Sanzioni Israele, 12 Paesi contro gli insediamenti: l’Italia sceglie la linea europea
Sanzioni Israele, 12 Paesi contro gli insediamenti: l’Italia sceglie la linea europea
«La pace non è un sogno: può diventare realtà, ma per realizzarla dobbiamo essere capaci di costruirla.»
— Nelson Mandela
Adottare sanzioninon significa necessariamente dichiarare guerra, interrompere ogni rapporto diplomatico o assumere una posizione ostile nei confronti di un intero popolo. Una sanzione, nella sua dimensione politica più profonda, è prima di tutto un atto attraverso il quale uno Stato comunica che una determinata condotta non può essere considerata compatibile con i propri principi, con il diritto internazionale o con gli equilibri che intende contribuire a costruire.
È da questa prospettiva che dovrebbe essere osservata ladecisione assunta dadodici Paesi, tra cui il Regno Unito, che hanno annunciato l’intenzione di introdurre restrizioni nazionali e/o sostenere restrizioni europee sul commercio di beni provenienti dagli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata, oppure di valutare attivamente queste e altre misure. Il gruppo comprende Regno Unito, Francia, Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia. L’iniziativa riguarda specificamente gli insediamenti e le attività economiche ad essi collegate e non equivale, tecnicamente, a un embargo generale nei confronti di Israele.
Ma la politica internazionale, oltre alla tecnica delle sue definizioni, possiede anche una dimensione simbolica.
E il simbolo, talvolta, parla più forte dei numeri.
Una scelta che va oltre il commercio
La questione delle sanzioni non riguarda soltanto il valore economico delle merci interessate. Il significato più importante è politico: una parte crescente dell’Occidente sta cercando di distinguere sempre più nettamente tra il diritto di Israele alla sicurezza e la politica degli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati.
È una distinzione fondamentale.
Perché riconoscere il diritto all’esistenza e alla sicurezza dello Stato di Israele non significa necessariamente approvare ogni scelta compiuta dai suoi governi. Allo stesso modo, riconoscere il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione, alla dignità e alla sicurezza non significa giustificare Hamas, il terrorismo o gli attacchi contro civili israeliani.
Il problema nasce quando la complessità viene cancellata.
Quando il mondo viene diviso in due campi contrapposti e ogni critica viene immediatamente trasformata in odio, oppure ogni difesa di Israele viene automaticamente interpretata come complicità.
La realtà è più difficile e, proprio per questo, più umana.
Si può condannare Hamas senza smettere di vedere la sofferenza palestinese.
Si può difendere Israele dal terrorismo senza considerare intoccabile ogni decisione del suo governo.
Si può condannare l’antisemitismo senza rinunciare alla critica politica.
Si può sostenere la causa palestinese senza giustificare la violenza contro gli israeliani.
Questa capacità di tenere insieme verità diverse dovrebbe essere una delle caratteristiche fondamentali della politica contemporanea.
E l’Italia?
Ed è qui che la vicenda diventa particolarmente interessante per il nostro Paese.
L’Italia non ha aderito all’iniziativa delle sanzioni adottata dai dodici Paesi.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha sostenuto che decisioni di questo tipo, soprattutto quando riguardano la politica commerciale (sanzioni), dovrebbero essere assunte a livello dell’Unione Europea, evitando iniziative nazionali capaci di creare distorsioni nel mercato unico. Tajani ha ribadito che, a suo giudizio, le decisioni in materia commerciale devono essere prese a livello europeo.
È una posizione che possiede una sua logica istituzionale.
Ma proprio perché è una posizione ragionevole sul piano procedurale, merita di essere sottoposta a una domanda più profonda.
Essere europeisti significa davvero attendere sempre che sia l’Europa a decidere?
Oppure essere europeisti significa, talvolta, contribuire a costruire quella posizione europea che ancora non esiste?
È una differenza sottile, ma decisiva.
L’Europa non è un’entità astratta che produce automaticamente una politica estera comune. L’Europa è fatta dagli Stati che la compongono. Se tutti aspettano che sia qualcun altro a compiere il primo passo, l’Europa rimane immobile.
E la paralisi diplomatica, in una situazione di guerra e di sofferenza umana, non è necessariamente una forma superiore di prudenza.
Talvolta può diventare una forma involontaria di impotenza.
Il problema della coerenza
Vi è poi una questione ancora più ampia.
L’Europa ha costruito la propria identità contemporanea sulla centralità del diritto, sulla tutela della persona, sul rifiuto della guerra come strumento ordinario della politica e sulla convinzione che i rapporti internazionali debbano essere regolati da norme condivise.
Questi principi non possono però essere applicati soltanto quando coincidono con i nostri interessi geopolitici.
La credibilità del diritto internazionale dipende dalla sua universalità.
Se condanniamo l’occupazione e l’annessione territoriale quando vengono compiute da un Paese che consideriamo avversario, ma diventiamo improvvisamente prudenti quando la situazione coinvolge un Paese amico, la nostra posizione perde inevitabilmente forza morale.
Questo non significa che tutte le situazioni storiche siano uguali.
Non lo sono.
Non significa neppure che ogni conflitto possa essere giudicato con una formula semplice.
Ma significa che i principi dovrebbero rimanere principi anche quando applicarli diventa politicamente scomodo.
È proprio qui che si misura la serietà di una politica estera.
Israele non è il suo governo
Un’altra distinzione dovrebbe essere preservata con particolare attenzione.
Criticare le politiche del governo israeliano non significa essere contro Israele.
Israele è una società complessa, attraversata da opinioni differenti, conflitti politici, movimenti pacifisti, organizzazioni per i diritti umani, famiglie colpite dal terrorismo e famiglie che contestano le politiche dei propri governi.
Come ogni Paese democratico, non può essere identificato integralmente con l’azione dell’esecutivo che temporaneamente lo governa.
Lo stesso vale per il popolo palestinese.
Hamas non coincide con il popolo palestinese.
Un’organizzazione terroristica non può diventare la misura attraverso la quale giudicare milioni di persone che hanno una storia, una cultura, una memoria e aspirazioni politiche differenti.
Queste distinzioni non sono concessioni retoriche.
Sono una necessità morale.
Quando smettiamo di distinguere tra governo e popolazione, tra esercito e civili, tra organizzazione armata e popolo, la politica diventa disumanizzante.
E quando la politica diventa disumanizzante, la pace diventa quasi impossibile.
Il Mediterraneo e la responsabilità italiana
L’Italia, per posizione geografica e per storia, possiede una responsabilità particolare.
Il Mediterraneo non è una frontiera lontana.
È il mare che unisce e separa l’Europa dal Medio Oriente, l’Italia dal mondo arabo, il Nord e il Sud del pianeta.
Roma ha storicamente cercato di mantenere rapporti con interlocutori differenti, spesso tentando di svolgere una funzione di mediazione.
Questa tradizione potrebbe rappresentare una risorsa straordinaria.
Ma mediare non significa essere neutrali davanti a tutto.
La vera mediazione non consiste nel mettere sullo stesso piano ogni comportamento per evitare di prendere posizione. Consiste nel riconoscere le ragioni dell’altro senza rinunciare alla propria idea di giustizia.
Una diplomazia autentica dovrebbe poter dire contemporaneamente:
Israele ha diritto alla sicurezza.
I civili israeliani non devono essere vittime del terrorismo.
Gli ostaggi devono essere liberati.
Hamas non può essere giustificata.
I civili palestinesi devono essere protetti.
I palestinesi hanno diritto alla dignità e all’autodeterminazione.
La violenza dei coloni deve essere contrastata.
Gli insediamenti non possono diventare un ostacolo irreversibile alla soluzione politica.
Queste affermazioni non si escludono.
Al contrario, appartengono tutte alla stessa idea di pace.
Il rischio dell’attesa
L’argomento secondo cui la questione dovrebbe essere affrontata esclusivamente a livello europeo contiene dunque un paradosso.
Se l’Europa non riesce a trovare un accordo perché alcuni governi sono contrari a misure più incisive, gli Stati favorevoli a una determinata politica possono limitarsi ad aspettare indefinitamente.
Ma intanto la realtà sul terreno continua a cambiare.
Gli insediamenti si espandono.
Le tensioni aumentano.
La fiducia diminuisce.
La soluzione dei due Stati diventa più difficile.
E ogni giorno nel quale la politica rimane immobile può rendere più complicata una soluzione futura.
La diplomazia non è soltanto l’arte di evitare il conflitto; è anche l’arte di intervenire prima che le condizioni della pace diventino irreversibili.
Questo è forse il punto più importante dell’intera vicenda.
Sanzioni, simboli e responsabilità
Naturalmente non bisogna attribuire alle sanzioni un potere magico.
Una misura commerciale non risolverà il conflitto israelo-palestinese.
Non restituirà automaticamente le vite perdute.
Non convincerà da sola le parti a sedersi al tavolo negoziale.
Le sanzioni non cancelleranno decenni di paura, terrorismo, occupazione, espulsioni, lutti e memoria.
Ma potranno produrre un segnale.
E nella politica internazionale i segnali contano.
Un segnale può dire che una determinata politica produce conseguenze.
Può dire che la comunità internazionale osserva.
Può dire che il diritto non è soltanto una parola pronunciata nei comunicati diplomatici.
Può anche aprire una discussione più ampia sull’efficacia degli strumenti economici e diplomatici disponibili.
Per questo la scelta dei dodici Paesi di adottare sanzioni non dovrebbe essere letta semplicemente come una punizione nei confronti di Israele.
Dovrebbe essere interpretata come parte di una discussione più vasta sul rapporto tra potere, diritto e responsabilità.
Una domanda per l’Italia
Ed è qui che ritorna la domanda italiana.
Non si tratta soltanto di chiedersi se Roma avrebbe dovuto aderire o meno a questa specifica iniziativa delle sanzioni.
La domanda più importante è:
quale ruolo vuole avere l’Italia nella costruzione della pace nel Mediterraneo?
Un ruolo prudente?
Un ruolo di mediazione?
Un ruolo europeo?
Un ruolo autonomo?
Probabilmente non è necessario scegliere una sola di queste definizioni.
L’Italia potrebbe essere contemporaneamente profondamente europea e capace di iniziativa diplomatica; vicina a Israele nella difesa della sua sicurezza e critica nei confronti delle politiche che ritiene incompatibili con il diritto internazionale; solidale con il popolo palestinese senza indulgere verso il terrorismo.
Questa sarebbe una posizione difficile.
Ma le posizioni veramente mature sono quasi sempre difficili.
La semplificazione è comoda.
La complessità richiede coraggio.
La pace non può essere selettiva
Forse il punto ultimo non riguarda neppure Israele.
Riguarda noi.
Riguarda il modo in cui scegliamo di guardare il mondo.
Perché se la sofferenza di un bambino ci commuove soltanto quando appartiene al popolo che sentiamo più vicino, allora la nostra umanità è ancora parziale.
Se il diritto internazionale ci appare sacro quando colpisce un avversario e negoziabile quando coinvolge un alleato, allora non stiamo difendendo davvero il diritto.
Se la sicurezza di un popolo diventa più importante della sicurezza di un altro popolo, allora non stiamo ancora parlando di pace.
La pace non può essere selettiva.
Non può essere israeliana o palestinese.
Non può essere occidentale o araba.
Non può essere europea o mediorientale.
La pace, se vuole davvero meritare questo nome, deve appartenere a tutti.
I dodici Paesi che hanno scelto di accompagnare il Regno Unito in questa iniziativa hanno compiuto una scelta politica che può essere discussa, criticata o condivisa. L’Italia ha scelto, almeno in questa circostanza, una strada diversa, richiamandosi alla necessità di una decisione europea.
Sarà il tempo a stabilire quale posizione produrrà maggiori risultati.
Ma una cosa dovrebbe rimanere fuori da ogni dubbio: la politica estera non è soltanto il calcolo degli interessi nazionali. È anche il modo attraverso il quale una nazione dichiara ciò che considera giusto, ciò che considera tollerabile e ciò che non vuole più accettare.
Per questo la questione non può esaurirsi nella formula:
“12 Paesi introducono restrizioni sugli insediamenti israeliani, l’Italia no”.
La vera domanda è molto più inquietante e molto più importante:
che cosa siamo disposti a fare, concretamente, quando i nostri principi entrano in conflitto con i nostri interessi?
È in quella distanza, fra ciò che proclamiamo e ciò che siamo disposti a rischiare, che si misura la credibilità di una democrazia.
E forse anche la sua anima.
Lesanzioni, dunque, non possono essere considerate né una soluzione definitiva né un gesto puramente simbolico. Il loro significato dipenderà dalla coerenza con cui verranno applicate e dalla capacità della diplomazia di accompagnarle con un percorso politico credibile. Lesanzionipossono diventare uno strumento di pressione, ma anche un messaggio: il diritto internazionale non può essere richiamato soltanto quando è conveniente. Per questo il dibattito sullesanzioniagli insediamenti israeliani riguarda anche l’Italia e il ruolo che Roma intende svolgere in Europa e nel Mediterraneo. Al di là delle singole misure, resta una domanda: lesanzionisaranno soltanto una presa di posizione oppure riusciranno a contribuire, insieme alla diplomazia, alla costruzione di condizioni più concrete per la pace?
Carlo Di Stanislao
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