giovedì, Maggio 13, 2021
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Dostoevskij, ortodossia religiosa e la figura di Cristo

Lo scrittore russo nel 200° anniversario della sua nascita

Alcuni anni fa negli stand del congresso di un partito conservatore italiano, erano esposte in bella mostra diverse opere di Fëdor Dostoevskij. Chissà, forse per contrapposizione con il suo gemello letterario Lev Tolstoj santificato in epoca sovietica per le sue idee politiche e religiose interpretate come una sorta di socialismo ante litteram.

Sicuramente un abbaglio. Non si può annoverare Dostoevskij in un ipotetico pantheon ideologico o letterario da chi si richiama a valori cattolici da innestare programmaticamente in un partito o fazione politica.

Questo nonostante Dostoevskij sia essenzialmente, anche se non esclusivamente, un scrittore “religioso” al pari di San Paolo, Blaise Pascal, Soren Kierkegaard o di altri pensatori. Nei romanzi letteratura e spiritualità si fondono e i tormenti interiori e intellettuali del nostro, prendono vita nelle pagine dei suoi capolavori: non tanto nelle storie, quanto nelle idee, nei monologhi o dialoghi dei personaggi.

Ma che posizione religiosa aveva Dostoevskij? Sarebbe un concetto semplicistico pensarlo vicino a circoli socialisti da giovane e poi fervente credente ortodosso in vecchiaia. Certo, morì dopo aver ricevuto i sacramenti da un sacerdote; chiese anche un Vangelo sul letto di morte che aprì casualmente in Matteo III, 14-15. I suoi funerali furono un avvenimento religioso imponente per tutta la Russia.

Eppure la sua è una religiosità o fede che lo avvicina più a Cristo che alla Chiesa Ortodossa. Senza entrare nello specifico Dostoevskij non si espresse mai molto favorevolmente nei confronti dell’istituzione ecclesiastica o dei preti, salvando in qualche caso solo gli starec dei monasteri.

 La sua totale devozione a Cristo, – che non è il Dio incarnato nel suo pensiero- , è riassunta dalle paradossali e famose parole del 1854: “Sono un figlio del secolo, della miscredenza e del dubbio…”. Tuttavia giunge a credere “che non c’è più nulla di bello, più simpatico, più ragionevole, più virile di Cristo… E non basta; se mi si dimostrasse che Cristo è fuori della verità ed effettivamente risultasse che la verità è fuori di Cristo, io preferirei restare con Cristo anziché con la verità”.

Quel Gesù che amava, per Dostoevskij è osteggiato dalla Chiesa Cattolica. E’ questo il clamoroso tema che confluisce nella Leggenda del Grande Inquisitore, testo che appartiene a I fratelli Karamazov. Considerato unanimemente da molti come il vertice della narrativa dostoevskiana, il racconto è stato interpretato in maniera variegata da critici e lettori.

Ambientato nel 16°secolo a Siviglia, Gesù torna sulla terra come promesso. Appena fa la sua apparizione resuscita una ragazzina che stanno trasportando nella cattedrale. La gente preme per avvicinarsi a lui per chiedere miracoli e guarigioni, ma un cardinale novantenne – il Grande Inquisitore appunto- lo fa arrestare. Il suo ritorno, spiega il cardinale, viene a destabilizzare il sistema creato dalla Chiesa, per cui non può muoversi liberamente. Il Regno di Dio, afferma il cardinale è quello della chiesa che nutre di pane non celeste il popolo.

Il potere temporale e terreno della Chiesa è in antitesi con il cristianesimo auspicato da Dostoevskij. La Leggenda ricalca tutto il pensiero e la veemente critica che lo scrittore rivolgerà verso la Chiesa di Roma, nel Diario di uno scrittore e nei Saggi Critici. Ma trova anche riscontri nell’Idiota dove il principe Miskin esclama: “In primo luogo il cattolicesimo romano non è un religione cristiana e in secondo luogo il cattolicesimo romano è peggiore dell’ateismo puro… L’ateismo predica solo il nulla, il cattolicesimo va oltre: predica un Cristo sfigurato che essa stessa ha disonorato e calunniato, l’opposto di Cristo!”

L’idiota nella sua dura reprimenda accosta il Papa e la Chiesa stessa all’Anticristo. Anche se al lettore alcune asserzioni nella Leggenda possono sembrano eccessive, – lo stesso ateo Ivan mitiga l’accusa – non ci sono dubbi che l’invettiva messa in bocca a Miskin e nella Leggenda non è altro che il pensiero dell’autore.

Cosa determina un giudizio così sfavorevole verso una chiesa che coinvolgeva comunque milioni di fedeli? Innanzi tutto Dostoevskij non crede riformabile o recuperabile la Chiesa di Roma arroccata nella gestione del potere temporale. In diversi momenti della sua vita Dostoevskij ha sostenuto che la rinascita cristiana dell’umanità sarebbe potuta partire solo dal cristianesimo espresso dalla Madre Russia. Questo significava che l’occidente avrebbe dovuto snaturare quel cristianesimo praticato, fatto di compromessi con il potere terreno.

Contestualmente non ha rinunciato all’attesa di un Giudizio Universale, inizio di un’età dell’oro dove regnerà l’amore fra gli uomini, come rappresentato nel sogno di Versilov nell’Adolescente e nel Sogno di un uomo ridicolo. Quanto ci sia di programma politico vero e proprio seppur descritto in maniera allegorica o invece di visione trascendentale nel quale l’autore credeva e sperava, non è facile intenderlo leggendo i romanzi e racconti.

Il cambiamento auspicato non arrivò mai. Anzi nel 1922 la formazione dell’Unione Sovietica spazzò via i propositi di un’influenza dell’ortodossia nelle masse, per circa 70 anni, farciti di propaganda atea. Paradossalmente, durante la seconda guerra mondiale per opporsi all’invasione nazista, il georgiano Josef Stalin chiamò a raccolta la Chiesa Ortodossa come sostegno morale alle truppe sovietiche e allo stesso popolo che resisteva all’attacco sferrato da Hitler. Un’alleanza ateismo/ortodossia che avrebbe probabilmente esacerbato Dostoevskij, il quale considerava la negazione di Dio come un male assoluto, pericoloso per la Russia e l’Umanità in generale.

In ogni caso l’opera di Dostoevskij continua a affascinare anche oggi per la sua notevole capacità di scendere in profondità nell’animo umano, in quel guazzabuglio di abiezioni e di fulgidi momenti di grazia. Il grande pregio di Dostoevskij è quello, non di aver trovato risposte, quanto di aver posto domande esistenziali che l’uomo compreso il lettore moderno continua a farsi nella costante e affannata ricerca della verità.

Roberto Guidotti

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