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Castelnuovo di Farfa, romanzesca vicenda di una enigmatica donna

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CASTELNUOVO di FARFA – Anno 1953 – Romanzesca vicenda di una enigmatica donna ospite del Campo Profughi di GRANICA- Ricerca a cura di Franco Leggeri

Campo Profughi di GRANICA – anno 1953 – Von Pless, principessa polacca o Sonia Balasch, avventuriera tedesca? – Processata e condannata per una clamorosa rapina in casa del barone Hoepfner, ritorce le accuse contro questi denunciandolo per collaborazionismo – Voleva farsi suora ma poi ha cambiato idea

Cronaca del processo svoltosi a Trento e concluso al Campo di GRANICA di Castelnuovo  Farfa

Trento- 24/04/1953- La romanzesca vicenda di Sonia Balasch, alias principessa Elfi von Pless, sarà quanto prima rievocata alla Corte di Assise d’appello della nostra città. Di fronte al giudice che esaminavano il suo “ caso “, la giovane straniera ha sostenuto di essere la principessa von Pless, figlia naturale di un principe polacco fucilato dai nazisti e fuggita in Italia subito dopo l’occupazione per sottrarsi all’arresto e alle persecuzioni. Essa ha aggiunto orgogliosamente: “ Dio mi vede e sa che dico la verità “. Sostenevano invece i suoi accusatori che li vero nome di lei era Sonia Balasch, una strana donna emersa da quel mondo equivoco di trafficanti, di spie e di poliziotti segreti calati in Italia al seguito delle truppe naziste: una tedesca nata nel 1910 in Slesia, figlia di Ignoti.

Queste accuse furono ribadite al processo svoltosi contro di lei alle Assise di Bolzano, Il 10 giugno 1950. La misteriosa Sonia doveva rispondere di una grave rapina, compiuta in circostanze romanzesche, ma della quale si proclamava innocente, dicendosi vittima di uno scambio di persona. Il fatto era avvenuto il 15 febbraio 1946 in una villa di Maia Alta presso Merano abitata dal barone Alessandro e Frida Hoepfner.

La sera era appena calata, quando alla porta della palazzina fu suonato il campanello Una cameriera si affacciò all’uscio e scorse cinque sconosciuti, due dei quali tenevano minacciosamente spianati i fucili mitragliatori. La banda, al seguito della quale era una donna, entrò nell’appartamento qualificandosi come una formazione partigiana. La baronessa e la cameriera vennero rinchiuse a chiave in una stanza, mentre il barone Alessandro, trasferito nel salotto, fu legato e imbavagliato. La banda, rovistando minuziosamente ogni locale, si impossessa di oggetti preziosi e di vestiario per un valore denunciato di venti milioni, e si allontanò quindi rapidamente a bordo di un’automobile.

Per molto tempo le indagini della polizia riuscirono infruttuose. Soltanto dieci mesi più tardi si affacciò alla ribalta, in un modo veramente strano e tuttora incomprensibile, il nome della bionda enigmatica Sonia. Essa aveva infatti presentato a Milano, dove risiedeva, una circostanziata denuncia contro il barone Hoepfner e sua moglie per rapina e collaborazionismo con i nazisti.

Sosteneva l’accusatrice che, giunta a Roma profuga dalla Polonia nel 1951, era stata denunciata alla polizia germanica dal barone che gestiva nella Capitale un’azienda commerciale ma che sarebbe stato l’eminenza grigia, del Ministero dell’Economia del Reich, un pezzo grosso al servizio del Comando tedesco. Incarcerata sotto l’accusa di aver svolto propaganda contraria agli interessi della Germania in guerra, fu rinchiusa nelle segrete di una caserma della polizia tedesca, mentre il suo appartamento venne perquisito dal barone che, sempre secondo la denuncia della donna, ne aveva asportato gioielli e denari per circa quaranta milioni. Dopo un mese di prigione fu liberata e si occupò, come interprete, prima a Roma e poi a Milano.

In seguito a questa precisa denuncia, i baroni Hoepfner vennero arrestati, ma successivamente, dopo una lunga e accurata istruttoria, nulla essendo risultato a loro carico, riebbe la libertà. Fu a questo punto che il barone Alessandro passò decisamente alla controffensiva e denunciò a sua volta la donna, che egli sosteneva essere l’avventuriera Sonia Balasch, come la protagonista della brigantesca aggressione di Maia Alta.

Arrestata, fu riconosciuta tanto dal barone quanto dalla cameriera che le aveva aperto la porta, ma protestò subito vivacemente sostenendo la sua innocenza e dichiarando che l’accusa del barone era soltanto una manovra tattica per stornare gli effetti penali e politici della precedente denuncia che essa aveva presentato contro di lui.

Tradotta in carcere, prima a Trento e poi a Bolzano, la enigmatica straniera dimostrò subito la sua insofferenza. Rispose malamente al giudice istruttore, pronunciò frasi oltraggiose contro chi metteva in dubbio, anche sulla scorta di documenti ufficiali, le sue origini principesche.

Nelle movimentate udienze del processo di Bolzano furono citati nomi grossi e illustri, strani ambienti romani dell’ultimo periodo bellico prima della liberazione della città. Sfilano in questa colorita rassegna rievocativa le figure del colonnello Kappler, responsabile della strage alle Fosse Ardeatine, del gen. Moetzler e di altre personalità germaniche, e affiorano curiosi retroscena: segrete poliziesche, anticamere di ministeri, circoli mondani, amori di un’ora e di un minuto.

Sonia fu feroce contro il barone. “ Lei è un criminale di guerra! — gli gridò in faccia non è tornato in Germania perché l’avrebbero impiccato “, e lo accusò di aver “pizzicato” parecchi ebrei. A sua volta il barone fu altrettanto spietato verso di lei: “Sono sicuro tre milioni di volte che essa fu la mia rapinatrice “, disse al giudice. E un teste importante, il milanese Giovanni Masten, riferì queste strane parole che il barone aveva pronunciato in sua presenza: “ Ho commesso un solo errore facendo togliere di mezzo una persona di meno, la Balasch. Con un colpo di pollice l’avrei fatta scomparire per sempre, l’avrei atomizzata”.

Fra le due tesi principali, colpevolezza totale o completa innocenza, fu inserita una ipotesi intermedia, ossia che la giovane straniera fosse stata travolta in una vicenda cui avrebbe voluto dare diverso Indirizzo. Tale ipotesi venne accolta dalla Corte che accordò infatti alla donna la speciale attenuante prevista dal codice quando un imputato corrispondeva in un reato diverso da quello inizialmente voluto.

Secondo i giudici, la donna sarebbe partita da Milano con presunti poliziotti per un’avventura di carattere non bene definito ma che aveva comunque un fine arbitrario.

A Merano gli pseudo poliziotti avrebbero gettata la maschera e la donna che era con loro avrebbe assistito e partecipato nolente ad un delitto non premeditato. Per questi motivi la condanna per la rapina fu contenuta nella mite pena di due anni e otto mesi di reclusione interamente condonati per gli indulti.

Il pubblico foltissimo che assisteva al dibattimento applaudi la sentenza e alcune signore portarono un omaggio floreale alla bionda Sonia che, scarcerata qualche giorno dopo, fu internata in un campo di concentramento per i profughi stranieri a Farfa Sabina nel Lazio.

Sembrava a questo punto che la vicenda pirandelliana dovesse concludersi. Sonia aveva espresso l’intenzione di entrare nell’Ordine delle Carmelitane scalze e di essere consacrata suora, perché, secondo le sue parole, “ solamente una vita claustrale poteva sollevarla dall’angoscia morale che per tanti anni aveva travagliato la sua esistenza “.

Giunta invece nel campo di concentramento per i profughi stranieri a Farfa Sabina nel Lazio, essa decideva di ricorrere contro la sentenza e chiedeva che il processo fosse rinnovato per poter dimostrare che una principessa von Pless non poteva essere una rapinatrice. Rivendicava cioè il suo nobile lignaggio e difendeva il suo onore. Chi aveva commesso il grave reato, di cui era stata ritenuta responsabile, era un’altra donna, forse l’avventuriera tedesca della quale le si era attribuito il nome.

Ricerca Storica Campi profughi in Sabina-A cura di Franco Leggeri

-Piccole Storie dal Campo Profughi di GRANICA di Castelnuovo di FARFA (Rieti)-

Bibliografia- Ricerca Archivi e Biblioteche varie.

L’ordine pp. 88-89,225-L’Italia Libera del 25 settembre 1943.D.Sensi, “pagine partigiane”, in Corriere Sabino del 15 aprile del 1945. G.Allara, “ Dopo Anziao: la battaglia del Monte Tancia”, in Aa.Vv., La guerra partigiana in Italia, Edizioni Civitas, Roma 1984, pp.66 e 67. Musu-Polito, Roma ribelle, pp. 114-115. Bentivegna-De Simone, Operazione via Rasella pp. 89-90., Roma e Lazio 1930-1950 pp.542,545. Piscitelli, Storia della Resistenza pp.325,326,327.

Giuseppe Mogavero- La resistenza a Roma-1943-1945-Massari Editore

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