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Sanzioni Israele, 12 Paesi contro gli insediamenti: l’Italia sceglie la linea europea

Sanzioni Israele, 12 Paesi contro gli insediamenti: l’Italia sceglie la linea europea

«La pace non è un sogno: può diventare realtà, ma per realizzarla dobbiamo essere capaci di costruirla.»

— Nelson Mandela

Adottare sanzioninon significa necessariamente dichiarare guerra, interrompere ogni rapporto diplomatico o assumere una posizione ostile nei confronti di un intero popolo. Una sanzione, nella sua dimensione politica più profonda, è prima di tutto un atto attraverso il quale uno Stato comunica che una determinata condotta non può essere considerata compatibile con i propri principi, con il diritto internazionale o con gli equilibri che intende contribuire a costruire.

È da questa prospettiva che dovrebbe essere osservata ladecisione assunta dadodici Paesi, tra cui il Regno Unito, che hanno annunciato l’intenzione di introdurre restrizioni nazionali e/o sostenere restrizioni europee sul commercio di beni provenienti dagli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata, oppure di valutare attivamente queste e altre misure. Il gruppo comprende Regno Unito, Francia, Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia. L’iniziativa riguarda specificamente gli insediamenti e le attività economiche ad essi collegate e non equivale, tecnicamente, a un embargo generale nei confronti di Israele.

Ma la politica internazionale, oltre alla tecnica delle sue definizioni, possiede anche una dimensione simbolica.

E il simbolo, talvolta, parla più forte dei numeri.

Una scelta che va oltre il commercio

La questione delle sanzioni non riguarda soltanto il valore economico delle merci interessate. Il significato più importante è politico: una parte crescente dell’Occidente sta cercando di distinguere sempre più nettamente tra il diritto di Israele alla sicurezza e la politica degli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati.

È una distinzione fondamentale.

Perché riconoscere il diritto all’esistenza e alla sicurezza dello Stato di Israele non significa necessariamente approvare ogni scelta compiuta dai suoi governi. Allo stesso modo, riconoscere il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione, alla dignità e alla sicurezza non significa giustificare Hamas, il terrorismo o gli attacchi contro civili israeliani.

Il problema nasce quando la complessità viene cancellata.

Quando il mondo viene diviso in due campi contrapposti e ogni critica viene immediatamente trasformata in odio, oppure ogni difesa di Israele viene automaticamente interpretata come complicità.

La realtà è più difficile e, proprio per questo, più umana.

Si può condannare Hamas senza smettere di vedere la sofferenza palestinese.

Si può difendere Israele dal terrorismo senza considerare intoccabile ogni decisione del suo governo.

Si può condannare l’antisemitismo senza rinunciare alla critica politica.

Si può sostenere la causa palestinese senza giustificare la violenza contro gli israeliani.

Questa capacità di tenere insieme verità diverse dovrebbe essere una delle caratteristiche fondamentali della politica contemporanea.

E l’Italia?

Ed è qui che la vicenda diventa particolarmente interessante per il nostro Paese.

L’Italia non ha aderito all’iniziativa delle sanzioni adottata dai dodici Paesi.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha sostenuto che decisioni di questo tipo, soprattutto quando riguardano la politica commerciale (sanzioni), dovrebbero essere assunte a livello dell’Unione Europea, evitando iniziative nazionali capaci di creare distorsioni nel mercato unico. Tajani ha ribadito che, a suo giudizio, le decisioni in materia commerciale devono essere prese a livello europeo.

È una posizione che possiede una sua logica istituzionale.

Ma proprio perché è una posizione ragionevole sul piano procedurale, merita di essere sottoposta a una domanda più profonda.

Essere europeisti significa davvero attendere sempre che sia l’Europa a decidere?

Oppure essere europeisti significa, talvolta, contribuire a costruire quella posizione europea che ancora non esiste?

È una differenza sottile, ma decisiva.

L’Europa non è un’entità astratta che produce automaticamente una politica estera comune. L’Europa è fatta dagli Stati che la compongono. Se tutti aspettano che sia qualcun altro a compiere il primo passo, l’Europa rimane immobile.

E la paralisi diplomatica, in una situazione di guerra e di sofferenza umana, non è necessariamente una forma superiore di prudenza.

Talvolta può diventare una forma involontaria di impotenza.

Il problema della coerenza

Vi è poi una questione ancora più ampia.

L’Europa ha costruito la propria identità contemporanea sulla centralità del diritto, sulla tutela della persona, sul rifiuto della guerra come strumento ordinario della politica e sulla convinzione che i rapporti internazionali debbano essere regolati da norme condivise.

Questi principi non possono però essere applicati soltanto quando coincidono con i nostri interessi geopolitici.

La credibilità del diritto internazionale dipende dalla sua universalità.

Se condanniamo l’occupazione e l’annessione territoriale quando vengono compiute da un Paese che consideriamo avversario, ma diventiamo improvvisamente prudenti quando la situazione coinvolge un Paese amico, la nostra posizione perde inevitabilmente forza morale.

Questo non significa che tutte le situazioni storiche siano uguali.

Non lo sono.

Non significa neppure che ogni conflitto possa essere giudicato con una formula semplice.

Ma significa che i principi dovrebbero rimanere principi anche quando applicarli diventa politicamente scomodo.

È proprio qui che si misura la serietà di una politica estera.

Israele non è il suo governo

Un’altra distinzione dovrebbe essere preservata con particolare attenzione.

Criticare le politiche del governo israeliano non significa essere contro Israele.

Israele è una società complessa, attraversata da opinioni differenti, conflitti politici, movimenti pacifisti, organizzazioni per i diritti umani, famiglie colpite dal terrorismo e famiglie che contestano le politiche dei propri governi.

Come ogni Paese democratico, non può essere identificato integralmente con l’azione dell’esecutivo che temporaneamente lo governa.

Lo stesso vale per il popolo palestinese.

Hamas non coincide con il popolo palestinese.

Un’organizzazione terroristica non può diventare la misura attraverso la quale giudicare milioni di persone che hanno una storia, una cultura, una memoria e aspirazioni politiche differenti.

Queste distinzioni non sono concessioni retoriche.

Sono una necessità morale.

Quando smettiamo di distinguere tra governo e popolazione, tra esercito e civili, tra organizzazione armata e popolo, la politica diventa disumanizzante.

E quando la politica diventa disumanizzante, la pace diventa quasi impossibile.

Il Mediterraneo e la responsabilità italiana

L’Italia, per posizione geografica e per storia, possiede una responsabilità particolare.

Il Mediterraneo non è una frontiera lontana.

È il mare che unisce e separa l’Europa dal Medio Oriente, l’Italia dal mondo arabo, il Nord e il Sud del pianeta.

Roma ha storicamente cercato di mantenere rapporti con interlocutori differenti, spesso tentando di svolgere una funzione di mediazione.

Questa tradizione potrebbe rappresentare una risorsa straordinaria.

Ma mediare non significa essere neutrali davanti a tutto.

La vera mediazione non consiste nel mettere sullo stesso piano ogni comportamento per evitare di prendere posizione. Consiste nel riconoscere le ragioni dell’altro senza rinunciare alla propria idea di giustizia.

Una diplomazia autentica dovrebbe poter dire contemporaneamente:

Israele ha diritto alla sicurezza.

I civili israeliani non devono essere vittime del terrorismo.

Gli ostaggi devono essere liberati.

Hamas non può essere giustificata.

I civili palestinesi devono essere protetti.

I palestinesi hanno diritto alla dignità e all’autodeterminazione.

La violenza dei coloni deve essere contrastata.

Gli insediamenti non possono diventare un ostacolo irreversibile alla soluzione politica.

Queste affermazioni non si escludono.

Al contrario, appartengono tutte alla stessa idea di pace.

Il rischio dell’attesa

L’argomento secondo cui la questione dovrebbe essere affrontata esclusivamente a livello europeo contiene dunque un paradosso.

Se l’Europa non riesce a trovare un accordo perché alcuni governi sono contrari a misure più incisive, gli Stati favorevoli a una determinata politica possono limitarsi ad aspettare indefinitamente.

Ma intanto la realtà sul terreno continua a cambiare.

Gli insediamenti si espandono.

Le tensioni aumentano.

La fiducia diminuisce.

La soluzione dei due Stati diventa più difficile.

E ogni giorno nel quale la politica rimane immobile può rendere più complicata una soluzione futura.

La diplomazia non è soltanto l’arte di evitare il conflitto; è anche l’arte di intervenire prima che le condizioni della pace diventino irreversibili.

Questo è forse il punto più importante dell’intera vicenda.

Sanzioni, simboli e responsabilità

Naturalmente non bisogna attribuire alle sanzioni un potere magico.

Una misura commerciale non risolverà il conflitto israelo-palestinese.

Non restituirà automaticamente le vite perdute.

Non convincerà da sola le parti a sedersi al tavolo negoziale.

Le sanzioni non cancelleranno decenni di paura, terrorismo, occupazione, espulsioni, lutti e memoria.

Ma potranno produrre un segnale.

E nella politica internazionale i segnali contano.

Un segnale può dire che una determinata politica produce conseguenze.

Può dire che la comunità internazionale osserva.

Può dire che il diritto non è soltanto una parola pronunciata nei comunicati diplomatici.

Può anche aprire una discussione più ampia sull’efficacia degli strumenti economici e diplomatici disponibili.

Per questo la scelta dei dodici Paesi di adottare sanzioni non dovrebbe essere letta semplicemente come una punizione nei confronti di Israele.

Dovrebbe essere interpretata come parte di una discussione più vasta sul rapporto tra potere, diritto e responsabilità.

Una domanda per l’Italia

Ed è qui che ritorna la domanda italiana.

Non si tratta soltanto di chiedersi se Roma avrebbe dovuto aderire o meno a questa specifica iniziativa delle sanzioni.

La domanda più importante è:

quale ruolo vuole avere l’Italia nella costruzione della pace nel Mediterraneo?

Un ruolo prudente?

Un ruolo di mediazione?

Un ruolo europeo?

Un ruolo autonomo?

Probabilmente non è necessario scegliere una sola di queste definizioni.

L’Italia potrebbe essere contemporaneamente profondamente europea e capace di iniziativa diplomatica; vicina a Israele nella difesa della sua sicurezza e critica nei confronti delle politiche che ritiene incompatibili con il diritto internazionale; solidale con il popolo palestinese senza indulgere verso il terrorismo.

Questa sarebbe una posizione difficile.

Ma le posizioni veramente mature sono quasi sempre difficili.

La semplificazione è comoda.

La complessità richiede coraggio.

La pace non può essere selettiva

Forse il punto ultimo non riguarda neppure Israele.

Riguarda noi.

Riguarda il modo in cui scegliamo di guardare il mondo.

Perché se la sofferenza di un bambino ci commuove soltanto quando appartiene al popolo che sentiamo più vicino, allora la nostra umanità è ancora parziale.

Se il diritto internazionale ci appare sacro quando colpisce un avversario e negoziabile quando coinvolge un alleato, allora non stiamo difendendo davvero il diritto.

Se la sicurezza di un popolo diventa più importante della sicurezza di un altro popolo, allora non stiamo ancora parlando di pace.

La pace non può essere selettiva.

Non può essere israeliana o palestinese.

Non può essere occidentale o araba.

Non può essere europea o mediorientale.

La pace, se vuole davvero meritare questo nome, deve appartenere a tutti.

I dodici Paesi che hanno scelto di accompagnare il Regno Unito in questa iniziativa hanno compiuto una scelta politica che può essere discussa, criticata o condivisa. L’Italia ha scelto, almeno in questa circostanza, una strada diversa, richiamandosi alla necessità di una decisione europea.

Sarà il tempo a stabilire quale posizione produrrà maggiori risultati.

Ma una cosa dovrebbe rimanere fuori da ogni dubbio: la politica estera non è soltanto il calcolo degli interessi nazionali. È anche il modo attraverso il quale una nazione dichiara ciò che considera giusto, ciò che considera tollerabile e ciò che non vuole più accettare.

Per questo la questione non può esaurirsi nella formula:

“12 Paesi introducono restrizioni sugli insediamenti israeliani, l’Italia no”.

La vera domanda è molto più inquietante e molto più importante:

che cosa siamo disposti a fare, concretamente, quando i nostri principi entrano in conflitto con i nostri interessi?

È in quella distanza, fra ciò che proclamiamo e ciò che siamo disposti a rischiare, che si misura la credibilità di una democrazia.

E forse anche la sua anima.

Lesanzioni, dunque, non possono essere considerate né una soluzione definitiva né un gesto puramente simbolico. Il loro significato dipenderà dalla coerenza con cui verranno applicate e dalla capacità della diplomazia di accompagnarle con un percorso politico credibile. Lesanzionipossono diventare uno strumento di pressione, ma anche un messaggio: il diritto internazionale non può essere richiamato soltanto quando è conveniente. Per questo il dibattito sullesanzioniagli insediamenti israeliani riguarda anche l’Italia e il ruolo che Roma intende svolgere in Europa e nel Mediterraneo. Al di là delle singole misure, resta una domanda: lesanzionisaranno soltanto una presa di posizione oppure riusciranno a contribuire, insieme alla diplomazia, alla costruzione di condizioni più concrete per la pace?

Carlo Di Stanislao

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Crollo solaio Roma, paura in via Cola di Rienzo: quattro persone salvate dalle macerie

Crollo solaio Roma, paura in via Cola di Rienzo: quattro persone salvate dalle maceriePaura questa mattinanel cuore della Capitale per ilcrollo di un solaio a Roma, avvenuto in via Cola di Rienzo, nel quartiere Prati. Il cedimento ha interessato una palazzina in fase di ristrutturazione e, secondo le prime informazioni disponibili, ha coinvolto anche un esercizio commerciale situato all’interno dell’edificio. Quattro persone, due dipendenti del negozio e due clienti, sono state soccorse e portate in salvo. Fortunatamente, le loro condizioni risultano buone e non sarebbero state riportate ferite gravi.

L’allarme è scattato nella mattinata di oggi, lunedì 7 settembre, in una delle strade commerciali più conosciute della zona di Prati. Il cedimento ha fatto scattare immediatamente la macchina dei soccorsi, con l’arrivo dei Vigili del Fuoco, del personale sanitario del 118 e delle forze dell’ordine.

Crollo solaio Roma, quattro persone estratte dalle macerie

La situazione è apparsa subito delicata a causa del cedimento improvviso della struttura. All’interno del negozio si trovavano quattro persone: due lavoratori e due clienti. I soccorritori sono riusciti a raggiungerle e a portarle fuori dall’area interessata dal crollo.

Le quattro persone sono state successivamente controllate dal personale sanitario intervenuto sul posto. Le prime informazioni riferiscono che stanno bene e che non avrebbero riportato conseguenze fisiche rilevanti.

Il bilancio, almeno per quanto riguarda le persone coinvolte, è quindi fortunatamente meno grave di quanto si potesse temere nelle prime fasi dell’emergenza.

Il lavoro dei soccorritori, tuttavia, non si è concluso con il salvataggio dei quattro occupanti. I Vigili del Fuoco hanno infatti continuato a operare all’interno e nelle immediate vicinanze dell’edificio per verificare che nessun’altra persona fosse rimasta coinvolta.

Vigili del Fuoco al lavoro in via Cola di Rienzo

Sul luogo delcrollo del solaio a Romasono intervenute le squadre dei Vigili del Fuoco, con mezzi specializzati per le operazioni di ricerca e messa in sicurezza. Le attività hanno coinvolto anche i nuclei USAR, specializzati nella ricerca e nel soccorso in scenari caratterizzati da crolli e dissesti strutturali, oltre alle unità cinofile.

La presenza delle squadre specializzate è stata necessaria per poter verificare in maniera approfondita l’area interessata dal cedimento e stabilire con certezza che non vi fossero altre persone sotto le macerie.

L’area è stata inoltre interessata dalle attività delle forze dell’ordine e del personale sanitario. La zona è stata messa in sicurezza per consentire ai soccorritori di lavorare senza ulteriori rischi.

Palazzina in ristrutturazione, verifiche sulle cause

Uno degli aspetti al centro degli accertamenti riguarda le cause del cedimento. La palazzina interessata dal crollo era infattiin fase di ristrutturazione.

Secondo le prime ricostruzioni, il cedimento sarebbe avvenuto durante lavori eseguiti nella struttura, ma al momento non è possibile stabilire con certezza se vi sia una relazione diretta tra gli interventi di ristrutturazione e il crollo. Gli accertamenti dovranno chiarire la dinamica e individuare le eventuali cause tecniche del cedimento.

È quindi prematuro formulare conclusioni sulle responsabilità o sulle ragioni che hanno determinato il collasso del solaio. Saranno le verifiche tecniche e gli eventuali successivi accertamenti investigativi a fornire un quadro più preciso.

Verifiche strutturali sull’edificio

Parallelamente alle operazioni di ricerca, sono state avviate leverifiche strutturalidell’edificio. Si tratta di un passaggio fondamentale dopo un crollo, soprattutto in presenza di una palazzina interessata da lavori di ristrutturazione.

I tecnici e i Vigili del Fuoco devono infatti stabilire quali siano le condizioni della struttura e se vi siano ulteriori elementi che possano presentare situazioni di rischio. L’obiettivo prioritario è garantire la sicurezza delle persone e degli operatori impegnati nelle operazioni.

Le verifiche serviranno anche a comprendere l’estensione dei danni provocati dal cedimento e a valutare le condizioni delle parti dell’edificio non direttamente interessate dal crollo.

Al momento, le informazioni disponibili confermano chenon risultano altre persone coinvolte, ma i Vigili del Fuoco hanno proseguito le ricerche proprio per avere la certezza che nessuno sia rimasto sotto le macerie.

Paura tra negozi e passanti nel quartiere Prati

Il cedimento si è verificato in una delle zone commerciali più frequentate di Roma. Via Cola di Rienzo rappresenta infatti una delle principali arterie dello shopping del quartiere Prati, a poca distanza da piazza Risorgimento.

Il crollo ha inevitabilmente attirato l’attenzione di residenti, commercianti e passanti, mentre nell’area venivano avviate le operazioni di soccorso e messa in sicurezza. La presenza di un’attività commerciale all’interno dell’edificio ha reso particolarmente delicata la prima fase dell’intervento, proprio per la possibilità che all’interno potessero trovarsi clienti e lavoratori.

La situazione è stata fortunatamente gestita dai soccorritori con il salvataggio delle quattro persone presenti nel negozio.

Indagini in corso sul crollo a Roma

Sulcrollo del solaio a Romasono ora in corso ulteriori accertamenti. La Polizia di Stato sta effettuando le verifiche di propria competenza mentre gli approfondimenti dovranno consentire di ricostruire con precisione quanto accaduto. Anche la Procura della Repubblica di Roma è stata informata del cedimento.

Il punto centrale resta al momento quello di comprendere perché una parte della struttura abbia ceduto e se il crollo possa essere collegato ai lavori di ristrutturazione in corso nell’edificio. Ogni valutazione dovrà comunque essere preceduta dagli accertamenti tecnici necessari.

La priorità, nelle prossime ore, rimane la sicurezza dell’area e la conclusione delle verifiche da parte dei Vigili del Fuoco. Il fatto che le quattro persone presenti nel negozio siano state tratte in salvo e risultino in buone condizioni rappresenta l’aspetto più positivo di una mattinata che avrebbe potuto avere conseguenze ben più gravi.

Ilcrollo del solaio a Roma, in via Cola di Rienzo, resta dunque al centro degli accertamenti, mentre proseguono le operazioni per escludere definitivamente la presenza di altre persone coinvolte e per verificare le condizioni strutturali della palazzina.

Foto diAngelo GiordanodaPixabayimmagine generica

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Caro spesa, tecnologia e nuovi consumi: come sta cambiando la GDO

Caro spesa, tecnologia e nuovi consumi: come sta cambiando la GDO– Gli italiani spendono di più, ma comprano meno. A maggio 2026 levendite alimentarisono cresciute del 2% in valore rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, mentre i volumi sono diminuiti dello 0,4%. Un mese prima il divario era stato ancora più marcato: +0,6% a valore e -2,2% a volume.

È dentro questa forbice che si gioca una delle partite più importanti per il futuro della GDO. Perché mentre inflazione e potere d’acquisto continuano a condizionare le scelte delle famiglie, in giro per il mondo il supermercato sta cambiando funzione: non è più soltanto il luogo nel quale acquistare prodotti, ma diventa piattaforma di servizi, ristorante, hub logistico, brand, community e, in alcuni casi, persino un servizio al quale abbonarsi.

GDO e consumi italiani

La domanda, allora, non riguarda soltanto il futuro della GDO: riguarda i consumi italiani. Può l’innovazione della distribuzione contribuire a riportare i consumatori nei negozi, aumentare la frequenza d’acquisto e intercettare nuova domanda?

È quanto emerge dall’osservatorio Retail Hub, tech company del settore retail punto di riferimento in Italia in quanto angolo di osservazione e analisi privilegiato in tema di innovazione e nuovi trend. Attraverso i suoi Innovation Tour internazionali, accompagna aziende e retailer nei mercati più innovativi per osservare direttamente format, tecnologie e modelli di business, capire cosa funziona e valutare quali soluzioni possano essere reinterpretate nel contesto italiano.

E il confronto racconta un’Italia che non è necessariamente ferma, ma che su alcuni fronti procede con velocità molto differenti rispetto ai mercati internazionali. Negli Stati Uniti membership, private label, customer experience e smart cart stanno modificando la relazione economica tra insegna e consumatore; in Francia circa il 15% delle vendite della GDO passa dall’e-commerce e l’80% dell’online è sviluppato attraverso il drive; in Cina l’integrazione tra negozio, delivery e piattaforme digitali arriva a condizionare la progettazione stessa dei punti vendita.

Tre modelli differenti di GDO che pongono però la stessa domanda alla distribuzione italiana: continuare a vendere prodotti o iniziare a vendere soprattutto convenienza, tempo, servizio ed esperienza?

«La domanda non è cosa possiamo copiare dall’estero, ma cosa quello che vediamo all’estero ci sta dicendo sull’evoluzione del consumatore italiano – spiega Stefano Motta, Chief Operating Officer di Retail Hub – Alcuni modelli sono lontanissimi dal nostro mercato, altri stanno già arrivando. Il punto è riuscire a distinguere le mode dai cambiamenti strutturali».

USA, DAL SUPERMERCATO AL BRAND: VINCE CHI HA UN’IDENTITÀ FORTE

La prima grande differenza nella GDO rispetto all’Italia riguarda la struttura stessa del mercato. Il grocery statunitense è molto più frammentato per canali: generalisti, members club, discount, farmers market, specialty retailer, online, farmacie e dollar store convivono intercettando occasioni di consumo differenti.  La California rende questa polarizzazione particolarmente evidente. Si passa dai circa 15.000 mq di un Walmart Supercenter ai 6.000 mq di Whole Foods fino ai circa 1.200 mq di Trader Joe’s, con format radicalmente differenti per target, assortimento e missione d’acquisto.  In un mercato storicamente abituato a grandi superfici e assortimenti enormi, emerge contemporaneamente il valore opposto: la semplicità. Format più compatti, meno referenze, facilità di orientamento e possibilità di completare rapidamente la spesa diventano elementi competitivi.

È una riflessione particolarmente interessante anche per la GDO italiana: in una fase di pressione sul potere d’acquisto, convenienza non significa necessariamente soltanto prezzo più basso, ma anche riduzione della complessità e capacità di far percepire immediatamente il valore dell’offerta.

IL FRESCO DIVENTA SPETTACOLO. E IL SUPERMERCATO DIVENTA RISTORANTE

Se l’e-commerce compete sulla comodità, il negozio fisico deve offrire qualcosa che uno schermo non può restituire. Da qui la crescente “teatralizzazione del fresco”. In California insegne come Nugget Markets e Bristol Farms trasformano l’esposizione di frutta e verdura in una componente scenografica dello store: visual merchandising, colori e abbondanza percepita diventano strumenti attraverso cui comunicare qualità.  Parallelamente nella GDO sfuma il confine tra supermercato e ristorante. Negli Stati Uniti insegne come Wegmans e Whole Foods ampliano il ready-to-eat con piatti caldi, zuppe, insalate personalizzabili e spazi per il consumo.  È probabilmente uno dei trend internazionali con maggiori possibilità di sviluppo anche in Italia, perché intercetta un cambiamento che va ben oltre il retail: il consumatore acquista sempre meno soltanto ingredienti e sempre più soluzioni capaci di fargli risparmiare tempo.

«Durante la settimana molte persone non vogliono più pensare alla ricetta, acquistare tutti gli ingredienti e cucinare – osserva Motta – Per questo il supermercato non vende più soltanto prodotti: vende sempre di più la soluzione al pasto».

DAL SUPERMERCATO AL BRAND: PRIVATE LABEL E MEMBERSHIP CAMBIANO IL VALORE DEL CLIENTE

Negli Stati Uniti nella GDO cambia anche la relazione economica tra consumatore e insegna. Trader Joe’s arriva a costruire oltre il 90% dell’assortimento attraverso marche private, facendo della private label non semplicemente un’alternativa conveniente al brand industriale, ma uno degli elementi centrali della propria identità.

Ancora più significativo nelle GDO è il fenomeno delle membership a pagamento. Il modello più noto è Costco, ma in California anche il premium retailer Erewhon propone un club digitale da 200 dollari l’anno, associando all’iscrizione sconti e servizi.  Per il retailer il vantaggio non è soltanto la fidelizzazione: significa costruire ricavi ricorrenti e maggiormente prevedibili, aumentando contemporaneamente l’incentivo del consumatore a concentrare gli acquisti presso l’insegna alla quale ha scelto di aderire. «In Italia abbiamo visto alcune sperimentazioni, ma siamo ancora lontani dal modello americano – sottolinea Motta – La membership è ancora sottovalutata e credo che diventerà sempre più importante, perché modifica profondamente il rapporto tra retailer e cliente».

FRANCIA, LO SPECCHIO PIÙ VICINO ALL’ITALIA: L’80% DELL’E-COMMERCE PASSA DAL DRIVE

Se gli Stati Uniti rappresentano il laboratorio dei modelli di business della GDO e la Cina quello dell’integrazione digitale estrema, la Francia offre forse il confronto economicamente più interessante per l’Italia, perché racconta l’evoluzione di un grande mercato europeo. Cinque gruppi concentrano quasi l’80% del grocery francese e, dal 2024, oltre 1.000 punti vendita hanno cambiato insegna, in una fase di forte consolidamento.  Ma soprattutto, circa il 15% delle vendite della GDO passa attraverso l’e-commerce e l’80% dell’online viene sviluppato tramite drive, con la spesa ordinata digitalmente e successivamente ritirata dal consumatore.

Non è tecnologia spettacolare: è innovazione diventata infrastruttura, perché riduce il tempo dedicato alla spesa e contemporaneamente consente al retailer di integrare negozio fisico e digitale. Anche il sistema cooperativo francese offre uno spunto interessante: supera il 50% del mercato e combina la forza della centrale con l’autonomia degli imprenditori locali, permettendo di adattare assortimenti e iniziative alle esigenze dei singoli territori.

CINA, UN ALTRO PIANETA: QUANDO SUPERMERCATO, E-COMMERCE E LOGISTICA DIVENTANO UNA COSA SOLA

La Cina rappresenta invece il modello più distante dall’Italia per quanto riguarda la GDO e, proprio per questo, uno dei laboratori più interessanti. A Shanghai convenience store come 7-Eleven e FamilyMart assumono la funzione di veri e propri “ristoranti di quartiere”, fortemente orientati al food-to-go e al consumo immediato.  La spesa online lavora su raggi di circa 3 km e consegne sotto i 30 minuti, mentre il layout del supermercato viene progettato anche per l’in-store picking e la consegna affidata a piattaforme di logistica istantanea.  Checkout, super-app, QR code e pagamenti biometrici rendono il confine tra negozio e piattaforma digitale sempre più sottile.

«La Cina non ci dice necessariamente come sarà il supermercato italiano tra cinque anni – precisa Motta –. Ci mostra però fino a che punto può arrivare l’integrazione tra retail, tecnologia e logistica quando il comportamento del consumatore la rende economicamente sostenibile».

SMART CART E AUTONOMOUS STORE: DALL’EFFETTO WOW ALLA PRODUTTIVITÀ

Anche il rapporto con la tecnologia sta cambiando nella GDO. Dopo anni di sperimentazioni, i retailer internazionali sono diventati molto più selettivi. «Oggi ci si chiede prima di tutto se una tecnologia porti un beneficio al cliente, quanto sia complessa da integrare e quanto costi – spiega Motta – Non c’è più la stessa corsa a sperimentare semplicemente perché qualcosa è nuovo».

È un passaggio importante anche dal punto di vista economico: innovazione significa sempre più produttività, efficienza e ritorno sull’investimento. Tra le soluzioni che stanno crescendo nella GDO ci sono gli smart cart, capaci di identificare i prodotti attraverso scansione, pesatura e, nei sistemi più evoluti, computer vision. Accanto alle tecnologie visibili al consumatore cresce soprattutto tutto ciò che avviene dietro le quinte: gestione degli stock, magazzino, preparazione degli ordini e automazione dei processi.  Anche gli autonomous store stanno vivendo una seconda fase: non necessariamente grandi supermercati senza casse, ma micro-store automatizzati in aeroporti, università, aziende, stazioni e hotel, dove l’automazione può rendere economicamente sostenibile un servizio che non giustificherebbe la presenza continuativa di personale.

 PIÙ TECNOLOGIA, MA LE PERSONE TORNANO CENTRALI

Ed emerge un apparente paradosso: più aumenta la tecnologia, più la qualità delle persone può diventare un elemento distintivo. In California Trader Joe’s seleziona personale predisposto alla relazione, mentre Sprouts investe sulla formazione trasformando alcuni dipendenti in veri consulenti.  Per la GDO italiana significa che la ricerca di produttività non passa necessariamente dalla semplice sostituzione del lavoro con la tecnologia: può significare anche spostare il lavoro verso attività a maggior valore, nelle quali competenza e relazione diventano parte dell’esperienza offerta dal retailer.

LA SFIDA ITALIANA: NON COPIARE, MA CAPIRE PRIMA COME CAMBIERANNO I CONSUMI

Stati Uniti, Francia e Cina raccontano dunque tre modelli profondamente differenti di GDO. Gli USA mostrano quanto il supermercato possa diventare brand, community e piattaforma di servizi. La Francia racconta un modello europeo basato su omnicanalità, territorio, specializzazione e drive. La Cina mostra fin dove può spingersi l’integrazione tra commercio, digitale e logistica.

Ma alcune direttrici sono comuni: semplificare, far risparmiare tempo, offrire soluzioni oltre ai prodotti, integrare fisico e digitale e utilizzare la tecnologia soltanto quando genera valore.

Ed è qui che il confronto internazionale torna all’economia italiana. In un mercato nel quale la crescita della spesa alimentare in valore non si traduce automaticamente in crescita dei volumi, la sfida della GDO non sarà soltanto convincere gli italiani a comprare di più. Sarà soprattutto intercettare meglio ciò per cui sono disposti a spendere, aumentando il valore del servizio e costruendo nuovi modelli di relazione.

«L’Italia non deve rincorrere quello che vede all’estero – conclude Motta – Deve però osservare attentamente quello che sta succedendo. Perché dietro smart cart, membership, drive o food-to-go non ci sono semplicemente nuove tecnologie o nuovi format: ci sono nuovi comportamenti. Ed è su quelli che la GDO italiana dovrà costruire il proprio futuro».

A proposito di Retail Hub…

Retail Hub è una tech company fondata nel 2020, diventata in pochissimi anni l’advisory per tutte le aziende che cercano innovazione in ogni settore del retail, grazie a una piattaforma proprietaria che permette di automatizzare tanta di questa innovazione dialogando con l’AI, e che vanta ad oggi circa 5000 start up, ognuna di esse un’eccellenza dal grande potenziale. Retail Hub ha portato in Italia il primo autonomus store e la sua mission si espande con la House of Innovation, uno spazio unico sul territorio, grande hub dell’innovazione basato a Milano. Fondata da Massimo Volpe, Retail Hub si distingue per il suo focus internazionale e il costante scouting di soluzioni tecnologiche. Volpe, con una ventennale esperienza nel settore, è stato il primo italiano a far parte della National Retail Federation (NRF) e nel 2023 è stato inserito nella classifica “Top Retail Influencers” di Rethink Retail. Retail Hub organizza inoltre eventi e programmi di formazione come il Leadership in Retail, l’Innovation Club, e i Retail Innovation Tour, che offrono alle aziende l’opportunità di esplorare le ultime tendenze globali del settore retail.

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Dopo Ranucci, qualche dubbio sulla Rai: e stavolta sto con Geppi Cucciari

Dopo Ranucci, qualche dubbio sulla Rai: e stavolta sto con Geppi Cucciari

«La libertà di pensiero è la vita dell’anima.»
— Voltaire

Geppi Cucciarinon mi è mai stata particolarmente simpatica. Non è un mistero e non ho motivo di fingere il contrario. Il suo stile, il modo di stare in televisione, una certa ironia che talvolta mi appare costruita non hanno mai incontrato particolarmente il mio gusto. Ma proprio per questo, quando una persona che non ami finisce al centro di una vicenda che ritieni significativa, bisogna provare a mettere da parte l’antipatia e guardare i fatti. E stavolta, sorprendentemente, sto con lei.

Il caso Geppi Cucciari

Dopo undici anni Geppi Cucciari non tornerà ai microfoni di Un giorno da pecora. La motivazione ufficiale riguarda la necessità di avere una conduzione disponibile per l’intera stagione. Negli ultimi tre anni aveva infatti condotto soltanto una parte del programma, conciliando l’impegno con Splendida cornice e altre attività, una formula che fino all’ultima edizione era stata accettata. Ora, invece, la produzione ha ritenuto non più praticabile questa soluzione.

Tutto legittimo? Certamente può esserlo. Un programma può cambiare conduzione, una redazione può riorganizzarsi e un’azienda editoriale può modificare le proprie scelte. Ma la Rai non è soltanto un’azienda.

È servizio pubblico e, proprio per questo, ogni cambiamento di palinsesto ha anche una dimensione culturale. La Rai decide quali voci ospitare, quali linguaggi valorizzare, quali sensibilità lasciare al centro della scena. Non significa che ogni mancata riconferma nasconda un ordine politico, e sarebbe irresponsabile affermarlo senza prove. Significa però che è legittimo interrogarsi sulla direzione complessiva dell’emittente.

E qui arriva il dubbio.

Dopo Ranucci, il caso di Geppa Cucciari merita attenzione.

Non metto affatto sullo stesso piano le due vicende: appartengono a contesti diversi e hanno un peso differente. Ma entrambe invitano a osservare come il servizio pubblico gestisca le voci che, per linguaggio o contenuti, possono risultare scomode.

Il potere editoriale, del resto, non si manifesta soltanto attraverso una censura esplicita. Si manifesta anche attraverso le scelte su chi resta, chi arriva, chi viene spostato, chi perde spazio e chi invece ne conquista. Un singolo episodio può essere soltanto una scelta editoriale; una successione di episodi può invece raccontare un cambiamento di clima.

Per questo preferisco parlare di dubbio, non di certezza. Di attenzione, non di complotto. La parola “epurazione” è forte e va usata con cautela. Ma proprio perché è forte, non deve nemmeno diventare una parola impronunciabile quando si osservano trasformazioni che, nel loro insieme, possono incidere sul pluralismo.

Geppi Cucciari, nel suo messaggio di addio, non ha scelto lo scontro. Ha ringraziato colleghi, redazione, ospiti e pubblico, ricordando gli anni trascorsi e le quasi duemila puntate. Ha chiuso con una frase semplice: «Ci ritroveremo, ne sono sicura».

Nessun vittimismo, nessuna guerra ideologica. E forse è anche per questo che la vicenda mi interessa.

Perché si può non amare Geppi Cucciari e riconoscere che una voce ironica, critica e non sempre accomodante ha un suo posto nel servizio pubblico.

La satira, infatti, non dovrebbe avere il compito di piacere a tutti. Deve anche disturbare, rovesciare le prospettive, mettere in ridicolo le certezze e, qualche volta, prendere di mira il potere. Questo vale per qualsiasi potere: quello di destra come quello di sinistra, quello politico come quello economico o culturale.

Una Rai nella quale tutti risultano rassicuranti rischia di diventare una Rai nella quale il conflitto viene semplicemente espulso dal racconto. E il pluralismo può ridursi senza che nessuno pronunci mai la parola “censura”: basta che alcune voci scompaiano, che altre vengano privilegiate e che, lentamente, il paesaggio cambi.

La domanda allora non è se Geppi Cucciari debba avere per forza un posto in Rai per sempre. Naturalmente no. Nessun conduttore possiede un diritto eterno al proprio programma.

La domanda è un’altra: quanto spazio vuole lasciare il servizio pubblico alla diversità delle voci?

Perché una Rai davvero pubblica dovrebbe essere più grande dei governi che temporaneamente la amministrano. Dovrebbe riuscire a ospitare Ranucci e Cucciari, giornalismo investigativo e satira, voci di destra e di sinistra, persone che provocano e persone che dissentono. Non perché tutte abbiano ragione, ma perché la democrazia non si difende eliminando le voci che ci infastidiscono.

Ed è qui che arrivo alla mia contraddizione personale.

Non amo Geppi Cucciari, ma difendo il suo diritto a esserci. Anzi, proprio perché non la amo.

Difendere soltanto chi ci piace non è libertà: è appartenenza, è tifoseria. La libertà diventa autentica quando siamo disposti a riconoscere uno spazio anche a chi ci irrita, a chi non condividiamo, a chi persino consideriamo sbagliato.

La famosa frase attribuita a Voltaire — nella formulazione popolare, non letteralmente documentata come sua — esprime proprio questo principio: la libertà non consiste nel proteggere soltanto le opinioni che condividiamo, ma nel riconoscere all’altro il diritto di esprimere quelle che non vorremmo ascoltare.

Per questo, stavolta, sto con Geppi Cucciari.

Non perché sia diventata improvvisamente la mia conduttrice preferita. Non perché ritenga necessariamente illegittima la decisione di Rai Radio. E nemmeno perché ogni sua posizione mi trovi d’accordo.

Sto con lei perché non voglio una Rai nella quale il pluralismo venga valutato in base alla comodità delle voci. Il servizio pubblico deve essere abbastanza forte da sopportare anche chi disturba.

Non abbiamo elementi sufficienti per dire che la vicenda di Geppi Cucciari sia la prova di una Rai “di destra”, né sarebbe serio trasformare ogni cambio di conduzione in un caso politico. Ma abbiamo tutto il diritto di osservare ciò che accade e di chiederci se, episodio dopo episodio, il baricentro stia cambiando.

Tra il complottismo e l’ingenuità esiste una terza strada: guardare, confrontare, interrogarsi.

E io, che Geppi Cucciari non ho mai particolarmente amata, preferisco farlo proprio adesso.

Perché quando scegli di difendere lo spazio di qualcuno che non ti piace, non stai necessariamente difendendo quella persona.

Stai difendendo il principio secondo cui nessuno dovrebbe avere bisogno della nostra simpatia per poter parlare.

E in una democrazia, forse, è questa la libertà che conta di più.

Carlo Di Stanislao

Foto Di Francoeciccio126, CC BY-SA 4.0,https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=190609971

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Italia

Ue: Cia-Agricoltori Italiani, stop all’import di carne dal Brasile

Roma,– Cia-Agricoltori Italiani: Lo stop dell’Ue, in vigore da domani, alle importazioni di carne e altri prodotti di origine animale dal Brasile deve rappresentare un punto di svolta per la politica commerciale europea. È quanto afferma Cia-Agricoltori Italiani, secondo cui il principio di reciprocità non può più essere un’eccezione, ma deve diventare la regola in tutti gli accordi di libero scambio.

La Commissione Ue ha deciso di sospendere l’import dal Brasile di bovini, equini, pollame, uova, miele e prodotti dell’acquacoltura, dopo aver riscontrato garanzie insufficienti sul rispetto degli standard comunitari, in particolare per quanto riguarda l’impiego di antimicrobici e ormoni della crescita negli allevamenti, pratiche non consentite agli agricoltori europei.

Cia-Agricoltori Italiani: Decisione importante

“È una decisione importante che va nella direzione che Cia sostiene da tempo -ha dichiarato il presidente nazionale, Cristiano Fini-. L’Europa deve garantire parità di regole e condizioni per tutti: solo così gli accordi commerciali possono essere strumenti di crescita e non di crisi per le nostre aziende”.

            Per Cia, la reciprocità significa pretendere dagli operatori dei Paesi terzi gli stessi standard di produzione, sicurezza alimentare e ambientale, tutela dei lavoratori e benessere animale richiesti alle aziende europee. Non è accettabile che agli agricoltori dell’Ue vengano imposti obblighi sempre più rigorosi, mentre sul mercato comunitario entrano prodotti ottenuti con regole diverse.

“Quanto accaduto con il Brasile può fare da apripista -ha concluso Fini-. Gli agricoltori europei non chiedono protezionismo, ma parità di condizioni: la reciprocità deve essere il criterio guida in tutti i futuri accordi commerciali. Solo così l’Europa potrà affrontare la sfida della competitività globale senza sacrificare la propria agricoltura, tutelando al tempo stesso consumatori e imprese”.

Roma 2 settembre 2026

Cia-Agricoltori Italiani è una delle maggiori organizzazioni di categoria in Italia e in Europa. Lavora per la salvaguardia e la valorizzazione del settore primario e per la tutela di imprese e agricoltori.

Nata nel 1977 come Cic-Confederazione Italiana Coltivatori, derivata dall’Alleanza Nazionale dei Contadini del 1955, nel 1992 è diventata Cia-Confederazione Italiana Agricoltori.

Tra le priorità dell’organizzazione: la tutela del reddito degli agricoltori, l’affermazione del settore primario nel sistema economico italiano e globale, la competitività delle imprese sui mercati, la rivitalizzazione delle aree rurali, i diritti del lavoro agricolo esercitato come impresa. Cia lavora ogni giorno per un’agricoltura sempre più sostenibile, attenta a qualità, sicurezza, biodiversità, educazione alimentare, difesa dell’ambiente e del suolo. 

Cia-Agricoltori Italiani ha sede nazionale a Roma ed è presente in quasi tutti i Comuni italiani, con uffici regionali, provinciali e zonali, oltre ad avere una rappresentanza a Bruxelles. È tra i membri del COPA (Comitato delle Organizzazioni Professionali Agricole dell’Unione Europea) e dell’OMA (Organizzazione Mondiale degli Agricoltori). 

L’impegno della Confederazione è garantire i diritti e salvaguardare i 650 mila iscritti e le 170 mila imprese agricole associate sul territorio nazionale. 

Inoltre, Cia rappresenta circa 330 mila pensionati (Anp), supporta più di 50 mila imprenditrici (Donne in Campo) e sostiene oltre 14 mila giovani (Agia).

Tra i settori multifunzionali spiccano circa 4.500 agriturismi (Turismo Verde), 13.600 aziende biologiche (Anabio) e 6.200 imprese a filiera corta (la Spesa in Campagna). Più di recente, sono nate, nel 2019 l’Associazione Florovivaisti Italiani e, nel 2020, PescAgri. 

Cia si avvale anche dell’Associazione Agricoltura è Vita che si occupa di formazione, ricerca e divulgazione, e può vantare un’organizzazione no profit di riferimento (ASeS – Agricoltori Solidarietà e Sviluppo). Infine, sono promosse dalla Confederazione anche Esco Agroenergetica e Aiel, Associazione italiana energie agroforestali. 

Ogni anno Cia assiste 1 milione di persone, agricoltori e cittadini, attraverso il patronato Inac e i centri di assistenza Caf e Caa.


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Italia

Ballottaggio, legge elettorale e famiglia del bosco: il potere che decide e il diritto che deve imparare ad ascoltare

Ballottaggio, legge elettorale e famiglia del bosco: il potere che decide e il diritto che deve imparare ad ascoltare

«Il potere non è un mezzo, è un fine.»
George Orwell

Ballottaggio è una parola che, nella politica italiana, porta con sé una questione molto più ampia della semplice tecnica elettorale. Riguarda il rapporto tra rappresentanza e governabilità, tra il peso delle segreterie dei partiti e la possibilità degli elettori di incidere direttamente sulla scelta dei propri rappresentanti.

A prima vista, tutto questo sembra avere poco a che vedere con la vicenda della famiglia del bosco e con il percorso deciso dal Tribunale per i minorenni dell’Aquila. Eppure, osservando entrambe le questioni da una prospettiva più generale, emerge un elemento comune: il modo in cui le istituzioni esercitano il potere quando le decisioni riguardano direttamente la vita delle persone.

In un caso si decide come trasformare il voto in rappresentanza. Nell’altro si stabilisce come accompagnare una famiglia verso una possibile ricostruzione della propria quotidianità. Sono ambiti differenti, ma entrambi richiedono equilibrio, responsabilità e attenzione alle conseguenze concrete delle decisioni.

Ballottaggio e legge elettorale: la rappresentanza al centro

Una legge elettorale non è mai soltanto un insieme di formule tecniche.

Stabilire le modalità attraverso cui i voti diventano seggi significa decidere quanto spazio viene lasciato alla scelta degli elettori e quanto, invece, alla selezione effettuata dalle strutture politiche.

Il ballottaggio viene generalmente associato all’esigenza di garantire una maggioranza sufficientemente forte per governare. Il premio di maggioranza risponde a una logica simile, mentre le preferenze rappresentano lo strumento attraverso il quale il cittadino può indicare direttamente il candidato che desidera eleggere.

Nessuno di questi meccanismi è neutrale.

Ognuno produce conseguenze differenti sulla rappresentanza e sull’equilibrio tra stabilità dell’esecutivo e pluralismo politico.

Per questo una riforma elettorale dovrebbe essere affrontata con particolare cautela, soprattutto quando interviene su equilibri che possono incidere profondamente sulla composizione futura del Parlamento.

La questione non è soltanto stabilire quale sistema funzioni meglio.

È necessario chiedersi quale rapporto si voglia costruire tra elettore e istituzione.

Un cittadino che vota per un partito, ma non può incidere realmente sulla scelta delle persone che lo rappresenteranno, vive la rappresentanza in modo diverso rispetto a chi può esprimere una preferenza individuale.

Da qui nasce una delle discussioni più importanti: restituire maggiore centralità alla scelta personale dell’elettore oppure privilegiare la capacità dei partiti di costruire liste coerenti e maggioranze stabili?

La risposta non è semplice e non dovrebbe essere affidata alla sola convenienza del momento.

Reintrodurre le preferenze: il nodo della scelta degli elettori

La richiesta di reintrodurre le preferenze si inserisce proprio in questo confronto.

Il principio è intuitivo: se il cittadino deve scegliere chi lo rappresenta, dovrebbe poter indicare direttamente il candidato.

Ma anche questo sistema presenta interrogativi. Le preferenze possono rafforzare il rapporto personale tra eletto ed elettori, ma possono anche accentuare la competizione interna ai partiti e favorire dinamiche legate alla notorietà, alla disponibilità di risorse e alle reti territoriali.

La questione, quindi, non può essere ridotta allo slogan secondo cui una soluzione sarebbe automaticamente democratica e l’altra necessariamente meno rappresentativa.

Il vero punto è costruire un equilibrio tra libertà di scelta, trasparenza, pluralismo e governabilità.

Proprio per questo le modifiche alla legge elettorale dovrebbero nascere da un confronto ampio e comprensibile, evitando il più possibile la sensazione di interventi costruiti nell’immediatezza di una competizione politica.

Le regole della rappresentanza devono essere percepite come patrimonio comune, non come strumenti appartenenti a chi in quel momento dispone della maggioranza parlamentare.

Il Tribunale dei minori dell’Aquila e la famiglia del bosco

Su un piano completamente diverso si colloca la vicenda della famiglia del bosco.

Il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha indicato un percorso progressivo per il riavvicinamento dei bambini ai genitori, articolato in diverse fasi e accompagnato dal monitoraggio dei servizi competenti.

Il significato di una simile impostazione sta soprattutto nel metodo.

Quando sono coinvolti dei minori, una decisione non può essere valutata soltanto sulla base della sua immediatezza. Deve essere osservato ciò che accade nel tempo, verificando come i bambini reagiscono ai cambiamenti e quali condizioni permettono loro di vivere il rapporto familiare nel modo più equilibrato possibile.

Il ritorno graduale assume così un valore concreto.

Non si tratta di cancellare ciò che è accaduto, né di trasformare una decisione precedente nel suo contrario. Si tratta di costruire condizioni nuove attraverso passaggi successivi.

È un approccio prudente, ma non necessariamente attendista.

Al contrario, può essere il modo più responsabile per affrontare una situazione delicata.

Il bambino prima del conflitto degli adulti

La parte più importante della vicenda riguarda però un principio semplice: i bambini non possono diventare il terreno sul quale gli adulti combattono le proprie battaglie.

Il dibattito pubblico tende facilmente a trasformare le persone in simboli.

La famiglia può diventare il simbolo della libertà individuale.

L’istituzione può diventare il simbolo dell’autorità.

Il procedimento giudiziario può diventare il simbolo dello scontro tra due visioni della società.

Ma al centro rimangono tre bambini con esigenze concrete, relazioni affettive e un bisogno di stabilità.

Per questo ogni valutazione dovrebbe partire dal loro interesse effettivo, senza trasformare la vicenda in una gara per stabilire chi abbia avuto ragione.

La vera misura di una decisione sarà ciò che produrrà nella loro vita.

La gradualità non è una rinuncia

Il percorso graduale scelto per il ricongiungimento suggerisce una considerazione più ampia.

Nelle situazioni complesse, procedere per fasi permette di verificare gli effetti delle decisioni prima di arrivare a una soluzione definitiva.

È un principio che può essere utile anche nella politica.

Una legge elettorale non dovrebbe essere modificata soltanto perché il sistema precedente presenta dei problemi, né dovrebbe essere costruita esclusivamente sulla previsione dei risultati futuri.

Occorrono confronto, simulazioni, valutazioni e soprattutto chiarezza.

La gradualità, in questo senso, non significa indecisione.

Significa assumersi la responsabilità delle conseguenze.

Due vicende, una questione istituzionale

Il collegamento tra legge elettorale e famiglia del bosco non sta quindi nei contenuti specifici, che restano profondamente diversi.

Sta nel rapporto tra decisione e persona.

Nel sistema elettorale la persona è l’elettore, chiamato a trasferire una parte della propria sovranità alle istituzioni.

Nel procedimento minorile la persona più vulnerabile è il bambino, la cui vita viene inevitabilmente influenzata dalle decisioni degli adulti e delle autorità.

In entrambi i casi, il potere deve avere un limite.

La maggioranza parlamentare deve poter governare, ma deve rispettare il pluralismo e le garanzie democratiche.

L’autorità giudiziaria deve poter intervenire quando ritiene necessario tutelare un minore, ma deve anche verificare nel tempo se le condizioni siano cambiate e se il percorso adottato continui a rispondere all’interesse del bambino.

La forza delle istituzioni non consiste nel decidere sempre allo stesso modo. Consiste nel saper motivare le proprie decisioni e, quando necessario, correggere il percorso.

La politica davanti alla sfida del cambiamento

La discussione sulla legge elettorale diventa quindi anche una riflessione sulla capacità della politica di accettare nuovi equilibri.

La crescita di una figura o di un movimento politicamente scomodo non dovrebbe trasformarsi automaticamente in un problema da neutralizzare attraverso le regole.

Il confronto democratico richiede invece che ogni forza politica possa misurarsi con le altre davanti agli elettori, nel rispetto delle norme comuni.

Questo non significa che ogni proposta debba essere accettata.

Significa che il consenso deve essere affrontato con altro consenso, mentre le regole devono servire a garantire una competizione corretta.

Una maggioranza forte non ha bisogno di impedire il cambiamento per dimostrare la propria solidità.

Deve dimostrare di poterlo affrontare.

Il ritorno come metafora della fiducia

La vicenda della famiglia del bosco contiene, infine, un’immagine particolarmente significativa: quella del ritorno costruito nel tempo.

Un rapporto familiare non si ricompone attraverso un singolo atto formale.

Servono presenza, continuità, osservazione e soprattutto la possibilità di recuperare una quotidianità.

Lo stesso vale per il rapporto tra cittadini e istituzioni.

La fiducia democratica non nasce soltanto dalle elezioni. Si costruisce attraverso decisioni comprensibili, regole stabili e istituzioni capaci di spiegare perché scelgono una determinata strada.

Quando invece le persone percepiscono che le regole vengono cambiate continuamente in funzione degli equilibri politici, o che le decisioni pubbliche vengono assunte senza sufficiente ascolto, la distanza cresce.

E quando la distanza cresce, la democrazia diventa più fragile.

Una democrazia capace di ascoltare

Ballottaggio, preferenze, maggioranza, tutela dei minori e ricongiungimento familiare appartengono a mondi differenti. Ma tutti ricordano una cosa essenziale: le istituzioni esistono per le persone, non il contrario.

Una buona legge elettorale deve permettere al cittadino di riconoscersi nel proprio voto.

Una buona decisione giudiziaria deve mettere al centro chi deve essere tutelato.

Una maggioranza deve saper governare senza confondere il consenso ricevuto con un potere illimitato.

E una società matura deve poter discutere anche delle decisioni più controverse senza trasformare ogni questione in uno scontro assoluto.

La vera autorevolezza nasce dalla capacità di assumersi la responsabilità delle proprie scelte, ascoltare gli effetti che producono e modificarle quando la realtà lo richiede.

In politica questo significa accettare il giudizio degli elettori.

Nella giustizia minorile significa osservare con attenzione il percorso dei bambini.

In entrambi i casi, significa ricordare che dietro ogni norma, ogni sentenza e ogni voto ci sono persone reali.

Ed è proprio da questa consapevolezza che può nascere una democrazia più solida: non quella che elimina il conflitto, ma quella che riesce a trasformarlo in confronto, senza dimenticare mai chi dovrà vivere le conseguenze delle decisioni prese.

In definitiva, il ballottaggio può essere letto all’interno di una riflessione più ampia sul rapporto tra potere, rappresentanza e responsabilità. Il ballottaggio, infatti, non è soltanto uno strumento tecnico attraverso il quale si determina un vincitore, ma può diventare il momento in cui gli elettori sono chiamati a compiere una scelta ulteriore e a valutare due alternative politiche. Proprio per questo, discutere di ballottaggio significa interrogarsi anche sulla qualità della partecipazione democratica e sul rapporto tra cittadini e istituzioni.

Le regole possono cambiare, così come possono cambiare gli equilibri politici e le decisioni delle istituzioni. Ciò che non dovrebbe cambiare è invece l’attenzione verso le persone che quelle regole sono chiamate a rappresentare e tutelare. Anche quando il ballottaggio viene pensato per rafforzare la governabilità, occorre mantenere centrale il principio secondo cui il consenso degli elettori non può essere considerato un semplice passaggio formale.

Una democrazia realmente forte non è quella che teme il confronto o il dissenso, ma quella che sa ascoltare, correggersi e rendere conto delle proprie scelte. Perché, al di là del ballottaggio, delle preferenze e dei diversi sistemi elettorali, il vero obiettivo dovrebbe rimanere quello di costruire istituzioni capaci di mantenere un rapporto autentico con i cittadini.

Carlo Di Stanislao

Foto diEzequiel OctavianodaPixabay

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Bellezza e SaluteItalia

Back to school: le 7 regole d’oro per ripartire con il piede giusto

Back to school: dai pediatri della Società italiana di pediatria le 7 regole d’oro per ripartire con il piede giusto. Dal recupero dei ritmi quotidiani all’importanza di colazione, sonno, movimento e pasti equilibrati: i consigli degli esperti per affrontare con energia il nuovo anno scolastico. In un’Italia sempre più multiculturale, Nutripiatto Senza Confini può contribuire a costruire menu bilanciati e ispirati alle tradizioni gastronomiche del mondo. Il sito offre oltre oltre 70 ricette  per tutti i gusti

Per circa 7 milioni di studenti  in Italia il back to school segna la fine delle vacanze estive e l’inizio di una nuova fase fatta di lezioni, attività sportive, impegni extrascolastici e nuove sfide. Un momento importante, che richiede una graduale ripresa delle corrette abitudini quotidiane per affrontare con energia, concentrazione e benessere il nuovo anno scolastico.

Proprio in vista del ritorno sui banchi, l’alimentazione ricopre un ruolo chiave, strettamente collegata alla crescita, alle capacità di apprendimento e al benessere psicofisico dei più giovani. Per questo la Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS) invita le famiglie a sfruttare le settimane che precedono l’inizio della scuola per ristabilire ritmi regolari e abitudini salutari.

“Il back to school rappresenta ogni anno un momento fondamentale per recuperare gradualmente la routine e i comportamenti che favoriscono la salute delle bambine e dei bambini – commenta il Presidente della SIPPSdottor Giuseppe Di Mauro – Una colazione completa, pasti equilibrati consumati con regolarità, merende con frutta fresca di tutti i colori e di stagione, un’adeguata idratazione, attività fisica quotidiana e un sonno di qualità costituiscono i pilastri per sostenere la crescita e affrontare con le giuste energie le giornate scolastiche”.

Back to school: le regole d’oro per ripartire con il piede giusto

Secondo i pediatri della SIPPS, il back to school richiede alcuni semplici accorgimenti:

  • Ripristinare gradualmente orari regolari per sonno e risveglio;
  • Non saltare la colazione, primo carburante della giornata;
  • Mantenere una corretta distribuzione dei pasti durante la giornata;
  • Scegliere merende nutrienti ed equilibrate;
  • Bere acqua regolarmente;
  • Praticare attività fisica ogni giorno;
  • Favorire i pasti in famiglia, escludendo l’uso di smartphone, tablet e televisione durante il pranzo e la cena.

Le abitudini alimentari, infatti, non dipendono esclusivamente da ciò che si mangia, ma anche dal contesto in cui i pasti vengono consumati: la regolarità degli orari, la convivialità e l’attenzione al momento del pasto contribuiscono a sviluppare un rapporto più sano ed equilibrato con il cibo. Regolarità che aiuta molto nell’ambito del back to school.

Nutripiatto Senza Confini: l’equilibrio nutrizionale incontra la multiculturalità

 Il rientro alla normalità non significa però rinunciare alla scoperta e alla curiosità che caratterizzano l’estate.  A tavola, infatti, è possibile continuare a viaggiare, conoscere nuove culture e sperimentare sapori diversi. Nasce proprio da questa idea Nutripiatto Senza Confini, il progetto promosso da Nestlé in collaborazione con l’Università Campus Bio-Medico di Roma e la SIPPS, che amplia il modello educativo di Nutripiatto integrando alimenti e tradizioni gastronomiche provenienti da diverse culture del mondo.

L’obiettivo è aiutare le famiglie in vista del back to school a preparare pasti nutrizionalmente equilibrati e, al tempo stesso, rappresentativi della crescente multiculturalità presente nelle scuole e nella società italiana.

La regola rimane semplice e immediata: metà del piatto deve essere composta da verdure e ortaggi, un quarto da cereali, pasta (meglio integrali) e patate, e un quarto da fonti proteiche come carne, pesce, uova, legumi o latticini. A completare il pasto, olio extravergine d’oliva, frutta fresca di tutti i colori e di stagione e acqua.

La novità risiede negli ingredienti: accanto agli alimenti tipici della tradizione italiana, trovano spazio prodotti e ricette provenienti da altre culture, come il pak choi, i fagioli neri, il teff, il kefir e molti altri alimenti che consentono ai bambini e alle bambine di scoprire il mondo attraverso il cibo, mantenendo un corretto equilibrio nutrizionale.

Nutripiatto Senza Confini nasce dall’esigenza, osservata anche dai nostri pediatri sul territorio, di sviluppare strumenti scientificamente validi ma al tempo stesso accessibili, inclusivi e culturalmente adattati alle caratteristiche delle famiglie di oggi – sottolinea Giuseppe Di Mauro, presidente della SIPPS – In una società sempre più multiculturale, il cibo può diventare un importante veicolo di conoscenza, integrazione e dialogo”.

Secondo le più recenti elaborazioni della Fondazione ISMU su dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito (sett. 2025), nelle scuole italiane sono presenti oltre 930.000 studenti provenienti da contesti culturali diversi e la maggior parte di loro è nata nel nostro Paese. Nelle aule si incontrano lingue, tradizioni e abitudini che si riflettono anche nel modo di vivere il cibo.

“Con il back to school, molte famiglie si trovano a dover conciliare tempi ristretti, gusti differenti ed esigenze alimentari diverse. Nutripiatto Senza Confini nasce proprio per offrire un supporto pratico e immediato, dimostrando che è possibile seguire un’alimentazione corretta, valorizzando al contempo tradizioni culinarie provenienti da culture diverse. Un messaggio particolarmente significativo nelle classi di oggi, dove la diversità rappresenta una ricchezza e il cibo può trasformarsi in un’opportunità di incontro e inclusione”, conclude Di Mauro.

Il ritorno a scuola può quindi diventare l’occasione non solo per recuperare le buone abitudini, ma anche per educare i più piccoli a un’alimentazione sana, equilibrata e aperta al mondo: un viaggio che parte dalla tavola e accompagna le nuove generazioni nella crescita, ogni giorno.

Back to school, il benessere riparte dalle buone abitudini

Il back to school rappresenta dunque un momento importante non soltanto per riprendere libri, quaderni e attività scolastiche, ma anche per ricostruire un equilibrio quotidiano dopo la pausa estiva. Ritrovare gradualmente gli orari del sonno, dedicare attenzione alla colazione, scegliere alimenti vari e nutrienti e mantenere uno spazio quotidiano per il movimento sono piccoli gesti che possono accompagnare bambini e ragazzi durante tutto l’anno.

In questo percorso, anche il momento della tavola può diventare un’occasione educativa. Condividere i pasti in famiglia, sperimentare ricette diverse e conoscere tradizioni gastronomiche lontane permette di associare una corretta alimentazione alla curiosità e alla socialità.

Il back to school può quindi essere vissuto come una vera ripartenza, nella quale salute, alimentazione, movimento e relazioni contribuiscono insieme al benessere dei più giovani. Un ritorno alla routine che non deve essere visto come una rinuncia alla libertà dell’estate, ma come l’opportunità di costruire nuove abitudini positive e sostenibili.

In fondo, un buonback to schoolcomincia proprio da qui: prendersi cura, ogni giorno, delle piccole abitudini che aiutano a crescere bene, con energia, equilibrio e curiosità verso il mondo.

Foto diStockSnapdaPixabay

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Difetti di fabbrica, ma con affetto – Editoriale settembre 2026

Difetti di fabbrica, ma con affetto – Editoriale settembre 2026– L’uomo nasce imperfetto, ma non è obbligato a restarlo. Tra percezioni, amicizia e amore, l’ironia rimane il modo migliore per prendere sul serio la vita senza prendersi troppo sul serio.

Viviamo in un mondo meraviglioso. La Creazione sfiora la perfezione e Madre Natura continua a fare il suo dovere con ammirevole costanza. Peccato che, ogni tanto, il reparto collaudo degli esseri umani si distragga. C’è chi nasce con un piccolo difetto di fabbrica e chi con la granitica convinzione di non averne alcuno. Questi ultimi sono i casi più complicati.

Difetti di fabbrica: l’uomo è il prodotto dei propri errori?

Corrado Alvaro scriveva che l’uomo è il prodotto dei suoi errori. Altri preferiscono ricordare che nell’uomo vi sono più cose da ammirare che da disprezzare. Sarebbe bello poter dare ragione a entrambi. La cronaca, però, insiste a metterci il bastone fra le ruote.
Una certezza, tuttavia, esiste: le percezioni umane sono infinite. La percezione è quel curioso meccanismo che ci fa interpretare ciò che vediamo, tocchiamo, ascoltiamo e perfino ciò che sogniamo. Straordinario strumento, se non fosse che troppo spesso lo adoperiamo come gli occhiali appannati: distinguiamo perfettamente le apparenze e perdiamo di vista la sostanza.

Il male del nostro tempo


È il male del nostro tempo. Ci fermiamo alla superficie, all’etichetta, all’involucro. Le cose contano meno dell’impressione che producono. L’abito continua a fare il monaco e il giudizio arriva sempre prima della conoscenza.
Per questo l’ironia è una virtù, non un vezzo. Kurt Vonnegut lo aveva capito bene: serve a sopportare l’assurdità del mondo senza diventarne complici. L’ironia non cambia la realtà, ma impedisce almeno di farsene travolgere.
Poi arrivano le emozioni. Si accendono in un istante e spesso si consumano con la stessa rapidità. I sentimenti, invece, restano. Si nutrono del tempo, delle esperienze, dei valori. E fra tutti, amicizia e amore rappresentano ancora il meglio che l’uomo sappia offrire quando smette di pensare soltanto a se stesso.
Sono beni rari. Non si trovano in saldo e nemmeno si acquistano con un clic. Richiedono presenza, lealtà, pazienza. Virtù antiche che il mercato emotivo continua ostinatamente a non quotare.

Quanto ai sogni, pace, libertà e uguaglianza possiamo continuare a coltivarli. Non costano nulla e valgono più di molte promesse. Gli altri, quelli che rovistano nell’inconscio, li lasciamo volentieri a Freud.
Noi ci accontenteremmo di un sogno assai più modesto: che l’uomo imparasse finalmente a guardare oltre le apparenze, oltre i difetti. Scoprirebbe che l’amicizia e l’amore sono gli unici difetti di fabbrica per i quali vale davvero la pena nascere imperfetti.

Forse dovremmo imparare a convivere meglio con i nostri difetti. Non per trasformarli in un alibi, naturalmente, ma per riconoscerli senza vergogna e, quando possibile, correggerli. L’imperfezione diventa un problema soltanto quando smettiamo di vederla o pretendiamo di essere migliori di ciò che siamo.

Del resto, conoscere i propri difetti dovrebbe essere il primo passo per comprendere quelli degli altri. È una forma di umiltà che sembra sempre più rara in una società nella quale tutti hanno qualcosa da insegnare e pochissimi sembrano disposti ad ascoltare. Anche perché giudicare è infinitamente più semplice che capire.

Forse la vera maturità consiste proprio in questo: accettare di essere esseri umani, con pregi, debolezze, contraddizioni e inevitabili difetti, senza trasformare nessuna di queste caratteristiche in una condanna definitiva.

E se alla fine della nostra vita avremo imparato ad amare qualcuno, a essere amici davvero di qualcuno e a guardare oltre le apparenze, forse quei piccoli difetti di fabbrica saranno stati, tutto sommato, un prezzo assai ragionevole da pagare per essere venuti al mondo.


Giuseppe Arnò (direttore della Gazzetta italo brasiliana e presidente dell’Associazione Stampa Italiana in Brasile)

Foto dipedrobejadaPixabay

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Italia

Gianfranco Fini, il lungo viaggio della destra italiana

Gianfranco Fini, il lungo viaggio della destra italiana

«La storia non si fa con i se, ma con i fatti.» — Benedetto Croce

La parabola politica diGianfranco Finiè una delle più significative e controverse della destra italiana del secondo dopoguerra. È la storia di una trasformazione ideologica, di una straordinaria ascesa istituzionale e, infine, di un progressivo isolamento politico. Dal ruolo di giovanedelfino di Giorgio Almirantealla guida del Movimento Sociale Italiano, dalla svolta di Fiuggi alla nascita di Alleanza Nazionale, dalla collaborazione con Silvio Berlusconi alla presidenza della Camera, fino alla rottura con il Cavaliere e al caso della casa di Montecarlo.

Gianfranco Fini e l’eredità di Giorgio Almirante

Gianfranco Fini entra giovanissimo nella politica missina e diventa presto uno dei principali esponenti della nuova generazione del partito. Nel 1983 entra alla Camera e nel 1987 assume la segreteria del MSI, succedendo a Giorgio Almirante. Dopo una parentesi nel 1990, quando alla guida del partito viene eletto Pino Rauti, Fini torna segretario nel 1991 e rimane alla guida del MSI fino alla svolta di Fiuggi.

Il giovane Fini porta però dentro il vecchio Movimento Sociale una domanda nuova: come trasformare una forza nata dalla continuità con la tradizione fascista in una destra nazionale capace di partecipare pienamente alla democrazia italiana?

Un passaggio importante arriva già nel1993, quando Fini si candida a sindaco di Roma e arriva al ballottaggio contro Francesco Rutelli. La sconfitta non impedisce alla candidatura di rappresentare un significativo momento di legittimazione politica della destra missina.

La risposta alla trasformazione del partito arriva poi aFiuggi nel gennaio 1995.

Il MSI viene sciolto e nasce Alleanza Nazionale. È una svolta storica. Fini avvia il superamento dell’identificazione della destra italiana con la tradizione fascista e cerca di costruire una destra nazionale, democratica, conservatrice e moderna. È il momento della sua massima forza politica: la destra che per decenni era stata considerata estranea all’area di governo entra stabilmente nel sistema politico della Seconda Repubblica.

Il rapporto conSilvio Berlusconidiventa allora decisivo. Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi sono politicamente molto diversi, ma comprendono che la loro collaborazione può cambiare gli equilibri italiani. Fini diventa vicepresidente del Consiglio, ministro degli Esteri e uno dei principali protagonisti del centrodestra.

Nel 2008 arriva allapresidenza della Camera dei deputati, una delle più alte cariche istituzionali della Repubblica.

Ma proprio quando raggiunge il vertice istituzionale comincia la rottura.

Gianfranco Fini diventa progressivamente più autonomo da Berlusconi. Le divergenze riguardano l’immigrazione, la concezione dello Stato, la legalità, il rapporto fra Parlamento e governo e, più in generale, il modello stesso di destra che il centrodestra avrebbe dovuto rappresentare.

Nel 2010 lo scontro esplode. Fini rompe definitivamente con il Popolo della Libertà e fondaFuturo e Libertà per l’Italia.

È il tentativo di costruire una destra post-berlusconiana, più istituzionale e maggiormente autonoma. Ma il progetto non riesce a conquistare un consenso significativo e alle elezioni politiche del 2013 Futuro e Libertà non supera la soglia necessaria per entrare alla Camera.

Poi arriva ilcaso della casa di Montecarlo.

L’immobile, proveniente dal patrimonio di Alleanza Nazionale, era stato venduto e successivamente era emerso che vi abitava Giancarlo Tulliani, fratello della compagna di Gianfranco Fini. La vicenda diventa rapidamente uno scandalo politico e mediatico.

Fini dichiara pubblicamente che, qualora fosse stato accertato che l’appartamento apparteneva a Tulliani, avrebbe lasciato la presidenza della Camera. La vicenda assume successivamente anche rilievo giudiziario.

Nel2024 il Tribunale di Roma condanna in primo grado Gianfranco Fini a due anni e otto mesi di reclusionenell’ambito del procedimento relativo alla casa di Montecarlo. La sentenza riguarda l’accusa di riciclaggio e la condotta contestata a Fini nell’ambito dell’operazione. La difesa ha annunciato il ricorso in appello: si tratta quindi di unacondanna di primo grado e non definitiva.

Politicamente, tuttavia, il danno per Gianfranco Fini era già stato enorme.

La casa di Montecarlo diventa nell’immaginario pubblico il simbolo della crisi di Fini. La sua immagine di uomo delle istituzioni viene colpita proprio nel momento in cui egli aveva cercato di costruire una destra fondata sulla rispettabilità istituzionale.

Ma la parabola non finisce soltanto con la sconfitta di Futuro e Libertà. C’è un altro passaggio fondamentale:il rapporto fra Fini e la nuova destra rappresentata da Fratelli d’Italia.

Fratelli d’Italia nasce nel 2012 anche dall’esperienza di esponenti provenienti da Alleanza Nazionale e dal Popolo della Libertà, fra i quali Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e Guido Crosetto. Una parte importante della nuova formazione proviene dunque dalla storia politica costruita da Fini.

Eppure, proprio questa nuova destra, nel tempo,si allontana politicamente da Gianfranco Fini.

È un paradosso storico non secondario. Fini aveva guidato la trasformazione del MSI in Alleanza Nazionale e aveva contribuito a formare una classe dirigente dalla quale sarebbero usciti molti dei protagonisti della destra successiva. Ma quando Fratelli d’Italia comincia la propria ascesa, Fini non viene assunto come padre nobile della nuova formazione.

La nuova generazione preferisce infatti costruire una propria identità, recuperando alcuni elementi della tradizione missina e nazionale che Fini aveva progressivamente attenuato o superato.

Qui si produce una sorta di rovesciamento della storia.

GianfrancoFini aveva cercato di superare il MSI per portare la destra nella modernità; la generazione successiva, pur provenendo in larga parte da quella stessa esperienza, avrebbe cercato di recuperare una parte dell’identità che la svolta finiana aveva lasciato alle spalle.

Fratelli d’Italia non è semplicemente la prosecuzione di Alleanza Nazionale. È il prodotto di una generazione che ha attraversato la dissoluzione di AN, la confluenza nel Popolo della Libertà e infine la necessità di ricostruire una destra autonoma.

In questo processo Gianfranco Fini rimane sullo sfondo.

Il suo ruolo storico è riconosciuto, ma la sua eredità politica viene selezionata, reinterpretata e in parte messa da parte. La nuova destra non vuole essere semplicemente la continuazione di Fini: vuole essere qualcosa di diverso.

Ed è forse questo il punto più amaro della sua parabola.

L’uomo che aveva ricevuto da Almirante il compito di portare il MSI verso il futuro non diventa il punto di riferimento della destra che, molti anni dopo, arriva al governo del Paese.

Il ragazzo scelto da Almirante aveva portato il MSI a Fiuggi. Da Fiuggi era nata Alleanza Nazionale. Da quella storia sarebbero poi provenuti molti degli uomini e delle donne della nuova destra italiana. Ma quando Fratelli d’Italia raggiunge il governo, Fini è ormai fuori dalla politica attiva.

La sua vicenda può dunque essere letta come una parabola digrande successo storico e di grande sconfitta politica.

Successo, perché Fini contribuì in modo decisivo a trasformare la destra italiana, portandola dal margine delle istituzioni alla piena responsabilità di governo.

Sconfitta, perché non riuscì a costruire, dopo la rottura con Berlusconi, una forza politica capace di raccogliere stabilmente la sua eredità. E soprattutto perché la nuova destra, quella che nel tempo avrebbe trovato in Giorgia Meloni la propria leader, finì pernon assumere Fini come proprio punto di riferimento politico, nonostante il ruolo da lui svolto nella trasformazione della destra italiana.

DaAlmirante a Fiuggi, da Fiuggi a Berlusconi, dalla presidenza della Camera alla rottura con il Cavaliere, dalla casa di Montecarlo all’uscita dalla politica attiva: la storia di Gianfranco Fini è quella di un uomo che ha cambiato la destra italiana senza riuscire a diventare il leader della destra che sarebbe venuta dopo di lui.

E forse è proprio questa la contraddizione destinata a rimanere più a lungo nella memoria politica italiana:Fini vinse la battaglia per trasformare la destra, ma perse quella per guidarla nel nuovo secolo.

Carlo Di Stanislao

Immagine:Regola21 – File:Fini_2016.jpg

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Italia

Rai, Report e il difficile passaggio di consegne dopo Ranucci

Rai, Report e il difficile passaggio di consegne dopo Ranucci

«Nessuno è indispensabile, ma alcuni sono insostituibili per un certo tempo.»
— Ennio Flaiano

Raiè una parola che, in questa vicenda, rischia di diventare quasi più grande delle persone coinvolte. La sostituzione di Sigfrido Ranucci alla conduzione diReportnon riguarda soltanto un conduttore che lascia il posto a due colleghi, ma chiama in causa il rapporto fra un servizio pubblico, l’identità di una trasmissione e il sentimento di appartenenza di chi per anni ne ha rappresentato il volto.

La decisione della Rai può essere certamentediscutibilee può essere legittimamente sottoposta a critica. Si può contestare il momento, il metodo, la scelta editoriale e chiedersi quale progetto ci sia dietro il cambiamento. Dopo anni nei quali Ranucci ha caratterizzato profondamenteReport, è comprensibile interrogarsi sul futuro della trasmissione e domandarsi se il programma manterrà la stessa impostazione e la stessa forza nel giornalismo d’inchiesta.

Ma esiste un’altra domanda:è possibile criticare la Rai senza trasformare automaticamente i nuovi conduttori nei responsabili della decisione?

La risposta dovrebbe essere sì.

Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi non hanno deciso autonomamente di sostituire Ranucci. Sono stati scelti dall’azienda, dopo un percorso professionale e una selezione interna. Entrambi hanno alle spalle esperienze nel giornalismo e nell’informazione televisiva e dovranno essere giudicati per il lavoro che svolgeranno alla guida diReport.

Questo non significa che la scelta della Rai debba essere necessariamente condivisa. Significa semplicemente separare due questioni diverse:la decisione editoriale dell’azienda e la professionalità dei giornalisti chiamati a realizzarla.

Ranucci ha espresso pubblicamente il proprio dissenso nei confronti della decisione. Ha criticato la scelta dell’azienda e manifestato perplessità sul futuro della trasmissione, richiamando anche il valore delle professionalità che hanno costruito nel tempo la storia diReport. È una posizione che può essere condivisa oppure contestata, ma che deve essere valutata per ciò che effettivamente sostiene, senza aggiungervi intenzioni che non siano state espresse.

Ed è proprio qui che la discussione diventa interessante.

Esiste una differenza fondamentale fra affermare chela Rai abbia compiuto una scelta sbagliatae sostenere che i giornalisti scelti per la nuova conduzione siano, per questo stesso motivo, meno preparati o meno meritevoli. La prima è una critica all’editore e alle sue decisioni; la seconda sarebbe una valutazione professionale che richiede fatti, elementi concreti e conoscenza del lavoro svolto.

Reportha costruito gran parte della propria autorevolezza proprio sulla capacità di distinguere i fatti dalle interpretazioni e le responsabilità dalle opinioni. Sarebbe quindi opportuno applicare alla vicenda lo stesso criterio:la Rai può aver sbagliato senza che per questo Presutti e Piervincenzi siano giornalisti peggiori.

Report non nasce con Ranucci

C’è inoltre un dato storico che dovrebbe invitare alla prudenza. In RaiReportnon è nato con Ranucci.

Prima di lui c’eraMilena Gabanelli, volto storico e fondatrice dell’identità televisiva del programma. Ranucci, a sua volta, è arrivato alla conduzione dopo una lunga esperienza all’interno della trasmissione, contribuendo a costruire una propria identità professionale.

Questo passaggio dovrebbe ricordarci una cosa essenziale:un programma può sopravvivere al proprio conduttore.

Può cambiare. Può migliorare o peggiorare. Può perdere alcune caratteristiche e acquisirne altre. Ma il giudizio dovrebbe arrivare dopo, sulla base dei risultati, e non prima ancora che i nuovi conduttori abbiano avuto la possibilità di lavorare.

Il rischio, altrimenti, è quello di trasformare una normale successione professionale in una sorta di confronto personale tra chi lascia e chi arriva.

Rai, il difficile passaggio di consegne

C’è qualcosa di profondamente umano nella difficoltà che può accompagnare un passaggio di consegne. Quando si sono dedicati molti anni a un lavoro, lasciare un ruolo che ha finito per coincidere con la propria immagine pubblica può rappresentare un cambiamento importante.

Mail dissenso di chi lascia, per quanto legittimo, non dovrebbe trasformarsi nella delegittimazione di chi arriva. Allo stesso tempo, la scelta di un nuovo conduttore non dovrebbe cancellare il lavoro di chi lo ha preceduto.

Le due cose possono tranquillamente convivere.

Si può riconoscere il valore professionale di Ranucci e, contemporaneamente, concedere a Presutti e Piervincenzi il diritto di costruire la propria esperienza. Si può contestare la Rai senza attribuire automaticamente una responsabilità personale a chi accetta un incarico. E si può difendereReportsenza confondere l’identità di una trasmissione con quella di una singola persona.

Il punto centrale dovrebbe essere proprio questo.

Un giornalista non dovrebbe essere giudicato dalla persona che sostituisce, ma dal lavoro che produce.

Presutti e Piervincenzi dovranno essere valutati per le loro inchieste, per la qualità delle fonti, per la capacità di verificare le informazioni, per l’indipendenza, per la correttezza professionale e per la capacità di porre domande scomode. Non perché sono “quelli dopo Ranucci”.

Allo stesso modo, il lavoro svolto da Ranucci alla guida diReportnon può essere cancellato da una decisione aziendale. Quello che ha costruito negli anni appartiene alla storia professionale della trasmissione e sarà valutato nel tempo, al di là della sua permanenza o meno alla conduzione.

Il giudizio spetta al lavoro

Forse questa è la parte più difficile da accettare:nessuno possiede per sempre un programma, un giornale, una scena o un ruolo.

Si attraversano i luoghi professionali e, quando si è lavorato bene, si lascia qualcosa. Ma ciò che si lascia deve poter continuare anche senza di noi. È una delle regole più difficili del lavoro e, probabilmente, una delle più inevitabili.

Per questo si può ritenere discutibile la scelta della Rai e, contemporaneamente, considerare sbagliato trasformare i nuovi conduttori nei simboli di una decisione aziendale che non dipende da loro.

Non è una contraddizione.

Significa riconoscere il valore di Ranucci senza trasformarlo in un monopolio morale; difendereReportsenza confonderlo con una singola persona; criticare la Rai senza disprezzare automaticamente chi assume una nuova responsabilità professionale.

Alla fine, però, sarà il lavoro a decidere.

Non la polemica del momento, non le dichiarazioni di chi lascia, non le aspettative di chi arriva e nemmeno le reazioni del pubblico.

Saranno le inchieste, le domande, le fonti e la qualità dell’informazione a dire se la scelta è stata giusta.

Il giornalismo non è una successione dinastica.

È un lavoro.

E nel lavoro, prima o poi, arriva sempre qualcuno dopo di noi.

Carlo Di Stanislao

Immagine:Andrek02 (screenshot autoprodotto) – Report – RaiPlay, su raiplay.it.

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Italia

La destra italiana e il nuovo gioco del potere: Marina, Salvini, Meloni e Vannacci

La destra italiana e il nuovo gioco del potere: Marina, Salvini, Meloni e Vannacci

«Il potere logora chi non ce l’ha.»
— Giulio Andreotti

C’è un momento, nella vita politica di un Paese, in cui le dichiarazioni ufficiali contano meno dei movimenti sotterranei. Le parole continuano a essere pronunciate, le leadership vengono confermate, i partiti proclamano unità, ma il vero cambiamento si misura altrove: nelle telefonate, negli incontri riservati, nella composizione delle liste, nella scelta degli uomini, nei silenzi e soprattutto nelle persone che cominciano a essere ascoltate più di altre.

Ed è proprio questo il momento che sembra attraversare oggi il centrodestra italiano.

La sensazione è che il vero tema non sia più soltanto chi governa, ma chi decide gli equilibri di chi governa. E in questo nuovo gioco emerge con crescente evidenza una figura che non occupa formalmente alcun incarico politico: Marina Berlusconi.

Come cambia la destra italiana

Dire che “comanda Marina” sarebbe, naturalmente, una semplificazione se presa alla lettera. Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare il peso politico che la primogenita di Silvio Berlusconi sta progressivamente esercitando sul destino di Forza Italia e, indirettamente, sugli equilibri dell’intero centrodestra. Gli incontri con Antonio Tajani, le discussioni sul futuro del partito, il richiamo all’eredità politica del padre e le tensioni sulle strutture territoriali mostrano che la sua influenza non è più soltanto una questione familiare o simbolica.

L’ultimo episodio, quello della Basilicata, è particolarmente significativo. Maria Elisabetta Alberti Casellati è stata costretta a lasciare il ruolo di coordinatrice regionale di Forza Italia dopo mesi di trattative e tensioni, mentre sullo sfondo compaiono le visite e i rapporti conMarina Berlusconi.

Non è necessario trasformare ogni episodio in una congiura per coglierne il significato politico. Basta osservare la direzione dei movimenti.

Marina non ha bisogno di diventare segretaria di Forza Italia per esercitare influenza su Forza Italia. Anzi, proprio la sua posizione esterna alla politica tradizionale può renderla più potente. Non deve partecipare alle interminabili assemblee, non deve cercare tessere, non deve contendersi un congresso. Può intervenire sul terreno delle idee, delle relazioni, delle scelte strategiche e dell’eredità berlusconiana.

È una forma di potere diversa da quella tradizionale: meno visibile, ma non necessariamente meno efficace.

Antonio Tajani, formalmente, rimane il leader di Forza Italia. Lo stesso partito ha ribadito la fiducia nel segretario dopo l’incontro con Marina e Pier Silvio Berlusconi. Ma proprio questo elemento rende interessante la situazione: il problema non è sapere se Tajani sia ancora formalmente al comando; è capire quanto della direzione politica futura del partito passi ormai attraverso un rapporto con la famiglia Berlusconi.

E qui si apre il secondo capitolo della storia per quanto riguarda la destra: la Lega.

Anche nel partito di Matteo Salvini la situazione è tutt’altro che tranquilla. Nelle ultime settimane la fronda interna è diventata esplicita. Nell’assemblea lombarda qualcuno ha chiesto direttamente al segretario di fare un passo indietro; il cosiddetto fronte nordista contesta la trasformazione della Lega, lo spostamento verso destra e soprattutto la gestione del rapporto con Roberto Vannacci.

Quindi sì: ormai è chiaro che dentro la Lega esiste una partita sulla permanenza di Salvini alla guida del partito. Dire che Salvini sia già stato rimosso sarebbe falso. È ancora il segretario e ha un mandato che, secondo quanto ha dichiarato lui stesso, arriva fino al 2029. Ma è altrettanto falso fingere che non esista una pressione crescente per ridimensionarne il ruolo.

La questione è semplice: Salvini ha trasformato la Lega in un partito nazionale, ma una parte importante della Lega continua a pensarsi come partito del Nord. Questa contraddizione è diventata esplosiva.

E poi c’è Vannacci. E la destra italiana non può far finta che non esista.

Roberto Vannacci è forse il vero elemento destabilizzante dell’intero centrodestra. La sua uscita dalla Lega e la nascita di Futuro Nazionale hanno trasformato una competizione interna in una competizione esterna. Non è più soltanto una questione di correnti: c’è un nuovo soggetto che cerca di occupare lo spazio alla destra della Lega e che, secondo alcune rilevazioni estive citate dalla stampa, è arrivato a superarla in alcune intenzioni di voto.

La destra ed il conflitto

Salvini lo sa e reagisce attaccandolo. Vannacci, dal canto suo, sostiene che Futuro Nazionale debba diventare il principale interlocutore del centrodestra. Ma soprattutto aspetta una telefonata da Giorgia Meloni.

Ed è qui che la partita diventa ancora più interessante.

Meloni non può permettersi di ignorare Vannacci.

Non necessariamente perché voglia allearsi con lui domani mattina, ma perché il suo consenso può diventare determinante nel prossimo equilibrio elettorale. La premier deve tenere insieme Fratelli d’Italia, Forza Italia, una Lega indebolita e un’area di destra radicale che rischia di crescere proprio sottraendo voti agli alleati.

Per questo l’ipotesi di un accordo, di un dialogo o almeno di una forma di interlocuzione tra Meloni e Vannacci appare politicamente razionale. Vannacci, del resto, ha dichiarato di aspettare proprio una telefonata della presidente del Consiglio.

Il punto, dunque, non è se Meloni “ami” Vannacci. Il punto è se abbia interesse a tenerlo dentro il perimetro del centrodestra anziché lasciarlo trasformare in una forza autonoma capace di erodere la Lega e complicare la maggioranza futura.

E qui ritorna Marina.

Perché mentre Salvini combatte per non perdere la Lega, Meloni deve governare il rapporto con Vannacci e Tajani deve mantenere Forza Italia dentro una posizione centrale, Marina Berlusconi sembra muoversi su un piano differente: quello della ricostruzione dell’identità berlusconiana.

La destra che sta nascendo potrebbe quindi essere molto diverso da quello che abbiamo conosciuto negli ultimi anni.

Non più semplicemente Meloni-Salvini-Tajani.

Potremmo avere, invece, Meloni come baricentro istituzionale, Marina come influenza strategica dell’area moderata e liberale, Tajani come gestore politico di Forza Italia, Salvini come leader assediato della Lega e Vannacci come variabile esterna capace di spostare gli equilibri a destra.

È una geometria molto più complessa.

E proprio per questo la domanda decisiva non è chi vincerà il prossimo congresso o chi pronuncerà il discorso più efficace alla prossima festa di partito. La domanda è: chi riuscirà a controllare il processo di ricomposizione per la destra italiana?

La risposta, oggi, non è ancora definitiva.

Ma una cosa appare evidente: la destra non è più una semplice coalizione di partiti. È diventato un sistema di poteri, famiglie politiche, leadership personali, eredità, ambizioni e possibili successioni.

Salvini prova a resistere. Lo ha fatto anche a Pinzolo, dichiarandosi disponibile a condividere responsabilità e a rafforzare la squadra, ma ribadendo al tempo stesso la propria centralità.

Tajani cerca di mantenere Forza Italia nella sua tradizionale collocazione, mentre il rapporto con Marina Berlusconi diventa sempre più importante per comprendere la direzione futura degli azzurri.

Vannacci aspetta Meloni.

Meloni osserva Vannacci.

E Marina osserva tutti.

Forse è proprio questa la novità più interessante della politica italiana soprattutto per la destra del 2026: il potere non coincide più necessariamente con la carica ufficiale.

Chi ha un incarico può governare il presente. Chi possiede influenza può contribuire a costruire il futuro.

E nella politica, come nella storia, spesso il futuro comincia molto prima che qualcuno abbia il coraggio di chiamarlo con il suo nome.

Per questo l’immagine più corretta e che meglio rappresenta la destra di oggi non è quella di una squadra compatta che procede nella stessa direzione. È piuttosto quella di una grande partita a scacchi nella quale alcuni giocatori stanno ancora muovendo i pezzi, mentre altri stanno già cercando di capire quale sarà la posizione della scacchiera dopo le prossime elezioni.

Marina sta aumentando il proprio peso. Salvini è sotto pressione. Vannacci cerca una legittimazione nazionale. Meloni deve decidere se trasformare il problema Vannacci in una risorsa.

E Tajani?

Tajani, per ora, resta al centro del tavolo.

Ma la vera domanda è chi apparecchia quel tavolo e chi, alla fine, deciderà chi potrà sedervisi.

Carlo Di Stanislao

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Italia

Fisco, la riforma “storica” del governo Meloni

Fisco, la riforma “storica” del governo Meloni premia autonomi, evasori e banche. Perdono dipendenti, pensionati e consumatori

«Il fisco deve essere semplice, equo e certo.»
— Luigi Einaudi

Fisco non è soltanto una parola tecnica, né il capitolo più arido di una legge di bilancio. Fisco é il modo attraverso il quale una società decide chi contribuisce alla spesa pubblica, quanto contribuisce e, soprattutto, secondo quale idea di giustizia. Per questo ogni riforma tributaria dovrebbe essere giudicata non soltanto dagli slogan con cui viene presentata, ma dagli effetti concreti che produce sui diversi gruppi sociali.

È proprio qui che la cosiddetta riforma “storica” del governo Meloni mostra le sue contraddizioni. Il governo ha costruito una parte importante della propria narrazione fiscale intorno a parole come semplificazione, riduzione della pressione fiscale, sostegno al ceto medio, crescita e lotta all’evasione. Ma il problema non è ciò che una riforma dichiara di voler fare: è osservare chi beneficia delle sue regole, chi dispone degli strumenti per utilizzarle e chi, invece, continua a pagare alla fonte, senza possibilità di sottrarsi.

Nel 2026 il processo di revisione fiscale è diventato ancora più ampio: sono entrati in vigore nuovi testi unici sulle imposte sui redditi e sugli adempimenti e l’accertamento, mentre il decreto fiscale n. 38 del 2026, convertito nella legge n. 88 del 22 maggio, ha introdotto ulteriori misure su imprese, lavoratori, IVA, dividendi e agevolazioni.

Il punto politico, tuttavia, è un altro: la distribuzione del vantaggio fiscale.

Il lavoratore dipendente non può scegliere quando dichiarare il proprio reddito al fisco. Non può decidere di non emettere una fattura. Non può trasformare facilmente un reddito da lavoro in una diversa categoria fiscalmente più conveniente. La sua imposta viene normalmente trattenuta prima ancora che il salario arrivi sul conto corrente. Lo stesso accade, con modalità diverse, a milioni di pensionati.

Fisco, chi è controllabile è più facilmente tassabile

Questo produce una situazione apparentemente paradossale: chi ha un reddito più facilmente controllabile dal fisco finisce per essere anche il contribuente più facilmente tassabile.

Non significa, naturalmente, che ogni autonomo sia un evasore. Sarebbe una generalizzazione ingiusta e sbagliata. Significa piuttosto che il sistema del fisco italiano presenta strutturalmente una diversa capacità di controllo a seconda della natura del reddito. Il dipendente ha un reddito certificato; il professionista o l’imprenditore dispone invece, entro i limiti della legge, di strumenti contabili, deduzioni, regimi sostitutivi, compensazioni e possibilità di pianificazione fiscale che modificano profondamente il risultato finale.

È precisamente questa asimmetria che dovrebbe essere affrontata con maggiore coraggio.

Una parte della riforma del governo interviene infatti attraverso un mosaico di regimi e agevolazioni che rischia di rendere il sistema non necessariamente più semplice, ma più differenziato. E quando la differenziazione fiscale cresce senza un altrettanto forte rafforzamento dei controlli, la progressività rischia di diventare un principio scritto nella Costituzione ma sempre più distante dalla vita quotidiana.

L’articolo 53 della Costituzione stabilisce che tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva e che il sistema tributario deve essere informato a criteri di progressività. La domanda fondamentale, allora, è semplicissima: chi sta realmente sostenendo il peso della fiscalità italiana?

Una documentazione presentata in Senato nell’aprile 2026 ha sostenuto che lavoratori dipendenti e pensionati coprono oltre il 52 per cento dell’IRPEF e ha denunciato una crescente differenziazione del trattamento fiscale tra categorie, collegandola anche all’espansione di flat tax, regimi sostitutivi e concordato preventivo biennale. Si tratta, va precisato, di una posizione critica espressa in sede parlamentare e non di una valutazione neutrale dell’intero provvedimento.

Ma proprio questa critica merita di essere discussa.

Il problema della flat tax non è necessariamente l’idea di ridurre le imposte. Ridurre le imposte può essere positivo se significa restituire capacità di spesa alle famiglie, incentivare gli investimenti e rendere il lavoro più conveniente. Il problema nasce quando la riduzione non è distribuita secondo un criterio di equità, oppure quando categorie diverse vengono trattate in maniera sempre più distante senza una ragione economica e sociale sufficientemente forte.

E qui entra in gioco anche il tema degli autonomi.

Un professionista onesto, un artigiano, un commerciante, un piccolo imprenditore sono spesso vittime, non beneficiari, della complessità del fisco. Pagano imposte, contributi, costi amministrativi e rischiano di essere schiacciati da una burocrazia che rende difficile competere con soggetti più grandi. Difendere questi lavoratori dovrebbe dunque essere una priorità.

Ma difendere gli autonomi non significa accettare qualsiasi forma di privilegio fiscale.

La vera riforma del fisco dovrebbe essere quella capace di ridurre contemporaneamente il carico sul lavoro, rafforzare i controlli sull’evasione e rendere economicamente meno conveniente nascondere il reddito. Altrimenti il sistema produce una conseguenza perversa: chi non può sottrarsi paga per tutti, mentre chi dispone di maggiore capacità di pianificazione fiscale può ridurre il proprio contributo.

E il capitolo delle banche aggiunge un’altra questione.

Nel decreto fiscale 2026 è prevista, fino al 31 dicembre 2028, un’esenzione dall’imposta sostitutiva su determinati interessi e proventi derivanti da obbligazioni e titoli similari detenuti dai sistemi di garanzia dei depositanti operanti in Italia. Il governo motiva la misura con l’obiettivo di evitare una riduzione delle risorse destinate alle funzioni istituzionali di tali sistemi; l’onere stimato è di 16,8 milioni di euro l’anno per il 2026, 2027 e 2028.

Questa norma, tecnicamente circoscritta, non può essere trasformata automaticamente nella prova che “le banche vengono premiate”. Ma il dato politico resta: ogni agevolazione concessa al sistema finanziario deve essere valutata in rapporto a ciò che viene contemporaneamente chiesto alle famiglie e ai lavoratori.

Perché il cittadino comune vede una realtà molto diversa.

Paga l’IVA quando compra un bene. Paga le imposte sul reddito. Paga accise e tributi incorporati nei prezzi. Paga le commissioni bancarie. Paga il costo dell’abitare, dell’energia, dei trasporti e dei servizi. E quando l’inflazione erode il potere d’acquisto, una riduzione nominale delle aliquote non necessariamente si traduce in un miglioramento reale della condizione economica.

Il consumatore, in altre parole, è spesso l’ultimo anello della catena fiscale: non evade l’IVA, perché la paga dentro il prezzo; non può occultare lo stipendio; non può scegliere liberamente la forma giuridica del proprio reddito.

È qui che la retorica della “riforma storica” dovrebbe lasciare spazio alla verifica dei numeri.

Una riforma del fisco è storica non perché cambia molte norme. È storica se cambia il rapporto di forza tra chi può organizzare il proprio carico fiscale e chi invece lo subisce automaticamente.

È storica se rende più conveniente lavorare regolarmente che evadere.

È storica se un dipendente non deve guardare con invidia chi può accedere a un regime fiscale diverso soltanto perché produce un reddito classificato diversamente.

È storica se il pensionato non viene trattato come il contribuente più facile da colpire perché il suo reddito è trasparente.

È storica se l’autonomo onesto viene liberato dalla burocrazia senza trasformare la semplificazione in un’occasione per indebolire i controlli.

È storica se il sistema bancario viene sostenuto quando esiste una ragione di interesse generale, ma senza dimenticare che anche le famiglie e le imprese hanno bisogno di protezione.

La questione dal fisco è, infine, quella decisiva. Un Paese non può costruire la propria giustizia fiscale soltanto aumentando le tasse su chi già paga. Deve ampliare la base imponibile, recuperare il gettito sottratto illegalmente, incrociare le informazioni, rendere efficaci i controlli e contemporaneamente diminuire gli adempimenti inutili per chi è in regola.

Il nuovo Testo unico sugli adempimenti e sull’accertamento, entrato in vigore nell’agosto 2026, rappresenta formalmente un passo verso il riordino e il coordinamento delle norme fiscali. Ma la semplificazione normativa non coincide automaticamente con la giustizia fiscale. Si possono avere meno testi di legge e, nello stesso tempo, conservare profonde disuguaglianze nella distribuzione del carico tributario.

Alla fine, dunque, la vera domanda non è se il governo Meloni abbia fatto una riforma del fisco. La vera domanda è quale società emerge da quella riforma.

Una società nella quale il reddito più visibile continua a essere tassato dal fisco con certezza, mentre quello più difficile da controllare dispone di maggiori possibilità di organizzazione fiscale, non è una società fiscalmente neutrale.

E una società nella quale si chiede sacrificio ai consumatori, ai dipendenti e ai pensionati mentre si moltiplicano regimi differenziati per categorie più organizzate rischia di trasformare il fisco da strumento di solidarietà in meccanismo di selezione sociale.

Non è necessario sostenere che ogni misura del governo sia sbagliata. Né è serio affermare che ogni autonomo benefici della riforma o che ogni agevolazione bancaria costituisca un regalo. La critica più forte è un’altra, ed è molto più difficile da liquidare: una riforma del fisco va giudicata dalla sua capacità di distribuire equamente il peso della Repubblica, non dalla quantità di annunci che la accompagnano.

Perché il vero scandalo non è pagare le tasse.

Il vero scandalo sarebbe vivere in un Paese nel quale pagare tutte le tasse sia la scelta più facile per chi ha meno strumenti e la scelta più difficile per chi ne ha di più.

Ed è proprio da questa domanda — chi paga davvero, chi può pagare meno e chi non può scegliere — che dovrebbe cominciare ogni seria discussione sulla riforma del fisco italiana.

Carlo Di Stanislao

Immagine:Foto diSteve BuissinnedaPixabay

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Italia

Accise, governo e responsabilità: quando l’emergenza diventa metodo

Accise, governo e responsabilità: quando l’emergenza diventa metodo

«Il governo migliore è quello che insegna a governarsi da sé.»
Johann Wolfgang Goethe

Accise, proroghe, extraprofitti, emergenze e rinvii: ormai il problema non è soltanto quanto costa fare il pieno, ma quanto costa a un Paese l’assenza di una strategia. Quando unamisura provvisoriaviene prorogata alla vigilia della sua scadenza, e quando una seconda proroga viene presentata come il ponte necessario verso una soluzione ancora da definire, la questione smette di essere esclusivamente economica e diventa inevitabilmente politica.

La domanda, allora, è semplice e persino brutale: un governo che governa attraverso proroghe successive sta davvero governando, oppure sta semplicemente amministrando l’emergenza?

Il tema del carburante rende questa domanda particolarmente evidente perché tocca contemporaneamente famiglie, lavoratori, imprese, trasportatori, pendolari e prezzi di quasi tutti i beni. Il carburante non è un prodotto qualsiasi. È incorporato nella logistica, nella produzione, nei servizi, nella distribuzione e, alla fine della catena, nel prezzo che il cittadino paga al supermercato, dal medico, per una consegna o per raggiungere il luogo di lavoro.

Accise: sconto temporaneo non può diventare politica economica permanente

Per questo motivo ridurre il problema a uno sconto temporaneo alla pompa rischia di essere una semplificazione. Può essere necessario, certamente. Può rappresentare un sollievo immediato. Ma non può diventare una politica economica permanente travestita da emergenza.

Il governo, secondo quanto riportato, si prepara a prorogare per alcuni giorni il taglio delle accise sul gasolio, in attesa di un intervento più strutturale e selettivo. La riduzione attualmente prevista equivale a circa 17 centesimi al litro sul prezzo finale, considerando anche l’effetto dell’Iva. Il problema è che la scadenza arriva, la proroga arriva dopo, e la soluzione definitiva continua a essere annunciata come qualcosa che deve ancora essere costruito.

È proprio qui che nasce la questione politica.

Una democrazia non pretende che un governo possa prevedere ogni crisi internazionale, ogni guerra, ogni oscillazione del petrolio o ogni speculazione finanziaria. Pretende però che, quando una crisi si manifesta, esista una capacità di risposta proporzionata alla sua durata e alla sua prevedibilità.

Se l’emergenza dura pochi giorni, una misura temporanea è ragionevole. Se dura mesi, la ripetizione della stessa misura temporanea comincia a rivelare un problema diverso: non più l’eccezionalità dell’evento, ma l’assenza di una soluzione strutturale.

E qui entra in gioco anche l’Europa.

Il governo sostiene che un eventuale intervento sugli extraprofitti del settore energetico dovrebbe essere coordinato a livello europeo, per evitare discriminazioni tra imprese operanti nel mercato unico e per tutelare la competitività italiana. L’argomento non è privo di logica. Un mercato europeo integrato rende effettivamente problematiche misure nazionali troppo disomogenee.

Ma c’è una differenza sostanziale fra chiedere un coordinamento europeo e utilizzare l’Europa come luogo nel quale trasferire indefinitamente la responsabilità delle proprie decisioni.

Se la competenza concreta su determinate misure appartiene agli Stati membri, allora il governo nazionale deve assumersi fino in fondo la responsabilità delle scelte che può compiere. Se invece occorre un intervento europeo, il governo dovrebbe indicare con chiarezza quale proposta ha presentato, quali Paesi intende coinvolgere, quali tempi considera realistici e quale alternativa nazionale intende adottare nel frattempo.

Altrimenti l’Europa diventa una sorta di anticamera della decisione: un luogo nel quale le responsabilità si diluiscono e le scadenze si allontanano.

Il cittadino, però, non fa il pieno in Europa. Lo fa in Italia.

E quando vede il prezzo salire, non può pagare con una dichiarazione di Palazzo Chigi secondo cui «si sta lavorando» a una soluzione.

Questa è forse la vera contraddizione della vicenda.

Da una parte si annuncia l’intenzione di rendere il sostegno più selettivo, concentrandolo sulle fasce di reddito maggiormente bisognose. Dall’altra, le associazioni dei consumatori contestano proprio questa impostazione, sostenendo che il caro carburanti non colpisca soltanto chi appartiene alle fasce economicamente più fragili.

La questione dell’accise sul carburante merita di essere affrontata senza slogan.

È vero che un intervento selettivo può essere più efficiente dal punto di vista distributivo: se le risorse pubbliche sono limitate, aiutare maggiormente chi ha meno può sembrare la soluzione più equa. Ma il carburante possiede una caratteristica particolare: il suo aumento non rimane confinato al bilancio di chi guida.

Aumenta il costo del trasporto delle merci. Aumenta il costo della distribuzione. Aumenta i costi delle imprese. Può alimentare l’inflazione. Colpisce il lavoratore pendolare, l’artigiano, il piccolo imprenditore, il professionista che deve spostarsi e la famiglia che vive in un territorio nel quale il trasporto pubblico non costituisce un’alternativa reale.

Per questo il problema non può essere ridotto meccanicamente a una questione di Isee.

Esiste una differenza enorme tra sostenere il reddito e ridurre il prezzo di un bene essenziale.

Il bonus compensa una perdita. Una riduzione strutturale del prezzo agisce invece sulla causa immediata del problema. Sono due strumenti diversi e non necessariamente alternativi.

Il rischio italiano è quello di trasformare ogni emergenza in una nuova categoria di bonus: social card, sconti, crediti, contributi, compensazioni. È una politica che può produrre effetti immediati, ma che progressivamente costruisce una società nella quale lo Stato prima lascia aumentare il costo della vita e poi restituisce una piccola parte di ciò che il cittadino ha perduto.

Non è una grande politica sociale. È una politica di compensazione permanente.

E soprattutto produce una complicazione crescente. Ogni intervento deve stabilire chi ha diritto, chi è escluso, quale soglia utilizzare, quale documento presentare, quale categoria privilegiare. Il rischio è trasformare l’emergenza in una lotteria amministrativa.

Ma c’è un altro punto ancora più importante: la fiscalità sui carburanti.

Se il prezzo del petrolio aumenta e, contemporaneamente, aumenta il gettito Iva derivante dal prezzo più alto, lo Stato può trovarsi nella condizione paradossale di incassare maggiormente proprio mentre i cittadini vengono colpiti dall’aumento del costo del carburante.

Da qui nasce il tema dell’ accise mobile, cioè della possibilità di utilizzare maggiori entrate fiscali generate dall’aumento dei prezzi per attenuare il peso delle accise.

È una questione di equilibrio: quando il prezzo esplode per cause esterne, lo Stato deve necessariamente partecipare alla gestione dello shock. Non può limitarsi a osservare l’aumento del prezzo e contemporaneamente considerare il maggior gettito fiscale come un risultato positivo.

Lo Stato non dovrebbe guadagnare dall’inflazione che impoverisce i cittadini.

E arriviamo così agli extraprofitti.

Qui il discorso delle accise diventa ancora più delicato. Tassare profitti eccezionali generati da condizioni straordinarie può apparire, in determinate circostanze, una scelta di equità. Ma deve essere fatto con criteri chiari, prevedibili e possibilmente coordinati a livello europeo. Altrimenti il rischio è di creare distorsioni, spostamenti di attività e trattamenti differenti tra imprese concorrenti.

Tuttavia, anche riconoscendo questo problema, resta una domanda: quanto tempo occorre per decidere?

Perché se il prezzo del carburante cresce oggi, il cittadino paga oggi.

La politica europea può richiedere negoziati. Le istituzioni possono richiedere procedure. Le decisioni possono essere complesse. Ma proprio per questo un governo nazionale dovrebbe possedere una strategia su due livelli: una risposta immediata nazionale e una soluzione strutturale europea.

Non una risposta immediata che viene continuamente prorogata mentre si aspetta la soluzione europea.

Questa distinzione è fondamentale.

Un governo serio non deve necessariamente promettere che domani il prezzo tornerà quello di ieri. Deve però spiegare quale meccanismo intende costruire affinché la prossima crisi non produca automaticamente la stessa emergenza.

Perché il vero fallimento non consiste nel dover intervenire durante una crisi. Il vero fallimento sarebbe arrivare alla crisi successiva con gli stessi strumenti provvisori, gli stessi annunci e le stesse proroghe.

Ed è qui che la domanda iniziale torna con tutta la sua forza: ma un governo così è un governo o una barzelletta?

La provocazione è forte, ma non deve diventare soltanto una battuta contro la maggioranza di turno. Perché il problema dell’accise sul carburante riguarda una concezione più generale della politica italiana: quella per cui governare significa spesso rinviare, tamponare, prorogare, annunciare e infine attribuire la complessità della soluzione a un livello istituzionale superiore.

Oggi è l’Europa. Domani potrebbe essere il mercato internazionale. Dopodomani la guerra, la speculazione, le banche centrali, i mercati energetici.

Naturalmente tutte queste variabili esistono davvero. Ma proprio perché esistono, governare significa predisporre strumenti capaci di assorbirne gli effetti.

La politica non può controllare il mondo. Può però decidere quanto di quel mondo debba ricadere sulle spalle dei cittadini.

E questa è la responsabilità che conta.

Una proroga di pochi giorni sulle accise può essere necessaria. Non è questo il punto. Il punto è ciò che viene dopo.

Se dopo la proroga arriverà finalmente una riforma organica delle accise, un meccanismo trasparente di compensazione degli shock energetici, un intervento serio sull’inflazione e una strategia europea sugli extraprofitti, allora quei pochi giorni saranno stati davvero un ponte verso una soluzione.

Se invece arriverà un’altra proroga, seguita da un’altra dichiarazione, seguita da un altro rinvio, allora il problema non sarà più il prezzo del gasolio.

Sarà il prezzo dell’incapacità di decidere.

E quel prezzo, a differenza di quello indicato sul display di un distributore, non lo paga soltanto chi guida.

Lo paga un intero Paese.

Il tema delleaccisetorna dunque al centro del dibattito proprio mentre milioni di italiani fanno i conti con il caro carburanti. Il taglio sul gasolio, prorogato fino al 26 agosto attraverso il meccanismo delle accise mobili, garantisce per ora uno sconto complessivo di circa 17 centesimi al litro, ma si tratta di una misura temporanea.

La vera partita si gioca quindi sulle prossime decisioni dell’esecutivo. Il Consiglio dei ministri è atteso oggi, 26 agosto, per valutare una nuova proroga delle misure già in vigore e, parallelamente, un intervento più mirato a sostegno delle fasce maggiormente colpite dal rincaro dei carburanti.

Resta inoltre sul tavolo la proposta, sostenuta da Italia e altri Paesi europei, di intervenire sugli eventuali extraprofitti delle compagnie petrolifere per reperire risorse da destinare al sostegno di famiglie e imprese.

Leaccise, dunque, non sono soltanto una voce fiscale nel prezzo alla pompa, ma sono diventate uno dei punti centrali della discussione sul costo dell’energia e sul potere d’acquisto. Per gli automobilisti la domanda resta semplice: quanto dureranno gli sconti e quale sarà il prezzo del pieno quando le misure temporanee finiranno?

Carlo Di Stanislao

Foto:www.governo.it

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Garlasco: l’avvocato De Rensis replica all’esposto della famiglia Cappa

Garlasco: l’avvocato De Rensis replica all’esposto della famiglia Cappa– “Non volevo crederci. Ma conosco la serietà della fonte”. Così l’avvocato Antonio De Rensis, legale di Alberto Stasi, ha commentato ieri sera a Filorosso, su Rai 3, la notizia dell’esposto presentato da Stefania Cappa, cugina di Chiara Poggi.

De Rensis ha definito la vicenda “avvilente, disarmante, grave” e ha preannunciato possibili iniziative giudiziarie: “Azioni giudiziarie durissime da parte mia, ma anche la Procura di Pavia può essere interessata da ciò che è successo”. L’esposto sostiene che la famiglia Cappa sarebbe stata destinataria di una “sistematica coordinata e preordinata esposizione mediatica” e ipotizza una presunta regia alla quale avrebbero partecipato, tra gli altri, lo stesso De Rensis.

Il legale ha concentrato la propria replica sulla data dell’8 luglio 2022, indicata nell’esposto come un momento chiave della presunta “regia”. De Rensis ha ricostruito la propria attività professionale, spiegando di aver presentato già a fine giugno una richiesta per ottenere copia dei CD contenenti le intercettazioni del 2017. “Io ovviamente conosco l’avvocato Giada Bocellari ed è stato uno degli incontri professionali migliori che ho fatto”, ha spiegato, “Io il primo atto formale che faccio, su mia carta intestata, è di fine giugno 2022, in cui deposito una richiesta per avere copia dei CD delle intercettazioni del 2017. Queste dichiarazioni, fatte precedentemente dall’avvocato Bocellari, erano state inspiegabilmente rigettate. La mia viene accolta. La mia istanza viene passata l’8 luglio 2022 per essere autorizzata. E viene autorizzata. Il 13 luglio 2022 io vado a ritirare i CD intorno alle 13.30”, ha spiegato.

De Rensis ha quindi raccontato che, nel pomeriggio del 13 luglio, l’avvocato Cappa avrebbe contattato il suo studio: “L’avvocato Cappa intorno alle 18.40 circa chiama il mio studio e parla con due avvocati del mio studio, di cui una l’avvocato Grandi, che lavora con me da 24 anni e che dirige le operazioni dei nostri studi, per invitarmi a un progetto di prestigiosi convegni sul diritto sportivo come relatore”. Il legale ha sottolineato di non sapere, in quel momento, che l’avvocato Cappa fosse già a conoscenza del suo incarico come difensore di Stasi: “Ovviamente il sottoscritto si è negato per motivi di opportunità, saputo che dall’altro capo della cornetta c’era l’avvocato Cappa. Ma il sottoscritto non sapeva che l’avvocato Cappa già da 5 giorni sapeva che ero l’avvocato di Stasi. Altrimenti gli avrei detto: come si permette di chiamare l’avvocato dell’assassino di sua cugina? Lei chiama me per dei convegni al CONI con tutti gli avvocati sportivi che ci sono?”. Da qui la sua perplessità sull’autenticità della ricostruzione contenuta nell’esposto: “Io continuo a ritenere che mi hanno fatto uno scherzo. Che hanno fatto vedere delle pagine che non corrispondono a realtà”, ha proseguito, “Ma come può essere vero che la cugina della vittima chiama me, che sono l’avvocato di Stasi, per dei convegni?”.

De Rensis ha infine riferito di aver appreso che sarebbero state svolte indagini sulla sua persona: “Io quello che posso dire che ho sentito che qualcuno ha fatto indagini sulla mia persona. La mia vita fuori dall’ambito professionale è molto semplice, fatta di amicizie, un po’ di golf e, quando possibile, di molto affetto e molti sorrisi. “Se qualcuno ha svolto indagini su di me mi fa molta tenerezza. Ma qualora ne dovessi avere contezza, verrà chiamato a rispondere davanti all’autorità giudiziaria”, ha concluso. Sul punto centrale dell’esposto, l’8 luglio 2022, De Rensis ha quindi richiamato la propria versione della cronologia: “Se ciò che oggi è stato mostrato è vero, allora la Procura di Pavia ha motivo di interessarsi a questa vicenda”.

Garlasco, a che punto siamo: Sempio indagato, Stasi attende la revisione e nuovi esami riaprono il caso

Garlasco torna al centro della cronaca giudiziaria a diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi.Il caso, che sembrava definitivamente chiuso con la condanna di Alberto Stasi, è tornato sotto i riflettori dopo la nuova inchiesta della Procura di Pavia che vedeAndrea Sempioindagato per l’omicidio. Gli ultimi sviluppi hanno riportato al centro dell’attenzione il Dna rinvenuto sotto le unghie della vittima, l’impronta 33 e altri elementi della scena del crimine.

Il punto di partenza rimane il13 agosto 2007, quando Chiara Poggi, 26 anni, venne trovata morta nella villetta della famiglia in via Pascoli, a Garlasco. Dopo un lungo iter processuale, Alberto Stasi, all’epoca fidanzato della vittima, è stato condannato definitivamente a16 anni di reclusione.

Garlasco, la nuova inchiesta su Andrea Sempio

La svolta più importante nella vicenda giudiziaria diGarlascoè arrivata con la riapertura delle indagini e l’iscrizione nel registro degli indagati diAndrea Sempio, amico del fratello di Chiara Poggi.

La Procura di Pavia ha poi concluso la nuova indagine nel maggio 2026, sostenendo nella propria ricostruzione accusatoria che Sempio possa essere responsabile dell’omicidio. Gli inquirenti hanno indicato diversi elementi ritenuti indiziari, tra cui quelli relativi al Dna, alle impronte, agli spostamenti e ad altri aspetti della vicenda.

La conclusione delle indagini non equivale però a una condanna. Sempio resta un indagato e le ricostruzioni della Procura devono essere valutate nelle successive fasi giudiziarie.

Il Dna sotto le unghie di Chiara Poggi

Uno dei punti più discussi diGarlascoriguarda il materiale genetico individuato sotto le unghie di Chiara Poggi.

La perizia della genetista Denise Albani ha rilevato una compatibilità tra il profilo genetico maschile individuato e la linea paterna della famiglia di Andrea Sempio. Il dato è stato considerato dalla Procura come uno degli elementi centrali della nuova ricostruzione relativa al caso Garlasco. La stessa documentazione, tuttavia, evidenzia anche i limiti dell’accertamento: non è possibile stabilire con certezza scientifica se il Dna fosse effettivamente sotto o sopra le unghie al momento della morte, né se il trasferimento sia avvenuto direttamente o attraverso un contatto mediato.

È proprio su questo punto che le posizioni dell’accusa e della difesa rimangono profondamente diverse. I legali di Sempio contestano il valore probatorio del risultato e sottolineano, tra l’altro, la mancata replicazione con un risultato identico. La difesa di Alberto Stasi, invece, interpreta la perizia come un elemento che rafforza la nuova ricostruzione e che può contribuire alla richiesta di revisione della condanna.

Garlasco e l’impronta 33

Un altro elemento al centro delle nuove indagini diGarlascoè la cosiddettaimpronta 33, una traccia rinvenuta sulla parete delle scale della villetta.

La nuova inchiesta ha attribuito particolare importanza a questo reperto, mentre nelle precedenti indagini non era stato considerato decisivo. Gli accertamenti sulle impronte e sulla dinamica della scena del crimine fanno parte del tentativo degli inquirenti di ricostruire con maggiore precisione ciò che accadde all’interno della casa.

Proprio la rivalutazione di reperti già presenti nei fascicoli rappresenta uno degli aspetti più importanti della nuova fase diGarlasco. L’obiettivo è verificare se elementi considerati in passato irrilevanti possano assumere oggi un significato diverso alla luce delle nuove tecniche investigative.

La Procura: una ricostruzione diversa da quella che portò alla condanna di Stasi

La nuova indagine diGarlascopropone una ricostruzione profondamente diversa da quella sulla quale si è fondata la condanna definitiva di Alberto Stasi.

La Procura di Pavia ha indicato Sempio come responsabile dell’omicidio e ha raccolto una serie di elementi che, secondo l’accusa, assumerebbero valore complessivo. Tra questi figurano non soltanto le tracce biologiche, ma anche questioni relative agli spostamenti di Sempio, alle sue dichiarazioni e ad alcuni contatti telefonici.

La difesa di Sempio contesta invece la lettura accusatoria degli elementi e sostiene che i singoli reperti non consentano di ricostruire automaticamente la dinamica dell’omicidio.

È quindi importante distinguere traelementi indiziari e prova definitiva: il fatto che un reperto sia compatibile con una determinata ipotesi non significa, da solo, che quella ricostruzione sia stata definitivamente accertata da un giudice.

Alberto Stasi e l’ipotesi di revisione

Parallelamente alla nuova posizione di Andrea Sempio,Garlascopone un’altra questione giudiziaria: quella relativa alla condanna definitiva di Alberto Stasi.

La Procura di Pavia ha annunciato l’intenzione di trasmettere gli atti alla Procura generale di Milano per consentire una valutazione sull’eventuale richiesta di revisione del processo. La procuratrice generale Francesca Nanni ha precisato che l’esame del fascicolo richiederà tempo e che soltanto dopo un’attenta analisi si potrà stabilire se esistano i presupposti per avanzare una richiesta di revisione.

L’eventuale revisione non sarebbe quindi automatica né immediata. Dovrebbe seguire uno specifico iter giudiziario e passare attraverso le autorità competenti.

Garlasco, cosa può accadere adesso

La situazione diGarlascorimane quindi estremamente complessa. Da una parte c’è una sentenza definitiva che ha stabilito la responsabilità di Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi; dall’altra una nuova indagine che ha individuato in Andrea Sempio il destinatario di una diversa ipotesi accusatoria.

Gli ultimi accertamenti non hanno cancellato automaticamente la precedente verità giudiziaria e non hanno ancora prodotto una nuova sentenza. Il Dna, l’impronta 33 e gli altri elementi raccolti devono essere valutati nel loro complesso e attraverso le garanzie del procedimento penale.

È proprio questa la ragione per cuiGarlascocontinua a essere uno dei casi giudiziari più complessi e discussi della cronaca italiana. Dopo quasi vent’anni, la ricerca della verità passa ancora una volta attraverso perizie scientifiche, esami delle tracce, confronto tra consulenti e valutazioni giudiziarie.

Il punto più importante, in questa fase, è dunque evitare di trasformare gli indizi in sentenze già scritte.Garlasconon ha ancora una nuova verità giudiziaria: esiste una nuova ipotesi investigativa, esiste un procedimento che ha individuato elementi ritenuti rilevanti dalla Procura e ci sono difese che ne contestano interpretazione e valore.

Sarà il percorso giudiziario, e non il dibattito mediatico, a stabilire quale peso attribuire definitivamente a ciascun elemento e se la nuova ricostruzione potrà modificare quanto stabilito dalla sentenza definitiva su Alberto Stasi.

Foto diEzequiel OctavianodaPixabay

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Rhine Group: la nuova alleanza strategica tra Mario Draghi e Patrick Collison

Rhine Group: la nuova alleanza strategica tra Mario Draghi e Patrick Collison per rilanciare la crescita e l’innovazione in Europa

“Non possiamo aspettare che il futuro arrivi da sé: dobbiamo costruirlo con il coraggio delle idee e la forza delle riforme.”

— Jean Monnet

​Nel contesto economico contemporaneo, il Rhine Group si propone come un’iniziativa di portata fondamentaleper trasformare radicalmente la parabola di sviluppo del Vecchio Continente. Nata nell’agosto del 2026, questa alleanza d’eccellenza punta ad affrontare in modo diretto ed efficace la perdita progressiva di competitività, di produttività e di slancio innovativo che da anni caratterizza il mercato unico. L’Europa si trova ad affrontare sfide globali senza precedenti, segnate da rapide trasformazioni tecnologiche e da un irrigidimento delle dinamiche geopolitiche. In questo scenario articolato, la nascita di una piattaforma operativa capace di tradurre le analisi teoriche in un’agenda d’azione concreta rappresenta un tassello essenziale per garantire un futuro di prospettiva economica sostenibile e duratura.

​A guidare la nascita del progetto Rhine Group sono due figure di straordinario rilievo e competenza nel panorama globale: Mario Draghi, l’economista ed ex presidente della Banca Centrale Europea ed ex premier italiano, e Patrick Collison, cofondatore e amministratore delegato della piattaforma globale di pagamenti Stripe. Nonostante provengano da percorsi professionali differenti — la politica monetaria e le istituzioni pubbliche da un lato, l’imprenditoria tecnologica di punta dall’altro —, i due copresidenti condividono una diagnosi lucida e rigorosa sulle cause del rallentamento europeo. La leadership operativa della struttura è stata affidata all’economista spagnolo Luis Garicano, il quale avrà il compito di coordinare i lavori di approfondimento e di animare il confronto quotidiano tra i rappresentanti del settore pubblico e di quello privato.

​Una questione di potere economico e di sovranità

​Il punto di partenza del lavoro promosso dal Rhine Group è un quadro statistico ed economico che impone riflessioni profonde. Attualmente, tra le prime cinquanta aziende tecnologiche a livello globale, soltanto quattro hanno la propria sede all’interno dei confini dell’Unione Europea. Nei settori chiave destinati a guidare il progresso industriale del XXI secolo — dall’intelligenza artificiale ai semiconduttori, dalle infrastrutture cloud avanzate alla biotecnologia — l’Europa accumula un divario strutturale rispetto ai principali player internazionali. Questa fragilità non rappresenta un semplice ritardo di immagine industriale, ma tocca la sostanza stessa della sovranità economica del continente.

​Un sistema che non produce crescita costante e stabili incrementi di produttività riduce inevitabilmente la disponibilità di risorse necessarie a finanziare i pilastri fondamentali del modello sociale europeo. La protezione sociale, l’istruzione di alto livello, la tutela della salute pubblica, la transizione ecologica e gli investimenti per la difesa dipendono tutti dalla capacità di generare ricchezza. La stagnazione prolungata rischia pertanto di tradursi in un progressivo ridimensionamento politico e geopolitico, riducendo l’autonomia decisionale delle nazioni europee nelle grandi questioni internazionali.

​Come ricostruire una capacità europea di innovare e competere

​Per decenni l’Europa ha operato all’interno di un quadro internazionale stabile e favorevole, basato sulle regole del multilateralismo, sulla crescita ininterrotta del commercio globale e sul supporto decisivo fornito dagli partner d’oltreoceano in materia di sicurezza. Oggi questo contesto è drasticamente mutato: il riemergere di politiche protezionistiche, la determinazione industriale della Cina e l’aumento delle tensioni internazionali richiedono un radicale cambio di marcia. Le dipendenze strategiche accumulate nel corso del tempo — sia in ambito energetico che tecnologico — costituiscono un elemento di vulnerabilità che deve essere affrontato con tempestività.

Il principio guida del gruppo: Il declino economico non è un destino inevitabile, ma la naturale conseguenza dell’inazione. Il Rhine Group nasce per dimostrare che il mercato unico europeo, forte dei suoi 450 milioni di consumatori, possiede tutte le leve necessarie per tornare a guidare l’innovazione globale.

​La risposta delineata nel manifesto istituzionale del Rhine Group non punta a una difesa conservativa dell’esistente o al ripiegamento in forme di protezionismo miope. L’obiettivo primario è risvegliare lo spirito imprenditoriale, stimolare gli investimenti in ricerca e sviluppo e creare condizioni normative adatte alla nascita e alla crescita su larga scala di aziende fortemente competitive. Il mercato europeo resta il secondo più grande al mondo; l’intento prioritario consiste nel trasformare questa massa critica in una vera forza propulsiva per la nascita di campioni industriali su scala internazionale.

​Dalla diagnosi teorica all’azione politica e normativa

​Il fondamentale rapporto sulla competitività presentato da Mario Draghi nel 2024 alla Commissione Europea ha tracciato una mappa dettagliata dei problemi, formulando oltre 170 proposte d’intervento in settori chiave quali l’energia, le reti digitali, la difesa e i mercati dei capitali. Il Rhine Group nasce per colmare lo spazio operativo che separa la diagnosi analitica dall’effettiva realizzazione delle riforme legislative e strutturali nei singoli Stati e a livello comunitario.

​Il gruppo agisce come un catalizzatore indipendente e trasversale, capace di riunire in un unico tavolo di confronto accademici, economisti, leader dell’industria, innovatori tecnologici ed esperti di politica pubblica. Il Rhine Group non intende sostituirsi alle istituzioni governative o comunitarie, ma intende offrire loro soluzioni concrete, raccomandazioni d’azione direttamente utilizzabili e modelli d’intervento adeguati alle sfide odierne.

​Rhine Group: una squadra di profilo internazionale con un’importante presenza italiana

​La composizione della rete di esperti del Rhine Group testimonia l’alto valore della proposta e la determinazione nel perseguire risultati concreti. Tra le personalità internazionali figurano nomi di altissimo livello:

  • Philippe Aghion, premio Nobel per l’economia e docente presso il Collège de France e la London School of Economics;
  • Toomas Hendrik Ilves, ex presidente della Repubblica d’Estonia e pioniere della digitalizzazione pubblica;
  • Beatrice Weder di Mauro, presidente del Centre for Economic Policy Research (CEPR);
  • Zanny Minton Beddoes, direttrice responsabile del settimanale The Economist;
  • Tobi Lütke, fondatore e CEO di Shopify;
  • Niklas Zennström, cofondatore di Skype e del fondo di venture capital Atomico;
  • Sebastian Siemiatkowski, cofondatore e guida della piattaforma fintech Klarna.

​All’interno di questo panorama d’eccellenza globale si inserisce una folta e qualificata componente di esperti ed economisti italiani. Tra questi si distinguono Andrea Pignataro, fondatore e CEO del gruppo finanziario ION; Lucrezia Reichlin, professoressa di economia presso la London Business School; Francesco Giavazzi e Francesco Decarolis, docenti ed economisti dell’Università Bocconi di Milano; unitamente a Vittorio Colao, già ministro per l’innovazione tecnologica ed ex amministratore delegato del gruppo Vodafone, oggi vicepresidente EMEA di General Atlantic.

​Le priorità strategiche e le prospettive future dell’iniziativa

​Per trasformare la visione iniziale in riforme tangibili, il Rhine Group ha articolato il proprio programma d’azione attorno a cinque pilastri strategici prioritari. In primo luogo, l’unificazione e l’approfondimento del mercato dei capitali europeo rappresenta la condizione indispensabile per evitare la fuga di startup promettenti verso i mercati finanziari statunitensi, garantendo alle imprese ad alta crescita i capitali necessari nella fase di espansione scalabile. In secondo luogo, la drastica riduzione degli ostacoli burocratici e l’armonizzazione delle regolamentazioni digitali mirano a creare un ambiente normativo snello e orientato all’innovazione.

​Il terzo pilastro di Rhine Group riguarda l’autonomia e la sicurezza nelle catene di approvvigionamento tecnologiche ed energetiche, fondamentali per proteggere le industrie strategiche del continente dalle fluttuazioni geopolitiche. Il quarto punto si concentra sull’attrazione e sul mantenimento dei migliori talenti scientifici e tecnologici, incentivando la collaborazione diretta tra le università di eccellenza e l’industria privata. Infine, il quinto pilastro mira a promuovere una politica industriale coordinata a livello comunitario che eviti il frazionamento delle risorse pubbliche in micro-interventi nazionali sovrapposti.

​La sfida lanciata dal Rhine Group segna un punto di svolta decisivo nel dibattito sulla competitività. Riunendo capitale finanziario, visione politica e leadership tecnologica, l’iniziativa dimostra che l’Europa possiede le risorse teoriche e pratiche per superare l’attuale fase di stagnazione. Se i governi nazionali e le istituzioni europee sapranno recepire le proposte concrete formulate da questa rete di esperti, l’Unione potrà non soltanto difendere la propria sovranità economica, ma tornare a rivestire un ruolo guida nella definizione dei parametri della crescita e dell’innovazione mondiale.

lRhine Grouprappresenta quindi una realtà nella quale competenze, innovazione e visione strategica si incontrano per affrontare le trasformazioni di un mercato sempre più complesso. La capacità di sviluppare nuove soluzioni, valorizzare le professionalità e guardare alle esigenze del futuro costituisce uno degli elementi centrali del suo percorso. In questa prospettiva, ilRhine Grouppunta a consolidare il proprio ruolo attraverso una crescita fondata sulla qualità, sull’affidabilità e sulla capacità di costruire relazioni durature.

Foto diHarri VickdaPixabay

Carlo Di Stanislao

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Libertà di stampa e censura: quando il potere tenta di zittire la verità

Libertà di stampa e censura: quando il potere tenta di zittire la verità

​«I censori sono come coloro che tentano di spegnere il fuoco coprendolo con la paglia: ottengono soltanto di alimentarlo con più forza.» — Voltaire

​Non sono sempre in accordo con Marco Travaglio, né condiviso sistematicamente ogni sua battaglia o stile comunicativo, ma il suo ultimo editoriale mi convince in modo nitido per la lucidità con cui mette a nudo i meccanismi più odiosi del potere. Sulla stupidità della censura esiste un’ampia e stratificata letteratura storica, ma quando a praticarla direttamente e senza vergogna sono politici navigati e giornalisti compiacenti, il concetto di stupido finisce inevitabilmente per rivelarsi pericolosamente minimalista. Il meccanismo dell’oscuramento istituzionale non è quasi mai un semplice errore di calcolo o una parentesi isolata; è piuttosto la risposta d’istinto di un sistema logoro che non possiede più alcun argomento dialettico per difendersi dalle proprie flagranti incoerenze.

​La tentazione recondita di ledere la libertà di stampa chi lavora quotidianamente per mostrare i fatti nudi e crudi si ripresenta puntualmente ad ogni stagione politica, con modalità diverse, toni esasperati, ma sempre con la medesima, disarmante inefficacia. Quando il giornalismo d’inchiesta riesce a fare breach nella narrazione ufficiale, scatta immediata e coordinata la reazione a catena della delegittimazione ad personam, seguita da attacchi incrociati che puntano a trasformare il reporter da testimone a imputato. Non si smentisce mai il contenuto della notizia — operazione complessa che richiederebbe prove, documenti e argomentazioni verificabili — ma si preferisce attaccare direttamente la figura e la reputazione di chi quella notizia l’ha portata all’attenzione dell’opinione pubblica.

Libertà di stampa, il potere non può cancellare la verità

​L’errore tragico e ricorrente di chi manovra la scure della censura sulla libertà di stampa risiede nella convinzione ingenua che eliminare la fonte equivalga a cancellare il problema alla radice. È la classica illusione infantile di chi chiude gli occhi per non farsi vedere, dimenticando che la realtà circostante rimane esattamente quella che era un istante prima. Nel contesto moderno, dominato da flussi informativi rapidi e da una rete capillare di condivisione, ogni tentativo di soffocare una voce critica produce inevitabilmente l’effetto contrario: moltiplica in modo esponenziale l’interesse generale verso ciò che si voleva nascondere, trasformando una semplice inchiesta in un vero e proprio caso nazionale.

L’efficacia del bavaglio sulla libertà di stampa e l’effetto paradosso

​L’ostinazione con cui certe dinamiche oppressive vengono reiterated ad ogni cambio di governo ha un che di surreale e persino grottesco. La storia dimostra ampiamente come ogni atto di forza contro la libera informazione finisca per erodere ulteriormente la già precaria credibilità delle istituzioni che lo promuovono. L’opinione pubblica, pur essendo spesso distratta o frammentata da mille sollecitazioni quotidiane, sviluppa un fiuto infallibile per le notizie attorno alle quali si cerca di fare il vuoto: più il cordone sanitario si stringe attorno a un argomento, più quell’argomento diventa centrale e ineludibile nel dibattito pubblico.

​In questo complesso scenario, la figura del giornalista d’inchiesta smette di essere soltanto quella di un semplice cronista per diventare il catalizzatore di un’esigenza collettiva di trasparenza e verità. Chi tenta di fermare questo processo si ritrova a combattere contro i mulini a vento, mettendo in mostra una miopia politica che sfiora il ridicolo. La pretesa anacronistica di gestire l’informazione come se fosse un monopolio privato a discapito della libertà di stampa si scontra drammaticamente con la complessa architettura della società contemporanea, dove la verifica delle fonti e l’accesso alle informazioni sono strumenti alla portata di chiunque voglia approfondire e capire.

​I tentativi di condizionare le emittenti o le redazioni attraverso pressioni dirette, minacce di ristrutturazione aziendale o vere e proprie ritorsioni sul piano professionale e personale rivelano una profonda fragilità di fondo. Un potere davvero solido e consapevole delle proprie ragioni non ha alcun bisogno di zittire i propri critici o isolare le voci fuori dal coro; cerca il confronto, risponde nel merito e accetta il rischio della smentita. Non ha paura della libertà di stampa. Quando invece la reazione prevalente diventa la punizione esemplare o l’isolamento coatto del professionista, si assiste alla confessione implicita di un’estrema vulnerabilità sistemica.

Il prezzo della memoria e dell’indipendenza

​Mantenere la schiena dritta in un contesto che premia regolarmente il conformismo e il servilismo richiede un prezzo altissimo in termini personali e professionali. Il giornalismo non asservito non genera consensi facili all’interno dei palazzi del potere, ma costruisce l’unico capitale che conti davvero sul lungo periodo: la fiducia indistruttibile dei lettori e dei cittadini. Un giornale o un programma d’informazione che rinuncia a scavare tra le pieghe del non detto per adeguarsi alle direttive di comodo smette istantaneamente di adempiere al proprio ruolo democratico, riducendosi a un mero organo di propaganda sbiadito e del tutto irrilevante.

​Gli attacchi scomposti e le minacce più o meno velate rivolte a chi fa informazione d’inchiesta non sono che il sintomo evidente di una classe dirigente incapace di sostenere il peso del controllo pubblico. Con il passare del tempo, gli esecutori di queste manovre censorie rivolte alla libertà di stampa sono destinati a cadere nell’oblio o a essere ricordati esclusivamente per la loro pervicace volontà di ostacolare la verità. Al contrario, il lavoro meticoloso di ricerca, la verifica puntuale dei fatti e il coraggio di pubblicare ciò che risulta sgradito ai potenti rimangono scolpiti come presidio fondamentale della libertà collettiva.

​L’invito a proseguire sulla strada dell’indipendenza non è un semplice slogan retorico, ma un’esigenza sistemica imprescindibile per la tenuta civile di un Paese. Chi crede che sia possibile spegnere la luce dell’informazione critica attraverso editti, ritorsioni o silenzi imposti commette l’ennesimo e imperdonabile errore di valutazione. La realtà continua a esistere indipendentemente dalla volontà di chi vorrebbe modellarla a proprio piacimento, e ci sarà sempre qualcuno pronto a raccontarla senza fare sconti a nessuno.

​La battaglia per la libertà di stampa non riguarda soltanto la categoria dei giornalisti o i singoli professionisti finiti di volta in volta nel mirino della politica. Riguarda direttamente la qualità della democrazia in cui viviamo e la possibilità reale per ogni cittadino di formarsi un’opinione fondata sui fatti e non sulle veline di palazzo. Per questo motivo, di fronte a ogni tentativo di restrizione o intimidazione, la risposta non può essere il timore o il ripiegamento tattico, ma una riaffermazione ancora più determinata dei principi di trasparenza e rigore professionale. I fatti restano, le censure passano, e la verità prima o poi trova sempre il modo di emergere con la forza devastante dell’evidenza.

Carlo Di Stanislao

La libertà di stampa come presidio della democrazia

Lalibertà di stampanon è un privilegio riservato ai giornalisti, ma un diritto che appartiene a tutta la collettività. Senza unalibertà di stampaautentica, indipendente e capace di interrogare il potere, i cittadini rischiano di conoscere soltanto ciò che qualcuno decide di mostrare loro. È proprio per questo che il giornalismo deve poter raccontare anche ciò che è scomodo, impopolare o politicamente imbarazzante.

Difendere lalibertà di stampasignifica difendere il diritto alla critica, alla verifica dei fatti e al pluralismo delle opinioni. Significa accettare che il potere possa essere messo in discussione e che chi governa debba rispondere delle proprie decisioni davanti all’opinione pubblica.

Una democrazia realmente matura non teme una stampa libera: la considera un controllo necessario e un elemento di equilibrio. Perché quando lalibertà di stampaviene indebolita, non perde soltanto il giornalista: perde ogni cittadino che vuole conoscere la realtà senza filtri, condizionamenti o verità confezionate.

Foto digünterdaPixabay

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Nuove dinamiche europee e la sfida dei trasferimenti ‘dublinanti’ nel quadro della gestione migratoria

Nuove dinamiche europee e la sfida dei trasferimenti ‘dublinanti’ nel quadro della gestione migratoria

​“Nessun uomo è un’isola, intero in se stesso; ogni uomo è una zolla del continente, una parte del tutto.”

— John Donne

​L’architettura delle dinamiche europee in materia di asilo sta attraversando una trasformazione strutturale che segna una vera e propria svolta nelle relazioni multilaterali tra gli Stati membri dell’Unione. Il quadro normativo comunitario ha ufficialmente aperto una nuova fase con la concreta attuazione delle regole stabilite dal recente assetto negoziale in materia di accoglienza e gestione dei flussi migratori. In questo contesto, l’Olanda è diventata il sesto Paese europeo ad annunciare formalmente l’avvio e il ripristino delle procedure volte ad attuare i trasferimenti coatti verso la Penisola dei cosiddettimigranti “dublinanti”, ovvero coloro che, dopo aver registrato il proprio ingresso o la propria istanza di protezione nel primo Stato di arrivo, si sono successivamente spostati verso il nord Europa senza autorizzazione.

​La decisione comunicata dalle autorità dell’Aja non rappresenta un caso isolato, bensì la naturale prosecuzione di un orientamento rigorista già espresso da nazioni come Germania, Svizzera, Austria, Finlandia e Svezia. Tutte queste amministrazioni hanno chiarito l’intenzione di avvalersi pienamente dei meccanismi ripristinati con l’entrata in vigore delle nuove disposizioni comunitarie approvate a giugno. Le dichiarazioni rilasciate dai portavoce del ministero della Giustizia e della Sicurezza olandese confermano che sono attualmente in corso intensi contatti bilaterali tra i funzionari dei due Paesi per strutturare una procedura operativa standardizzata, al fine di garantire trasferimenti ed esecuzioni efficaci, sistematiche e prive di intoppi burocratici.

​Il quadro normativo e la soglia temporale del 12 giugno

​Il perimetro di applicazione delle nuove misure olandesi trova una delimitazione temporale ben precisa: le disposizioni si applicheranno esclusivamente ai migranti giunti e identificati a partire dal 12 giugno, data chiave in cui il nuovo quadro europeo è divenuto formalmente vincolante per tutti i Paesi aderenti. Coloro che sono arrivati sul territorio dell’Unione Europea prima di tale scadenza restano esclusi dal provvedimento retroattivo, preservando così una linea di demarcazione formale volta ad evitare contenziosi giuridici precedenti. Le autorità dei Paesi Bassi intendono “ripartire da zero”, stabilendo una cooperazione diretta e continuativa con il Ministero dell’Interno italiano guidato da Matteo Piantedosi.

Dinamiche europee e gestione dei migranti

​La questione dei “dublinanti” affonda le proprie radici nello storico Regolamento di Dublino, il sistema istitutivo che attribuisce la responsabilità dell’esame della domanda di asilo al primo Stato membro in cui il richiedente ha effettuato l’accesso o è stato identificato. Negli ultimi anni, l’Italia — per ragioni puramente geografiche — ha registrato volumi ingenti di ingressi via mare, trasformandosi nella principale nazione di primo approdo e facendosi carico dell’identificazione iniziale. Molti richiedenti asilo, tuttavia, tendevano a proseguire verso il centro e il nord Europa, generando un consistente contenzioso tra gli Stati sulla legittimità della loro permanenza.

  • 24.152: Richieste di ripresa in carico ricevute dall’Italia nel 2025 dagli Stati Ue (solo 85 effettivamente accettate).
  • 35.993: Richieste in uscita inviate dalla Germania, principale Paese mittente verso le nazioni di primo approdo.

​Il dibattito politico interno: la risposta di Meloni alle opposizioni

​L’annuncio proveniente dai Paesi Bassi ha immediatamente riacceso lo scontro politico e parlamentare a Roma. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha sostenuto pubblicamente che la decisione delle nazioni nordiche rappresenta la dimostrazione palese del fallimento della politica estera e migratoria dell’esecutivo italiano, definendo le nuove norme europee un vero e proprio “boomerang” a danno del Paese. Secondo la leadership dell’opposizione, l’Italia si troverebbe isolata e schiacciata dall’obbligo di riprendere in carico decine di migliaia di richiedenti asilo, senza aver ottenuto idonei meccanismi di redistribuzione automatica e obbligatoria dei flussi.

​La replica della presidente del Consiglio Giorgia Meloni non si è fatta attendere ed è giunta con toni categorici. La premier ha respinto integralmente le accuse, sottolineando come la polemica sollevata sia il frutto di una profonda sovrapposizione concettuale tra materie distinte. Meloni ha evidenziato che la libera circolazione garantita dagli accordi di Schengen e le norme procedurali stabilite dal Patto su Migrazione e Asilo costituiscono due ambiti normativi del tutto differenti. Secondo la linea di palazzo Chigi, il nuovo Patto segna invece un cambio di passo decisamente favorevole per gli Stati di primo ingresso, offrendo garanzie che in passato non erano mai state riconosciute.

Punto chiave della riforma: Il rafforzamento del principio di “Paese Terzo sicuro” consente all’Italia di attivare procedure di frontiera e rimpatri accelerati per i migranti provenienti da Paesi con bassi tassi di riconoscimento dell’asilo, riducendo la permanenza interna e limitando la formazione di second movimenti.

​Prospettive future ed equilibrio nell’Unione Europea

​Il dibattito in corso dimostra quanto la gestione del fenomeno migratorio continui ad essere il banco di prova fondamentale per la tenuta istituzionale dell’Unione Europea. La sfida per l’Italia nei prossimi anni sarà quella di coniugare il rispetto dei vincoli di riassunzione in ambito europeo con una sempre maggiore efficienza nelle procedure d’asilo e di espulsione rapida verso i Paesi di origine o di transito. Solo attraverso l’effettiva operatività dei nuovi strumenti informatici, delle banche dati biometriche e dei protocolli con le nazioni terze si potrà verificare se l’attuale assetto rappresenterà un solido scudo per le frontiere nazionali o se richiederà ulteriori correttivi negoziali a Bruxelles.

Le prospettive delle dinamiche europee della gestione migratoria

Nei prossimi mesi sarà quindi necessario verificare concretamente come queste nuove procedure incideranno sui rapporti tra gli Stati membri. Ledinamiche europee della gestione migratoriasaranno sempre più legate alla capacità dei singoli Paesi di collaborare nella gestione delle domande di asilo, dei trasferimenti e dei rimpatri, evitando che il peso dell’accoglienza continui a concentrarsi soprattutto sugli Stati di frontiera.

In questo scenario, l’Italia potrebbe trovarsi davanti a una situazione complessa: da un lato la necessità di rispettare gli obblighi derivanti dalle regole europee, dall’altro l’esigenza di ottenere una maggiore condivisione delle responsabilità. Ledinamiche europee della gestione migratoriarichiederanno dunque un equilibrio tra solidarietà, responsabilità degli Stati e tutela dei diritti fondamentali dei richiedenti asilo.

La questione dei trasferimenti dei cosiddetti “dublinanti” rappresenta soltanto uno degli aspetti di una trasformazione più ampia. Ledinamiche europee della gestione migratoriasaranno infatti condizionate anche dai rapporti con i Paesi di origine e transito, dalla capacità di rendere più rapide le procedure e dall’effettiva possibilità di realizzare rimpatri quando non sussistano i requisiti per la protezione internazionale.

Dinamiche europee della gestione migratoria: una sfida comune

Il vero banco di prova sarà quindi l’applicazione concreta delle nuove regole. Ledinamiche europee della gestione migratorianon potranno essere valutate soltanto attraverso gli annunci politici, ma sulla base dei risultati ottenuti sul campo, della collaborazione tra governi e della capacità dell’Unione Europea di costruire una politica migratoria realmente condivisa.

Ledinamiche europee della gestione migratoriarappresentano ormai una delle principali sfide politiche dell’Unione. Ledinamiche europee della gestione migratoriadovranno tenere conto sia delle esigenze dei Paesi di primo ingresso sia delle responsabilità degli Stati verso i quali proseguono i movimenti secondari. In questo quadro, ledinamiche europee della gestione migratoriasaranno decisive per stabilire se il nuovo sistema riuscirà a garantire maggiore equilibrio e cooperazione.

Per l’Italia, ledinamiche europee della gestione migratoriaassumono un’importanza particolare, considerando la posizione geografica del Paese. Sarà quindi fondamentale verificare se il nuovo modello europeo riuscirà realmente a distribuire responsabilità e oneri tra gli Stati membri, rendendo ledinamiche europee della gestione migratoriapiù coordinate, efficaci e sostenibili nel lungo periodo.

Carlo Di Stanislao

Foto diRalphdaPixabay

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Pasta, Cia Agricoltori Italiani: difendere Made in Italy

Roma –Cia-Agricoltori Italiani eMade in Italyconsumare pasta prodotta al 100% con grano italiano significa difendere, nel concreto, la nostra agricoltura, valorizzare i territori e custodire una tradizione che unisce il lavoro dei campi alla cultura della tavola. A dirlo è, oggi, Cia-Agricoltori Italiani che commenta, positivamente, la campagna di sensibilizzazione e promozione del prodotto Made in Italy lanciata dal Masaf, così come a lungo richiesta, anche per contrastare e fare chiarezza rispetto a inaccettabili attacchi al settore, da ultimo quello dell’imprenditore molitorio Francesco Casillo.

Sentir dire da Casillo che “la pasta è buona non perché è fatta di grano italiano” -spiega Cia- invita, dunque, a ribadire che la materia prima locale è, invece, centrale e fa la differenza, quale pilastro identitario e strategico di un intero Paese, dal punto di vista non solo alimentare ed economico, ma anche sociale e culturale.

Inoltre, andando al nocciolo della questione, resta una priorità assoluta a tutela di agricoltori, filiera e cittadini, la trasparenza e la giusta remunerazione. Non c’è solo un comparto soffocato da quotazioni al di sotto dei costi di produzione e da speculazioni legate all’import incontrollato di grano estero, ma anche il mancato rispetto nel caso di quest’ultimo, diversamente dall’Italia, dei rigidi standard sanitari e ambientali europei.

Pasta: Cia Agricoltori Italiani difendere Made in Italy,100% grano italiano scelta etica e a tutela Paese

È proprio su questi temi che Cia porta avanti da anni la sua battaglia per il grano duro, chiedendo misure concrete e non più rinviabili su trasparenza e prezzo equo, reale riconoscimento dei costi minimi di produzione; tracciabilità e controlli per combattere la concorrenza sleale. E, infine, il rafforzamento dei contratti di filiera equo-solidali tra produttori e industria e tutela dell’etichettatura d’origine per una corretta informata da parte dei consumatori. Scegliere grano italiano -conclude Cia- non è una posizione di comodo, ma un investimento sulla qualità dell’alimentazione e sul futuro del Paese.

Roma, 21 ago 2026

Cia-Agricoltori Italiani è un’associazione di categoria, laica, senza schieramento politico, operante in Italia, di imprenditori agricoli, di coltivatori diretti, dei coloni e mezzadri, dei contadini in affitto (“fittavoli”) italiani.

È stata fondata nel 1977 con il nome di Confederazione italiana coltivatori (CIC), partendo dalla fusione di alcune organizzazioni già esistenti di rappresentanza del mondo agricolo: l’Alleanza contadini, la Federmezzadri (emanazione della CGIL) e l’Unione coltivatori italiani. Il consiglio generale elesse presidente, per acclamazione, Giuseppe Avolio.

Nel 1992, in occasione del quinto congresso il nome è stato cambiato in Confederazione italiana agricoltori, oggi Cia-Agricoltori Italiani. È presente in tutte le regioni e tutte le province d’Italia. Gli iscritti sono circa 900.000, 1/3 di imprenditori e i restanti 2/3 sono agricoltori subordinati o familiari degli imprenditori.

Dopo lo storico presidente Avolio, hanno guidato l’organizzazione: Massimo Pacetti (2000-2004); Giuseppe Politi (2004-2014); Secondo (Dino) Scanavino (2014-2022). Oggi è presidente nazionale di Cia-Agricoltori Italiani, Cristiano Fini, imprenditore vitivinicolo modenese che sarà in carica per quattro anni.

Cia-Agricoltori Italiani insieme a ConfagricolturaAci e Legacoop-agroalimentare ha fondato Agrinsieme[1], coordinamento unico creato per dare una maggiore rappresentanza alle proprie aziende e cooperative, al quale si è aggiunta il 9 giugno 2015 anche l’Unione coltivatori. Il totale delle forze rappresenta il 30% del settore agricolo in Italia[2].
Agrinsieme, in seguito alle scelte di Confindustria si è dichiarata favorevole al progetto di riforma costituzionale Renzi-Boschi[3][4].

Made in Italy – Made in Italy – Made in Italy – Made in Italy – Made in Italy

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De Gasperi, il sostegno alle lavoratrici madri

De Gasperi, il sostegno alle lavoratrici madri


diGiorgio Girelli*

Sono trascorsi 72 anni dalla scomparsa (19 agosto 1954) di Alcide De Gasperi e la sua memoria è viva nell’opinione pubblica ed anche nel dibattito politico. Durante i suoi governi (1945–1953), l’Italia realizzò importanti interventi strutturali ed economici per la ricostruzione post-bellica, tra cui la Riforma agraria (749.000 ettari espropriati ai latifondisti ed assegnati ai contadini), l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno (infrastrutture, strade e opere idrauliche nel meridione), il Piano INA-Casa (due milioni di vani per famiglie a baso reddito) , la fondazione dell’ENI (perseguimento della autonomia nello sviluppo energetico del Paese), la Riforma tributaria ed economica ( risanamento del bilancio ed ancoraggio dell’ l’Italia a un’economia di mercato aperta e occidentale), la scelta europea ed il legame con gli Stati uniti e l’adesione alla NATO. Tanto che lo storico Piero Craveri concluse la biografia dello statista trentino scrivendo che l’Italia di oggi è quella disegnata in età degasperiana.

De Gasperi ed il ruolo delle madri nel mondo del lavoro

Ma nella rievocazione di tanti meriti non trova posto, pur in tempi di intensa attenzione alla emancipazione femminile, l’innovativo apporto di De Gasperi allo sviluppo del ruolo della donna. Ed in particolare a quel settore che anche oggi non riluce nel dibattito femminile: la tutela delle lavoratrici madri. Eppure è un nodo attualissimo specie in presenza dell’ “inverno demografico” che dovrebbe indurre a misure che consentano alla mamma di conciliare lavoro e cura dei figli. In assenza delle quali, essendo spesso indispensabile lo stipendio della donna accanto a quello del marito per gestire dignitosamente una famiglia, la rinuncia ai figli è consequenziale. Ebbene, nel corso del sesto governo De Gasperi (27.1.1950- 26.7. 1951) venne compiuto un passo storico per la protezione delle donne con la legge 26 agosto 1950, n. 860, la prima organica e moderna normativa sulla tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri e tappa storica nel percorso voluto dalla Costituzione che all’articolo 37 recita: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”.

La riforma rappresentava un forte stacco rispetto al passato perché, dando corso alla attuazione della Costituzione, segnalava come nel dopoguerra il rilievo riconosciuto alle donne era un dato di fatto e, perseguendo l’intento di una disciplina più organica di tutta la materia, tendeva, nei limiti oggettivamente consentiti, ad una remunerazione adeguata al costo della vita. Gestì per conto del governo l’iter della legge l’allora ministro del lavoro Amintore Fanfani, lo stesso statista cui si deve in Costituzione la definizione dell’Italia quale «Repubblica democratica fondata sul lavoro».
Come ricorda in un saggio Angela Maria Bocci, ordinaria di storia economica alla “Sapienza” di Roma, “i punti fondamentali della legge, in termini sintetici, riguardavano il divieto di licenziamento dall’inizio della gestazione fino al compimento del primo anno di età del bambino; il divieto di adibire le donne in gravidanza al trasporto e al sollevamento di pesi o a lavori pericolosi; l’obbligo all’astensione dal lavoro nei tre mesi precedenti il parto e nelle otto settimane successive. Inoltre venivano previsti periodi di riposo per l’allattamento nonché – elemento fondamentale – il trattamento economico durante le assenze per maternità”. Traguardi non da poco tenendo conto delle gracili condizioni economiche del Paese di allora.

La relazione generale sulla situazione economica del Paese presentata dal Ministro del tesoro Pella alla Camera il 30 gennaio 1950 evidenziava infatti che le difficoltà strutturali della economia italiana dopo il secondo conflitto mondiale si erano aggravate. Inoltre, con il ministero del tesoro a Gustavo del Vecchio e con le finanze a Pella, il neoministro del lavoro e della previdenza sociale Amintore Fanfani si trovò a dover fare i conti con un gabinetto a egemonia liberista che, pur con alcune differenziazioni, tendeva a contenere la linea riformista della politica del lavoro ispirata ai principi della dottrina sociale cristiana. Ma non mancò l’appoggio risolutore di De Gasperi secondo il quale la Dc è partito di centro che guarda a sinistra, intendendosi con questa definizione l’irrinunciabile identità popolare e progressista del partito. Aldo Cazzullo ha contestato che quella frase sia mai stata pronunciata. Ma lo smentiscono i fatti. Quelle parole appaiono in un editoriale de Il Popolo del 10 aprile 1945, firmato da Giulio Andreotti e concordato con De Gasperi, in risposta a una proposta di collaborazione politica di Togliatti, come ricorda Ortensio Zecchino, storico ed ex ministro DC. De Gasperi stesso, in un’intervista a «Il Messaggero» del 17 aprile 1948, proprio alla vigilia delle elezioni del giorno successivo, definisce la Dc «un partito di centro che cammina verso sinistra». Definizione confermata da Andreotti su “Sintesi Dialettica” del 4.10.2007. Espressione poi richiamata anche dallo storico Pietro Scoppola a Borgo Valsugana il 19 agosto 2004 (“De Gasperi fra passato e presente”).

Il 18 ottobre 1953 in un discorso a Milano proprio De Gasperi volle dare l’interpretazione autentica della celebre frase: “Se sinistra vuol dire apertura verso il progresso sociale, verso la giustizia per i lavoratori, allora non è vero che noi non andiamo o non vogliamo andare verso sinistra: siamo per principio a sinistra in questo senso” (M. R. Catti De Gasperi, De Gasperi uomo solo, Mondadori 1964, pp. 388).
Come, al di là di ogni sterile disquisizione lessicale, confermano le numerose riforme sociali volute da De Gasperi. Centrismo dunque, come successivamente la “centralità” di Forlani, che pone la DC quale architrave del sistema con esclusione delle ali estreme di destra e di sinistra, e non certo immobilismo sociale.
E oggi? In Italia nel maggio 2022 il 42,6 % delle mamme tra i 25 e i 54 anni non era occupata e il 39,2% con due o più figli minori disponeva di un contratto di lavoro part-time. Negli altri paesi, in alcuni va un po’ meglio, in altri peggio. Non è comunque senza significato che il 9 ottobre 2023 L’Accademia delle Scienze di Stoccolma ha deciso di assegnare il premio Nobel per l’economia a Claudia Goldin, storica dell’economia, economista del lavoro, docente dell’università di Harvard, che ha dedicato tutta la sua ricerca scientifica allo studio della condizione femminile nel mondo del lavoro.
*Coordinatore Centro Studi Sociali “A. De Gasperi”


*Coordinatore Centro Studi Sociali “A. De Gasperi”

Foto:https://it.wikipedia.org/wiki/Alcide_De_Gasperi#/media/File:Alcide_De_Gasperi_comizio.jpg

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Italia

La memoria in differita e i fantasmi di carta

La memoria in differita e i fantasmi di carta

«I libri si dividono in due categorie: i libri di oggi e i libri di sempre.»

— John Ruskin

«I libri si dividono in due categorie: i libri di oggi e i libri di sempre.»

— John Ruskin

​Un palinsesto televisivo distratto e uno scaffale polveroso ricolmo di tascabili da edicola potrebbero sembrare mondi inconciliabili.

Il primo vive dell’effimero luccichio dell’ortaggio mediatico, consumato e dimenticato nel giro di uno stacco pubblicitario; il secondo appartiene all’universo sotterraneo della narrativa d’evasione, fatta di inchiostro di bassa qualità, copertine sgargianti e pseudonimi altisonanti.

Eppure, osservando la cultura di massa contemporanea, emerge un filo rosso sottile e inquietante che unisce la celebrazione mancata di un gigante della TV italiana e il destino tragico di un artigiano della parola rimasto nell’ombra.

È la storia di come la società dello spettacolo gestisce la memoria: un meccanismo spesso superficiale, incapace di riconoscere il valore reale sia sotto le luci dei riflettori sia nel buio di una stanza da lavoro.


Pippo Baudo e la memoria tradita dalla televisione pubblica

​Il 16 agosto, su Rai 1, è andato in scena uno di quei momenti televisivi che lasciano il pubblico tra lo sgomento e la malinconia. Durante una giornata che avrebbe dovuto rendere omaggio al maestro incontrastato della televisione italiana,

Pippo Baudo e celebrarne la memoria, la rete ammiraglia ha confezionato una commemorazione impietosa, priva del ritmo, della dignità e del rispetto strutturale che un monumento dello spettacolo avrebbe meritato.

Chi ha speso un’intera vita a costruire l’immaginario collettivo di un Paese — inventando formule, scoprendo talenti e scandendo i rituali degli italiani — si è ritrovato relegato in un contenitore frettoloso, un montaggio sfilacciato di repertorio privo di visione e di reale memoria.

La TV pubblica, che Baudo ha contribuito a fondare ed elevare, ha mostrato il fianco a una deriva paradossale: l’incapacità di raccontare con cura persino i propri padri fondatori.

Il ruolo cruciale di la memoria nella cultura popolare

Ma se la grande televisione dimentica di celebrare degnamentela memoriadi chi ha vissuto sotto i riflettori, esiste un altro livello di oblio, ancora più profondo e drammatico. È quello che riguarda chi la cultura popolare l’ha costruita lontano dalle telecamere, riga dopo riga, macchina da scrivere dopo macchina da scrivere.

Meno di quarantotto ore dopo quella disastrosa diretta televisiva, un post sui social media ha riaperto una ferita dolorosa nel mondo dell’editoria invisibile: la storia di un autore rimasto nell’ombra per tutta la vita, tragicamente scomparso nel 2021.

Sotto una miriade di pseudonimi americanizzati e come ghostwriter al servizio di firme più blasonate, questo scrittore ha dato vita a centinaia di romanzi. Dalle sue dita sono sgorgate trame pulsanti di genere pulp, thriller mozzafiato, avventure western polverose e intricate spy-story.

Opere concepite per la lettura rapida dei pendolari, per le edicole delle stazioni, per un pubblico vorace che cercava l’evasione senza curarsi dell’identità reale di chi firmava quelle pagine.

Centinaia di volumi che hanno riempito i pomeriggi di migliaia di lettori, mentre il loro vero creatore rimaneva invisibile, privo di quel riconoscimento critico ed economico che avrebbe meritato.

Ed è proprio in questo anonimato che si misura quanto possa essere fragilela memoriadi chi contribuisce, senza apparire, a costruire l’immaginario collettivo.

La memoria di un autore dimenticato riemerge attraverso tre romanzi inediti

L’incomprensione è stata il tratto distintivo della sua esistenza. Gli editori lo consideravano un mero esecutore, una macchina da parole a basso costo da spremere senza concessioni al diritto d’autore o alla dignità letteraria.

La famiglia, d’altro canto, faticava a comprendere una vocazione vissuta nell’ombra, priva della solida rispettabilità di una professione convenzionale.

Schiacciato dal peso di un talento mai riconosciuto e dall’isolamento di una vita spesa a prestare la propria voce ad altri, l’autore ha deciso di porre fine alla propria vita nel 2021, lasciando dietro di sé un vuoto silenzioso e una montagna di carta stampata senza il suo nome in copertina.

A riaccendere una luce su questa figura tragica è stato l’amico e scrittore Andrea Carlo Cappi, che attraverso un accorato messaggio social ha condiviso una scoperta dal forte valore simbolico ed emotivo: il ritrovamento di tre romanzi inediti.

Tre storie rimaste chiuse in un cassetto, scampate alla voracità del mercato e al silenzio della scomparsa del loro autore. Testi che rappresentano l’ultima eredità ela memoriadi un vero e proprio cantiere narrativo, pronti forse a restituire, seppur postumi, la dignità d’autore a chi ha vissuto per la scrittura.

La memoria che sopravvive all’oblio e restituisce dignità alle storie dimenticate

Il contrasto tra il grande schermo televisivo e le pagine ingiallite dei romanzi da edicola si ricompone così in un’unica riflessione sulla natura della fama e sul valore del lavoro culturale.

Pippo Baudo e lo scrittore ghostwriter si collocano agli estremi opposti dello stesso spettro: il primo, sovrano assoluto dell’immagine pubblica, celebrato male da un sistema che divora i suoi stessi miti; il secondo, lavoratore silenzioso della parola,

ignorato da un’industria editoriale cinica e riscoperto solo quando il sipario della sua vita si era già chiuso.

La memoria degli invisibili: quando il tempo restituisce valore a chi è stato dimenticato

Sia la superficialità di una commemorazione televisiva improvvisata, sia il drammatico anonimato di un autore tragicamente incompreso, mettono a nudo la fragilità del panorama culturale contemporaneo. Un sistema che tende a consumare rapidamente ciò che produce come anchela memoria, incapace di fermarsi a valutare l’impatto reale di chi forma il gusto, la fantasia e l’intrattenimento di una nazione.

I tre inediti ritrovati da Andrea Carlo Cappi non sono soltanto una notizia per gli appassionati di letteratura di genere; sono il simbolo di una riscossa possibile. Dimostrano che, sebbene le istituzioni mediatiche possano fallire nei loro tributi e le industrie editoriali possano ignorare i propri talenti, la scrittura possiede una resistenza intrinseca. Le storie sopravvivono a chi le ha scritte e a chi non le ha volute capire.

Che si tratti di un grande show di prime time o di un tascabile da edicola, ciò che resta alla fine è la qualità dell’artigianato, la passione profusa nel lavoro e la speranza che, prima o poi, qualcuno sappia leggere tra le righe e restituire il giusto valore a chi ha dedicato la propria vita a raccontare.

Carlo Di Stanislao

Foto diMichal JarmolukdaPixabay

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