sabato, Maggio 28, 2022
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Papa Francesco, Dostoevskij e la sofferenza dei bambini

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Papa Francesco, Dostoevskij e la sofferenza dei bambini

Nell’intervista – destinata a divenire storica – che Papa Francesco ha rilasciato a Fabio Fazio durante la trasmissione Che tempo che fa, una delle questioni più delicate trattate da Bergoglio è stata la sofferenza e morte dei bambini.

“Per me, una domanda a cui non sono mai riuscito a rispondere e che alcune volte mi scandalizza un po’ è: “Perché soffrono i bambini? Perché soffrono i bambini?”. Io non trovo spiegazioni a questo. Io ho fede, cerco di amare Dio che è mio padre, ma mi domando: “Ma perché soffrono i bambini?”. E non c’è risposta… Ma il dialogo con il Male non va bene, questo vale per tutte le tentazioni. E quando ti viene questa tentazione, “perché soffrono i bambini?”, io trovo una sola strada: soffrire con loro. E per me in questo è stato un gran maestro Dostoevskij”.

Quella di Papa Francesco è stata un risposta onesta e disarmante allo stesso tempo. Sebbene fosse un’intervista televisiva e non un pronunciamento ufficiale di un Pontefice, può lasciare sgomenti, specialmente tra i fedeli, che nemmeno il Sommo Pontefice o Vicario di Cristo e Pastore in Terra della Chiesa Universale fornisca una risposta all’atavica questione del male e in questo caso della sofferenza dei bambini.

Papa Francesco nella sua risposta ha citato – e a ragione – lo scrittore russo Fëdor Dostoevskij che si è occupato del tema.

In effetti Dostoevskij è un uomo e uno scrittore non “pacificato”. Non ha un corpus di dottrine o pensieri sistemati organicamente come un pensatore. E’ vero però, che la sua mente è stata sempre assillata dalle domande esistenziali che confluiranno anche nella sua opera. Per tutta la vita si chiederà le ragioni del male e della sofferenza. In particolare sarà turbato dalla violenza, gli abusi e la sofferenza patita dai bambini, situazione questa che farà capolino nelle sue opere più importanti come I Demoni o I fratelli Karamazov.

Questa sua conflittualità interiore attraverserà tutta la sua opera e troverà il suo picco letterario nella Leggenda del Grande Inquisitore dei Fratelli Karamàzov e in particolare nel dialogo tra Ivan e Alioscia. E’ il giovane seminarista che sembra soccombere all’offensiva dialettica dell’ateo Ivan. “Perché la sofferenza delle creature umane e specialmente quella dei bambini?” incalza con esempi taglienti e argomentazioni convincenti Ivan. La teodicea che Dostoevskij propone come risposta non sembra essere solida ed efficace. Lo dimostra la risposta che non è una risposta, del seminarista ortodosso Alioscia che riesce a rispondere al fratello soltanto: “Questa è rivolta”. Il lettore stesso si trova così spiazzato e potrebbe pensare che la “restituzione del biglietto a Dio” da parte di Ivan, sia quasi un gesto logico oltre che elegante. Né sembrano molto suadenti le argomentazioni dello starec Zosima sempre nella Leggenda, quando disquisisce sul significato delle fiamme dell’Inferno.

E se ci sono risposte – ma non sono risposte convenzionali- le possiamo estrapolare solo dai suoi racconti e romanzi dove spesso nei personaggi loquaci e contraddittori al quale dà vita, si cela lui stesso. Dostoevskij scrive e rimpiange un’età dell’oro o un paradiso perduto, concetto questo, considerato ridicolo e utopistico dai personaggi razionalisti dei suoi romanzi. I bambini sono salvaguardati in questi contesti, da violenza e sopraffazione. Nel significativo racconto Il sogno di un uomo ridicolo il protagonista – evidente alter ego dell’autore – sogna che l’umanità sia abitata solo da persone buone e generose in un contesto sociale paradisiaco. “Essi erano vivaci e allegri come bambini. Vagavano per i loro bellissimi boschi e boschetti, cantavano le loro bellissime canzoni e si nutrivano di cibi leggeri. Tra loro esisteva l’amore e nascevano dei bambini, ma non ho mai notato in loro gli accessi di quella feroce sensualità dalla quale sulla nostra terra sono affetti quasi tutti…Essi si rallegravano dei figli che nascevano loro in quanto nuovi partecipi della beatitudini…I loro figli erano figli di tutti perché essi formavano un’unica famiglia”. Sarà lui, il protagonista del racconto a squarciare con il suo livore, cupidigia e cattiveria l’ambiente idilliaco e corrompere i buoni che vi dimorano.

Al risveglio comunque, l’uomo ridicolo è così turbato da imprimere una direzione diversa alla sua vita. “Oh io sono ardito, sono fresco di forze e camminerò, camminerò forse pure per un migliaio di anni. Come costruire il Paradiso non so perché non sono capace di esprimerlo a parole. Ma sia andrò e parlerò sempre instancabilmente perché io ho veduto con i mie occhi anche se non so ridire quel che ho veduto”.

Un età dell’oro rimpianta si intravede anche nel sogno di Versilov nell’Adoloscente: qui è Cristo a tornare alla fine dei tempi e ad annunciare il suo misterioso giudizio e resurrezione. I bambini in questa specie di Eden vivono in questa condizione: “Ogni bambino saprebbe e sentirebbe che ciascuno sulla terra per lui è come un padre e una madre”…  e gli uomini  “si sarebbero svegliati e si sarebbero affrettati a baciarsi l’un l’altro, affrettandosi ad amare, avendo coscienza che i giorni sono brevi, che era tutto quello che rimaneva loro. Avrebbero lavorato l’uno per l’altro, e ciascuno avrebbe dato a tutti la propria sostanza e con questo solo sarebbe stato felice. “Sia pure domani il mio ultimo giorno – avrebbe pensato ognuno, guardando il sole al tramonto – non fa nulla, io morirò, ma resteranno tutti loro, e dopo di loro i loro figli”, e il pensiero che gli altri sarebbero rimasti, amandosi sempre allo stesso modo e trepidando l’uno per l’altro, avrebbe sostituito il pensiero di potersi incontrare nell’al di là. Oh, si sarebbero affrettati ad amare per spegnere la grande tristezza che era nei loro cuori. Sarebbero divenuti timidi l’uno per l’altro. Ognuno avrebbe trepidato per la vita e per la felicità dell’altro. Sarebbero divenuti teneri l’uno verso l’altro e non se ne sarebbero vergognati – come adesso – e si sarebbero accarezzati l’un l’altro come bambini”. Poi il sogno si conclude con il ritorno di Cristo. “E qui cadrebbe ogni velo dagli occhi di tutti e si leverebbe in un inno grandioso e trionfante alla nuova e ultima risurrezione”.

“Pare proprio che il paradiso, per Dostoevskij, sia come l’immortalità ricondotta sulla terra, e che gli uomini abbiano il potere di procurarselo traducendo in atto quel tesoro d’amore che è in lui. Se questo tesoro appartenga alla loro natura o all’insegnamento di Cristo l’autore non lo precisa. Il Cristo di Versilov viene a segnare la fine dei tempi con una misteriosa risurrezione”. (Dostoevski: L’uomo, L’opera. Pierre Pascal)

Perché i bambini soffrano e muoiano è un quesito che resterà in ogni caso aperto per Dostoevskij. La differenza con la risposta di Papa Francesco, ha che fare con una speranza – certamente nebulosa e ondivaga- ma autentica, che un giorno qualcosa sarebbe cambiato grazie a Cristo, figura accettata in modo trascendentale oltre che storica dallo scrittore. Per tutta la vita non nasconderà la professione di fede nei suoi confronti e non smetterà mai di amarlo con tutto il suo animo nel corso della sua esistenza tribolata. “Credete voi in Cristo e nelle sue promesse? Se credete allora abbandonatevi interamente a lui” scrive poco prima di morire. Un lascito morale e religioso da confrontare anche oggi con l’intero messaggio evangelico, in tempi foschi come quelli attuali.

Roberto Guidotti

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