sabato, Novembre 26, 2022
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“Ho operato i bimbi senza trasfusioni di sangue”. Intervista al cardiochirurgo Giovanni Stellin

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“Ho operato i bimbi senza trasfusioni di sangue”. Intervista al cardiochirurgo Giovanni Stellin

ROMA – Non ha mai provato a far cambiare la loro opinione, li ha sempre rispettati nelle loro convinzioni e per questo il professor Giovanni Stellin, cardiochirurgo pediatrico di fama, già Direttore della Cardiochirurgia pediatrica di Padova e professore all’Università della stessa città, è diventato il riferimento per tutti quei piccoli pazienti, figli di Testimoni di Geova, nati con cardiopatie congenite, che altrove sarebbero stati costretti ad interventi salvavita solo con trasfusioni o condannati a morire. “La maggior parte degli interventi cardiochirurgici richiede una circolazione extracorporea o quella che si chiama macchina cuore-polmoni – spiega Stellin intervistato dalla Dire – ovvio che negli adulti il sangue possa essere più facilmente diluito”.

“Oggi ci sono sistemi miniaturizzati per i neonati, sempre più evoluti, ma è comunque più difficile collegare la macchina al piccolo paziente – spiega l’esperto – e per questo dobbiamo aggiungere sangue al nostro ‘prime’ (liquido acquoso), non abbiamo alternative per non abbassare troppo l’ematocrito (globuli rossi nel sangue). Quando il bimbo entro i primi 3 mesi pesa 5 o 6 kg dobbiamo quindi usare sangue per riempire la macchina cuore-polmoni e collegare i tubi al piccolo paziente”. Dunque per i neonati i cui genitori non accettano trasfusioni la strategia, proposta e seguita dal professore, è stata quella di suddividere l’intervento in due tappe. Un primo intervento palliativo entro i primi tre mesi e un secondo quando il bambino è un po’ cresciuto.

“Ci sono possibilità – prosegue il cardiochirurgo – per posticipare l’intervento, stabilizzando tuttavia il piccolo paziente con interventi palliativi. Questa era una pratica di uso comune già molti anni fa, quando ancora non era possibile operare nei piccoli cuori. La crescita del bambino, oltre ad aumentare la massa circolante del sangue, permette infatti di aumentare il numero dei globuli rossi (l’ematocrito), favorendo così la diluizione del sangue al momento della attivazione della circolazione extracorporea”.

Stellin in tutta la sua carriera ha operato almeno 25-30 bambini, figli di Testimoni di Geova, tutti salvati, informando i genitori che la strategia dell’intervento palliativo e della seconda operazione posticipata “può aumentare in modo cumulativo il rischio chirurgico totale, oltre ovviamente a quello dello stress per bimbo e genitori di due interventi al posto di uno. Nonostante questo, ho sempre avuto un rispetto assoluto per la loro idea, non ho nemmeno mai provato a dissuaderli, certo non è mai stata una scelta facile, ma tuttavia razionale, fondata e condivisa con i miei collaboratori in riunioni preparatorie”, ma perché accettare questo rischio in più? La cosa più importante, ribadisce Stellin, “è proteggere il bimbo con un intervento adeguato per la sua sopravvivenza, ma anche far felici i genitori che di quel bimbo sono responsabili, se lo portano a casa, lo crescono. È il loro figlio”.

“Un chirurgo deve essere razionale, ma allo stesso tempo anche coraggioso per affrontare situazioni difficili… altrimenti non fa il chirurgo” ribadisce Stellin. E oggi il suo coraggio, vissuto in sala operatoria su casi difficili, dopo “mezzo secolo ad operare cuoricini con cardiopatie congenite” lo porta in Eritrea, Nepal, Albania e in Kosovo dove ha dato avvio nuovi progetti.

Il professore le chiama missioni educative e non umanitarie: “Il nostro obiettivo è creare team locali indipendenti e autonomi“. Così si prepara a partire per Katmandu o Tirana, mentre in Eritrea, dove opera da 18 anni, l’ospedale costruito dagli italiani, il Regina Elena di Asmara, garantisce a quei bambini interventi al livello di quelli che si fanno nei migliori centri in Europa o negli Stati Uniti.

A conclusione della sua carriera clinica in Italia, Stellin ha accettato la sfida di fare il chirurgo in Paesi lontani, non solo per “riparare i piccoli cuori”, ma anche per formare e rendere autonomo il personale nei Paesi con meno risorse, con la convinzione che “ogni bambino che nasce in questo mondo con il cuore malato possa ricevere cure cardiologiche e cardiochirurgiche adeguate per una vita che, dopo la guarigione, possa essere come quella di tutti i bambini sani”, conclude.

Fonte Agenzia Dire https://www.dire.it/

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