lunedì, Luglio 15, 2024
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L’odio contro le minoranze religiose: cosa fare e come prevenirlo. Il convegno di Lirec al Senato

L’odio contro le minoranze religiose: cosa fare e come prevenirlo. Il convegno di Lirec al Senato

Roma – Il Convegno, tenuto l’8 di febbraio, presso la Sala Capitolare del Senato della Repubblica si è aperto con i saluti del Prof. Pietro Nocita, Presidente onorario del Centro Studi, che ha ribadito l’impegno di LIREC per la difesa dei diritti di tutti e il contrasto a qualsiasi forma di odio, specialmente quando oggetto di tale odio sono le minoranze religiose.

Nell’Introduzione la direttrice Raffaella Di Marzio ha sottolineato come, con questa iniziativa, e grazie al sostegno del Sen. Francesco Verducci, il Centro Studi ha inteso dare un ulteriore contributo ai lavori della Commissione straordinaria del Senato per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza, presieduta da Liliana Segre. In questo convegno LIREC ha inteso approfondire, ampliare e aprire un dibattito su alcuni dei temi già affrontati durante i lavori della commissione, segnalare altre tipologie di discorsi di odio e formulare proposte di intervento per la prevenzione del fenomeno.
L’interesse per il convegno è testimoniato dalla presenza di rappresentanze di numerose minoranze: la Chiesa cristiana avventista, l’Associazione Rondine Cittadella della Pace, L’Associazione lo sguardo e la voce, Ananda Assisi, la Chiesa di Scientology, Europa Progresso, l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, la Congregazione cristiana dei Testimoni di Geova, la Federazione delle Famiglie per la Pace Mondiale e l’Unificazione, l’Istituto Buddista Soka Gakkai, la Facoltà pentecostale di Scienze religiose, l’Assemblea Spirituale Nazionale dei bahá’í d’Italia, la Comunità Musulmana Ahmadiyya.
Erano inoltre presenti docenti di queste università: l’Università di Foggia, l’Università per Stranieri di Siena, CNR, Istituto per il lessico intellettuale Europeo e Storia delle idee (ILIESI), l’Università della Tuscia di Viterbo, l’Università di Bari.
Partendo dal significato della locandina del Convegno, che si deve ai grafici del Liceo artistico Donato Bramante di Roma, la direttrice ha chiarito l’obbietivo dell’evento: fornire un contributo utile ad elaborare una strategia comune che raccolga i contributi di istituzioni, società civile e media, con interventi mirati in ambito formativo ed educativo, per conoscere, prevenire o contrastare un fenomeno dilagante che ostacola lo sviluppo di una società pacifica e inclusiva.
I rapporti che giungono al Centro Studi LIREC dall’Italia e dall’estero, registrano la recrudescenza di espressioni d’intolleranza, discorsi di odio e strategie di istigazione all’odio contro minoranze religiose o spirituali, che sono particolarmente colpite dal fenomeno. È ormai un dato di fatto che i discorsi di odio diffusi da media, individui, organizzazioni antisettarie o autorità statali e religiose maggioritarie, creano inevitabilmente i presupposti per la violazione dei più elementari diritti umani, e, in special modo, il diritto alla libertà di religione e convinzione, ma anche quello alla libertà di espressione e associazione.
Il convegno si è aperto con l’intervento del Senatore Francesco Verducci che, riprendendo alcuni aspetti significativi emersi dai lavori della commissione e ribandendo il ruolo determinante della senatrice Liliana Segre come presidente della commissione e testimone vivente delle conseguenze dell’ odio e della violenza perpetrata contro persone del tutto innocenti, ha sottolineato il ruolo importante delle istituzioni e della società nel suo complesso nell’azione congiunta per arginare e prevenire il fenomeno. Ha inoltre illustrato le difficoltà di portare a compimento gli strumenti legislativi adeguati a fornire alle istituzioni gli strumenti per intervenire efficacemente contro coloro che diffondono discorsi di odio e istigano all’odio. Ciò avviene anche a causa del fatto che i media amplificano il fenomeno grazie alla rete e non abbiamo ancora compreso dove ci porterà l’intelligenza artificiale.


Il Convegno si è articolato in tre sessioni.

Nella prima sessione Discorsi di odio: giurisprudenza e diritti di fronte a un fenomeno multiforme, Raffaella Di Marzio ha presentato il rapporto del Centro Studi che si riferisce ai sei anni di attività, basato sull’osservazione e la conoscenza diretta di fatti e testimonianze. Il dato emerso è quello della drammatica diffusione di false informazioni, verità parziali o accuse gravi senza fondamento a danno di numerosi gruppi religiosi o spirituali. LIREC intende dare voce a queste vittime, attraverso le sue attività culturali, di informazione e di dialogo costante con le istituzioni. Successivamente ha fatto alcuni esempi di “bersagli preferiti” di discorsi di odio, che si sono rivolti a LIREC per segnalare episodi anche gravi di attacchi mediatici e di ostilità contro di loro e le loro comunità: la Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova, la Federazione Damanhur, la Chiesa di Scientology, l’Associazione Archeosofica, le Chiese Pentecostali, la Federazione delle Famiglie per la Pace Mondiale e l’Unificazione, l’Istituto Buddista Soka Gakkai, l’Ebraismo progressivo, la Comunità Ramtha,  gruppi e associazioni di praticanti yoga.

Per quanto riguarda l’estero la direttrice ha indicato altri esempi, denunciati anche a livello internazionale: le continue violenze contro gli Ahmadi in Pakistan, gli attentati dinamitardi contro i Testimoni di Geova, di cui uno verificatosi anche in Italia, fortunatamente senza vittime, quelle contro le donne indù e cristiane in Pakistan, le deprogrammazioni in Corea del Sud, di cui sono vittime molte fedeli cristiane della Chiesa di Shincheonji, la feroce persecuzione dei fedeli della Chiesa di Dio Onnipotente in Cina, della Comunità Bahai in Iran, e altre.

L’importanza delle parole che vengono usate contro le minoranze è determinante. Mentre le Nazioni Unite, la Corte Europea dei Diritti Umani, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, l’OSCE e altri organismi internazionali utilizzano terminologie neutre per definire qualunque comunità religiosa o di credo nelle loro dichiarazioni, relazioni o sentenze, i media e gli altri operatori dell’informazione e della comunicazione in Europa, di solito, non seguono questa prassi nei confronti di alcuni movimenti religiosi o di credo che identificano come “sette”, una parola che ha una connotazione molto negativa. Negli ultimi decenni, questa categoria è stata costruita artificialmente per cercare di escludere alcuni gruppi religiosi o di credo dalla protezione dell’articolo 9 della CEDU.

Dopo aver citato i rapporti dell’USCIRF degli anni 2020, 2022 e 2023, nei quali questa organizzazione internazionale denuncia apertamente l’ideologia antisettaria e l’illegalità delle restrizioni antisette in atto in alcuni paesi europei, la direttrice ha affrontato la situazione in Italia. La mancanza di una legge organica che sostituisca quella sui culti ammessi di epoca fascista e la situazione che pone nel nostro paese le minoranze religiose o spirituali in una sorta di piramide che vede al vertice la Chiesa cattolica e in basso le minoranze con intesa, seguite da quelle senza intesa, genera una sorta di percezione collettiva che tende ad attribuire maggiore dignità ad alcune a discapito delle altre. L’opinione pubblica e i media tendono ad amplificare questa sorta di classifica che sembra considerare alcune forme religiose più degne di altre e ingenera sospetti e diffidenza verso gruppi del tutto pacifici e che non violano le leggi, ma che propugnano dottrine e prassi molto diverse da quelle della maggioranza.

L’On. Stefano Ceccanti, Ordinario di Diritto Pubblico Comparato presso la Sapienza Università di Roma e membro del Comitato scientifico di LIREC, ha affrontato il tema dei discorsi di odio contro le minoranze religiose, sottolineando come criticare questi gruppi sia  del tutto lecito, e anche polemizzare apertamente, ma questo atteggiamento deve rimanere sempre condizionato dal rispetto reciproco, altrimenti la critica può diventare un’espressione di odio.


Laura Sabrina Martucci, Docente incaricata di Diritto ecclesiastico presso l’Università degli Studi di Bari e Coordinatore del Master in Terrorismo, prevenzione della radicalizzazione violenta, sicurezza e cybersecurity. Politiche per l’integrazione interreligiosa e interculturale e per la deradicalizzazione, membro del direttivo e del comitato scientifico di LIREC, ha affrontato il tema “Dal fondamentalismo ai discorsi di odio. Matrici religiose ed eversione terroristica”. La sfida di fronte al fenomeno è quella di condurre una lotta contro il discorso d’odio che si basi  su elementi di prova, fornire risposte adeguate al livello di gravità delle sue varie forme, bilanciare la risposta degli Stati con le libertà fondamentali, nel rispetto delle «esigenze di legalità, necessità, proporzionalità rispetto al raggiungimento di fini legittimi». Solo dopo aver assicurato i diritti fondamentali gli Stati possono decidere di imporre restrizioni per legge e misure necessarie alla sicurezza nazionale. Ha, in seguito, chiarito il significato di fenomeni come il fondamentalismo, radicalizzazione e proselitismo che non sono reati fino a quando non si giunga alla divulgazione di discorsi di “pubblica provocazione per commettere reati di terrorismo” religiosamente giustificati.


Pamela Harris, Vice Rettore e Docente di Diritto presso la John Cabot University di Roma e membro del comitato scientifico di LIREC, ha affrontato il tema dell’ “Antigiudaismo e antisionismo e delle politiche delle definizioni dell’antisemitismo”. Ha illustrato in modo critico la definizione di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto sottolineando l’importanza di distinguere e non confondere l’atteggiamento antisionista con quello antisemita.

Nella seconda sessione Il ruolo dei media di fronte alla diffusione dell’hate speech online e offline” la prima relatrice, Alessandra Vitullo, docente di Sociologia della comunicazione presso La Sapienza-Dipartimento SARAS (Laboratorio religioni e mutamento sociale), membro della Rete Nazionale per il Contrasto ai Discorsi e ai Fenomeni d’odio e del comitato scientifico di LIREC, ha presentato un contributo sul tema “Hate speech e uso dei media. Un caso di studio: la narrazione anti-islam in Italia”. La diffusione del discorso d’odio online contro la comunità musulmana si ricollega alle narrative anti-migranti. Ha indicato le 10 tematiche costanti nelle narrazioni antiislam e illustrato i dati sull’islamofobia in otto paesi europei (Belgio, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Portogallo e Regno Unito). I dati emersi dalla ricerca evidenziano come il discorso di odio contro l’islam sia intersezionale, i temi islam/migrazione si sovrappongano e che gli “odiatori” leggono solo i titoli delle notizie e mai i contenuti. In conclusione, la relatrice ha indicato alcune possibili soluzioni riconoscendo come, tuttavia, il confine tra il discorso d’odio e libertà di espressione diventa molto labile in un paese in cui quest’ultimo diritto fa parte dei principi fondativi della democrazia, costituzionalmente garantiti.


Carlo Bartoli, Presidente del Consiglio Nazionale dei Giornalisti, ha ribadito l’importanza, per i professionisti del settore, di contrastare le strategie informative che non rispettano il codice deontologico e l’etica del giornalismo, contribuendo così alla diffusione di discorsi di odio nei riguardi di tutte le minoranze e di altri soggetti o categorie. Il relatore ha espresso preoccupazione per i rigurgiti antisemiti nel nostro Paese e ha affermato che spesso chi si occupa di politica sconfina in una propaganda che diffonde parole di odio  verso chi considera avversario. Ha inoltre parlato del ruolo cruciale del web nella diffusione del fenomeno, di “algoritmi opachi” e dei profitti che provengono dai “click”. Da una parte, quindi l’hate speech è intenzionale, dall’altra è anche un effetto collaterale delle piattaforme. In conclusione il presidente ha affermato che “Il giornalismo deve esser fatto di rispetto alle persone” e “la nostra carta deontologica è molto chiara: il contrasto dell’odio in rete si fa anche attraverso isole riconoscibili libere da hate speech“. Per creare queste “isole” potrebbe essere importante organizzare, in collaborazione con interlocutori preparati come LIREC, “corsi formativi per giornalisti, per avere la giusta attenzione per questi fenomeni”, anche quando “le emergenze della cronaca ci travolgono”, ha concluso.


Silvia Mari, Vice caposervizio dell’Agenzia Dire, ha presentato il lavoro dell’agenzia sulle minoranze religiose chiarendo che cosa vuole comunicare all’opinione pubblica. Ha illustrato il progetto “Donne di fede” condotto in collaborazione con LIREC, nel corso del quale sono state intervistate alcune donne che aderiscono a comunità religiose e spirituali, e sono emerse le criticità relative al ruolo che la donna ha all’interno di queste comunità, una discriminazione che risulta trasversale a tutte, e si verifica anche nelle religioni di maggioranza. La relatrice ha illustrato alcuni casi di disinformazione segnalate dall’Agenzia DIRE e due reportage che riguardano il tema della medicina senza sangue (suscitato dal rifiuto delle trasfusioni per motivi religiosi) e quello del ruolo della fede all’interno del carcere di Bollate, suscitato dall’impegno della Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova all’interno della struttura.

La terza sessione Comprendere per prevenire e contrastare il linguaggio di incitamento all’odio è iniziata con la relazione di Sharizan Shinkuba, psicologa e formatrice di Rondine Cittadella della Pace, che ha espresso la sua testimonianza di persona proveniente da un paese nel quale i conflitti e gli odi tra fazioni sono stati causa di massacri e violenze gravissime e ha descritto la sua esperienza di quella che è la via della pace proposta dal Metodo Rondine. Esso, lavorando con i giovani provenienti da teatri bellici di tutto il mondo, sostiene l’idea che ogni guerra nasca dalla costruzione dell’idea del nemico. In questo modo l’altro, il diverso, smette di essere una persona.  Grazie alla sua esperienza nella comunità, Sharizan Shinkuba ha potuto prendere coscienza del fatto che si può non odiare il proprio nemico e che questa è una responsabilità che ognuno può e deve prendersi. In questo modo è possibile costruire la pace, partendo da se stessi.

Raffaella Petrilli, Docente associata di Filosofia del linguaggio presso l’Università della Tuscia di Viterbo, ha presentato una relazione sul tema “La forma linguistica dell’odio. Conoscerla per imparare a contrastarla”. Nel corso del suo intervento ha chiarito la distinzione tra “polemica” e “hate speech” e ha indicato il processo grazie al quale il limite tra le due forme linguistiche viene superato. Ha poi illustrato i quattro indicatori dell’incitamento all’odio e la distinzione tra l’incitare all’odio e l’odiare. La relatrice ha concluso illustrando i quattro punti del programma di educazione alla cittadinanza.

Domenico Bellantoni, Docente di Psicologia della Religione presso l’Università Pontificia Salesiana di Roma, Psicologo e Psicoterapeuta, responsabile Alta Formazione in Logoterapia e Analisi esistenziale e membro del comitato scientifico di LIREC, ha concluso la sessione con una relazione sulle “Dimensioni psicologiche degli atteggiamenti (e dei discorsi) di odio”. Bellantoni ha citato innanzitutto lo psicologo Allport che ha distinto la religiosità intrinseca ed estrinseca indicando nella religiosità estrinseca l’atteggiamento delle persone che vivono una religiosità solo esteriore. La religiosità intrinseca invece è propria di coloro nei quali la fede diventa un motivo fondante dell’esistenza e produce cambiamenti significativi nella vita individuale e sociale. Il relatore ha sottolineato anche l’importanza di comprendere i conflitti che possono insorgere tra il gruppo con cui le persone si identificano e di cui si sentono membri (in-group), e quello con cui non si identificano (out-group). Entrambe le tipologie di gruppi spiegano la formazione del pregiudizio in quanto, nel contesto socioculturale in cui viviamo, le persone ricercano e ricordano solo le notizie che confermano le loro idee. Questo contribuisce alla chiusura dei gruppi e all’ostilità verso gli altri. In conclusione, il relatore ha affermato che questo modo di agire permette di rivendicare la propria libertà di espressione, ma, di fatto, impedisce agli altri di esercitarla poichè li si fa oggetto di ostilità o discorsi di odio.

Riflessioni conclusive. Gli interventi significativi e interdisciplinari che hanno arricchito l’evento rappresentano un contributo culturale, e propositivo, per cercare di prevenire o mitigare le conseguenze causate dai discorsi di odio, in particolare quando i bersagli sono le minoranze religiose, spirituali o non religiose, di cui il nostro Centro Studi è stato ed è quotidianamente testimone. Dall’ascolto delle vittime emerge la gravità delle conseguenze che la diffusione di informazioni infamanti ha avuto sulla vita di singoli e comunità. Per fare alcuni esempi: alcune comunità si sono estinte o il numero di fedeli è drasticamente diminuito; ci sono persone che non sono state assunte o sono state licenziate, dopo che i loro datori di lavoro hanno appreso dai media che il gruppo che frequentavano era una “setta”, mentre altre non sono riuscite a reperire un alloggio o hanno dovuto abbandonare quello in cui abitavano; i figli di persone indicate dai media come “capi o membri di una setta” sono stati mobbizzati a scuola dai loro compagni e isolati durante le manifestazioni scolastiche; all’interno delle famiglie l’appartenenza di uno dei membri a un gruppo definito “setta” ha generato conflitti spesso molto gravi. Infine, l’effetto forse più grave: la perdita di dignità di coloro che sono stati giudicati non in grado di esercitare la loro autodeterminazione e di fare scelte libere perché “membri di una setta” e quindi sicuramente “plagiati”. Le vittime che vivono questo stigma difficilmente riescono a superare i danni, anche psicologici, che ne derivano.

La nostra missione è quella di vigilare costantemente perché non cada il silenzio sulle violazioni dei diritti e delle vite di tutte le vittime e cerchiamo, con il nostro impegno, di prevenire la violenza promuovendo la conoscenza e il rispetto per tutti gli esseri umani senza alcuna distinzione.

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