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Papa Francesco, Urbi et Orbi di Natale: “Sì al principe della pace, no alla guerra”

Città del Vaticano, lunedì, 25. dicembre, 2023 12:15 (ACI Stampa).

Dire sì al principe della pace significa dire no alla guerra, a qualsiasi guerra”. Papa Francesco lo ribadisce con forza nel messaggio urbi et orbi di Natale, che contiene anche un appello perché “si scriva e si parli” degli interessi che muovono le guerre. Quello del Papa è un appello accorato per la pace, per fine di ogni ostilità, ma soprattutto per aprire le porte a Cristo, unica vera fonte di pace e di gioia “non passeggera”.

Il messaggio urbi et orbi (alla città e al mondo) di Natale rappresenta anche il messaggio che ci proietta direttamente verso la Giornata Mondiale della Pace dell’1 gennaio, in un anelito di pace che diventa universale. Da sempre, i Papi hanno usato il messaggio anche per dare una panoramica delle situazioni di interesse geopolitico nel mondo, le aree calde su cui la Santa Sede poggia particolare attenzione in questi tempi di guerra.

E così, sul sagrato della Basilica di San Pietro viene suonato l’inno vaticano, il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede guarda con attenzione alla loggia delle Benedizioni, quella da cui esce il Papa quando è eletto e che si affaccia dal centro della facciata sulla piazza. È da lì che il Papa si affaccia per dare il suo messaggio,  in un Natale non così freddo come ci si aspetterebbe e davanti a migliaia di persone in piazza che aspettano la benedizione del Papa, che nel giorno di Natale è anche foriera di indulgenza plenaria.

Papa Francesco rivolge prima di tutto gli occhi a Betlemme, dove “in questi giorni regnano dolore e silenzio”, e da dove è risuonato l’annuncio atteso da secoli, quello della nascita del Salvatore che “è un annuncio di grande gioia”, non la “felicità passeggera del mondo, non l’allegria del divertimento, ma una gioia grande perché ci fa grandi”. Infatti, nota Papa Francesco, nel giorno di Natale, “noi esseri umani, con i nostri limiti, abbracciamo la certezza di una speranza inaudita, quella di essere nati per il Cielo”. Gesù, aggiunge il Papa, è venuto a fare del padre suo il padre nostro, ed è quella “la gioia che consola il cuore, rinnova la speranza e dona la pace: è la gioia dello Spirito Santo, la gioia di essere figli amati”.

Papa Francesco invita a gioire chi ha smarrito fiducia e certezza, chi ha deposto la speranza, chi non trova la pace, perché Cristo è nato per tutti, e tende la mano, non punta il dito contro. Con lui, come diceva la profezia di Isaia, “la pace non avrà fine”.

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Ma a lui, principe della pace – nota Papa Francesco – si oppone il “principe di questo mondo”, già in azione a Betlemme quando “dopo la nascita del Salvatore, avviene la strage degli innocenti”. E sono tante “le stragi di innocenti nel mondo: nel grembo materno, nelle rotte dei disperati in cerca di speranza, nelle vite di tanti bambini la cui infanzia è devastata dalla guerra. Sono i piccoli Gesù di oggi”.

Per questo “dire sì al Principe della pace – dice il Papa – significa dire ‘no’ alla guerra, e questo con coraggio a ogni guerra, alla logica stessa della guerra, viaggio senza meta, sconfitta senza vincitori, follia senza scuse” – concetto che il Papa ripete. Per dire “no” – aggiunge – alla guerra si deve dire “no alle armi”, perché “se l’uomo, il cui cuore è instabile e ferito, si trova strumenti di morte tra le mani, prima o poi li userà. E come si può parlare di pace se aumentano la produzione, la vendita e il commercio delle armi?”

Papa Francesco denuncia che “oggi, come al tempo di Erode, le trame del male, che si oppongono alla luce divina, si muovono nell’ombra dell’ipocrisia e del nascondimento”, e sono tante le “stragi armate” che “avvengono in un silenzio assordante, all’insaputa di tanti”.

Il Papa sottolinea che la gente “non vuole armi ma pane”, “fatica ad andare avanti e chiede pace”, e “ignora quanti soldi pubblici sono destinati agli armamenti”. E allora Papa Francesco chiede di far crescere la consapevolezza, vuole che “se ne parli, se ne scriva, perché si sappiano gli interessi e i guadagni che muovono i fili delle guerre”.

Papa Francesco chiede di “darsi da fare” perché si avveri la profezia di Isaia, che guardava ad un mondo in cui una nazione non avrebbe mai più levato la spada contro un’altra nazione.

Questo giorno si deve avvicinare, auspica Papa Francesco, “in Israele e Palestina, dove la guerra scuote la vita di quelle popolazioni. Le abbraccio tutte, in particolare le comunità cristiane di Gaza e dell’intera Terra Santa. Porto nel cuore il dolore per le vittime dell’esecrabile attacco del 7 ottobre scorso e rinnovo un pressante appello per la liberazione di quanti sono ancora tenuti in ostaggio”.

Papa Francesco supplica “che cessino le operazioni militari, con il loro spaventoso seguito di vittime civili innocenti, e che si ponga rimedio alla disperata situazione umanitaria aprendo all’arrivo degli aiuti. Non si continui ad alimentare violenza e odio, ma si avvii a soluzione la questione palestinese, attraverso un dialogo sincero e perseverante tra le Parti, sostenuto da una forte volontà politica e dall’appoggio della comunità internazionale”.

Il pensiero del Papa si rivolge poi alla “martoriata Siria”, ma anche alla popolazione dello Yemen, e al popolo libanese, con la preghiera che quest’ultimo “possa ritrovare presto stabilità politica e sociale”.

Immancabile il riferimento all’Ucraina. “Rinnoviamo – dice Papa Francesco – la nostra vicinanza spirituale e umana al suo martoriato popolo, perché attraverso il sostegno di ciascuno di noi senta la concretezza dell’amore di Dio”.

Papa Francesco quindi prega che “si avvicini il giorno della pace definitiva tra Armenia e Azerbaigian”, favorita dalla “prosecuzione delle iniziative umanitarie, dal ritorno degli sfollati nelle loro case in legalità e sicurezza e il mutuo rispetto delle tradizioni religiose e dei luoghi di culto di ogni comunità”.

Il Papa guarda anche a tensioni e conflitti di Sahel, Corno d’Africa, Sudan, Camerun, Repubblica Democratica del Congo e Sud Sudan, prega che “si avvicini il giorno in cui si rinsalderanno i vincoli fraterni nella penisola coreana, aprendo percorsi di dialogo e riconciliazione che possano creare le condizioni per una pace duratura”, auspica che il Dio Bambino “ispiri le autorità politiche e tutte le persone di buona volontà del continente americano, affinché si trovino soluzioni idonee a superare i dissidi sociali e politici, per lottare contro le forme di povertà che offendono la dignità delle persone, per appianare le disuguaglianze e per affrontare il doloroso fenomeno delle migrazioni”.

Il Bambino chiede di essere “voce di chi non ha voce”, vale a dire “voce degli innocenti, morti per mancanza di acqua e di pane; voce di quanti non riescono a trovare un lavoro o l’hanno perso; voce di quanti sono obbligati a fuggire dalla propria patria in cerca di un avvenire migliore, rischiando la vita in viaggi estenuanti e in balia di trafficanti senza scrupoli”.

Articolo di  Andrea Gagliarducci-Fonte ACI Stampa

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