giovedì, 9 Aprile, 2020
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Il sacco di Roma dei Vandali nel 455, la “rivincita” di Cartagine

roma
Genserico entra in Roma (Wikipedia)

ROMA – IL 21 SETTEMBRE DEL 454 IL GENERALE FLAVIO EZIO VIENE UCCISO DALL’IMPERATORE VALENTINIANO III A RAVENNA. POCHI MESI DOPO, IL PATRIZIO PETRONIO MASSIMO IL 16 MARZO DEL 455 FA UCCIDERE IN UNA CONGIURA L’IMPERATORE D’OCCIDENTE VALENTINIANO III IN CAMPO MARZIO A ROMA. IL NOBILE APPARTENENTE ALLA POTENTE FAMIGLIA DEGLI ANICI VIENE SUBITO ACCLAMATO IMPERATORE E SPOSA A FORZA LA VEDOVA DI VALENTINIANO III EUDOSSIA. LEI CHIEDE AIUTO PER SALVARLA AL RE DEI VANDALI GENSERICO CHE CONTROLLA LE PROVINCE DELL’AFRICA PROCONSOLARE ROMANA E GIÀ ALLEATO DEL DEFUNTO VALENTINIANO III. GENSERICO NON SE LO FA DIRE DUE VOLTE E SALPA DA CARTAGINE CON LE NAVI CHE TRASPORTANO IL SUO ESERCITO ALLA FOCE DEL TEVERE NEL MAGGIO DEL 455.

DA QUI INIZIA LA STORIA DEL SACCO DI ROMA NEL 455.
La notizia dell’attacco dell’esercito guidato dal Re dei Vandali Genserico, arrivò a Roma molto presto e subito una folla in tumulto si riversò nelle strade. I bambini piangevano, le ragazza urlavano, gli anziani pregavano inginocchiati. Il Foro si riempì, anche il Palatino fin sotto al palazzo imperiale.
Le notizie piú confuse e fantasiose iniziarono a circolare. C’era chi diceva che erano arrivati centomila uomini armati, chi addirittura parlava di numeri più grandi. Solo dopo si seppe che erano trentamila. Sempre troppi per le difese romane. Almeno un terzo erano guerrieri germani comandati dallo stesso Genserico, gli altri erano nord africani perlopiù eretici della etnia dei Mauri.

L’imperatore Petronio Massimo, perse la testa, imprecava e dava ordini, poi ci ripensava e intorno a lui gli uomini di corte erano come mosche impazzite. Solo l’esercito, quel poco esercito che c’era sembrò avere un po di sangue freddo, ma non sapeva cosa fare. Non c’erano ordini chiari, non c’era una idea su come difendere la popolazione, la città.
Intanto, dalle torri delle mura si vedevano i bagliori delle fiamme provenienti da Ostia e dal Porto, attaccati e distrutti dall’armata di Genserico. Tutti quelli che potevano, lasciavano Roma. I potenti avevano i loro piccoli eserciti con cui volevano difendere loro stessi e le loro proprietà, non certo la popolazione di Roma.

Per tre giorni Petonio Massimo attese qualche notizia confortante, a vederlo era spesso in preda ad un’incontenibile agitazione, mentre in certi momenti se ne stava inerme, adagiato, immobile come una statua. Aveva gli occhi arrossati, la parrucca di traverso.
Anche la gente passava dalla paura alla rabbia e dalla rabbia alla paura. Ogni magistrato che appariva in città, veniva inseguito. Chi lo insultava, chi voleva avere notizie, essere rincuorato. Il Prefetto del Pretorio si era reso introvabile fin dalla sera del primo giorno e gli ufficiali di origine barbarica, evitavano di farsi vedere.

Cominciava a mancare cibo. Sulle strade si moltiplicavano i tumulti. Gruppi di ladri entravano nelle case abbandonate. Era pericoloso aggirarsi nei luoghi, anche di giorno, perfino in quelli frequentati, figuriamoci in quelli non frequentati.Se un cittadino veniva aggredito, nessuno interveniva.
In Roma, ovunque, si celebravano le processioni, in cui i fedeli recavano in corteo delle reliquie e poi astrologhi, perfino adoratori di idoli. Un mattina un vecchio, si presentò davanti al tempio di Giove Capitolino ed esclamò “io sono il salvatore di Roma” gridava, “mi è apparso Giove onnipotente a dirmi di salvare Roma”, ma nessuno intervenne, “non si sa mai dicevano, non si sa mai…”.

I preti cercavano di soffocare quelle che loro ritenevano dicerie da pazzi, organizzando funzioni sempre più lunghe, sempre più complicate. Intanto sotterravano i tesori delle loro chiese e così facevano anche i cittadini. Sotterravano, nascondevano per cercare di salvare qualcosa.
Nella notte si scorgevano ombre aggirarsi con pale, arnesi e vanghe tra gli edifici abbandonati. Tutti a cercare un nascondiglio sicuro. Il buio della notte risuonava di rumori, di violenza, di grida d’aiuto, di paura.
L’imperatore aveva inviato da Genserico, tra le macerie ancora fumanti di Porto, tre suoi ambasciatori, tornarono tutti e tre senza testa.
Da dieci giorni i barbari scorrazzavano intorno alla antica capitale dell’Impero.

Dappertutto a Roma, file di profughi che s’incrociavano. Era ormai il 31 maggio e la situazione era diventata esplosiva e incontrollabile. Allora, a questo punto, Petronio Massimo e suo figlio Palladio, decisero di fuggire, travestiti da mercanti stranieri uscendo da una porta secondaria del palazzo. Il piano fallì perché il vicolo era pieno di sbandati che fecero direttamente ressa intorno ai fuggitivi, senza riconoscere inizialmente l’imperatore. Petronio Massimo fu preso dal panico e cominciò a correre, finché il cappuccio siriaco che portava sulla testa gli volò via e allora fu riconosciuto e la folla si scatenò. Qualcuno lo colpì con un bastone, tutti inveivano, mentre l’imperatore sanguinante cercava di sottrarsi a chi lo inseguiva e quando vide un drappello di soldati venire da un lato pensò che lì poteva esserci la salvezza e si diresse furiosamente verso di loro per salvarsi, ma quello che sembrava il capo del manipolo, prese la spada e trafisse l’augusto. Pare si chiamasse Urso, ma nessuno più seppe che fine avesse fatto. Ci fù chi disse che aveva avuto una grande ricompensa da Genserico e che poi sia andato a Cartagine.
Adesso non rimaneva nessuno a difendere Roma, se non il vescovo Leone, il quale pensò bene di andare da Genserico e di ottenere da lui quello che gli era riuscito di ottenere da Attila.
Ma Genserico non era Attila. Nel suo aspetto non c’era nulla della fierezza di Attila. Il Re dei Vandali era un politico abilissimo, un calcolatore, uno che sapeva capire quali fossero i rischi veri e quelli inutilmente paventati, ma falsi. Genserico ascoltò il Vescovo senza cedere e allora Leone adotto la tattica che usano gli eserciti quando si ritirano, cioè che ritirandosi oppongono via via all’esercito attaccante, una sempre maggior resistenza. Questa tattica ottenne dei risultati.

Genserico, alla fine accettò un compromesso che potesse andar bene, sopratutto a lui e al suo popolo di guerrieri forti e disciplinati. Si racconta che quel popolo venisse da oltre il mare boreale, da una terra fatta di neve dove ci sono piú lupi e orsi che umani. Si dice che nella sua migrazione avesse sostato nelle tenebrose foreste della Germania, avesse attraversato il Reno nel 407 anno della grande invasione, per poi passare la Francia (Gallia), fino a giungere in Spagna (Iberia), dove rimase per trent’anni anni, e infine in Africa per vent’anni, attraversando lo Stretto di Gibilterra, essendo l’unico popolo tra quelli barbarici a saper navigare.
Genserico disse che avrebbe rispettato la vita dei cittadini, impedito le violenze sulle donne, contro i vecchi,i bambini e i malati. I cittadini però potevano essere derubati,deportati e catturati per ottenere un riscatto.
Leone ottenne che le chiese non venissero distrutte e i preti non venissero toccati ma le chiese sarebbero state spogliate delle loro ricchezze, “Quelle non servono a Dio, servono solamente ai tuoi preti” pare che disse Genserico che però rinunciò a saccheggiare le basiliche di Pietro, Paolo e Giovanni e poi promise sul suo onore che non ci sarebbero state stragi, torture inutili distruzioni.

Arrivò l’alba del 15 giugno, forse solo la metà degli abitanti di Roma era ancora lì dentro le mura della città, ma erano pur sempre decine di migliaia. Eppure, quando le avanguardie dell’armata dei vandali si presentò, Roma sembrava una città spettrale, popolata solo dai fantasmi del passato. Il vento sollevava mulinelli di polvere e gli infissi delle case abbandonate sbatteva. Ordini precisi aveva dato Genserico:” Tutti i ponti sul Tevere presidiati, i crocevia, lo stesso.” C’erano guerrieri barbari sulla rocca capitolina, presso il tempio di Giove, altri drappelli controllavano le terme.

La basilica laterana e quella di San Pietro erano circondate ma il re vandalo mantenne la parola data a Leone. Dispose i guerrieri in modo da ispezionare ogni edificio da capo a fondo per prendere, non soltanto oggetti preziosi e denari, ma opere d’arte, stoffe tappeti, tutto ciò che avesse un prezzo. Dovevano anche scandagliare orti e giardini. Era furbo Genserico, sapeva che lì molti avevano sepolti i loro beni, ricchi o poveri che fossero. Il bottino doveva poi essere caricato su carri e trasportato fino all’emporio sul Tevere dove le chiatte facevano la spola fino al mare.
Il bottino più ricco i barbari lo fecero con gli arredi dei templi, delle le basiliche civili e delle chiese. Il sacro palazzo fu svuotato, i vandali non lasciarono nulla: oggetti d’avorio, di oreficeria, dipinti, mobili intarsiati. Tutto quanto venne radunato sotto il porticato che circonda l’ingresso del palazzo e poi trasportato su carri. Certo, non riuscirono a mettere le mani sugli averi di molti senatori anche se furono saccheggiate le loro residenze.
Genserico ordinò che fossero fatte razzie ed una parte del suo esercito si spostò fino alla Campania e altre città come Nola e Capua, ebbero la stessa sorte di Roma.

Sapevano cosa fare e sapevano come farlo. I muratori staccavano i marmi più pregiati, i fabbri si occupavano delle parti metalliche, dei forzieri serrati, delle porte. I falegnami preparavano imballaggi, squadre di schiavi africani erano addetti al facchinaggio, ma queste operazioni erano spesso fatte sotto frustata dai prigionieri catturati che dovevano caricare le loro cose sui carri. Inoltre, c’erano gruppi di aguzzini abili nel torturare e numerosi mercanti a valutare la preda. Di notte il pericolo aumentava. I vandali avevano scoperto quanto vino fosse conservato nelle cantine di Roma. Con il calare della notte era festa per loro, un po’ ovunque. Nelle sale dei palazzi saccheggiati, le loro orge duravano fino all’alba. Ben presto le cose degeneravano e le vittime erano sempre giovani donne o ragazzi.

Il saccheggio di Roma durò due settimane e la sua situazione era sempre più insopportabile. I vandali volevano, senza particolare fatica, denaro dal Papa e Leone, fu costretto a permettere loro di saccheggiare alcuni edifici annessi al palazzo laterano. Poi pagò in oro per evitare il saccheggio della basilica vaticana. Tutti questi riscatti, erano sempre mascherati da qualche pretesto formale, per assicurare, dicevano loro, la protezione.Conosceva bene l’arte dell’ipocrisia, Genserico.

Il 16 giugno i comandanti dell’armata vandalica incominciarono a ragruppare i loro uomini. Lunghe fila di prigionieri legati al collo l’un l’altro, furono scortati da guerrieri nei moli dell’emporio, mentre un fiume di carri si snodava sulla via portuense. Poi, la sera il silenzio. Non c’era stato niente di eroico nella caduta di Roma e tra gli invasori, non c’erano state perdite.

All’alba del giorno successivo, la gente incominciava a riapparire. Facce spaurite, uomini e donne che vagavano alla ricerca di qualcuno che non trovavano. Molti avevano vissuto due settimane in nascondigli buoni per le talpe. S’aggiravano smarriti a caccia di cibo. Tutti avevano avuto parenti o amici rapiti o uccisi.

Ogni tanto veniva scoperto un cadavere di qualcuno torturato a morte. In città non c’era più niente di utilizzabile. Prima di uscire i barbari avevano fracassato quanto non potevano portare con loro. Avevano sradicato anche le antiche querce del Foro. In qualche punto erano state bucate le tubature dell’acqua. Mancava tutto. Nessuna nave da carico. I porti distrutti, distrutti i magazzini, non c’era cibo, erano spariti anche i cani, i gatti e i piccioni.
Il re vandalo tornava in Africa a Cartagine da trionfatore, mentre a Roma avresti potuto vedere una folla di morti ancora in vita mangiare di tutto per sopravvivere un giorno di più.


CORSI E RICORSI STORICI: NELLA PRIMAVERA DEL 146 A.E.C. CARTAGINE VENNE ASSEDIATA E POI DISTRUTTA DAI ROMANI. 601 ANNI DOPO, LA SORTE VOLLE CHE PROPRIO DA CARTAGINE PARTIRONO LE NAVI CHE NEL GIUGNO 455 TRASPORTARONO LE MILIZIE DI GENSERICO CHE SACCHEGGIARONO ROMA.

Fonti: Giovanni di Antiochia, Procopio di Cesarea, Paolo Diacono, Giulio Castelli.

Cristiano Vignali – LaNotizia.net

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