domenica, Ottobre 25, 2020
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Le opere dell’artista Glauco Barlecchini in mostra all’ARCA di Teramo

IL SUBLIME INCANTO DELLO SPETTACOLO NATURALE NELLA MOSTRA DI PITTURA

DELL’ARTISTA GLAUCO BARLECCHINI

 

Teramo – Venerdì 20 ottobre alle ore 18, sarà inaugurata a Teramo, presso l’ARCA, laboratorio per le arti contemporanee, in Largo San Matteo, la mostra di pittura dell’artista Glauco Barlecchini.

L’esposizione, inserita nell’ambito delle iniziative del premio Gianni Di Venanzo e organizzata dall’associazione culturale Teramo Nostra, prevede circa 50 opere dell’artista, elaborate negli ultimi anni, e comprenderà sia dipinti ad olio che ad acquerello.

Curatore della mostra è Romolo Bosi mentre l’allestimento è stato affidato all’artista Alvaro Paternò. La mostra resterà aperta al pubblico tutti i giorni fino al 30 ottobre dalle ore 15,30 alle 19,30 mentre su richiesta anche la mattina. Sarà distribuito su richiesta il catalogo.

Glauco Barlecchini è nato a Teramo l’8 aprile del 1945. Dalla tradizione familiare eredita la passione per la pittura. Incomincia a dipingere da autodidatta nel 1974. Ha partecipato negli anni a moltissime mostre collettive e a molte “estemporanee”. Mostre personali sono state tenute a Teramo e ad Ascoli Piceno. Sue opere sono presenti a Carrara, Roma, Seoul, San Pietroburgo, Helsinki, Changun. Hanno scritto di lui Giammario Sgattoni, Emiliano Canali, Romolo Bosi. Il suo studio si trova a Teramo in via Pretuzio, 30.

La provincia non da oggi mette in campo individualità ricche e diverse e a Teramo in particolare la memoria storica e l’apertura al nuovo contribuiscono a pieno titolo, senza complessi, alla crescita culturale della società. Ed è così che nella mostra di Glauco Barlecchini può capitare di trovarsi di fronte ad uno scenario per certi aspetti inedito che induce a riflessioni sul linguaggio dell’arte figurativa, ai suoi elementi fondativi, a quelle “invarianti” che nonostante le millenarie sperimentazioni, l’avvicendarsi di periodi diversi, l’apparire di personalità dal linguaggio innovativo e soprattutto il mutare del gusto e della cultura percettiva, rimangono sempre le stesse, seppur mutevoli e plastiche, predisponendo alla creatività e all’invenzione. Gli elementi di queste invarianti costituiscono per ciò stesso la cultura sia dell’artista che del fruitore.
In questa importante mostra all’ARCA vanno in scena le “invarianti” ovvero la “pittura” nel senso proprio del termine, la pittura come uso di colori, forme, pennellate, composizione, spazio, luce, insomma l’inverarsi di un codice da sempre praticato dagli artisti che hanno qualcosa da dire. Ma questo codice non è accademia, non è vuota applicazione di stanchi rituali operativi, men che mai l’uso di facili trucchi buoni a catturare l’attenzione dello sprovveduto fruitore. In un mondo in cui tutti dipingono o ci provano – il che non costituisce beninteso un cattivo uso del tempo libero, anzi- sono in tanti a rincorrere la moda o la ricerca dell’originalità a tutti i costi. Sappiamo che questa pratica porta sovente alle immagini kitsch, alle esagerazioni, agli arzigogoli, senza che tu possa trovare un senso, una cultura, il solco di una tradizione che si rinnova. “Nella pittura non esistono orfani”, così si espresse un grande artista del ‘900, intendendo che tutti quelli che fanno arte e creano immagini hanno avuto un “maestro”, non necessariamente una persona fisica, ma una tradizione, un movimento, a volte qualcosa che ha a che fare il cambiamento, come quello che verso la fine dell’ottocento ha rivoluzionato e resa grande la pittura. Non è un caso che nella libreria di Glauco trovi le monografie di Monet, Cézanne, Van Gogh, di grandi artisti, la cui frequentazione ha contribuito a formare quel bagaglio di conoscenze senza il quale non si dà arte. Il contatto con le opere di Glauco è una rivelazione, mostrano una tradizione dalle solide radici, una tradizione che si rinnova e fonda il linguaggio pittorico soprattutto sulla luce. E quando si dice luce si dice colore, e poi armonia cromatica declinata con felice vena nella consolidata arte dell’accostamento a volte tonale, a volte timbrico, con l’impiego straordinario del contrasto complementare.
La cultura di riferimento è l’impressionismo quindi, l’avventura che scardinò i canoni dell’accademia. Assurge a elemento della pittura il cambio di un paradigma: l’attenzione non è per gli oggetti della percezione ma per la luce che essi riflettono e per la cangiante varietà dei colori; l’attenzione è per la fuggevole impressione di fronte ad uno spettacolo naturale; l’attenzione è per la quotidianità e per tutto ciò che ci circonda senza le gerarchie figura/sfondo; l’attenzione è per l’esecuzione svelta ed estemporanea, l’assurgere a protagonista della stesura dei pigmenti la pennellata. La pennellata, la quale fin dai primitivi e poi successivamente fino alla pittura dei grandi del rinascimento poi canonizzata dall’Accademia, era stata esorcizzata fino alla sua completa negazione. Con gli impressionisti essa, mai definitivamente scomparsa (si pensi al “fresco” e alla necessità di un esecuzione veloce) torna ad essere l’elemento imprescindibile di un nuovo modo di rappresentare la realtà che ci circonda, soprattutto il paesaggio e la natura che può essere esaltata e capita nella sua variegata e mutevole consistenza. Con questo breve racconto della pagina dell’impressionismo e soprattutto del suo modo reale di inverarsi siamo di casa nello studio del pittore, e ci coglie il suo vivido interesse per la natura e per il colore che la descrive e la esalta. Le pennellate sono decise, ora larghe, ora filiformi, a volte avverti la pressione sulla tela quando il pennello è letteralmente schiacciato su di essa, la loro direzione si dispiega con tratti paralleli, l’orientamento cambia a seconda della forma dell’oggetto, altre volte esso è del tutto arbitrario ed obbedisce alle sollecitazioni del momento e a ciò che “ditta dentro”. Il catalogo della pennellata è ricco e porta a risultati assai diversi. Spesso è la macchia a prevalere, altre volte il segno lineare campisce la superficie in tutte le direzioni, crea textures che non hanno nulla a che fare con l’oggetto rappresentato ed è palese la tentazione dell’astrazione e fare immagini abbandonando la verosimiglianza. Così l’immagine ci trasmette non solo il sublime, l’incanto dello spettacolo naturale, ma la riconoscibile ansia dell’espressionismo. L’artista volge il suo sguardo alla vegetazione, agli alberi, ai prati, all’acqua, ai prodotti della terra, all’antica partizione terra acqua aria fuoco, un tutto di aristotelica memoria che pone il lavoro dell’artista ben al di là di una semplice rappresentazione realistica. Si aprono scenari grandiosi, squarci naturali di vertiginose prospettive viste e pensate con l’occhio del pittore e dell’elaborazione fantastica. Spesso sembra di assistere ad una voglia di fare teatro: quinte di alberi ora dolci ora minacciose, aprono lo sguardo alle vedute assai “misurate”, ma non si tratta di vedutismo – cui l’artista in altri momenti dedica più di un’attenzione – piuttosto di una specie di drammaturgia della natura amica-nemica. I colori di questa realtà sono opportunamente arbitrari e obbedienti ad un sentire emotivo ed empatico, una specie di catalogo dell’anima che allontana il pittore da un rapporto pacificato con il paesaggio e lo pone in sintonia di ciò che scorre sotto le cose. Si è detto di una vena espressionista che senti premere alle porte; ma è solo un attimo. Poco dopo risuona il gorgoglio del ruscello, lo stormir delle fronde, il turbinio dei venti, la carezza della luce.
La mostra offre l’opportunità di riflettere sull’intero excursus della produzione artistica o meglio di una parte di essa, quella che per economia e lettura risulta essere, come usa, del tutto arbitraria. Non è difficile rilevare che la “tavolozza” del pittore è assai variegata e può apparire nell’insieme incoerente. Si può discutere sul significato critico da attribuire a questo inspiegabile multiforme atteggiarsi dell’artista di fronte alla natura. Ai cultori della coerenza a tutti costi e dell’obbedienza ad un cliché critico irrinunciabile, quello dello ricerca dello sviluppo e dell’accanimento innovativo, la risposta del maestro è spiazzante e del tutto coerente con la soggettività: “Il quadro lo devi vivere e mentre dipingi l’atto del dipingere ti prende la mano e ti porta dove vuole lui”. Sarà per questo – ecco un’altra straordinaria aporia – l’artista traccia con la matita sulla tela il disegno dell’opera, l’occhio rivolto al modello che ritiene di interesse pittorico. Nella successiva stesura del colore la trama disegnativa viene quasi totalmente ignorata e il colore, la pennellata, il gesto hanno il sopravvento fino alla sua quasi completa cancellazione. Per questo ci piace qui citare Cézanne:” Il colore e il disegno non sono affatto distinti. In realtà si disegna colorando. Più la disposizione del colore è armonica più il disegno è nitido e preciso. […] I contrasti e i rapporti tonali sono in realtà il segreto del disegno e del modellato”.
L’attenzione alla forma – colori, composizione, superfici, spazio – in alcuni momenti non distoglie il pittore da un interesse documentaristico. Ecco il ponticello della Villa Comunale, ma anche quello di Monet a Giverny, ecco uno scorcio del nostro orto botanico prima che vi si abbattesse lo scempio di un orribile manufatto in acciaio e vetro, ecco le pietre di Icaro, i Gran Sassi, quasi un omaggio alla memorabile Exempla. Glauco Barlecchini vive così la sua avventura artistica, anche “abitando” la sua città dove è nato e dove gli piace lavorare: vico del Gomito, via Paladini, via Pretuzio, negli studi stracolmi di opere, centinaia e centinaia di quadri che alla fine lasciano appena un piccolo spazio per lavorare. L’artista in mostra è anche questo: una testimonianza importante della nostra identità cittadina.

VENERDI’ 20 OTTOBRE ORE 18.00
L’ARCA – LABORATORIO PER LE ARTI CONTEMPORANEE
LARGO SAN MATTEO – TERAMO

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