sabato, Ottobre 1, 2022
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Anticipazioni per il Grande Teatro in TV del 5 settembre alle 15.30 su Rai 5: “Adelchi” di Alessandro Manzoni

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Anticipazioni per il Grande Teatro in TV del 5 settembre alle 15.30 su Rai 5: “Adelchi” di Alessandro Manzoni– Oggi lunedì 5 settembre per il Grande Teatro in TV va in onda alle 15.30 su Rai 5 la tragedia di Alessandro Manzoni “Adelchi” scritta nel 1822 e proposta nella versione diretta e interpretata da Gassman e tramessa dalla Rai nel marzo 1961.

Interpreti Vittorio Gassman, Andrea Bosic, Valentina Fortunato, Orazio Orlando, Carlo D’Angelo, Anna Maria Gherardi, regia televisiva di Carla Ragionieri.

L’allestimento della tragedia manzoniana del 1822, con il quale Vittorio Gassman inaugurò nel 1960 gli spettacoli itineranti del suo “Teatro Popolare Italiano”, venne trasmesso in televisione il 3 marzo 1961. Il coraggio dell’attore e regista nell’affrontare una delle opere più difficili di Alessandro Manzoni, la storia del principe longobardo che tenta vanamente di opporsi alla guerra contro i franchi, fu premiato all’epoca da un grande successo di pubblico. Per le musiche Gassman si affidò sia a brani di Verdi che a composizioni originali di Fiorenzo Carpi, mentre le riprese televisive sono dirette da Carla Ragionieri.

Adelchi è una tragedia scritta da Alessandro Manzoni, pubblicata per la prima volta nel 1822. Narra le vicende di Adelchi, figlio dell’ultimo re dei LongobardiDesiderio, che si svolgono tra il 772 e il 774, anno della caduta del regno longobardo per opera di Carlo Magno (anch’egli protagonista della tragedia).

Manzoni cominciò a scrivere l’Adelchi il 4 novembre 1820, nel periodo in cui Vincenzo Ferrario stampava Il Conte di Carmagnola. La nuova tragedia veniva terminata un anno più tardi, il 21 settembre 1821, esclusi i due cori, di poco successivi. Nell’ottobre 1822 l’opera fu pubblicata per i tipi del Ferrario.

Trama

Per ragioni di Stato Ermengarda, figlia del re dei Longobardi Desiderio, viene ripudiata come sposa da Carlo Magno. Per vendicarsi, Desiderio vuole fare incoronare dal Papa i figli di Carlomanno (fratello già defunto di Carlo Magno) rifugiatisi presso di lui alla morte del padre. Carlo Magno manda un ultimatum a Desiderio, il quale rifiuta e gli dichiara guerra.
Grazie al tradimento dei duchi longobardi l’esercito di Carlo Magno avanza verso Pavia. Ermengarda, che si era rifugiata presso la sorella Ansberga (Anselperga) nel monastero di San Salvatore a Brescia, viene a conoscenza delle nuove nozze di Carlo Magno e, in preda al delirio, muore. Sempre grazie all’aiuto di traditori, Carlo Magno riesce a conquistare Pavia e fa prigioniero Desiderio.

Adelchi, che aveva prima cercato inutilmente di opporsi alla guerra contro i Franchi, combatterà poi fino alla morte. Condotto in fin di vita alla presenza di Carlo e del padre prigioniero, invoca, prima di morire, clemenza per il padre e lo consola per aver perduto il trono: non aver più alcun potere infatti non lo obbligherà più “a far torto o patirlo”.

Adelchi è una tragedia manzoniana che mette in scena la caduta del regno longobardo in Italia ad opera dei Franchi nell’VIII secolo. Il significato profondo della figura di Adelchi e del suo dialogo con il padre è importante e allo stesso tempo innovativo: riflette infatti sul fatto che anche loro, prima di essere stati sconfitti da Carlo e dai Franchi, si erano dovuti imporre su altre popolazioni: in parole povere riflette sulla ciclicità della storia, e da ciò ne consegue un miglioramento sul piano morale del personaggio. In quest’opera Manzoni inizia a sviluppare il tema della Divina Provvidenza che sarà poi fulcro tematico de I promessi sposi.

Qui la storia è contemplata attraverso il dramma interiore dei protagonisti, sublimato in una visione religiosa della vita. Adelchi ed Ermengarda sono spiriti ricchi di contrasti fra ideali e sentimenti (la pace e la gloria per il primo, l’amore ancora vivo del marito per la seconda). Nelle tragedie manzoniane incontriamo due categorie di personaggi. I primi hanno un concreto senso della realtà e sono capaci di agire, restando insensibili alle voci del cuore, i secondi invece vivono per alti e nobili ideali, comprendono le angosce e sofferenze degli altri e trovano solo nella morte la piena realizzazione della loro complessa e travagliata personalità. Le due serie di personaggi rappresentano le due esigenze spirituali che Manzoni non è riuscito ancora a conciliare. La validità superiore degli ideali nei confronti degli egoismi e, insieme, l’incapacità di realizzarli. Nello scrittore è rimasto qualche residuo di giansenismo: Adelchi, prima di morire, dirà che sulla terra “non resta che far torto o patirlo”. Si tratta del tipico pessimismo giansenistico, a cui si può opporre una concezione provvidenziale del dolore (la sofferenza è un dono di Dio poiché prova che non si è fatto il male). Il vero superamento si avrà quando approderà ad un cristianesimo attivo ed eroico mostrando che il bene si può fare pure tra dolori e sacrifici.[1]

Luigi Russo[2] parla di una “diffusa tenerezza elegiaca in tutta la tragedia” , “il momento più acuto del giansenismo teologico, che sparirà nel romanzo, dove rimarrà giansenismo morale, atteggiamento rigoristico e satirico di confessore d’anime”. Il critico aggiunge che questa tragedia è percorsa ” da questo sentimento tenero, ineffabile, patetico della Grazia; di quella Grazia che si concede non a tutti, ma solo da alcuni privilegiati”.

Foto interna ed esterna: https://www.raiplay.it/programmi/oreste1958