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Dostoevskij e l’eterno tormento dell’anima. Gli anniversari del 2021

Dostoevskij

Dostoevskij e l’eterno tormento dell’anima. Gli anniversari del 2021

Nel 2021 ricorre il 200° anniversario della sua nascita (11novembre) e il 140° della sua morte (9 febbraio)

“Dio mi ha tormentato per tutta la vita”. Potrebbe essere questo l’assioma che meglio illustra il pensiero e la vita di Fedor Dostoevskij. A esprimersi è Kirrilov uno dei personaggi più affascinanti e profondi del mondo dostoevskijano. L’ateo puro che compare nei Demoni ha deciso di suicidarsi volontariamente e lucidamente, quasi come prova dell’inesistenza di Dio.

In fondo per tutta la vita Dostoevskij si tormenterà interiormente. Si affannerà per cercare Dio e convincersi della sua esistenza persuadendo ad ogni costo la sua mente e anima, anche quando nello stesso tempo continuerà ad arrovellarsi sul perché il male e la sofferenza sono sempre presenti.

Eppure è assolutamente sbagliato considerare Dostoevskij un pensatore o un filosofo con un sistema di pensiero ben definito o astratto di idee, per poi isolarne il contenuto ideologico e dedurne costruzioni organiche. Dostoevskij è innanzi tutto uno scrittore. Un grande scrittore non solo della Russia della seconda metà del 19° secolo, di per sé fucina di talenti letterari senza precedenti, ma di tutto il mondo e di tutti i tempi. I lettori di Dostoevskij empaticamente sentono, leggendo attentamente i suoi romanzi, che c’è qualcosa che va oltre la semplice letteratura sebbene di livello narrativo elevato. Percepiscono i problemi esistenziali dell’autore che spesso sono quelli di tutti: il bene e il male la bontà e il demoniaco, l’abiezione e il riscatto morale, la criminalità e l’amore universale.

Egli è in grado a tal proposito, di inserire lunghe citazioni evangeliche come la resurrezione di Lazzaro in Delitto e castigo. Sarebbe stato impossibile per Flaubert, James, Dickens fare qualcosa del genere nei loro romanzi. C’è chi si dirà poco dopo la sua morte “un credente di Dostoevskij” come altri lettori coevi sono affascinati dalla religione della non-violenza dell’altro grande della letteratura russa, Lev Tolstoj. Chi mai avrebbe potuto definirsi “un credente di Flaubert o di Zola”? E, giusto per continuare il canonico confronto con il suo gemello e controparte Tolstoj, chi si invaghisce di Dostoevskij letterariamente parlando, lo fa principalmente leggendo i suoi libri e non come avviene per Tolstoj a seguito dei tentavi parzialmente riusciti di organizzare socialmente i contadini che vivevano nelle sue terre.

Un conflitto interno sempre vivo

Ancora oggi in tutto l’occidente sono tanti quelli che si appassionano alla sua opera e lo ritengono più che un semplice narratore. Il conflitto interiore mai sopito completamente dallo scrittore esce dai romanzi e racconti e investe il lettore perspicace e riflessivo.

Quella sua conflittualità attraverserà tutta la sua opera e troverà il suo picco letterario nella Leggenda del Grande Inquisitore dei Fratelli Karamàzov e in particolare nel dialogo tra Ivan e Alioscia. E’ il giovane seminarista che sembra soccombere all’offensiva dialettica dell’ateo Ivan.” Perché la sofferenza delle creature umane e specialmente quella dei bambini?” incalza con esempi taglienti e argomentazioni convincenti Ivan. La teodicea che Dostoevskij propone come risposta non sembra essere solida ed efficace. Lo dimostra la risposta che non è una risposta, del seminarista ortodosso Alioscia che riesce a rispondere al fratello soltanto: “Questa è rivolta”. Il lettore stesso si trova così spiazzato e potrebbe pensare che la “restituzione del biglietto a Dio” da parte di Ivan, sia quasi un gesto logico oltre che elegante. Nè sembrano molto suadenti le argomentazioni dello starec Zosima sempre nella Leggenda, quando disquisisce sul significato delle fiamme dell’Inferno

Nei Demoni viene proposto un altro postulato caro a molti: senza Dio o senza credere in lui si può arrivare a generare e compiere il male, anche il più assoluto, nei confronti del prossimo.

E’ vero in parte e lo stesso scrittore non ne è convinto. Non c’erano già stati i massacri in nome di Dio per secoli? E non è lui stesso ad attaccare la Chiesa Cattolica, e il Papa nella Leggenda? Solo in pochi lo fanno notare, ma il principe Miskin afferma con veemenza che “il cattolicesimo non è una religione cristiana e il cattolicesimo romano peggio dell’ateismo”. Sicuramente è anche il parere del creatore dell’Idiota. Una denuncia senza possibilità di appello che sarà ribadita molte volte nei Saggi critici, testo abbastanza trascurato, dove le accuse alla Chiesa di Roma e al suo attaccamento al potere temporale sono all’ordine del giorno. Anzi è il cattolicesimo con il suo modus operandi a generare l’ateismo e spingere le masse verso il socialismo in Europa, avverte Dostoevskij.

Eppure Dostoevskij non dispera in maniera assoluta sulla sorti dell’umanità. Afferma che la sua fiducia in Cristo è, e sarà, assoluta. Certo, non riconosce mai la figura di Gesù-Dio, come prescriverebbe sia la religione ortodossa, che quella cattolica e protestante. Attribuisce a Gesù una sorta di trascendenza, ma sembra essere un Gesù quasi “nestoriano” come per molti altri scrittori e letterati.

L’età dell’oro persa e da riconquistare

Comprende altresì che non è cosi semplice amare il prossimo come Gesù ha comandato di fare. I buoni propositi spesso si scontrano con una realtà delle cose spietata che non favorisce l’amore tra essere umani. Continuerà comunque a sperare in qualcosa di meglio anche se non ha chiaro cosa possa significare. A volte parla dell’immortalità dell’anima, mentre in diverse occasioni pensa più a un’ immortalità degli uomini sulla terra. Significativo è il breve racconto dal tema Il sogno di un uomo ridicolo. Per un breve momento “l’uomo ridicolo” sogna che l’umanità sia abitata solo da persone buone e generose in un contesto sociale paradisiaco. Sarà lui il protagonista del racconto a squarciare con il suo livore, cupidigia e cattiveria l’ambiente idilliaco e corrompere i buoni che vi dimorano.

Un età dell’oro rimpianta che si intravede anche nel sogno di Versilov nell’Adoloscente: qui è Cristo a tornare alla fine dei tempi e ad annunciare il suo misterioso giudizio e resurrezione. Un paradiso perduto che l’autore spera ricompaia in qualche modo. Se tutti gli uomini accettassero Cristo, forse saremmo già sulla buona strada sembra dire. In ogni caso i dubbi sui tempi e i modi per l’eventuale realizzazione, rimangono tutti.

Chiaramente l’opera di Dostoevskij ha il suo humus nella Russia ottocentesca e nel carattere dell’uomo russo, spesso schiacciato dall’asfissiante e burocratico potere zarista e dalla miseria fatta di alcol, prevaricazione e depravazione. Siamo molto lontano dai salotti che frequenta Anna Karenina e che la bandiranno dalla società, che pure esistono in quel tempo. I suoi romanzi prendono spunto anche dal conflitto tra gli slavofili e gli europeisti, tra i liberali traditori che simpatizzavano con i rivoluzionari- i demoni- e i conservatori, i socialisti e i difensori dell’autocrazia zarista. E infine non meno ispirante per lui, tra i credenti e gli atei.

Ma è questo il grande pregio di Dostoevskij: andare oltre lo spazio temporale e fisico e affascinare ancora oggi il lettore moderno che ha visto quasi in diretta il male assoluto nel XX secolo, o nel “secolo di Satana”. Visione che contraddice la tesi che senza Dio si è più cattivi-  specialmente tra le nazioni “cristiane”e “credenti”-  dove si è consumata la carneficina delle guerre mondiali e tanto altro.

E allora chi salverà il mondo? La Madre Russia Cristiana sembra accennare nella sua ultima uscita pubblica nel Discorso a Puskin del 1880. Previsione assolutamente errata. Anzi beffarda, visto che dal 1917 l’Unione Sovietica sarà un faro, ma per i movimenti comunisti e rivoluzionari di tutto il mondo.

Ma è un auspicio già poco credibile per molti contemporanei e critici di allora e non sappiamo quanto sia realmente forte la sua fede in questa progetto a metà strada tra la politica e la necessaria “conversione religiosa” dell’Europa, che dovrebbe partire dalla Russia…

C’è per la verità un’altra proposta: la bellezza come dichiarato in una sua celebre e inflazionatissima frase. Se si tratta anche qui, della bellezza di Cristo – il significato semantico non è spiegato- o qualcosa di simile non è chiarissimo. Il desiderio di giungere a capire cosa potrà portare l’umanità ad un’uscita dal male atavico e dalle tragedie è stato sempre vivo per lo scrittore, che nel 1878 aveva anche perso il figlioletto Alesa di tre anni. Ma ciò non toglie che si possa credere a una prossima seppur brumosa e imprecisata età dell’oro.

Da quando si riunisce al circolo Petrasevskji di ispirazione progressista, sino agli ultimi giorni della sua vita, quando oramai al contrario si professa controrivoluzionario e credente in Cristo, anche se non proprio ortodosso, continua a essere turbato e perplesso per la storia e le dolorose vicende umane comprese quelle che riguardano i bambini innocenti. Questo pur se poco prima di morire, aveva trovato una relativa tranquillità nel suo lavoro, non più oberato dai debiti e creditori come gli era capitato per tutta la vita.

Avrebbe detto Lev Tolstoj, altro scrittore affamato di verità divina, alcuni anni dopo la sua morte: “Dostoevskij mi è stato sempre molto caro: forse era l’unico uomo che avrei potuto interrogare su molte cose e che sarebbe stato in grado di rispondere a molte…Egli era un uomo nobile, animato da uno spirito veramente cristiano”.

Che le risposte si trovino o no, non conviene identificare come dicevamo sopra, Dostoevskij con un filosofo, un teologo, o uno psicologo come asseriva Nietzsche, ma semplicemente come uno scrittore e un uomo con i suoi pregi e difetti (anche grossi), le numerose contraddizioni, i cambiamenti ideologici ma anche la sua proverbiale bontà e generosità, manifestate spesso nella vita.

Probabilmente a lui si addicono meglio di tutte, le parole del protagonista delle Notti bianche: “Mio Dio! Un intero attimo di felicità! E’ forse poco, fosse anch’esso il solo nella vita di un uomo?… “

Roberto Guidotti

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