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Castelnuovo di Farfa (RI) – Piccole Storie dal Campo Profughi Granica

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Castelnuovo di Farfa (RI) – Piccole Storie dal Campo Profughi Granica: “Irene, baronessa von Oerzen, diabolica avventuriera “ – 1 giugno 1947. Nel campo profughi di Farfa Sabina 450 persone, uomini e donne, di 32 diverse nazionalità attendono dietro un reticolato l’esito di lente pratiche burocratiche

Campo FARFA SABINA , 1 giugno 1947. Qualche tempo fa la cronaca romana si occupò di una celebre spia internazionale arrestata all’aeroporto al suo arrivo in volo dalla Spagna. Una donna, naturalmente. Può una donna accusata di fare la spia essere altrimenti che bellissima, giovane, inquietante, di nobile famiglia? L’arrestata fu descritta così: «Avventuriera, intelligentissima, pericolosissima, dotata di fascino eccezionale, di diabolica scaltrezza, che vive nel mondo equivoco internazionale esercitando lo spionaggio ». (Qualche volta i rapporti di Questura fanno concorrenza alla prosa di Agatha Christie e di Carolina Invernizio). Poi non se ne seppe più nulla; finché un giorno mi dissero: Vada a Farfa a vedere quel campo di concentramento per stranieri e inclassificabili come è il nostro termine “displaced” persone come dicono gli inglesi; ci troverà la giovane, arrestata all’aeroporto, la baronessa Irene von Oerzen.

« E’ una prigione »

E, si, sono venuto a Farfa e ci ho trovato la baronessina. Non c’è che dire, è carina, è giovanissima, ha il sorriso sereno della giovinezza che può aspettare, che ha tanto tempo davanti a se. Ma prima di tutto il lettore vorrà sapere che cos’è questo campo di Farfa. E allora bisognerà rifare un poco storia.

Ci sono in Italia quasi 600 mila stranieri dispersi; gente che per una ragione o per l’altra non vogliono o non possono tornare in patria, che non hanno documenti, che sono sospetti alla polizia nostra e a quella alleata; disertori, soldati polacchi di Andere che hanno sposato donne italiane, cetnici di Mihailovic, ex soldati tedeschi che hanno sposato anche loro donne italiane e vorrebbero solo ottenere la cittadinanza italiana (questa Italia Miserabile, povera, sgangherata, e pure resta sempre la terra promessa, venirci e viverci e morirci è il sogno di transatlantici e di oltramontani); jugoslavi che scappano dal paradiso di Tito e hanno passato il mare in barchetta, ebrei che si urtano alle chiuse frontiere come mosconi contro al vetro finché trovano lo spiraglio e vengono di qua e, poi, riportati oltre confine ritornano disperati, fanatici. Che fare di tutta questa gente? Se ne occupano le polizie, la nostra e quelle straniere, si cerca di rastrellare, di dividerli per nazionalità e provenienza in vari campi di concentramento in attesa che per ognuno di essi sia chiarita l’identità, esaminate le condizioni personali, provveduto un foglio di via o un contratto di lavoro; c’è il campo di Alberobello che ospita tutte donne, c’è quello di Eboli per soldati di Mihailovich, ce n’è uno a Fossoli per i tedeschi; c’è qui a Farfa in Sabina un campo nuovo di zecca.

Sapete dov’è Farfa?

E come no, c’è un celebre monastero più antico di quello di Montecassino, un paesino ricostruito a nuovo dal Conte Volpi di Misurata (quello della Coppa Volpi al Festival del Cinema di Venezia) con botteghe artigiane, certe acque benefiche. Bravi i lettori. Ci si arriva per una campagna mossa di umili colli che hanno in cima un vecchio castello o un paesetto dalle mura color dei pane di guerra, vestiti di ulivi, di faggi, di castagni, di campi di grano, che comincia ad imbiondire. Si lascia da parte l’abbazia, si scende in fondo a una valletta trepida di pioppi attorno a verdi sorgenti(Piscine di Granica); e li si trova il campo, le baracche, gli edifici per la direzione e la guardia armata, un campo di passeggio o di giochi, un muraglione tutto attorno coronato di un reticolato , reticolati fra baracca e baracca e doppi cancelli e garitte per le sentinelle, pali con fanali alti che spandono luce tutta la notte. — E’ una prigione — mi dice il direttore del campo, il dottor Currò, un funzionario amabile, paterno, che fa di tutto per addolcire la pena a questa povera gente; — ma è una prigione, che vuole farci? E hanno la razione viveri delle prigioni, io cerco di migliorargliela come posso, lascio fare cucina ai capi baracca, distribuisco latte ai bambini (vi sono cento “nuclei familiari “, cioè stranieri per lo più tedeschi con moglie italiana e i bambini), chi ha soldi può comprare alla cantina del campo, gli dò tre ore di libera uscita nel prato dei giochi, sempre dentro il reticolato, si capisce; i sessi separati nelle baracche (e doppio reticolato tra una baracca e l’altra), ma durante la libera uscita stiano pure insieme uomini e donne, non possono far nulla di male (ma già alcuni dei reclusi si sono sposati fra loro).

Relitti di 30 nazioni.

Spazzatura relitti di trenta nazioni; ma ci sono fra essi professori, ingegneri, giornalisti e artisti ; come il croato Pietro Svietlosal che ha passato il mare in una barchetta, volendo vedere l’Italia sogno della sua giovinezza, adesso è qui perché lo hanno trovato senza documenti, dipinge tutto il giorno, già vecchio, grigio, ammalato. C’è il legionario fiumano Sgariner tedesco di Croazia, ma fu con D’Annunzio, tira fuori dal portafogli il diploma di legionario fiumano con la firma di D’Annunzio, lo stende a terra, lo legge ad alta voce; poi fa vedere una cicatrice sul petto, ‘”sono iscritto nel libro d’oro di quelli che hanno versato il sangue per l’Italia”, declama. E il calciatore Kovaca che era stato assunto dalla “S.S.Lazio” come mezz’ala e mi fa vedere il contratto che tiene gelosamente nel portafoglio anche lui (tutti fanno ressa attorno ed estraggono carte e lettere e tessere e fotografie dai portafogli sono la loro ricchezza, e sola giustificazione di vita); e l’ing. Isa Skabani albanese, che ha studiato in Italia e vorrebbe andare in Argentina, “hanno tanto bisogno di tecnici laggiù”; a un marinaio austriaco che si è fatto tatuare ed Amburgo, chi sa perché, gesta di eroi della libertà Svizzera, e mostra, a richiesta, il torso istoriato come una vecchia pergamena.

Trentadue nazionalità, austriaci – e – atesini, albanesi, bulgari, canadesi, cinesi, danesi, egiziani, estoni, francesi, tedeschi, greci, inglesi a coloniali britannici, jugoslavi, libici, lituani, olandesi, polacchi, romeni, russi, spagnoli, americani degli Stati Uniti, turchi (fra cui un italiano che cercava di imbarcarsi di frodo per la Turchia), svizzeri, ungheresi, cecoslovacchi, un colombiano che è poi un nero con i capelli candidi, un siriano, uno dell’Honduras,un lussemburghese, un birmano dal cognome rubato a una pellicola di quart’ordine, Tarzan Jungleman, che è poi un siciliano di Agrigento di nome Navarra, che naturalmente non sa una parola di birmano, ma gli inglesi hanno dovuto tenerselo tre mesi a Londra al War Office prima di aver un sospetto che birmano non fosse.

Una bella spia-

Poi le donne; molto, giovani, carine, un gruppetto di austriache che sembrano ragazze di una rivista, biondissime con le spalle bruciate dal sole; stanno a prendersi il sole nude sull’erba attorno alla baracca (uomini, alle finestre della baracca accanto, separata da due reticolati, frammezzo in cui passeggiano le guardie, se le mangiano con gli occhi) alcune prostitute, in una stanza a parte, scontrose; passano il giorno sdraiate sulle brande, non guardano gli uomini, non civettano. E la baronessina Irene. Un paio di pantaloni turchini, una camicetta bianca lavata di fresco, ben pettinata, solida, biondo-chiaro. Questa è la diabolica avventuriera, la bellezza conturbante. Ma piacevole, un ingenuo sorriso. Parla un buon italiano. E’ nata 28 anni fa a Koenisberg ( e come posso tornare a Koenisberg? Adesso è Russia»); la mamma è una von Buelov. Lei una spia? “ Unsinn, una sciocchezza”. Accenna vagamente ad invidia e gelosie ad amici potenti. “Si, sono stata a Madrid, cosa vuol dire?”. “E’ possibile signorina, che l’abbia vista a Estoril? “ Estoril! che cos’è?”. “Quel posto vicino a Lisbona, c’è un casinò di gioco, c’erano tante belle donne durante la guerra “. ”Impossibile. Oh, si, era una bella vita, a Estoril……”. E’ serena, rassegnata e sicura che i suoi amici la tireranno fuori appena sapranno che è qui.Si sta discretamente , ma comincia a far caldo, c’è già afa di giorno sul praticello e ride “ Non si annoia?”. “Certo, ma c’è la libera uscita , si può fare quattro chiacchiere con uno di quei ragazzi (un grappolo di quattro o cinque a una finestra oltre il reticolato doppio e un altro spiazzo di erba arida ne coglie al volo il sorriso) e platonicamente libera .Così bello, così riposante “.

Ricerca Storica Campo profughi Granica di Castelnuovo di Farfa (Rieti) –

A cura di Franco Leggeri– Foto sono dell’Autore-

le foto originali sono di Franco Leggeri

Bibliografia- Ricerca Archivi e Biblioteche varie.

L’ordine pp. 88-89,225-L’Italia Libera del 25 settembre 1943.D.Sensi, “pagine partigiane”, in Corriere Sabino del 15 aprile del 1945. G.Allara, “ Dopo Anziao: la battaglia del Monte Tancia”, in Aa.Vv., La guerra partigiana in Italia, Edizioni Civitas, Roma 1984, pp.66 e 67. Musu-Polito, Roma ribelle, pp. 114-115. Bentivegna-De Simone, Operazione via Rasella pp. 89-90., Roma e Lazio 1930-1950 pp.542,545. Piscitelli, Storia della Resistenza pp.325,326,327.Giuseppe Mogavero- La resistenza a Roma-1943-1945-Massari Editore.

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