martedì, Aprile 23, 2024
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Regno delle Due Sicilie: la storia scritta dai vincitori

CHIETI – Approfondendo alcuni aspetti del  Regno delle Due Sicilie, ed in particolare degli ultimi anni che portarono all’esilio dal Re Borbone e all’annessione del meridione al Regno d’Italia, ho riascoltato diverse canzoni neoborbobiche e duesiciliane, tra le quali “Brigante se More” di Eugenio Bennato (1979). 

In questa canzone, ispirata a un canto della tradizione nazionalpopolare, quelli che sono passati alla storia, scritta dai nemici vincitori, come “briganti” (in realtà i patrioti duesiciliani che hanno combattuto per l’indipendenza del regno del Sud dallo Stato Italiano),  raccontano le ragioni della loro lotta, la situazione di terrore che si viveva nei territori del Regno delle Due Sicilie invaso da un esercito che il popolo considerava straniero, e le violenze e angherie compiute dalle forze armate dei Savoia, piu comunemente detti “i Piemontesi”.

 Della canzone esiste la versione originale che si intitola “Libertà” che  recita alla seconda strofa “nuje cumbattime pe’o rre Burbone…’a terra nostra nun s’adda tucca”.

 Invece nella stessa strofa la canzone di Eugenio Bennato, influenzata dal meridionalismo in chiave moderna che certe forze politiche, soprattutto di Sinistra hanno cavalcato fra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento recita: “nun ce ne fotte d’ ‘o rre Burbone… ‘a terra è a nostra e nun s’adda tucca”. 

Altra differenza fra il brano tradizionale e la versione moderna di Bennato è nell’ultima strofa dove la versione originale dice “e na preghiera per sta libertà”, mentre il testo del cantautore dice “e na bestemmia per sta libertà”. 

Tuttavia Bennato ha sempre rivendicato la piena paternità della canzone, ma negli ambienti tradizionalisti duesiciliani ritengono che lui abbia rielaborato un antico inno dei briganti meridionali filo borbonici. In merito, c’è da dire che, in ogni caso, la eccezionale forza emotiva della canzone di Bennato la rende così coinvolgente da onorare, riscattare moralmente un Meridione tradito, vilipeso e straziato dall’annessione forzata.

A tal proposito, ad onor del vero, bisogna dire che all’epoca, il Regno delle Due Sicilie era mezza Italia, dal basso Lazio, all’Abruzzo fino alla Sicilia compresa, ed era uno Stato florido come ben ricorda la canzone “Al Sud” di Povia: “C’era una volta il Regno delle Due Sicilie, Che era tutto il Sud Italia, dall’Abruzzo e dal basso Lazio in giù, Compresa la Sicilia, potenza industriale e militare, il sud era ricco, Ma poi venne Garibaldi, Fece l’Unità d’Italia e il Sud divenne povero e cadde a picco”.

La mia terra l’Abruzzo, ad esempio, era amministrativamente diviso in Abruzzo Citra con capoluogo Chieti e Abruzzo Ultra  con capoluogo L’Aquila. 

Il 20 marzo 1861 viene proclamata l’unità d’Italia, mentre l’esercito borbonico resiste ancora nella Fortezza di Civitella del Tronto vicino Teramo, sull’attuale confine fra Marche e Abruzzo, all’epoca fra Stato Pontificio e Regno delle Due Sicilie. 

Se l’impresa, ironeamente detta dei “Mille”, di Giuseppe  Garibaldi (una sorta di capitano di ventura mazziniano e liberale al soldo dei Savoia, ricercato nei due mondi), fu pressoché una cavalcata trionfale che da Marsala lo ha portato a Napoli rapidamente (11 maggio 1860 – 6 settembre 1860) con l’ausilio di uomini e mezzi forniti dai circoli liberali e massonici, soprattutto inglesi e statunitensi di cui la storiografia risorgimentalista  non parla, tutt’altro che una passeggiata è stata l’occupazione dell’esercito del Regno di Sardegna dei Savoia nei territori di Francesco II delle Due Sicilie al centrosud, vista dal popolo non come una liberazione dal giogo assolutistico di un sovrano straniero, ma come una vera invasione e violenza ai danni del popolo, compiuta da un esercito (questo veramente) straniero, con una annessione avvenuta tramite plebisciti farsa e l’uso della forza (un decennio di guerra civile 1860/1870 con centinaia di migliaia di morti, conclusosi solo con l’occupazione di Roma da parte dei bersaglieri 20 settembre 1870, dove c’era la corte in esilio di Francesco II che appoggiava le bande dei patrioti che avevano spesso nei conventi e nelle chiese i loro punti di appoggio logistici e di propaganda).

 In realtà, i sovrani Borbone Due Sicilie erano sicuramente più italiani dei Savoia nella cui corte si parlava il Francesce.

L’ultimo Re Borbone Francesco II, dopo il 13 febbraio 1861, dalla fortezza di Gaeta dove resisteva, andò in esilio prima della proclamazione dell’Unità d’Italia, inizialmente a Roma, poi fra Parigi e Vienna, a Possenhofen in Germania, sul lago di Starnberg, e infine nel Trentino ad Arco (dove il Re Borbone gravemente malato di diabete andava a fare le cure termali ospite del palazzo principesco del Duca Alberto, fratello della consorte) territorio allora degli Asburgo, al cui Casato Imperiale apparteneva la regina consorte Maria Sofia di Wittelsbach.

Francesco II, morì il 27 dicembre 1894, sepolto nella Collegiata dell’Assunta di Arco, le sue spoglie sono state riportate a Napoli con tutti gli onori nel 1984, dove riposano nel “pantheon” dei Borboni, nella Basilica di Santa Chiara. 

L’ultimo sovrano dei Borboni, ha vissuto 33 anni di esilio non navigando nell’oro, poiché non ha mai abdicato ufficialmente, continuando a sperare di riavere il suo regno, nonostante le sue proprietà fossero state confiscate e non le avrebbe riavute dallo Stato Italiano  se non rinunciando alla corona Due Sicilie. 

Ma, la storia sarebbe potuta andare diversamente e una serie di congiunture positive hanno favorito i Savoia:

– La morte prematura del padre del giovanissimo Francesco II, il Re Ferdinando II, il 22 maggio 1859 a solo 49 anni. Chissà cosa direbbe “Se Tornasse Ferdinando”  (titolo di una canzone di Valerio  Minicillo) davanti a tale scempio; 

– Le sconfitte militari austriache con la Prussia che stava facendo l’unificazione tedesca (1867-71) e le frizioni della corte di Vienna con le altre minoranze nazionali presenti nell’impero sovrannazionale degli Asburgo che dopo il collasso del Sacro Romano Impero (6 agosto 1806), aveva dei grossi problemi di ordine interno che portarono alla denominazione Impero d’Austria nel 1804 e infine Impero Austro – Ungarico nel 1867, fino al collasso definitivo dell’impero dopo la Prima Guerra Mondiale; 

– La  proclamazione del Reich tedesco (il 18 Gennaio 1871 nella Sala degli Specchi di Versailles a Parigi) sconfiggendo la Francia di Napoleone III che difendeva lo Stato Pontificio.

Le cose non sarebbero andate probabilmete come sono andate. 

Il piccolo regno dei Savoia, foraggiato dalla anglosfera, dal capitalismo internazionale che ancora oggi finanzia le guerre indirettamente in tutto il mondo che opprimono i popoli,  non avrebbe mai potuto invadere gli altri Stati italiani preunitari, figurarsi il Regno delle Due Sicilie che era all’epoca una potenza industriale, commerciale e navale con diversi primati mondiali. Probabilmente, in Italia sarebbe sorto uno Stato federale con gli Stati Uniti d’Italia o la Confederazione degli Stati Italiani, come avvenuto in Germania, dove il Reich manteneva l’indipendenza dei singoli territori,  in Gran Bretagna dove restano formalmente i regni pre unitari, negli Stati Uniti d’America e in Spagna, dove inizialmente lo Stato Nazione è sorto con l’unione matrimoniale delle corone di Castiglia ed Aragona. La storia insegna che gli Stati che nel loro interno mantengono le autonomie locali, hanno sempre avuto una grande e vincente politica estera come la Res Publica Romana che dopo la Guerra Civile del 90 – 88 a.e.c., e la concessione della cittadinanza agli Italici, ha portato avanti una politica di espansione militare imperiale,  o come la Gran Bretagna dal 1707, dopo la unificazione della corona scozzese con quella inglese, oppure come la Spagna e la sua politica di egemonia imperiale dopo il 1469.

L’Italia invece esordisce nel consesso delle potenze internazionali con un decennio di immobilismo proprio per la guerra civile che deflagra nel sud del paese e la prima conquista coloniale italiana ci sarà solo nel 1890 e sarà l’Eritrea. 

In ogni caso, con un assetto politico della penisola italica più rispettoso delle identità locali calpestate dal modello statale giacobino,  filo francese tipico del Piemonte, poi passato a tutta l’Italia,  avremmo evitato tanti morti e lo spreco di tante risorse. e non sarebbe nata la “Questione Meridionale”, titolo anche della omonima canzone di Valerio Minicillo . Ma è fanta – storia, d’altronde la storia non si fa ne con i se ne con i ma….però i Borbone Due Sicilie sono ancora, secondo il diritto nobiliare, i legittimi sovrani delle Due Sicilie. 

Cristiano Vignali