giovedì, Febbraio 25, 2021
Home > Abruzzo > Panoramica sui popoli italici che abitavano l’Abruzzo

Panoramica sui popoli italici che abitavano l’Abruzzo

CHIETI – E’ importante conoscere le radici storiche di un popolo per avere un futuro migliore. A tal proposito, pubblichiamo l’articolo di Claudia Falcone su Discovery Abruzzo Magazine “La geopolitica dei popoli italici che abitavano l’Abruzzo”, che fa una breve panoramica sulle genti che vivevano in questa terra durante l’Età del Ferro.

L’Abruzzo, una regione ricca di storia

Che l’Abruzzo sia un territorio antichissimo e particolarmente ricco di storia è fuor di dubbio e, non a caso, la nostra regione pullula di reperti archeologici e tesori storiografici che ne testimoniano il percorso millenario.
In questo vasto panorama, spiccano i tantissimi reperti di epoca preromana, a dimostrazione di come quello abruzzese fosse un territorio attivo e abitato ben prima della dominazione latina.
In realtà abbiamo attestazioni della presenza umana in Abruzzo risalenti addirittura al Neolitico, come testimoniano le necropoli di Fossa e Comino vicino Guardiagrele, risalenti al X secolo a.C.

Parecchio più vivace e composita, comunque, è la proliferazione in Abruzzo, a partire dall’VIII secolo a. C., di popolazioni osco-sabelliche e sannite, che si diffondono nella regione e qui si stanziano, suddividendosi in sottogruppi ben definiti. Proprio questi popoli hanno conferito una decisa impronta al territorio abruzzese, dando vita a società articolate, tutt’altro che barbare, distribuite nei sottogruppi etnici che hanno poi dato il nome a molte delle aree della regione.

Le aree di influenza

Le popolazioni italiche osche e sannitiche arrivarono in Abruzzo, rispettivamente, da Nord e da Sud e si stanziarono nel territorio, dividendosi in quei sottogruppi che, a partire dall’VIII secolo a.C., si adattarono ai luoghi, creando delle tradizioni autoctone e degli agglomerati perfettamente organizzati da un punto di vista sociale, politico e religioso.

Nella zona dell’attuale Marsica, che prende il nome proprio da loro, si stabilirono i Marsi. Popolazione di origine osco-umbra, si stanziò in un’ampia zona dell’Abruzzo, godendo di una certa autonomia. Almeno fino alla Guerra Sociale con Roma, ricordata anche come Guerra Marsica perché i Marsi ne furono i principali fautori, e che coinvolse molte delle popolazioni italiche. La guerra minò definitivamente i già tesi rapporti con i latini e accelerò da parte di questi ultimi il processo di romanizzazione della zona.
L’etnonimo “Marsi” spiegherebbe l’indole guerresca della popolazione: deriva infatti da una delle divinità più venerate, Mamerte, dio della Guerra da cui sarebbe poi derivato anche il Marte latino.

La zona dell’attuale Valle Peligna era invece area di influenza diretta dei Peligni, popolazione di origine osco-umbra che occupò l’area di Sulmona. Anche i Peligni furono coinvolti nella Guerra Sociale, con gli esiti che sappiamo. Per quanto riguarda il loro etnonimo, invece, la sua origine è tutt’oggi ancora oscura.

L’area della Val di Sangro era invece dominio dei Frentani, di stirpe sannitica, cui erano molto vicini per usi e costumi. I Frentani vantavano una vasta area di influenza, che si estendeva fino all’odierno Molise e comprendeva la capitale Anxanum (oggi Lanciano) e gli importanti porti di Hortona (Ortona) e Histonium (Vasto), strategici per i commerci.
Come la gran parte delle popolazioni italiche abruzzesi, anche i Frentani ebbero rapporti turbolenti con la potenza romana e furono coinvolti nelle guerre sannitiche, finendo definitivamente assoggettati a Roma alla fine della Seconda Guerra Sannitica, tra il 319 e il 304 a.C.

Nella zona in cui oggi sorgono Guardiagrele, Chieti e Pescara anticamente avremmo invece trovato i Marrucini, popolazione particolarmente fiera di origine osca. Tra i centri più importanti possiamo ricordare Teate, fondata nell’VIII secolo a.C. e oggi diventata Chieti e il porto Aternum, da cui poi sarebbe nata Pescara. Per quanto riguarda l’origine della loro denominazione, non è stato possibile risalire a fonti certe: quello che sappiamo è che Marrucini era il termine con cui questa popolazione si riferiva a se stessa e che forse questa denominazione ha un’origine religiosa, legata alla divinità italica Marica.

Poco più a Nord si stanziarono i Vestini, il cui etnonimo è riconducibile alla dea Vesta, protettrice del focolare. Ancora più a Nord, nell’attuale teramano, troviamo poi i Pretuzi, legati da alleanze e rapporti commerciali ai vicini Sabini e Piceni, ai quali li univa anche la comune discendenza etnica.
Proprio dal loro etnonimo sembrano essere derivati nel tempo i nomi “Abruzzo” e “Aprutino”.
I Pretuzi vengono ricordati come abili lavoratori del ferro e ottimi coltivatori di grano.

Struttura politica e sociale

Pur nelle loro differenziazioni, tutti i gruppi etnici di cui abbiamo parlato avevano una matrice comune ed è quindi possibile ricostruire elementi univoci che caratterizzano la struttura economica, politica e sociale.
Nonostante la scarsità delle informazioni in nostro possesso, possiamo affermare che le popolazioni sannitiche e osche si distinguevano per le spiccate capacità guerresche e per l’indole combattiva: una caratteristica che avrebbe permesso loro di tenere testa ai latini a lungo, nei travagliati rapporti con Roma.
Per quanto riguarda le attività, i popoli dell’Abruzzo si dedicavano principalmente alla pastorizia e alla lavorazione del ferro, impiegato nella costruzione di armi e di strumenti agricoli.

I gruppi che popolavano l’Abruzzo erano organizzati in tribù unite tra loro da rapporti di alleanza (come nella celebre Lega Sannitica). Non esistevano rapporti gerarchici e ciascuna tribù era alla pari con le altre, in un sistema che potremmo considerare come molto simile agli attuali governi federali. I Sanniti erano lontani dal concetto di città-stato tipico dell’Antica Grecia ma, allo stesso tempo, nel loro sistema ogni agglomerato era in grado di amministrarsi in autonomia, in base alla esigenze specifiche.

Tra le popolazioni sannitiche la più piccola unità politica era il Pagus, una sorta di distretto rurale semi-indipendente che svolgeva la funzione di governo a livello locale e, in caso di necessità, aveva la facoltà di convocare le truppe.
Più Pagi uniti davano forma alla Touto, l’unità amministrativa e politica dei Sanniti, che aveva carattere corporativo e un’estensione concettuale più vasta della Civitas romana.

La Touto rappresentava un gruppo di individui che si riconoscevano come parte di un unico nucleo, legato dalla comune discendenza, e legiferava attraverso organi democratici, imponendo il rispetto delle leggi tramite un capillare controllo del territorio.
Questi gruppi etnici avevano un rapporto vivo con il territorio e non si limitavano ad abitarlo e sfruttarlo, motivo per cui non si può parlare di vere e proprie città per quanto riguarda i loro insediamenti.

C’era comunque una differenziazione tra i tipi di abitati: quelli in pianura, ad esempio, erano chiamati Vicus e avevano una funzione prettamente economica, occupandosi delle attività produttive e degli scambi commerciali.
Nelle zone montuose sorgevano gli Oppidum, sempre fortificati, che svolgevano il ruolo di difesa e controllo, grazie alla loro posizione sopraelevata.

Istituzioni

Particolarmente interessante e importante è la figura che era posta a capo della Touto: il Meddix Tuticus. Questo ruolo, eletto democraticamente, corrispondeva grossomodo a quello dei consoli romani ma, rispetto a questi ultimi, vantava caratteristiche peculiari ed era affiancato da figure subalterne, che non partecipavano al processo decisionale ma si limitavano a sostenere l’autorità del superiore.
Il termine “Meddix” è comune a tutte le genti di lingua osca e sembra avere affinità con il latino “Iudex”. Le fonti antiche riconoscono al termine un significato affine a quello di “Magistratus”, ulteriormente definito dall’aggettivo che lo accompagna: “Tuticus” deriva chiaramente da Touto e possiamo quindi tradurre approssimativamente Meddix Tuticus come “Governatore della Touto”.

Il Meddix era quindi il comandante supremo della comunità e godeva di un’autorità pressoché illimitata, non dovendo né sottostare all’approvazione del Consiglio né condividere il ruolo con altri magistrati.
Sovrintendeva l’amministrazione, convocando e presiedendo le riunioni di Consiglio e Assemblea, era l’indiscusso capo militare e aveva un ruolo di primo piano anche nella religione ufficiale.
Era in carica per un anno ma, a quanto sembra, poteva essere rieletto più volte consecutive nel corso della sua vita.

Da questa breve descrizione, sono evidenti le similitudini con la carica di Console a Roma. Come abbiamo ricordato, però, la collegialità tipica della Roma repubblicana (i Consoli erano sempre due, con pari poteri), era totalmente assente nella figura del Meddix Tuticus, che aveva una totale preminenza sulle altre cariche. È possibile, infatti, che ciascun Pagus avesse il suo Meddix Minor, con funzione di controllo del territorio e chiaramente subordinato rispetto al Meddix Tuticus.

Sulla figura del Meddix Tuticus vedi: Tito Livio, Ab Urbe Condita, libri, XXVI, 6.13-17 e VIII, 39; Giacomo Devoto, Gli antichi Italici, pp. 256-259.

Religione

Anche sotto il profilo religioso le etnie che popolavano l’Abruzzo vantavano una certa vivacità: sono moltissimi, infatti, i culti riscontrabili e di cui abbiamo testimonianza grazie ai reperti giunti fino a noi.
La religione era un elemento fondante nella cultura dei popoli sanniti e osco-sabellici, poiché essi consideravano l’esistenza sulla Terra fortemente legata e condizionata dall’attività divina.
I loro culti mescolavano elementi provenienti dal mondo greco e dal mondo etrusco con l’animismo e la magia: concepivano il mondo come popolato da forze misteriose, quindi, con le quali era indispensabile mantenere un rapporto positivo e reverenziale per ottenerne così la benevolenza.
Particolarità comune a queste popolazioni è quella della polilatria: l’utilizzo, cioè, dello stesso luogo per il culto di più di una divinità.

Dato lo stretto rapporto tra il mondo dei vivi e quello degli dei, le divinità venerate in Abruzzo erano fortemente specializzate e le più importanti erano legate alle attività cui queste tribù erano più legate: la guerra (Mamerte) e l’agricoltura (Kerres, da cui deriverà la latina Cerere).
In Abruzzo, i siti archeologici ci regalano la testimonianza di moltissimi culti autoctoni, tipici dei singoli sottogruppi etnici, ma tutti legati alla fertilità e all’abbondanza della terra.

Solo per fare qualche esempio, tra i Marsi era particolarmente diffuso il culto di Angizia, divinità associata ai serpenti (il suo nome deriverebbe dal latino “anguis”, serpe) e identificata come Dea Madre.
Angizia governava il ciclo delle stagioni ed era legata ai riti della fertilità.
Tracce del suo culto sono riscontrabili nel suggestivo Bosco di Angizia, nel territorio di Luco dei Marsi, e nelle celebrazioni dei serpari, ancora presenti in gran parte del territorio abruzzese e in particolare a Cocullo.

Su Angizia vedi: Publio Virgilio Maro, Eneide VII, 759 e Silius Italicus, Punicae, VIII, 495 – 501.

Tracce interessanti riguardano anche il culto di Feronia, venerata in particolare nell’area vestina e anch’essa associata alla fecondità, così come alla natura e al mondo delle acque.
I resti di un tempio a lei dedicato sono stati rinvenuti a Loreto Aprutino, preservati quasi perfettamente da una frana avvenuta all’incirca alla metà del III secolo.

Vedi: “Feronia, la Gran Madre della fertilità dei Vestini a Loreto Aprutino” Discovery Abruzzo Magazine

Particolarmente suggestive anche le testimonianze rinvenute nella Grotta di Rapino, vero e proprio santuario marrucino, dedicato al culto di quella che è stata definita “La Dea di Rapino” a seguito del ritrovamento di una statuetta proprio all’interno della grotta. Il culto è ben documentato dalla Tabula Rapinensis, che descrive dettagliatamente in idioma marrucino i riti legati a Giove e Giovia.

Fonte.: DRM Abruzzo

Particolarmente suggestivo, infine, è il mito di Maia, divinità particolarmente cara all’Abruzzo e da cui avrebbero tratto origine due tra le montagne più importanti della regione: la Maiella e il Gigante che dorme.
Vuole infatti la leggenda che Maia approdò in Abruzzo in cerca di una miracolosa erba che avrebbe potuto guarire le ferite del figlio, il gigante Ermete, gravemente ferito in battaglia.
La spessa coltre di neve presente in montagna in quel periodo dell’anno, però, rese la ricerca vana ed Ermete morì per le ferite riportate. Maia allora lo tramutò in una montagna, il Gigante che dorme ed ella stessa, inconsolabile per la grave perdita, si trasformò nella montagna rivolta verso il sepolcro e che da lei prende il nome: la Maiella.

Su Maja vedi anche: C. Vignali, “La Leggenda della Nascita del Gran Sasso e della Maiella” (2018) IT\ICCU\TER\0042119

Cristiano Vignali
Cristiano Vignali è un reporter freelance specializzato in articoli di approfondimento su storia, cultura, politica, curiosità e attualità. Collabora con diverse testate online di carattere internazionale e nazionale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *