixir of Long Life” capable of conferring immortality and healing all illnesses. The other two powers are those of omniscience and the ability to transform base metals into gold.

The quest for immortality and the transformation into gold were seen as the culmination of a spiritual path of purification, so the alchemist had to be of high moral stature, and not act out of greed.

The alchemical doctrines that began with the Arabs spread into the Christian Middle Ages during which the philosopher’s stone was likened to Christ who, with his coming into the world, transmuted matter through his death and resurrection.

Throughout the centuries, numerous were the attempts by alchemists to find the elixir of life or to transmute base metals into gold, and numerous were the tales and sagas that multiplied to the present day.

Let us just recall the Harry Potter saga (the first episode is entitled “The Philosopher’s Stone”) and, the famous novel “The Alchemist” by Paolo Coelho, which we will return to later.

II.

In today’s Gospel, we find the ‘alchemical’ idea of transformation several times:

“The hour has come for the Son of Man to be glorified”, i.e. the passage from the human condition to divine glory; “If the grain of wheat, fallen into the earth, does not die, it remains alone; but if it dies, it bears much fruit”, the path from death to life; “He who loves his life, loses it, and he who hates his life in this world, will keep it for eternal life”, the passage from mortality to immortality.  This is why in the Middle Ages Jesus was seen as the ‘philosopher’s stone’ (or ‘philosophical egg’), as he proposed immortality: ‘He who believes in me, even though he dies, shall live’.

The recipe Jesus proposes, however, does not consist in magic potions but in “service”: “If anyone wishes to serve me, let him follow me, and where I am, there shall he also be my servant. If anyone serves me, the Father will honour him”. To serve is to dispossess oneself of one’s life in order to generate eternal life, just like the grain of wheat that dies to produce much fruit: “Whoever loves his life, loses it, and whoever hates his life in this world, will keep it for eternal life”.

The Greeks who approached the Temple of Jerusalem were in search of their ‘philosopher’s stone’. They are symbolic of the man of all times who is in search of the ‘philosopher’s stone’, i.e. immortal life, eternal youth, the elixir of love, the path that leads from the material to the spiritual (mutation of metal into gold).

Those Greeks came to understand that the ‘philosopher’s stone’ could not be a place (Jerusalem), nor a thing (The Golden Temple), but could only be someone, which is why they wanted to see Jesus. They had guessed, from the little they knew about Him, that the only important thing for them was to know Jesus. That is why they turned to those who had “seen” Jesus well.

III.

In conclusion.

The approaching Holy Week was regarded in the Middle Ages as the ‘week of weeks’ of the alchemists, because the philosophical egg (another way of conceiving the philosopher’s stone that reminds us of the symbol of the Easter egg) was reaching its ‘great baking’.

But we do not need the alchemists’ elixirs to attain our ‘philosopher’s stone’; theirs are just fake potions, like the elixir that Dulcamara sold to Nemorino to win Adina’s love, an elixir that in reality had no magical properties but was just red wine, as Gaetano Donizetti tells us in hisopera buffa L’Elisir d’amore. Nor do we need to embark on arduous paths in the desert, like the one taken to the Pyramids of Egypt by the shepherd Santiago, the protagonist of the novel The Alchemist by the Brazilian Paolo Coelho. I had  read that book, in the early 1990s, because it was very fashionable at the time: it was translated into fifty-six languages, and sold over one hundred million copies in more than one hundred and fifty countries. However, I remember being very disappointed when I read it, because it told me absolutely nothing new. This is the fate to which we Christians are condemned, that after “having seen Jesus” everything else often seems insignificant if not downright trivial.

To those hundred million readers who have read the Alchemist, I would like to ask: but have you never read the Gospel?

It is not in following the alchemists that we will find our ‘philosopher’s stone’, but in doing what the Greeks did, wanting to see Jesus.

– Background image: The alchemist discovers phosphorus – Detail of the painting by Joseph Wright of Derby

– Background music: Harry Potter and the Impossible Piano Performance

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La voce di tuttiRivista d'Arte Online

Commento al Vangelo della Domenica 10 Marzo 2024 (IV TQ-B)Gv 3,14-21  (Dio ha tanto amato il mondo) Kafkiani o cristiani? a cura di Padre EZIO LORENZO BONO 

I.

Il termine “kafkiano” è un sinonimo di assurdo, paradossale, e prende il nome dallo scrittore praghese Franz Kafka (1883-1924).Commento al Vangelo della Domenica-Questo autore, di cui ricorre quest’anno il centenario della morte, ha scritto romanzi importanti come “La metamorfosi” che racconta di un giovane che si sveglia al mattino e si ritrova trasformato (metamorfosi) in un gigantesco insetto (“enorme insetto immondo”), e il romanzo altrettanto angosciante “Il processo”, dove il protagonista, un funzionario di banca, viene improvvisamente e inspiegabilmente arrestato e condannato senza sapere di cosa è accusato. Un biografo di Kafka (Frederick R. Karl) dice che il nostro autore descrive nei suoi romanzi la situazione che si prova “quando entri in un mondo surreale in cui tutti i tuoi schemi di controllo, tutti i tuoi piani, l’intero modo in cui hai configurato il tuo comportamento, inizia a cadere a pezzi, quando ti trovi contro una forza che non si presta al modo in cui percepisci il mondo. E qualsiasi cosa tu faccia per contrastarla, ovviamente non hai nessuna possibilità”.  La condanna è un tema cruciale nei romanzi di Kafka i cui epiloghi sono terribili. L’uomo sembra essere condannato a una vita assurda, opprimente, dove la relazione con gli altri si interrompe e si rimane soli con se stessi di fronte all’ignoto. In uno dei suoi ultimi scritti Kafka disse: ““Esiste un punto di arrivo, ma nessuna via”. Siamo d’accordo con lui per quanto riguarda la premessa “Esiste un punto di arrivo” ma non nella conclusione quando dice “non esiste nessuna via”. Il fatto che lui non abbia trovato la via non significa che non esiste. La via per arrivare a questo punto di arrivo non la puoi trovare su qualche cartina geografica, o su una mappa del tesoro e nemmeno su google map, perché questa via non è un sentiero, ma è una persona che ha detto “Io sono la Via”.

II.

È quanto ci conferma il vangelo di questa domenica del dialogo di Gesù con Nicodemo, il dottore della Legge, fariseo e membro del Sinedrio che era affascinato dal Maestro ed era andato a incontralo di notte, per non farsi vedere dalla gente. Gesù gli dice delle parole tra le più belle che siano mai state pronunciate sulla faccia della terra: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Gesù non sta parlando di un futuro a venire, o della vita dopo la morte, ma del presente: chiunque crede in Gesù ha già fin d’ora una vita che sa di eterno. Che differenza enorme tra l’uomo kafkiano che sa di terra, e l’uomo cristiano (cioè di Cristo) che sa di eterno: il primo è un uomo disperato, solo, in preda all’angoscia e assurdità della vita che ha davanti a sé un epilogo tragico. L’uomo di Cristo invece, è un uomo immensamente amato da Dio al punto da ricevere in dono suo Figlio, e quindi un uomo immerso nell’amore, il cui epilogo è la vita eterna. Cosa poteva fare di più Dio per noi, di quello che ha fatto donandoci suo Figlio e la vita eterna?

Per Kafka e per gli autori del teatro dell’assurdo che a lui si sono ispirati (Samuel Beckett, Eugène Ionesco…), l’uomo è condannato all’assurdità della vita. Con Cristo invece non c’è nessuna condanna: “Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato”. Per il cristiano il paradigma della vita non è l’assurdità e la condanna , ma la salvezza e la vita eterna.

III.

Perché allora tante volte noi viviamo più come kafkiani che come cristiani?

San Luigi Gonzaga diceva “Quod aeternum non est, nihil est” (“Ciò che non è eterno non è nulla”). Per noi cristiani tutte le filosofie nichiliste, la letteratura dell’assurdo o le mode agnostiche del nostro tempo sono niente. Queste però esercitano un’attrazione fatale e ci fagocitano a tal punto da farci dubitare a volte delle nostre certezze. Non dobbiamo negare il confronto e il dialogo con queste teorie e con tutte le altre voci contemporanee nella ricerca della verità, nella consapevolezza però che noi abbiamo già incontrato la fonte della verità, che coincide non con una ideologia o corrente filosofica o una moda del tempo, ma  coincide ancora una volta con una persona la quale ha detto “Io sono la Verità”.

La filosofa e mistica Simone Weil, anch’essa di origini ebraiche come Kafka, ha percorso un cammino diverso da lui nella ricerca del senso della vita e della verità. Ella scrisse: “Mi pareva infatti – e lo credo ancor oggi – che non si resista mai abbastanza a Dio, se lo si fa per puro scrupolo di verità. Cristo vuole che gli si preferisca la verità, perché prima di essere Cristo egli è verità. Se ci si allontana da lui per andare verso la verità, non si farà molta strada senza cadere fra le sue braccia. È stato dopo questa esperienza che ho sentito che Platone è un mistico, che tutta l’Iliade è impregnata di luce cristiana e che Dioniso e Osiride sono in certo modo Cristo stesso; e il mio amore ne è stato raddoppiato.” (Dal libro “Attesa di Dio”). È quanto conclude Gesù nel Vangelo di oggi: “chi fa la verità viene verso la luce”.

IV.

In conclusione.

Come già vi dissi, a volte qualcuno contesta le mie omelie dicendomi  che continuo a “divagare” su altre cose come l’arte, la musica, la letteratura mentre dovrei parlare solo di Dio. Le parole di Simone Weil che abbiamo appena ascoltato sono una risposta a questa obiezione: Dio è presente in tutto e in tutti (Platone, Dioniso, Iliade, etc.), ed è presente anche in Kakfa e in tanti autori nichilisti e agnostici, dove la Sua presenza prende la forma dell’assenza. Un’assenza gritante che ci fa sentire  Dio presente anche laddove è ignorato o negato, perché come dice la Weil: “non si farà molta strada senza cadere fra le sue braccia”.

Cari amici e amiche, oggi che è la domenica “In laetare”, della gioia, siamo davvero lieti perché la nostra fede ci anticipa fin d’ora l’eterno e perché quando ci risveglieremo dal sonno della morte non ci ritroveremo trasformati in un enorme insetto di kafkiana memoria, ma ci risveglieremo nelle braccia di Dio.

  • Immagine di fondo: Scena dal teatro “La metamorfosi” di Kafka, Teatro Ca’ Foscari
  • Musica di fondo: Branka Parlic plays Philips Glass “Metamorphosis 1”

Kafkianos ou cristãos?

(Vídeo e texto em ???????? português)

Comentário ao Evangelho do domingo 10 de março de 2024 (IV TQ-B)

Jo 3,14-21 (Deus amou tanto o mundo)

I.

O termo “kafkiano” é sinónimo de absurdo, paradoxal, e tem o nome do escritor praguense Franz Kafka (1883-1924). Este autor, cujo centenário da morte se assinala este ano, escreveu romances tão importantes como “A Metamorfose”, que conta a história de um jovem que acorda de manhã e se vê transformado (metamorfose) num inseto gigantesco (“enorme inseto nojento”), e o igualmente angustiante romance “O Processo”, em que o protagonista, um funcionário de um banco, é súbita e inexplicavelmente preso e condenado sem saber do que é acusado. Um biógrafo de Kafka (Frederick R. Karl) afirma que o nosso autor descreve nos seus romances a situação que se vive “quando se entra num mundo surrealista em que todos os teus esquemas de controlo, todos os teus planos, toda a forma como configuraste o teu comportamento, começam a desmoronar-se, quando se enfrenta uma força que não se presta à forma como percebes o mundo. E o que quer que façamos para a contrariar, é óbvio que não temos qualquer hipótese de sucesso”.  A condenação é um tema crucial nos romances de Kafka, cujos epílogos são terríveis. O homem parece estar condenado a uma vida absurda e opressiva, em que as relações com os outros são interrompidas e a pessoa é deixada sozinha consigo própria face ao desconhecido. Num dos seus últimos escritos, Kafka disse: “Há um ponto de chegada, mas não há caminho”. Concordamos com ele na premissa “há um ponto de chegada”, mas não na conclusão, quando diz “não há caminho”. O facto de ele não ter encontrado o caminho não significa que não exista. O caminho para este ponto de chegada não pode ser encontrado num mapa qualquer, ou num mapa do tesouro, nem no google map, porque este caminho não é uma estrada de terra, mas é uma pessoa que disse “Eu sou o Caminho”.

II.

É isto que o evangelho deste domingo nos confirma no diálogo de Jesus com Nicodemos, doutor da Lei, fariseu e membro do Sinédrio, que estava fascinado pelo Mestre e tinha ido ao seu encontro de noite, para não ser visto pelo povo. Jesus diz-lhe algumas das mais belas palavras jamais pronunciadas sobre a face da terra: “Deus amou tanto o mundo que deu o seu Filho único para que todo aquele que nele crer não se perca, mas tenha a vida eterna”. Jesus não está a falar de um futuro que há-de vir, ou da vida depois da morte, mas do presente: quem acredita em Jesus já tem uma vida com sabor a eternidade. Que enorme diferença entre o homem kafkiano que saboreia a terra e o homem cristão (isto é, o homem de Cristo) que saboreia a eternidade: o primeiro é um homem desesperado, sozinho, dominado pela angústia e pelo absurdo de uma vida que tem um epílogo trágico à sua frente. O homem de Cristo, pelo contrário, é um homem imensamente amado por Deus a ponto de receber o seu Filho como dom, e portanto um homem mergulhado no amor, cujo epílogo é a vida eterna. Que mais poderia Deus ter feito por nós do que nos dar o seu Filho e a vida eterna?

Para Kafka e para os autores do teatro do absurdo que nele se inspiraram (Samuel Beckett, Eugène Ionesco…), o homem está condenado ao absurdo da vida. Com Cristo, porém, não há condenação: “Porque Deus não enviou o seu Filho ao mundo para condenar o mundo, mas para que o mundo fosse salvo por Ele. Quem acredita nEle não é condenado”. Para o cristão, o paradigma da vida não é o absurdo e a condenação, mas a salvação e a vida eterna.

III.

Por que razão, então, vivemos tantas vezes mais como Kafkianos do que como cristãos?

São Luís Gonzaga dizia: “Quod aeternum non est, nihil est” (“O que não é eterno não é nada”). Para nós, cristãos, todas as filosofias niilistas, a literatura do absurdo ou as modas agnósticas do nosso tempo não são nada. No entanto, elas exercem uma atração fatal e envolvem-nos a tal ponto que, por vezes, duvidamos das nossas certezas. Não devemos negar o confronto e o diálogo com estas teorias e todas as outras vozes contemporâneas na procura da verdade, sabendo, no entanto, que já encontrámos a fonte da verdade, que não coincide com uma ideologia ou uma corrente filosófica ou uma moda da época, mas coincide mais uma vez com uma pessoa que disse “Eu sou a Verdade”.

A filósofa e mística Simone Weil, também de origem judaica como Kafka, percorreu um caminho diferente do dele na sua busca do sentido da vida e da verdade. Escreveu: “Parecia-me – e ainda hoje acredito nisso – que nunca se pode resistir suficientemente a Deus, se o fizermos por puro escrúpulo pela verdade. Cristo quer que a verdade seja preferida a ele, porque antes de ser Cristo, ele é a verdade. Se nos afastarmos dele para irmos ao encontro da verdade, não iremos longe sem cairmos nos seus braços. Foi depois desta experiência que senti que Platão é um místico, que toda a Ilíada está impregnada de luz cristã, e que Dionísio e Osíris são, de certo modo, o próprio Cristo; e o meu amor redobrou.” (Do livro “À espera de Deus”). É o que Jesus conclui no Evangelho de hoje: “quem pratica a verdade caminha para a luz”.

IV.

Para concluir.

Como já vos disse, por vezes alguém contesta as minhas homilias dizendo que estou sempre a “divagar” sobre outras coisas como a arte, a música, a literatura, quando devia falar apenas de Deus. As palavras de Simone Weil que acabámos de ouvir são uma resposta a esta objeção: Deus está presente em tudo e em todos (Platão, Dionísio, Ilíada, etc.), e está também presente em Kakfa e em muitos autores niilistas e agnósticos, onde a sua presença assume a forma de ausência. Uma ausência gritante que nos faz sentir Deus presente mesmo onde Ele é ignorado ou negado, porque como diz Weil: “não se vai longe sem cair nos seus braços”.

Caros amigos, sendo hoje o domingo “In laetare”, da alegria, estamos verdadeiramente alegres porque a nossa fé já antecipa o eterno e porque quando acordarmos do sono da morte não nos encontraremos transformados num enorme inseto de memória kafkiana, mas acordaremos nos braços de Deus.

  • Imagem de fundo: Cena do teatro «A metamorfose» de Kafka, Teatro Ca’ Foscari
  • Música de fundo: Branka Parlic toca Philips Glass «Metamorphosis 1»

???????? Kafkaesque or Christians?  (Unrevised translation)

(Video and text in ???????? English)

Commentary on the Gospel for Sunday 10 March 2024 (IV TQ-B)

Jn 3:14-21 (God so loved the world)

I.

The term “Kafkaesque” is a synonym for absurd, paradoxical, and is named after the Prague writer Franz Kafka (1883-1924). This author, whose death centenary falls this year, wrote such important novels as ‘The Metamorphosis’, which tells of a young man who wakes up in the morning and finds himself transformed (metamorphosis) into a gigantic insect (‘huge unclean insect’), and the equally distressing novel ‘The Trial’, where the protagonist, a bank official, is suddenly and inexplicably arrested and convicted without knowing what he is accused of. A biographer of Kafka (Frederick R. Karl) says that our author describes in his novels the situation one experiences ‘when you enter a surreal world in which all your schemes of control, all your plans, the whole way you have configured your behaviour, begin to fall apart, when you are up against a force that does not lend itself to the way you perceive the world. And whatever you do to counter it, you obviously don’t stand a chance’.  Condemnation is a crucial theme in Kafka’s novels whose epilogues are terrible. Man seems to be condemned to an absurd, oppressive life, where relations with others are interrupted and one is left alone with oneself in the face of the unknown. In one of his last writings, Kafka said: ‘There is a point of arrival, but no way’. We agree with him in the premise ‘There is a point of arrival’ but not in the conclusion when he says ‘there is no way’. The fact that he has not found the way does not mean it does not exist. The way to this end point cannot be found on some map, or on a treasure map, or even on a google map, because this way is not a path, but it is a person who said ‘I am the Way’.

II.

This is what the gospel of this Sunday confirms to us of Jesus’ dialogue with Nicodemus, the doctor of the Law, Pharisee and member of the Sanhedrin who was fascinated by the Master and had gone to meet him at night, so as not to be seen by the people. Jesus says to him some of the most beautiful words ever spoken on the face of the earth: ‘God so loved the world that he gave his only Son that whoever believes in him should not be lost but have eternal life’. Jesus is not speaking of a future to come, or of life after death, but of the present: whoever believes in Jesus already has a life that tastes of eternity. What an enormous difference between the Kafkaesque man who tastes of earth, and the Christian man (i.e. Christ’s man) who tastes of eternity: the former is a desperate man, alone, in the grip of the anguish and absurdity of life that has a tragic epilogue before it. The man of Christ, on the other hand, is a man immensely loved by God to the point of receiving his Son as a gift, and therefore a man immersed in love, whose epilogue is eternal life. What more could God have done for us than he did by giving us his Son and eternal life?

For Kafka and for the authors of the theatre of the absurd who were inspired by him (Samuel Beckett, Eugène Ionesco…), man is condemned to the absurdity of life. With Christ, however, there is no condemnation: “For God did not send his Son into the world to condemn the world, but that the world might be saved through him. Whoever believes in him is not condemned”. For the Christian, the paradigm of life is not absurdity and condemnation, but salvation and eternal life.

III.

Why then do we so often live more like Kafkaesque than like Christians?

St Louis Gonzaga said ‘Quod aeternum non est, nihil est’ (‘What is not eternal is nothing’). For us Christians, all the nihilistic philosophies, the literature of the absurd or the agnostic fashions of our time are nothing. These, however, exert a fatal attraction and engulf us to such an extent that we sometimes doubt our certainties. We must not deny confrontation and dialogue with these theories and all other contemporary voices in the search for truth, in the knowledge, however, that we have already encountered the source of truth, which coincides not with an ideology or philosophical current or a fashion of the time, but coincides once again with a person who said ‘I am the Truth’.

The philosopher and mystic Simone Weil, also of Jewish origin like Kafka, travelled a different path from him in her search for the meaning of life and truth. She wrote: ‘It seemed to me – and I still believe it today – that one can never resist God enough, if one does so out of pure scruples for truth. Christ wants truth to be preferred to him, because before he is Christ he is truth. If you turn away from him to go towards the truth, you will not go far without falling into his arms. It was after this experience that I felt that Plato is a mystic, that the whole of the Iliad is imbued with Christian light, and that Dionysus and Osiris are in a certain way Christ himself; and my love was redoubled.” (From the book Waiting for God). This is what Jesus concludes in today’s Gospel: “he who does the truth comes towards the light”.

IV.

In conclusion.

As I have already told you, at times someone challenges my homilies saying that I keep “rambling” on about other things like art, music, literature when I should only be talking about God. Simone Weil’s words that we have just heard are an answer to this objection: God is present in everything and everyone (Plato, Dionysus, Iliad, etc.), and He is also present in Kakfa and in many nihilist and agnostic authors, where His presence takes the form of absence. A gritty absence that makes us feel God present even where He is ignored or denied, because as Weil says: “one will not go far without falling into His arms”.

Dear friends, today being the Sunday “In laetare”, of joy, we are truly rejoicing because our faith already anticipates the eternal and because when we awaken from the sleep of death we will not find ourselves transformed into a huge insect of Kafkaesque memory, but we will awaken in the arms of God.

  • Background image: Scene from Kafka’s ‘The Metamorphosis’ theatre, Ca’ Foscari Theatre
  • Background music: Branka Parlic plays Philips Glass ‘Metamorphosis 1’

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La voce di tutti

Commento al Vangelo della Domenica 3 Marzo 2024 (III TQ-B)Mc 9,2-10  (La cacciata dei venditori dal tempio)a cura di Padre EZIO LORENZO BONO 

I.

I latini impiegavano  il motto “Do ut des” per regolare i loro contratti commerciali e giuridici, di compravendita o altro tipo. Commento alVangelo della Domenica-“Do ut des” tradotto vuol dire “Ti do affinché tu dia”, oppure in altre parole “Se faccio qualcosa per te, mi aspetto qualcosa in cambio”. Questo sottintende che nessuno fa niente per niente (come si dice: “neppure il cane muove la cosa per nulla”).

La relazione tra gli uomini regolata dal patto “do ut des” fu trasportata anche nella relazione con la divinità: ogni religione aveva riti sacrificali propiziatori allo scopo di ricevere qualcosa in cambio dagli dei. Alcune religioni, oltre alle offerte di prodotti della terra e sacrifici di animali,  offrivano anche sacrifici umani.  Anche nella religione ebraica esistevano i sacrifici: la vicenda del sacrificio di Isacco sancisce la condanna e la fine dei sacrifici umani per dare spazio ai soli sacrifici di animali e alle primizie della terra. Anche le religioni greca e romana si basavano sui sacrifici propiziatori.

II.

Gesù, come ci dice il  vangelo di questa domenica, quando  arriva al tempio,  scaccia i commercianti e i cambiavalute. Con questo gesto non vuole condannare la pratica del commercio, ma la pratica errata della religione concepita come uno scambio di interessi tra gli uomini e Dio. Nonostante i profeti avessero riferito più volte l’aberrazione di Dio verso i sacrifici, i grassi di montoni e di tori e gli incensi, ai tempi di Gesù ancora si continuava il sacrificio di animali che rendeva il tempio un mattatoio. Con questo gesto Gesù voleva porre fine alla logica del “do ut des” non solo nella relazione con Dio ma anche tra gli uomini, per sostituirla con la logica del “do ut do” (“do al solo fine di dare”), e cioè la logica della gratuità, della generosità, dell’altruismo, dell’agire disinteressato. E’ la stessa logica dell’amore: non si deve amare con l’obiettivo di essere amato. Se io amassi per essere amato a mia volta, rimango ancora nella logica umana dell’amore interessato; se io invece amo per amore, già entro nella logica di Dio.  Se Dio ci amasse per avere il contraccambio, da degli ingrati come noi, dovrebbe smettere di amarci prima ancora di cominciare. L’amore che ricevo in cambio ai miei gesti di amore, non dovrà essere il motivo del mio amare, ma la sua naturale conseguenza.

III.

Se Gesù venisse oggi nelle nostre Chiese, sarebbe più soddisfatto rispetto a duemila anni fa o prenderebbe in mano ancora la frusta?  Le forme del culto sono cambiate (non si usano più animali da sacrificare) ma le intenzioni son rimaste le stesse. Rimane ancora dentro di noi una logica “commerciale” nel rapporto con Dio, come ha detto Papa Francesco in un Angelus: “La prima cosa da fare è liberarci di una fede commerciale e meccanica, che insinua l’immagine falsa di un Dio contabile, un Dio controllore, non padre. E tante volte nella vita possiamo vivere questo rapporto di fede ‘commerciale’: io faccio questo perché Dio mi dia quello”.

Spesso noi preghiamo Dio, accendiamo candele, facciamo sacrifici, voti, fioretti… in cambio di qualcosa. Come se Dio avesse bisogno delle nostre candele e dei nostri fioretti per darci quello che chiediamo. Dio ci ama solo per amore, e non per le quisquilie che potremmo dargli in cambio. Con il sacrificio di Cristo non c’è più bisogno di altri sacrifici.

Dobbiamo allora smettere di chiedere cose a Dio, di accendere candele o di fare fioretti? Quello che dobbiamo smettere è relazionarci con Dio pensando al nostro tornaconto, ma pensando solo a Lui. Questo vale anche nel rapporto con gli altri. Quante volte le nostre relazioni sono dettate da interesse, così che quando l’altra persona non ci procura un tornaconto o non ci dà più piacere, la scartiamo, esattamente come scartiamo Dio quando non abbiamo più bisogno di Lui. Quando un rapporto, con le persone o con Dio, finisce, è perché non è mai cominciato.

IV.

Vorrei concludere con alcuni versi della bella poesia di Elizabeth Barrett Browning (1806-1861) dal titolo “Se devi amarmi” : Dopo gli ultimi anni dela sua vita trascorsi in Italia, morì a Firenze  il 29 giugno 1861 tra le braccia del marito, il quale disse che morì “sorridendo, felicemente, e con un viso come quello di una ragazza”. L’ultima parola che lei pronunciò  fu “Beautiful” (bellissimo), mentre guardava il tramonto.

“Se devi amarmi, amami per nulla

solo nel nome dell’amore. Non dire:

‘L’amo per il sorriso, per lo sguardo, per il modo

dolce di parlare, per un atteggiamento di pensiero

che ben s’adatta al mio, e che certo causò

un senso di gradevole accordo quel tal giorno’.

Poiché simili cose, esse stesse, amato,

possono cambiare, o cambiare per te, e l’amore nato

così, può così essere disfatto”.

Anche Gesù nel vangelo di oggi ci invita ad “amare per nulla”, a cioè a liberare l’amore, l’amore verso Dio e l’amore verso gli altri. Liberare l’amore dagli attaccamenti e dal possesso; dalle barriere anguste che lo imprigionano; dagli interessi e tornaconti personali; dalle inibizioni e dai timori.

Liberare l’amore è “amare per nulla”, è amare come Dio.

  • Immagine di fondo: New Jerusalem – Fine Art Print, by Johanan Herson
  • Musica di fondo: Goodness Of God – Bethel Music | Piano Cover

SE TENS DE ME AMAR, AMA-ME POR NADA  (Elizabeth Barrett Browning)

(Vídeo e texto em ???????? português)

Comentário ao Evangelho de domingo, 3 de março de 2024 (III TQ-B)

Mc 9,2-10 (A expulsão dos comerciantes do templo)

I.

Os latinos empregavam o lema “Do ut des” para regular os seus contratos comerciais e jurídicos, de compra e venda ou outros. “Do ut des”, traduzido, significa “dou-te para que tu dês”, ou, por outras palavras, “se faço algo por ti, espero algo em troca”. Isto significa que ninguém faz nada de graça (como diz o ditado: “nem o cão move a cauda por nada”).

A relação entre os homens, regida pelo pacto “do ut des”, foi também transposta para a relação com a divindade: todas as religiões tinham ritos de sacrifício propiciatórios para receber algo em troca dos deuses. Algumas religiões, para além das ofertas de produtos da terra e dos sacrifícios de animais, ofereciam também sacrifícios humanos.  Os sacrifícios também existiam na religião judaica: a história do sacrifício de Isaac sancionou a condenação e o fim dos sacrifícios humanos para dar lugar apenas aos sacrifícios de animais e aos primeiros frutos da terra. As religiões grega e romana também se baseavam em sacrifícios propiciatórios.

II.

Jesus, como nos diz o evangelho deste domingo, ao chegar ao templo, expulsa os comerciantes e cambistas. Com este gesto, ele não quer condenar a prática do comércio, mas a prática errónea da religião concebida como uma troca de interesses entre os homens e Deus. Apesar de os profetas terem repetidamente denunciado a aberração de Deus em relação aos sacrifícios e ao incenso, no tempo de Jesus, continuavam a realizar-se sacrifícios de animais, fazendo do templo um matadouro. Com este gesto, Jesus quis pôr fim à lógica do “do ut des”, não só na relação com Deus mas também entre os homens, para a substituir pela lógica do “do ut do” (“dou com o único objetivo de dar”), ou seja, a lógica da gratuidade, da generosidade, do altruísmo, da ação desinteressada. É a mesma lógica do amor: não se deve amar com o objetivo de ser amado. Se eu amasse para ser amado, permaneceria na lógica humana do amor interesseiro; se, pelo contrário, amasse por amor, já entraria na lógica de Deus.  Se Deus nos amasse para receber a nossa contrapartida, de ingratos como nós, teria de deixar de nos amar antes mesmo de começar. O amor que recebo em troca dos meus actos de amor não deve ser a razão do meu amor, mas a sua consequência natural.

III.

Se Jesus viesse hoje às nossas igrejas, estaria mais satisfeito do que há dois mil anos, ou continuaria a pegar no chicote?  As formas de culto mudaram (os animais já não são utilizados para o sacrifício), mas as intenções permaneceram as mesmas. Permanece ainda em nós uma lógica “comercial” na nossa relação com Deus, como disse o Papa Francisco num Angelus: “A primeira coisa que devemos fazer é livrarmo-nos de uma fé comercial e mecânica, que insinua a falsa imagem de um Deus contabilista, um Deus controlador, não um pai. E muitas vezes na vida podemos viver esta relação de fé ‘comercial’: eu faço isto para que Deus me dê aquilo”.

Muitas vezes rezamos a Deus, acendemos velas, fazemos sacrifícios, votos, “fioretti”… em troca de alguma coisa. Como se Deus precisasse das nossas velas e dos nossos votos para nos dar o que pedimos. Deus só nos ama por amor, e não pelas ninharias que lhe podemos dar em troca. Com o sacrifício de Cristo, não há necessidade de mais sacrifícios.

Devemos então deixar de pedir coisas a Deus, de acender velas, de fazer pequenos sacrifícios? O que devemos deixar de fazer é relacionarmo-nos com Deus tendo em vista o nosso próprio benefício, mas pensando apenas nEle. Isto também é verdade na nossa relação com os outros. Quantas vezes as nossas relações são ditadas pelo interesse próprio, de modo que, quando o outro não nos beneficia ou já não nos dá prazer, descartamo-lo, tal como descartamos Deus quando já não precisamos dEle. Quando uma relação, seja com pessoas ou com Deus, termina, é porque nunca começou.

IV.

Gostaria de concluir com algumas linhas do belo poema de Elizabeth Barrett Browning (1806-1861) intitulado “Se tens de me amar”. Elizabeth Barrett Browning (1806-1861): Depois de ter passado os últimos anos da sua vida em Itália, morreu em Florença, a 29 de junho de 1861, nos braços do marido, que disse que ela morreu “sorridente, feliz e com um rosto de menina”. A última palavra que pronunciou foi “Beautiful” (Lindo), enquanto observava o pôr do sol.

“Se tens de me amar, ama-me por nada

apenas em nome do amor. Não digas:

‘Amo-a por um sorriso, por um olhar, por um modo

de falar doce, por uma atitude de pensamento

que combina bem com a minha, e que certamente causou

e que, nesse dia, me causou uma agradável sensação de concordância’.

Porque essas coisas, elas mesmas, amado

Podem mudar, ou mudar para ti, e o amor nascido assim,

assim pode ser desfeito”.

No Evangelho de hoje, Jesus também convida-nos a “amar por nada”, ou seja, a libertar o amor, o amor a Deus e o amor aos outros. Libertar o amor dos apegos e das posses; das barreiras estreitas que o aprisionam; dos interesses e ganhos pessoais; das inibições e dos medos.

Libertar o amor é “amar por nada”; é amar como Deus.

  • Imagem de fundo: New Jerusalem – Fine Art Print, by Johanan Herson
  • Música de fundo: Goodness Of God – Bethel Music | Piano Cover

???????? IF YOU MUST LOVE ME, LOVE ME FOR NOTHING  (Elizabeth Barrett Browning)

(Video and text in ???????? English)

Commentary on the Gospel for Sunday, 3 March 2024 (III TQ-B)

Mk 9:2-10 (The expulsion of the sellers from the temple)

I.

The Latins employed the motto “Do ut des” to regulate their commercial and legal contracts, of sale and purchase or otherwise. ‘Do ut des’ translated means ‘I give you so that you give’, or in other words ‘If I do something for you, I expect something in return’. This subtends that nobody does anything for nothing (as the saying goes: ‘not even the dog moves the thing for nothing’).

The relationship between men governed by the ‘do ut des’ pact was also carried over into the relationship with the deity: every religion had propitiatory sacrificial rites in order to receive something in return from the gods. Some religions, in addition to offerings of earth products and animal sacrifices, also offered human sacrifices.  Sacrifices also existed in the Jewish religion: the story of Isaac’s sacrifice sanctioned the condemnation and end of human sacrifices to make room only for animal sacrifices and the first fruits of the earth. The Greek and Roman religions were also based on propitiatory sacrifices.

II.

Jesus, as this Sunday’s gospel tells us, when He arrives at the temple, drives out the traders and money changers. With this gesture, He does not want to condemn the practice of trade, but the erroneous practice of religion conceived as an exchange of interests between men and God. In spite of the fact that the prophets had repeatedly reported God’s aberration towards sacrifices, fat rams and bulls, and incense, at the time of Jesus, animal sacrifices were still being carried out, making the temple a slaughterhouse. With this gesture, Jesus wanted to put an end to the logic of ‘do ut des’ not only in the relationship with God but also between men, to replace it with the logic of ‘do ut do’ (‘I give for the sole purpose of giving’), that is, the logic of gratuitousness, generosity, altruism, disinterested action. It is the same logic as love: one should not love with the aim of being loved. If I were to love in order to be loved in turn, I would still remain in the human logic of self-interested love; if, on the other hand, I love out of love, I already enter God’s logic.  If God loved us to get our reciprocation, from ungrateful people like us, he would have to stop loving us before he even started. The love I receive in return for my acts of love should not be the reason for my loving, but its natural consequence.

III.

If Jesus came to our churches today, would he be more satisfied than he was two thousand years ago, or would he still pick up the whip?  The forms of worship have changed (animals are no longer used for sacrifice) but the intentions have remained the same. There still remains within us a ‘commercial’ logic in our relationship with God, as Pope Francis said in an Angelus: “The first thing we must do is to rid ourselves of a commercial and mechanical faith, which insinuates the false image of an accounting God, a controlling God, not a father. And many times in life we can live this ‘commercial’ faith relationship: I do this so that God will give me this”.

Often we pray to God, we light candles, we make sacrifices, vows, fioretti… in exchange for something. As if God needs our candles and our vows to give us what we ask for. God only loves us out of love, and not for the trifles we might give him in return. With Christ’s sacrifice, there is no need for more sacrifices.

Should we then stop asking God for things, lighting candles, or making little sacrifices? What we must stop doing is relating to God with our own benefit in mind, but thinking only of Him. This is also true in our relationship with others. How often are our relationships dictated by self-interest, so that when the other person does not benefit us or no longer gives us pleasure, we discard them, just as we discard God when we no longer need Him. When a relationship, whether with people or with God, ends, it is because it never began.

IV.

I would like to conclude with a few lines from the beautiful poem by Elizabeth Barrett Browning (1806-1861) entitled ‘If you must love me’.  After the last years of her life spent in Italy, she died in Florence on 29 June 1861 in the arms of her husband, who said she died ‘smiling, happily, and with a face like a girl’s’. The last word she uttered was ‘Beautiful’ as she watched the sunset.

“If thou must love me, let it be for nought

Except for love’s sake only. Do not say

I love her for her smile … her look … her way

Of speaking gently, … for a trick of thought

That falls in well with mine, and certes brought

A sense of pleasant ease on such a day’—

For these things in themselves, Belovèd, may

Be changed, or change for thee,—and love, so wrought,

May be unwrought so”.

Even Jesus in today’s gospel invites us to “love for nothing”, that is, to release love, love for God and love for others. To liberate love from attachments and possessions; from the narrow barriers that imprison it; from personal interests and gain; from inhibitions and fears.

To liberate love is to ‘love for nothing’; it is to love like God.

  • Background image: New Jerusalem – Fine Art Print, by Johanan Herson
  • Background music: Goodness Of God – Bethel Music | Piano Cove

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La voce di tutti

Commento al Vangelo della Domenica 25 Febbraio 2024 (II TQ-B)Mc 9,2-10  (La Trasfigurazione di Gesù) Commento di padre Ezio Lorenzo Bono

Commento alVangelodella Domenica 25 Febbraio 2024 -Pochi giorni fa, in occasione del mio compleanno, sono andato a visitare la splendida mostra di Mark Rothko, presso la Fondazione Louis Vuitton a Parigi.  Questo famoso artista statunitense di origine ebraiche, uno dei protagonisti dell’espressionismo astratto, morto nel 1970, è uno dei miei artisti preferiti, e vedere  i suoi quadri dal vivo è stata un’esperienza intensa, che mi ha coinvolto e emozionato molto. Nelle sue opere si percepisce lo svolgersi di un itinerario alla ricerca dell’assoluto. Dopo aver iniziato la sua carriera dipingendo quadri figurativi che rappresentano scene di vita metropolitana, abbandona ben presto le figure e le forme per produrre quadri di grandi dimensioni formati da due o tre rettangoli  orizzontali dai colori sfumati, dai quali si sprigiona una luce invisibile, misteriosa. L’artista aveva scritto: “Io penso che il colore, aiutato dalla luce, entri in relazione con l’anima e comporti conseguenze emotive inattese”.  Ma il suo itinerario continua, e va oltre il colore. Dirà infatti: “Non sono interessato al colore. È la luce ciò che ricerco”. Nella sua ultima opera, i 15 enormi pannelli  neri della Rothko Chapel, sparisce anche il colore, rimane solo il nero con qualche sfumatura impercettibile di altri colori, dai quali si trasfonde un  polline di luce. Mark Rothko ha creato un nuovo concetto di spazio pittorico, unico nel suo genere, diverso da quello naturalistico e prospettico. Uno spazio-colore-luce  vibrante, quasi ipnotico, che invita alla contemplazione, all’incanto.  

II.

L’esperienza della luce, tanto ricercata da Rothko, è l’esperienza che hanno fatto i tre apostoli del vangelo di questa domenica sul Monte Tabor, quando videro Gesù trasfigurato. Si tratta però di esperienze con una grande differenza: se per il nostro artista la luce che aveva trovato fino allora era qualcosa di fievole, quasi in penombra, per i tre apostoli fu invece la manifestazione di una luce sfolgorante in tutta la sua bellezza. L’evangelista Marco ci dice infatti: “Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche”. I tre vengono rapiti dalla luce e capiscono che Gesù è la luce tanto ricercata nei giorni bui della propria esistenza, e non vorrebbero allontanarsene mai più: “Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne”.  Facendo l’esperienza della luce  anche loro ne escono trasfigurati.

Penso che ciascuno di noi nel proprio cammino di fede abbia avuto i suoi momenti di trasfigurazione, abbia visto la luce. Forse non sfolgorante come quella del Tabor, magari un raggio di luce, un piccolo squarcio nel cielo dell’infinito, che ci ha però permesso di continuare il cammino anche nei giorni tristi, bui. Questa luce-verità è Cristo che ha detto “Io sono la verità” e che noi abbiamo conosciuto.  Le difficoltà della vita ci potranno mettere alla prova ma in scacco mai, perché la luce della verità, che è la luce di Cristo, illumina il nostro cammino e quindi non potremo inciampare mai.

III.

In conclusione.

Rothko, fu definito un mistico alla ricerca del sacro attraverso la luce, un ricercatore della luce perfetta. La ricerca della luce è ricerca della verità. Lo stesso Rothko aveva affermato che le sue tele “distruggono l’illusione e rivelano la verità”. Direi piuttosto che le sue tele non rivelano la verità, ma la ricerca della verità. Alla fine di questa ricerca della luce ci saranno solo due epiloghi: o Dio o  il nulla.

Recentemente, in occasione della mostra a Parigi, un critico d’arte (Francesca Vertucci sul Sole 24 ore del mese scorso, 17-1-2024) ha scritto che di fronte ai quadri di Rothko si fa un’esperienza di  «contemplazione, quasi a evocare “un sentimento di benessere oscurato all’improvviso da una nuvola”. Sì, perché le opere di Rothko sono intrise di un misticismo che si deve sentire dentro, non guardare, per spalancare le porte del nebuloso inconscio: un compito possibile solo a chi sa orchestrare bene la propria sensibilità».

Anche i nostri tre apostoli fecero un’esperienza di contemplazione, pure loro furono avvolti da una nuvola, ma anche qui con esiti diversi dall’esperienza di Rothko.  «Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!”.  E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro».

Rothko purtroppo non è arrivato a questa scoperta, e dopo la nuvola non ha visto proprio nulla, è rimasto solo, con la sua solitudine. Il 25 febbraio del 1970 fu trovato senza vita nel suo appartamento di New York, dopo essersi tagliato le vene. Quando la nuvola svanisce, e cioè dopo l’affanno della ricerca della luce-verità, se non trovi Gesù, trovi solo il nulla.

Aiutare ad incontrare Cristo è il più grande atto di umanità che possiamo fare nei confronti degli uomini e le donne del nostro tempo, perché noi sappiamo che se dopo il dissolversi della nuvola non trovi Cristo, non ti rimane assolutamente nient’altro da cercare.

MARK ROTHKO: O PINTOR DA LUZ PERFEITA

(Vídeo e texto em ???????? português)

Comentário ao Evangelho do domingo 25 de fevereiro de 2024 (II TQ-B)

Mc 9,2-10 (A transfiguração de Jesus)

I.

Há alguns dias, por ocasião do meu aniversário, fui visitar a maravilhosa exposição de Mark Rothko na Fundação Louis Vuitton, em Paris.  Este famoso artista americano de origem judaica, um dos protagonistas do Expressionismo Abstrato, falecido em 1970, é um dos meus artistas preferidos, e ver os seus quadros ao vivo foi uma experiência intensa, que me envolveu e comoveu muito. Percebe-se nas suas obras o desenrolar de um itinerário em busca do absoluto. Depois de ter iniciado a sua carreira pintando quadros figurativos com cenas da vida metropolitana, cedo abandonou as figuras e as formas para realizar grandes quadros compostos por dois ou três rectângulos horizontais com cores esbatidas, dos quais emana uma luz invisível e misteriosa. O artista escreveu: “Penso que a cor, com a ajuda da luz, entra em relação com a alma e provoca consequências emocionais inesperadas”.  Mas o seu itinerário continua, e vai para além da cor. De facto, diz: “Não estou interessado na cor. É a luz que procuro”. Na sua última obra, os 15 enormes painéis pretos da  Rothko Chapel,  até a cor desaparece, apenas o preto permanece com algumas tonalidades imperceptíveis de outras cores, a partir dos quais se transfere um pólen de luz. Mark Rothko criou um novo conceito de espaço pictórico, único no seu género, diferente do naturalista e do perspectival. Um espaço cor-luz vibrante, quase hipnótico, que convida à contemplação, ao encantamento.

II.

A experiência da luz, muito procurada por Rothko, é a experiência que os três apóstolos do evangelho deste domingo tiveram no monte Tabor, quando viram Jesus transfigurado. Trata-se, no entanto, de experiências com uma grande diferença: se para o nosso artista a luz que tinha encontrado até então era algo ténue, quase imperceptível, para os três apóstolos era, pelo contrário, a manifestação de uma luz que brilhava em toda a sua beleza. De facto, o evangelista Marcos diz-nos: “Transfigurou-se diante deles e as suas vestes tornaram-se resplandecentes, muito brancas: nenhum lavadeiro na terra as poderia tornar tão brancas”. Os três ficam extasiados com a luz e compreendem que Jesus é a luz tão procurada nos dias sombrios da sua existência, e que nunca mais o quererão deixar: “Rabi, é bom estarmos aqui; façamos três cabanas”.  Ao experimentar a luz, também eles saem transfigurados.

Penso que cada um de nós, no seu próprio caminho de fé, teve os seus momentos de transfiguração, viu a luz. Talvez não tão deslumbrante como a do Tabor, talvez um raio de luz, um pequeno vislumbre no céu do infinito, que, no entanto, nos permitiu continuar o nosso caminho mesmo nos dias tristes e sombrios. Esta luz-verdade é Cristo que disse “Eu sou a verdade” e que nós conhecemos.  As dificuldades da vida podem pôr-nos à prova, mas nunca em cheque, porque a luz da verdade, que é a luz de Cristo, ilumina o nosso caminho e, por isso, nunca podemos tropeçar.

III.

Em conclusão.

Rothko foi descrito como um místico em busca do sagrado através da luz, um buscador da luz perfeita. A busca da luz é uma busca da verdade. O próprio Rothko afirmou que as suas telas “destroem a ilusão e revelam a verdade”. Eu diria antes que as suas telas não revelam a verdade, mas sim a procura da verdade. No final desta busca da luz, só haverá dois epílogos: ou Deus ou o nada.

Recentemente, por ocasião da exposição em Paris, um crítico de arte (Francesca Vertucci, no Sole 24 ore do mês passado, 17-1-2024) escreveu que, perante os quadros de Rothko, se tem uma experiência de “contemplação, quase evocando “uma sensação de bem-estar subitamente obscurecida por uma nuvem”. Sim, porque as obras de Rothko estão impregnadas de um misticismo que é preciso sentir por dentro, e não olhar, para abrir de par em par as portas do inconsciente nebuloso: uma tarefa só possível a quem sabe orquestrar bem a sua sensibilidade”.

Os nossos três apóstolos também tiveram uma experiência de contemplação, também eles envolvidos por uma nuvem, mas com resultados diferentes da experiência de Rothko.  “Uma nuvem veio e cobriu-os com a sua sombra, e da nuvem saiu uma voz: “Este é o meu Filho, o Amado: escutai-o!”  E de repente, olhando em redor, não viram mais ninguém senão Jesus sozinho com eles”.

Infelizmente, Rothko não chegou a esta descoberta e, depois da nuvem, não viu nada, ficou sozinho com a sua solidão. Em 25 de fevereiro de 1970, é encontrado sem vida no seu apartamento de Nova Iorque, depois de ter-se cortado os pulsos. Quando a nuvem se desvanece, isto é, depois da busca ansiosa da luz-verdade, se não se encontra Jesus, só se encontra o nada.

Ajudar a encontrar Cristo é o maior ato de humanidade que podemos fazer para com os homens e mulheres do nosso tempo, porque sabemos que, se depois de a nuvem se dissipar, não encontrarmos Cristo, não teremos mais nada para procurar.

– Imagem de fundo: Pormenor de um quadro de Mark Rothk

???????? MARK ROTHKO: THE PAINTER OF PERFECT LIGHT  (Unrevised translation)

(Video and text in ???????? English)

Commentary on the Gospel for Sunday 25 February 2024 (II TQ-B)

Mk 9,2-10 (The Transfiguration of Jesus)

I.

A few days ago, on the occasion of my birthday, I went to visit the wonderful Mark Rothko exhibition at the Louis Vuitton Foundation in Paris.  This famous American artist of Jewish origin, one of the protagonists of Abstract Expressionism, who died in 1970, is one of my favourite artists, and seeing his paintings live was an intense experience, which involved and moved me greatly. One can perceive in his works the unfolding of an itinerary in search of the absolute. After starting his career painting figurative pictures depicting scenes of metropolitan life, he soon abandoned figures and shapes to produce large paintings made up of two or three horizontal rectangles with blurred colours, from which an invisible, mysterious light emanates. The artist had written: ‘I think that colour, aided by light, enters into a relationship with the soul and brings about unexpected emotional consequences’.  But his itinerary continues, and goes beyond colour. In fact, he says: “I am not interested in colour. It is light that I seek’. In his last work, the 15 huge black panels of the Rothko Chapel, even colour disappears, only black remains with some imperceptible shades of other colours, from which a pollen of light is transfused. Mark Rothko has created a new concept of pictorial space, unique in its kind, different from the naturalistic and perspectival. A vibrant, almost hypnotic colour-light space that invites contemplation, enchantment.

II.

The experience of light, much sought after by Rothko, is the experience that the three apostles of this Sunday’s gospel had on Mount Tabor, when they saw Jesus transfigured. They are, however, experiences with a big difference: if for our artist the light he had found until then was something faint, almost dim, for the three apostles it was instead the manifestation of a light blazing in all its beauty. In fact, the evangelist Mark tells us: “He was transfigured before them and his clothes became resplendent, very white: no launderer on earth could make them so white”. The three are enraptured by the light and understand that Jesus is the light so much sought after in the dark days of their existence, and they would never want to leave him again: “Rabbi, it is good for us to be here; let us make three huts”.  By experiencing the light they too emerge transfigured.

I think that each of us in our own journey of faith has had our moments of transfiguration, has seen the light. Perhaps not as dazzling as that of Tabor, perhaps a ray of light, a small glimpse in the sky of infinity, which has, however, allowed us to continue our journey even in the sad, dark days. This light-truth is Christ who said “I am the truth” and whom we have come to know.  The difficulties of life may test us, but never in check, because the light of truth, which is the light of Christ, illuminates our path and therefore we can never stumble.

III.

In conclusion.

Rothko was described as a mystic in search of the sacred through light, a seeker of the perfect light. The search for light is a search for truth. Rothko himself said that his canvases ‘destroy illusion and reveal truth’. I would rather say that his canvases do not reveal truth, but the search for truth. At the end of this search for light there will only be two epilogues: either God or nothingness.

Recently, on the occasion of the exhibition in Paris, an art critic (Francesca Vertucci in last month’s Sole 24 ore, 17-1-2024) wrote that in front of Rothko’s paintings one has an experience of “contemplation, almost evoking “a feeling of well-being suddenly obscured by a cloud”. Yes, because Rothko’s works are imbued with a mysticism that one must feel inside, not look at, in order to open wide the doors of the nebulous unconscious: a task only possible to those who know how to orchestrate their sensitivity well”.

Our three apostles also had an experience of contemplation, they too were enveloped by a cloud, but again with different outcomes from Rothko’s experience.  “A cloud came and covered them with its shadow, and out of the cloud came a voice: “This is my Son, the Beloved: listen to him!”  And suddenly, looking around, they saw no one but Jesus alone with them”.

Rothko unfortunately did not come to this discovery, and after the cloud he saw nothing at all, he was left alone with his loneliness. On 25 February 1970, he was found lifeless in his New York flat, having slit his wrists. When the cloud fades away, that is, after the breathless search for the light-truth, if you do not find Jesus, you find only nothingness.

Helping to encounter Christ is the greatest act of humanity we can do towards the men and women of our time, because we know that if after the cloud has cleared, you do not find Christ, you have absolutely nothing left to seek.

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La voce di tuttiLazio

Disertare le strade senza fiori- Padre Ezio Lorenzo Bono:Commento al Vangelo della Domenica 11 Febbraio 2024

I.Vangelodella Domenica 11 Febbraio 2024 (VI TO-B). Mc 1,40-45 (“Se vuoi, puoi purificarmi!”Quando ero bambino (e quindi non sto parlando del medioevo) mi ricordo che c’erano dei parroci che non celebravano i matrimoni se la sposa era  incinta, e mandavano queste coppie a sposarsi in un santuario qualsiasi al di fuori dalla propria parrocchia. Altri parroci invece celebravano i matrimoni di queste coppie alle 5:00 del mattino, quasi di nascosto, per non “scandalizzare” gli altri.

Ho conosciuto anche direttori di scuole secondarie che quando una alunna rimaneva incinta era tolta dal corso diurno e spostata nel corso serale insieme agli adulti. Ci sono scuole dove i docenti che si sono sposati con persone dello stesso sesso sono stati licenziati o allontanati; studenti e studentesse omosessuali bullizzati e vittime di violenza; per non parlare dell’esistenza ancora di  paesi (più di sessanta, alla fine del 2023) che li criminalizzano, li condannano alla prigione, all’ergastolo o addirittura alla pena di morte.

Proviamo allora a chiederci: se Gesù venisse oggi nel mondo, come si comporterebbe di fronte a questi casi?

II.

Il Vangelo di questa domenica ci parla proprio di un caso di marginalizzazione, quella  nei confronti dei lebbrosi, che erano allontanati dalla città per non contagiare gli altri. Erano considerati impuri non solo perché avevano il corpo sfigurato da una malattia contagiosa, ma anche perché considerati dei grandi peccatori e per questo erano stati castigati da Dio con la lebbra (come aveva punito con la lebbra Maria, sorella di Mosé e Aronne).

Gesù nei confronti di quel lebbroso non si comporta come i sacerdoti, i maestri della legge o i capi, ma lo tocca (cosa proibitissima) e lo purifica. Facendo così si rese un impuro anche Lui e per questo non poteva più entrare in città “ma rimaneva fuori, in luoghi deserti”.

Gesù non condanna e non giudica nessuno, ma accoglie tutti. Allora chi siamo noi che ci riteniamo giudici degli altri? Siamo liberi di non condividere le scelte altrui, ma non siamo liberi di condannare gli altri per le loro scelte. Solo Gesù può giudicare, e guarda caso, è l’unico che non giudica.

Quanti invece si stanno ergendo per giudicare e condannare l’Istruzione del Dicastero per la Dottrina della fede, firmata dal Papa, riguardante la benedizione delle coppie irregolari e dello stesso sesso. L’idea di Chiesa di Papa Francesco è quella di una Chiesa aperta a tutti, dove nessuno è giudicato o maledetto, ma tutti possono ricevere la benedizione di Dio e essere salvati.

III.

L’accostamento della descrizione fatta all’inizio dei casi di quelle persone marginalizzate e questo brano di vangelo, non è per dire che quelle persone sono come dei lebbrosi che devono essere purificati e guariti dalla loro malattia, ma è per dire che i lebbrosi siamo noi e tutti quelli che discriminano gli altri, che si ergono a giudici condannatori (come il giudice Baketta della storia di Hamelin). Smettiamola di far soffrire le persone a causa della chiusura del nostro cuore e della nostra mente, per non ritrovarci dopo tanti anni a dover chiedere scusa. Il dolore che abbiamo procurato agli altri a causa dei nostri pregiudizi, lo dovremo pagare.

Nel suo “testamento ai giovani”, Raul Follerau, l’apostolo dei lebbrosi, di cui ricorre quest’anno il 120° anniversario delle nascita, mette in guardia nei confronti dei “pacifisti con il manganello” perché “sono dei falsi combattenti. Tentando di conquistare, disertano. Il Cristo ha ripudiato la violenza, accettando la Croce”. E  allerta i giovani: “Allontanatevi dai mascalzoni dell’intelligenza, come dai venditori di fumo: vi condurranno su strade senza fiori e che terminano nel nulla”.

E allora: grazie Papa Francesco, perché con il tuo coraggio, conduci la Chiesa su strade piene di fiori, che portano verso un mondo dove nessuno è superiore o giudice, ma dove tutti sono solo fratelli.

ABANDONAR AS RUAS SEM FLORES

( texto  português)

Comentário ao Evangelho do domingo 11 de fevereiro de 2024 (VI TO-B)

Mc 1,40-45 (“Se quiseres, podes purificar-me!”)

I.

Quando eu era criança (e, portanto, não estou a falar da Idade Média), lembro-me que havia párocos que não celebravam casamentos se a noiva estivesse grávida, e mandavam esses casais casar em qualquer santuário fora da sua paróquia. Outros párocos,  celebravam os casamentos desses casais às 5 da manhã, quase às escondidas, para não “escandalizar” os outros.

Também conheci directores de escolas secundárias que, quando uma aluna engravidava, eram retirada do curso diurno e transferida para o curso noturno, juntamente com os adultos. Há escolas onde professores que casaram com pessoas do mesmo sexo foram despedidos ou afastados; alunos homossexuais foram vítimas de bullying e de violência; para não falar do facto de ainda existirem países (mais de sessenta, no final de 2023) que os criminalizam, condenando-os à prisão, à prisão perpétua ou mesmo à pena de morte.

Tentemos então interrogar-nos: se Jesus viesse ao mundo hoje, como se comportaria perante estes casos?

II.

O Evangelho deste domingo fala-nos precisamente de um caso de marginalização, o dos leprosos, que eram afastados da cidade para não contagiar os outros. Eram considerados impuros não só porque o seu corpo estava desfigurado por uma doença contagiosa, mas também porque eram considerados grandes pecadores e, por isso, tinham sido castigados por Deus com a lepra (tal como tinha castigado Maria, irmã de Moisés e de Aarão, com a lepra).

Jesus, em relação a esse leproso, não se comportou como os sacerdotes, os doutores da lei ou os chefes, mas tocou-lhe (coisa proibida) e purificou-o.  Ao fazê-lo, tornou-se impuro e, por isso, já não podia entrar na cidade “mas ficava fora, em lugares desertos”.

Jesus não condena nem julga ninguém, mas acolhe toda a gente. Então, quem somos nós para julgar os outros? Somos livres de discordar das escolhas dos outros, mas não somos livres de os condenar pelas suas escolhas. Só Jesus pode julgar, e ele é o único que não julga.

Quantos, por outro lado, se levantam para julgar e condenar a Instrução do Dicastério para a Doutrina da Fé, assinada pelo Papa, sobre a bênção dos casais irregulares e do mesmo sexo. A ideia de Igreja do Papa Francisco é a de uma Igreja aberta a todos, onde ninguém é julgado ou amaldiçoado, mas todos podem receber a bênção de Deus e ser salvos.

III.

A justaposição entre a descrição feita no início dos casos dessas pessoas marginalizadas e esta passagem do Evangelho não quer dizer que essas pessoas são como leprosos que precisam de ser limpos e curados da sua doença, mas quer dizer que os leprosos somos nós, e todos aqueles que discriminam os outros, que se arvoram em juízes condenadores (como o juiz Baketta na história de Hamelin). Vamos parar de fazer as pessoas sofrerem por causa do fechamento do nosso coração e da nossa mente, para não nos encontrarmos depois de tantos anos tendo que pedir desculpas. A dor que causamos aos outros por causa dos nossos preconceitos, teremos de pagar por isso.

No seu “testamento aos jovens”, Raul Follerau, o apóstolo dos leprosos, cujo 120º aniversário se celebra este ano, alerta contra os “pacifistas de cassetete” porque “são falsos combatentes. Tentam conquistar, mas desertam. Cristo repudiou a violência, aceitando a Cruz”. E alerta os jovens: «Afastem-se dos canalões da inteligência, como dos vendedores de fumo: eles levá-lo-ão por estradas sem flores e que terminam no nada».

E então: obrigado Papa Francisco, porque com sua coragem, você conduz a Igreja por estradas cheias de flores, que levam a um mundo onde ninguém é superior ou juiz, mas onde todos são apenas irmãos.

DESERTING THE STREETS WITHOUT FLOWERS (Unrevised translation)

(text in English)

Commentary on the Gospel for Sunday 11 February 2024 (VI TO-B)

Mk 1:40-45 (“If you want, you can purify me!”)

I.

When I was a child (and therefore I am not talking about the Middle Ages) I remember that there were parish priests who did not celebrate marriages if the bride was pregnant, and sent these couples to get married in any shrine outside their own parish. Other parish priests, on the other hand, celebrated the marriages of these couples at 5 a.m., almost secretly, so as not to “scandalise” others.

I have also known secondary school headmasters who, when a pupil became pregnant, were removed from the day course and moved to the evening course together with the adults. There are schools where teachers who have married same-sex people have been dismissed or removed; homosexual students bullied and subjected to violence; not to mention the fact that there are still countries (more than sixty, at the end of 2023) that criminalise them, condemning them to prison, life imprisonment or even the death penalty.

So let us try to ask ourselves: if Jesus came into the world today, how would he behave when faced with these cases?

II.

This Sunday’s Gospel speaks to us precisely of a case of marginalisation, that of the lepers, who were removed from the city so as not to infect others. They were considered unclean not only because their bodies were disfigured by a contagious disease, but also because they were considered great sinners and for this they had been chastised by God with leprosy (just as he had punished Mary, sister of Moses and Aaron, with leprosy).

Jesus with regard to that leper did not behave like the priests, the teachers of the law or the leaders, but touched him (which is forbidden) and purified him. By doing so, he made himself unclean, and so he could no longer enter the city “but remained outside, in deserted places”.

Jesus condemns and judges no one, but welcomes everyone. So who are we to judge others? We are free to disagree with the choices of others, but we are not free to condemn others for their choices. Only Jesus can judge, and he happens to be the only one who does not judge.

How many, on the other hand, are standing up to judge and condemn the Instruction of the Dicastery for the Doctrine of the Faith, signed by the Pope, concerning the blessing of irregular and same-sex couples. Pope Francis’ idea of the Church is that of a Church open to all, where no one is judged or cursed, but all can receive God’s blessing and be saved.

III.

The juxtaposition of the description made at the beginning of the cases of those marginalised people and this passage from the Gospel, is not to say that those people are like lepers who need to be cleansed and cured of their disease, but it is to say that the lepers are us, and all those who discriminate against others, who set themselves up as condemning judges (like Judge Baketta in the Hamelin story). Let’s stop making people suffer because of the closure of our hearts and mind, so that we don’t find ourselves after so many years having to apologise. The pain we have caused to others because of our prejudices, we will have to pay for it.

In his ‘testament to youth’, Raul Follerau, the apostle to the lepers, whose 120th birth anniversary falls this year, warns against ‘pacifists with truncheons’ because ‘they are false fighters. Attempting to conquer, they desert. Christ repudiated violence, accepting the Cross’. And he warns young people to turn away “from the scoundrels of intelligence, like the sellers of smoke: they will lead you on roads without flowers and that end in nothingness”.

And then: thank you Pope Francis, because with your courage, you lead the Church on roads full of flowers, which lead to a world where no one is superior or judge, but where  all are just brothers.

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