un ballo in maschera

Anticipazioni TV

Anticipazioni per “Un ballo in maschera” di Verdi del 10 settembre alle 7.45 su Rai 5: dal Teatro Regio di Torino

Anticipazioni per “Un ballo in maschera” di Giuseppe Verdi del 10 settembre alle 7.45 su Rai 5: diretto da Renato Palumbo per la regia di Lorenzo Mariani dal Teatro Regio di Torino – Per la grande Musica Lirica in TV oggi mercoledì 10 settembre alle 7.45 su Rai 5 andrà in onda “Un ballo in maschera” di Giuseppe Verdi: diretto da Renato Palumbo per la regia di Lorenzo Mariani dal Teatro Regio di Torino.

Interpretazione di Gregory Kunde, Oksana Dyka, Marianne Cornetti, Gabriele Viviani e Serena Gamberoni nell’allestimento andato in scena nel 2013.

Un ballo in maschera è un’opera di Giuseppe Verdi su libretto di Antonio Somma, la cui fonte è il libretto di Eugène Scribe per Daniel Auber Gustave III, ou Le Bal masqué (1833).

Frutto della giovane amicizia con Antonio Somma, nata durante il periodo della Traviata, l’opera prende spunto dal dramma francese Gustave III, ou Le Bal masqué, libretto che Eugène Scribe scrisse per Daniel Auber nel 1833. Prima di essere rappresentata la prima volta al Teatro Apollo di Roma il 17 febbraio 1859, quest’opera dovette subire numerose modifiche dettate dalla censura prima borbonica e poi pontificia.[1]

Fu nella primavera del 1856 che Verdi iniziò a prendere contatto con Vincenzo Torelli, l’allora giornalista e segretario della direzione del San Carlo, proponendogli un soggetto del tutto nuovo: un Re Lear di Shakespeare, cui aveva iniziato a lavorare in quel periodo insieme a Somma, ma che non concretò mai a causa dell’incertezza del maestro sulla compagnia teatrale e sullo stesso soggetto. Fu firmato comunque un contratto per la stagione teatrale del Carnevale del ‘57-‘58, dando così modo a Verdi di continuare i suoi lavori (tra cui il Simon Boccanegra per la Fenice di Venezia). Ma non fu facile trovare un altro soggetto da musicare: entro giugno bisognava presentare un compendio dell’argomento scelto. Nelle lettere di Verdi a Torelli si parla di diversi drammi: “Avrei amato fare il Ruy Blas; ma avete ragione, non conviene fare la parte brillante a Coletti, d’altra parte non avrebbe potuto fare la parte del protagonista”.[2] E ancora:«La mia attenzione erasi fermata sopra un dramma molto bello ed interessante: Il Tesoriere del re D. Pedro, che feci subito tradurre; ma, nel farne lo schizzo per ridurlo a proporzioni musicabili, vi ho trovato tali inconvenienti da deporne il pensiero. Ora sto riducendo un dramma francese, Gustavo III di Svezia, libretto di Scribe, e fatto all’Opéra or sono più di vent’anni».[3]

Fu quest’ultimo al quale Verdi scelse di lavorare, in accordo con la direzione del teatro.[4]

Nell’ottobre del 1857 Somma e Verdi si misero quindi al lavoro, lavorando al libretto e alla musica e rifacendosi (con opportune modifiche) al lavoro di Scribe ed Auber, ma quando furono mandati i primi abbozzi Torelli si affrettò ad avvisare il maestro che la censura avrebbe chiesto molti cambiamenti. Verdi giudicò discutibili tutte le richieste, soprattutto lo spostamento all’indietro di cinque o sei secoli dell’epoca in cui ambientarla; eppure a gennaio, dopo essere giunto a Napoli, riuscì con Somma a presentare un libretto con un nuovo titolo: Una Vendetta in Domino, cambiando il re in duca di Pomerania e trasportando l’azione un secolo indietro.[5]

Ma con l’attentato a Napoleone III, avvenuto il 14 gennaio ad opera di Felice Orsini, tutto il lavoro fu di nuovo giudicato inadatto. La direzione del San Carlo decise quindi di muoversi autonomamente facendo modificare il titolo e gran parte del contenuto del libretto, denominato ora Adelia degli Adimari, ad un librettista anonimo (si suppone fosse Domenico Bolognese, l’allora poeta ufficiale del teatro). Appresa la notizia, Verdi decise di sciogliersi dal contratto ancor prima di aver visionato il nuovo lavoro; la direzione gli fece causa ed egli rispose con una querela per danni. Il tutto si dovette risolvere in tribunale. Doveroso citare una parte fondamentale del memorandum che il maestro scrisse per difendersi:«La Vendetta in Domino si compone di 884 versi: ne sono stati cambiati 297 nell’Adelia, aggiunti molti, tolti moltissimi. Domando inoltre se nel dramma dell’Impresa esiste come nel mio
Il titolo? – No.
Il poeta? – No.
L’epoca? – No.
Località? – No.
Caratteri? – No.
Situazioni? – No.
Il sorteggio? – No.
Festa da ballo? – No.
Un Maestro che rispetti l’arte sua e se stesso non poteva né doveva disonorarsi accettando per subbietto d’una musica, scritta sopra ben altro piano, codeste stranezze che manomettono i più ovvii principii della drammatica e vituperano la coscienza dell’artista
».[6]

Dopo mesi si giunse ad un accordo: la direzione ritrattò le accuse e in cambio Verdi mise in scena al San Carlo una ripresa del Simon Boccanegra il 30 novembre del ’58.[7]

Ma il desiderio di mettere in scena la sua opera spinse il maestro a prendere contatto con l’impresario del teatro Apollo di Roma, Vincenzo Jacovacci, il quale fu ben lieto della notizia, ma preannunciò che l’opera avrebbe dovuto subire qualche cambiamento per la censura. Somma esortò Verdi a lasciar perdere e a dare il libretto a Milano dove sarebbe passato indenne in teatro, ma per il maestro bisognava dare uno «schiaffo» al teatro napoletano, mettendo in scena l’opera «quasi sulle porte di Napoli e far vedere che anche la censura di Roma ha permesso questo libretto».[8]

Fu così che l’opera passò nelle mani dei romani e riuscì ad andare in scena senza troppe variazioni il 17 febbraio del 1859, pur con qualche malcontento degli autori. Somma dovette accettare suo malgrado le disposizioni della censura ma si rifiutò di far pubblicare il libretto col suo nome; Verdi si dovette accontentare dei membri del cast che il teatro poteva permettersi e ne rimase alquanto deluso, ad eccezione di Gaetano Fraschini e Leone Giraldoni.[9]

Trama

L’azione si svolge a Boston alla fine del XVII secolo.

Atto I

Quadro I: palazzo del governatore a Boston

Il Conte Riccardo è il saggio e illuminato governatore della colonia inglese del Massachusetts sotto il regno di Carlo II. La scena si apre nel suo palazzo, dove il Conte riceve una serie di notabili tra i quali, ben nascosto, si cela un piccolo gruppo di congiurati guidati da Samuel e Tom, che sta tramando contro di lui. Intanto il fido paggio Oscar si occupa dei preparativi di un ballo in maschera che di lì a qualche giorno sarà ospitato nel palazzo e porge al Conte una lista degli invitati tra i quali figura Amelia, moglie del creolo Renato, segretario ed amico carissimo di Riccardo. Questi ama segretamente la donna, ma è troppo fedele al proprio amico per tentare di sedurla. Successivamente un giudice chiede a Riccardo di firmare l’atto di condanna all’esilio della maga Ulrica, ma Oscar tenta di dissuaderlo poiché la donna potrebbe vendicarsi facendo ricorso alle sue arti; il governatore, scettico, decide di recarsi travestito da pescatore nel suo antro.

Quadro II: l’abituro della maga Ulrica

Ulrica, al termine di un rituale, diventa consapevole che qualcosa di molto grave sta per accadere. Arriva Riccardo travestito da pescatore e accompagnato da Oscar e da un gruppo di amici; per mettere alla prova le capacità magiche di Ulrica, il governatore fa predire a turno la ventura di ciascuno di loro, per burlarsi di lei realizzando immediatamente i vaticini con degli astuti stratagemmi. A un certo punto giunge una donna che chiede di essere ricevuta da sola: si tratta di Amelia, la quale, divisa fra l’amore e il dovere coniugale, chiede alla maga una pozione che le renda la pace perduta. Ulrica le consiglia di recarsi a mezzanotte in un campo malfamato nei dintorni di un cimitero, dove potrà raccogliere un’erba magica. Riccardo, di nascosto, ascolta la confessione di Amelia e gioisce nel sapere che la donna ricambia il suo amore. Una volta andata via Amelia è Riccardo stesso a farsi predire il futuro. La maga riconosce la sua nobiltà sotto mentite spoglie, e gli fa una profezia infausta: tra i suoi amici ce n’è uno o più d’uno che tramano contro la sua vita; colui che lo ucciderà sarà anche la prima persona che gli stringerà la mano. Riccardo, per ulteriore dileggio, si aggira tra i presenti chiedendo loro di stringergli la mano, ma nessuno osa farlo. L’arrivo di Renato e la sua amichevole stretta di mano sembrano tuttavia fugare ogni dubbio: Riccardo dichiara che questi è il suo amico più fidato, e non oserà mai ucciderlo. A quel punto Riccardo rivela la sua vera identità a Ulrica e le concede la grazia e la invita ad ammettere che sia una ciarlatana; la maga, pur riconoscente nei suoi confronti, non può ritirare il vaticinio.

Atto II

Campo malfamato nei dintorni del cimitero di Boston

Amelia si è recata di notte presso il cimitero, nel campo indicatole da Ulrica, per raccogliere l’erba magica; mentre la cerca, piange il suo amore disgraziato. Riccardo la raggiunge e, durante un colloquio serrato, le strappa la confessione del suo amore. La passione sta per travolgere i due innamorati, quando di lontano si vede sopraggiungere Renato, sulle tracce dei congiurati che stanno per tendere un agguato al Conte. Renato non riconosce la moglie, che si è coperta il volto con un velo, ed esorta l’amico a fuggire. Riccardo accetta dopo aver ottenuto da Renato la solenne promessa che riaccompagnerà la donna velata fino alle porte della città, senza mai rivolgerle la parola. Sopraggiungono i congiurati che, delusi nel trovare il segretario in luogo del governatore, vorrebbero vendicarsi uccidendo la sua misteriosa amante. Renato si oppone mettendo la mano alla spada e Amelia, per evitare il duello, lascia cadere il velo. La vista della moglie lascia Renato impietrito e desta l’ilarità nei congiurati, che scherzano pesantemente sulla situazione. Renato decide di lavare quest’onta col sangue di Riccardo, così convoca i congiurati nella sua casa per allearsi con loro e favorire l’uccisione del Conte. Quindi riconduce Amelia in città, non prima di averla minacciata di morte.

Atto III

Studio del governatore di Boston

Al sorgere del nuovo giorno Renato affronta Amelia e le dice che solo il sangue potrà lavare l’onta. La donna accetta il suo destino ma implora Renato di poter abbracciare per un’ultima volta loro figlio: nel vedere quella scena straziante, Renato decide di non uccidere sua moglie, ma solo Riccardo. Poco dopo Samuel e Tom, i congiurati, giungono a casa di Renato, ancora stupefatti del cambio repentino dell’uomo, che conferma di voler partecipare all’attentato. Si tira a sorte chi dovrà vibrare il colpo fatale e Amelia è costretta a estrarre il nome dell’assassino: il prescelto è Renato. Successivamente giunge Oscar con l’invito per il ballo in maschera, e Renato afferma che vi andrà assieme ad Amelia, la quale, avendo compreso le intenzioni del marito, tenterà in ogni modo di salvare il suo amato. Nel frattempo Riccardo, meditando nel suo studio sulla fedeltà di Renato, ha deciso di rinunciare ad Amelia ed intende rimpatriare Renato in Inghilterra assieme alla moglie: mentre firma il decreto arriva Oscar con un biglietto consegnatogli da una donna misteriosa, ove sta scritto che durante il ricevimento la sua vita sarà messa in pericolo. Riccardo decide di presenziare comunque al ballo per rivedere un’ultima volta la sua amata. Il ballo in maschera ha dunque inizio: Renato tenta di capire quale sia il travestimento di Riccardo, e con uno stratagemma riesce a carpire l’informazione da Oscar. Nel frattempo Riccardo viene avvicinato da Amelia, che lo implora di fuggire. Riccardo rifiuta, ma le confessa di aver firmato l’ordine per la sua partenza. Mentre si accingono all’addio, giunge Renato e pugnala a tradimento il Conte. Oscar accusa Renato del delitto ma il Conte, agonizzante, fa liberare l’amico e, fattolo avvicinare, gli confessa di aver amato Amelia ma di averne rispettato l’onore, e gli mostra il dispaccio firmato. Mentre Renato contempla le conseguenze dell’erronea vendetta, Riccardo muore, pianto da tutti i presenti.

Brani celebri

  • Volta la terreacanzone di Oscar (atto I)
  • Re dell’abisso, affrettati, romanza di Ulrica (atto I)
  • Ecco l’orrido campo, romanza di Amelia (atto II)
  • Teco io sto, duetto tra Riccardo e Amelia (atto II)
  • Eri tu che macchiavi quell’anima Aria di Renato Scena I (atto III)
  • Morrò – ma prima in grazia, romanza di Amelia (atto III)
  • Forse la soglia attinse – Riccardo – Scena V (atto III)
  • Ma se m’è forza perderti Aria di Riccardo (atto III)
  • Saper vorreste, canzone di Oscar (atto III)

Foto interna: https://www.rai.it/ufficiostampa/assets/template/us-articolo.html?ssiPath=/articoli/2021/04/Su-Rai5-canale-23-una-settimana-allopera-57601ec9-7ecb-41ac-836c-c0ca57b6a9fc-ssi.html

Foto esterna: https://www.raiplay.it/programmi/unballoinmascherateatroregioditorino/un-ballo-in-maschera-teatro-regio-di-torino-plr-puntate-block/un-ballo-in-maschera-teatro-regio-di-torino-plr-puntate-set

Anticipazioni TV

Anticipazioni per “Un ballo in maschera” di Verdi del 26 luglio alle 10 su Rai 5: dal Regio di Parma

Anticipazioni per “Un ballo in maschera” di Giuseppe Verdi del 26 luglio alle 10 su Rai 5: diretto da Roberto Abbado per la regia di Graham Wick dal Teatro Regio di Parma – Per la grande Musica Lirica in TV oggi sabato 26 luglio alle 10 andrà in onda su Rai 5 l’opera “Un ballo in maschera” di Giuseppe Verdi. È lo spettacolo che il grande regista inglese Graham Vick, recentemente scomparso, avrebbe realizzato per inaugurare il XXI Festival Verdi di Parma e che è stato portato in scena da Jacopo Spirei lo scorso 24 settembre al Teatro Regio di Parma. È Un ballo in maschera (Gustavo III) di Giuseppe Verdi, diretto per la prima volta da Roberto Abbado – Direttore musicale del Festival dal 2018 e per l’occasione alla guida della Filarmonica Arturo Toscanini – che Rai Cultura propone in prima visione giovedì 14 ottobre alle 21.15 su Rai5. L’opera è nell’edizione con il libretto ad ambientazione svedese, così come concepito da Verdi per il debutto a Roma, prima che i censori pontifici imponessero la trasposizione della vicenda nella Boston coloniale. 

Il cast è capitanato da due grandi voci verdiane come quelle di Piero Pretti (Gustavo III) e Anna Pirozzi (Amelia). Insieme a loro sul palcoscenico Amartuvshin Enkhbat (al debutto nella parte del Conte Gian Giacomo di Anckastrom), Anna Maria Chiuri (Ulrica), Giuliana Gianfaldoni, (al debutto come Oscar e per la prima volta al Festival Verdi), Fabio Previati (Cristiano), Fabrizio Beggi (Ribbing), Carlo Cigni (Dehorn), Cristiano Olivieri (Ministro di Giustizia) e Federico Veltri (Un servo del Conte). Costumi e scene sono a cura di Richard Hudson; le luci di Giuseppe Di Iorio, i movimenti coreografici di Virginia Spallarossa. Il Coro del Teatro Regio di Parma è preparato da Martino Faggiani. L’edizione critica della partitura è stata realizzata da Ilaria Narici con la collaborazione di Andreas Giger.

«Oggi mi trovo qui a Parma a scrivere di uno spettacolo che era suo ed invece è diventato mio» – dice il regista Jacopo Spirei – «Quello che vedrete è il risultato della nostra, per così dire, ultima collaborazione, ho raccolto il progetto dove lui lo ha lasciato e l’ho portato in fondo. È uno spettacolo di Vick? No. È uno spettacolo di Spirei? Nemmeno. Questo è un gioco del destino, uno scherzo o una follia, è la prova di due artisti che, come Re Gustavo, non hanno mai temuto il pericolo, il mettersi in prima linea per cambiare il mondo che ci sta intorno; uniti nella certezza che il teatro e soprattutto il teatro d’opera sia strumento di cambiamento individuale e sociale».

Un ballo in maschera è un’opera di Giuseppe Verdi su libretto di Antonio Somma, la cui fonte è il libretto di Eugène Scribe per Daniel Auber Gustave III, ou Le Bal masqué (1833). Frutto della giovane amicizia con Antonio Somma, nata durante il periodo della Traviata, l’opera prende spunto dal dramma francese Gustave III, ou Le Bal masqué, libretto che Eugène Scribe scrisse per Daniel Auber nel 1833. Prima di essere rappresentata la prima volta al Teatro Apollo di Roma il 17 febbraio 1859, quest’opera dovette subire numerose modifiche dettate dalle disposizioni della censura prima borbonica e poi pontificia.[1]

Fu nella primavera del 1856 che Verdi iniziò a prendere contatto con Vincenzo Torelli, l’allora giornalista e segretario della direzione del San Carlo, proponendogli un soggetto del tutto nuovo: un Re Lear di Shakespeare, cui aveva iniziato a lavorare in quel periodo insieme a Somma, ma che non concretò mai a causa dell’incertezza del maestro sulla compagnia teatrale e sullo stesso soggetto. Fu firmato comunque un contratto per la stagione teatrale del Carnevale del ‘57-‘58, dando così modo a Verdi di continuare i suoi lavori (tra cui il Simon Boccanegra per la Fenice di Venezia). Ma non fu facile trovare un altro soggetto da musicare: entro giugno bisognava presentare un compendio dell’argomento scelto. Nelle lettere di Verdi a Torelli si parla di diversi drammi: “Avrei amato fare il Ruy Blas; ma avete ragione, non conviene fare la parte brillante a Coletti, d’altra parte non avrebbe potuto fare la parte del protagonista”.[2] E ancora:«La mia attenzione erasi fermata sopra un dramma molto bello ed interessante: Il Tesoriere del re D. Pedro, che feci subito tradurre; ma, nel farne lo schizzo per ridurlo a proporzioni musicabili, vi ho trovato tali inconvenienti da deporne il pensiero. Ora sto riducendo un dramma francese, Gustavo III di Svezia, libretto di Scribe, e fatto all’Opéra or sono più di vent’anni».[3]

Fu quest’ultimo al quale Verdi scelse di lavorare, in accordo con la direzione del teatro.[4]

Nell’ottobre del 1857 Somma e Verdi si misero quindi al lavoro, lavorando al libretto e alla musica e rifacendosi (con opportune modifiche) al lavoro di Scribe ed Auber, ma quando furono mandati i primi abbozzi Torelli si affrettò ad avvisare il maestro che la censura avrebbe chiesto molti cambiamenti. Verdi giudicò discutibili tutte le richieste, soprattutto lo spostamento all’indietro di cinque o sei secoli dell’epoca in cui ambientarla; eppure a gennaio, dopo essere giunto a Napoli, riuscì con Somma a presentare un libretto con un nuovo titolo: Una Vendetta in Domino, cambiando il re in duca di Pomerania e trasportando l’azione un secolo indietro.[5]

Ma con l’attentato a Napoleone III, avvenuto il 14 gennaio ad opera di Felice Orsini, tutto il lavoro fu di nuovo giudicato inadatto. La direzione del San Carlo decise quindi di muoversi autonomamente facendo modificare il titolo e gran parte del contenuto del libretto, denominato ora Adelia degli Adimari, ad un librettista anonimo (si suppone fosse Domenico Bolognese, l’allora poeta ufficiale del teatro). Appresa la notizia, Verdi decise di sciogliersi dal contratto ancor prima di aver visionato il nuovo lavoro; la direzione gli fece causa ed egli rispose con una querela per danni. Il tutto si dovette risolvere in tribunale. Doveroso citare una parte fondamentale del memorandum che il maestro scrisse per difendersi:«La Vendetta in Domino si compone di 884 versi: ne sono stati cambiati 297 nell’Adelia, aggiunti molti, tolti moltissimi. Domando inoltre se nel dramma dell’Impresa esiste come nel mio
Il titolo? – No.
Il poeta? – No.
L’epoca? – No.
Località? – No.
Caratteri? – No.
Situazioni? – No.
Il sorteggio? – No.
Festa da ballo? – No.
Un Maestro che rispetti l’arte sua e se stesso non poteva né doveva disonorarsi accettando per subbietto d’una musica, scritta sopra ben altro piano, codeste stranezze che manomettono i più ovvii principii della drammatica e vituperano la coscienza dell’artista
».[6]

Dopo mesi si giunse ad un accordo: la direzione ritrattò le accuse e in cambio Verdi mise in scena al San Carlo una ripresa del Simon Boccanegra il 30 novembre del ’58.[7]

Ma il desiderio di mettere in scena la sua opera spinse il maestro a prendere contatto con l’impresario del teatro Apollo di Roma, Vincenzo Jacovacci, il quale fu ben lieto della notizia, ma preannunciò che l’opera avrebbe dovuto subire qualche cambiamento per la censura. Somma esortò Verdi a lasciar perdere e a dare il libretto a Milano dove sarebbe passato indenne in teatro, ma per il maestro bisognava dare uno «schiaffo» al teatro napoletano, mettendo in scena l’opera «quasi sulle porte di Napoli e far vedere che anche la censura di Roma ha permesso questo libretto».[8]

Fu così che l’opera passò nelle mani dei romani e riuscì ad andare in scena senza troppe variazioni il 17 febbraio del 1859, pur con qualche malcontento degli autori. Somma dovette accettare suo malgrado le disposizioni della censura ma si rifiutò di far pubblicare il libretto col suo nome; Verdi si dovette accontentare dei membri del cast che il teatro poteva permettersi e ne rimase alquanto deluso, ad eccezione di Gaetano Fraschini e Leone Giraldoni.[9]

Trama

L’azione si svolge a Boston alla fine del XVII secolo.

Atto I

Quadro I: palazzo del governatore a Boston

Il Conte Riccardo è il saggio e illuminato governatore della colonia inglese del Massachusetts sotto il regno di Carlo II. La scena si apre nel suo palazzo, dove il Conte riceve una serie di notabili tra i quali, ben nascosto, si cela un piccolo gruppo di congiurati guidati da Samuel e Tom, che sta tramando contro di lui. Intanto il fido paggio Oscar si occupa dei preparativi di un ballo in maschera che di lì a qualche giorno sarà ospitato nel palazzo e porge al Conte una lista degli invitati tra i quali figura Amelia, moglie del creolo Renato, segretario ed amico carissimo di Riccardo. Questi ama segretamente la donna, ma è troppo fedele al proprio amico per tentare di sedurla. Successivamente un giudice chiede a Riccardo di firmare l’atto di condanna all’esilio della maga Ulrica, ma Oscar tenta di dissuaderlo poiché la donna potrebbe vendicarsi facendo ricorso alle sue arti; il governatore, scettico, decide di recarsi travestito da pescatore nel suo antro.

Quadro II: l’abituro della maga Ulrica

Ulrica, al termine di un rituale, diventa consapevole che qualcosa di molto grave sta per accadere. Arriva Riccardo travestito da pescatore e accompagnato da Oscar e da un gruppo di amici; per mettere alla prova le capacità magiche di Ulrica, il governatore fa predire a turno la ventura di ciascuno di loro, per burlarsi di lei realizzando immediatamente i vaticini con degli astuti stratagemmi. A un certo punto giunge una donna che chiede di essere ricevuta da sola: si tratta di Amelia, la quale, divisa fra l’amore e il dovere coniugale, chiede alla maga una pozione che le renda la pace perduta. Ulrica le consiglia di recarsi a mezzanotte in un campo malfamato nei dintorni di un cimitero, dove potrà raccogliere un’erba magica. Riccardo, di nascosto, ascolta la confessione di Amelia e gioisce nel sapere che la donna ricambia il suo amore. Una volta andata via Amelia è Riccardo stesso a farsi predire il futuro. La maga riconosce la sua nobiltà sotto mentite spoglie, e gli fa una profezia infausta: tra i suoi amici ce n’è uno o più d’uno che tramano contro la sua vita; colui che lo ucciderà sarà anche la prima persona che gli stringerà la mano. Riccardo, per ulteriore dileggio, si aggira tra i presenti chiedendo loro di stringergli la mano, ma nessuno osa farlo. L’arrivo di Renato e la sua amichevole stretta di mano sembrano tuttavia fugare ogni dubbio: Riccardo dichiara che questi è il suo amico più fidato, e non oserà mai ucciderlo. A quel punto Riccardo rivela la sua vera identità a Ulrica e le concede la grazia e la invita ad ammettere che sia una ciarlatana; la maga, pur riconoscente nei suoi confronti, non può ritirare il vaticinio.

Atto II

Campo malfamato nei dintorni del cimitero di Boston

Amelia si è recata di notte presso il cimitero, nel campo indicatole da Ulrica, per raccogliere l’erba magica; mentre la cerca, piange il suo amore disgraziato. Riccardo la raggiunge e, durante un colloquio serrato, le strappa la confessione del suo amore. La passione sta per travolgere i due innamorati, quando di lontano si vede sopraggiungere Renato, sulle tracce dei congiurati che stanno per tendere un agguato al Conte. Renato non riconosce la moglie, che si è coperta il volto con un velo, ed esorta l’amico a fuggire. Riccardo accetta dopo aver ottenuto da Renato la solenne promessa che riaccompagnerà la donna velata fino alle porte della città, senza mai rivolgerle la parola. Sopraggiungono i congiurati che, delusi nel trovare il segretario in luogo del governatore, vorrebbero vendicarsi uccidendo la sua misteriosa amante. Renato si oppone mettendo la mano alla spada e Amelia, per evitare il duello, lascia cadere il velo. La vista della moglie lascia Renato impietrito e desta l’ilarità nei congiurati, che scherzano pesantemente sulla situazione. Renato decide di lavare quest’onta col sangue di Riccardo, così convoca i congiurati nella sua casa per allearsi con loro e favorire l’uccisione del Conte. Quindi riconduce Amelia in città, non prima di averla minacciata di morte.

Atto III

Studio del governatore di Boston

Al sorgere del nuovo giorno Renato affronta Amelia e le dice che solo il sangue potrà lavare l’onta. La donna accetta il suo destino ma implora Renato di poter abbracciare per un’ultima volta loro figlio: nel vedere quella scena straziante, Renato decide di non uccidere sua moglie, ma solo Riccardo. Poco dopo Samuel e Tom, i congiurati, giungono a casa di Renato, ancora stupefatti del cambio repentino dell’uomo, che conferma di voler partecipare all’attentato. Si tira a sorte chi dovrà vibrare il colpo fatale e Amelia è costretta a estrarre il nome dell’assassino: il prescelto è Renato. Successivamente giunge Oscar con l’invito per il ballo in maschera, e Renato afferma che vi andrà assieme ad Amelia, la quale, avendo compreso le intenzioni del marito, tenterà in ogni modo di salvare il suo amato. Nel frattempo Riccardo, meditando nel suo studio sulla fedeltà di Renato, ha deciso di rinunciare ad Amelia ed intende rimpatriare Renato in Inghilterra assieme alla moglie: mentre firma il decreto arriva Oscar con un biglietto consegnatogli da una donna misteriosa, ove sta scritto che durante il ricevimento la sua vita sarà messa in pericolo. Riccardo decide di presenziare comunque al ballo per rivedere un’ultima volta la sua amata. Il ballo in maschera ha dunque inizio: Renato tenta di capire quale sia il travestimento di Riccardo, e con uno stratagemma riesce a carpire l’informazione da Oscar. Nel frattempo Riccardo viene avvicinato da Amelia, che lo implora di fuggire. Riccardo rifiuta, ma le confessa di aver firmato l’ordine per la sua partenza. Mentre si accingono all’addio, giunge Renato e pugnala a tradimento il Conte. Oscar accusa Renato del delitto ma il Conte, agonizzante, fa liberare l’amico e, fattolo avvicinare, gli confessa di aver amato Amelia ma di averne rispettato l’onore, e gli mostra il dispaccio firmato. Mentre Renato contempla le conseguenze dell’erronea vendetta, Riccardo muore, pianto da tutti i presenti.

Brani celebri

  • Volta la terreacanzone di Oscar (atto I)
  • Re dell’abisso, affrettati, romanza di Ulrica (atto I)
  • Ecco l’orrido campo, romanza di Amelia (atto II)
  • Teco io sto, duetto tra Riccardo e Amelia (atto II)
  • Eri tu che macchiavi quell’anima Aria di Renato Scena I (atto III)
  • Morrò – ma prima in grazia, romanza di Amelia (atto III)
  • Forse la soglia attinse – Riccardo – Scena V (atto III)
  • Ma se m’è forza perderti Aria di Riccardo (atto III)
  • Saper vorreste, canzone di Oscar (atto III)

Foto interna: https://www.rai.it/ufficiostampa/assets/template/us-articolo.html?ssiPath=/articoli/2022/04/Pelleas-et-Melisande-dal-Regio-di-Parma-25cec585-e464-403f-a28a-583e64fcf9ef-ssi.html

Foto interna ed esterna: https://twitter.com/raicinque/status/1448544104665714689

Anticipazioni TV

Anticipazioni per “Un ballo in maschera” di Verdi del 20 luglio alle 10 su Rai 5: dal Regio di Parma

Anticipazioni per “Un ballo in maschera” di Giuseppe Verdi del 20 luglio alle 10 su Rai 5: diretto da Roberto Abbado per la regia di Graham Wick dal Teatro Regio di Parma – Per la grande Musica Lirica in TV oggi domenica 20 luglio andrà in onda alle 10 su Rai 5 l’opera “Un ballo in maschera” di Giuseppe Verdi. È lo spettacolo che il grande regista inglese Graham Vick, recentemente scomparso, avrebbe realizzato per inaugurare il XXI Festival Verdi di Parma e che è stato portato in scena da Jacopo Spirei lo scorso 24 settembre al Teatro Regio di Parma. È Un ballo in maschera (Gustavo III) di Giuseppe Verdi, diretto per la prima volta da Roberto Abbado – Direttore musicale del Festival dal 2018 e per l’occasione alla guida della Filarmonica Arturo Toscanini – che Rai Cultura propone in prima visione giovedì 14 ottobre alle 21.15 su Rai5. L’opera è nell’edizione con il libretto ad ambientazione svedese, così come concepito da Verdi per il debutto a Roma, prima che i censori pontifici imponessero la trasposizione della vicenda nella Boston coloniale. 

Il cast è capitanato da due grandi voci verdiane come quelle di Piero Pretti (Gustavo III) e Anna Pirozzi (Amelia). Insieme a loro sul palcoscenico Amartuvshin Enkhbat (al debutto nella parte del Conte Gian Giacomo di Anckastrom), Anna Maria Chiuri (Ulrica), Giuliana Gianfaldoni, (al debutto come Oscar e per la prima volta al Festival Verdi), Fabio Previati (Cristiano), Fabrizio Beggi (Ribbing), Carlo Cigni (Dehorn), Cristiano Olivieri (Ministro di Giustizia) e Federico Veltri (Un servo del Conte). Costumi e scene sono a cura di Richard Hudson; le luci di Giuseppe Di Iorio, i movimenti coreografici di Virginia Spallarossa. Il Coro del Teatro Regio di Parma è preparato da Martino Faggiani. L’edizione critica della partitura è stata realizzata da Ilaria Narici con la collaborazione di Andreas Giger.

«Oggi mi trovo qui a Parma a scrivere di uno spettacolo che era suo ed invece è diventato mio» – dice il regista Jacopo Spirei – «Quello che vedrete è il risultato della nostra, per così dire, ultima collaborazione, ho raccolto il progetto dove lui lo ha lasciato e l’ho portato in fondo. È uno spettacolo di Vick? No. È uno spettacolo di Spirei? Nemmeno. Questo è un gioco del destino, uno scherzo o una follia, è la prova di due artisti che, come Re Gustavo, non hanno mai temuto il pericolo, il mettersi in prima linea per cambiare il mondo che ci sta intorno; uniti nella certezza che il teatro e soprattutto il teatro d’opera sia strumento di cambiamento individuale e sociale».

Un ballo in maschera è un’opera di Giuseppe Verdi su libretto di Antonio Somma, la cui fonte è il libretto di Eugène Scribe per Daniel Auber Gustave III, ou Le Bal masqué (1833).

Frutto della giovane amicizia con Antonio Somma, nata durante il periodo della Traviata, l’opera prende spunto dal dramma francese Gustave III, ou Le Bal masqué, libretto che Eugène Scribe scrisse per Daniel Auber nel 1833. Prima di essere rappresentata la prima volta al Teatro Apollo di Roma il 17 febbraio 1859, quest’opera dovette subire numerose modifiche dettate dalla censura prima borbonica e poi pontificia.[1]

Fu nella primavera del 1856 che Verdi iniziò a prendere contatto con Vincenzo Torelli, l’allora giornalista e segretario della direzione del San Carlo, proponendogli un soggetto del tutto nuovo: un Re Lear di Shakespeare, cui aveva iniziato a lavorare in quel periodo insieme a Somma, ma che non concretò mai a causa dell’incertezza del maestro sulla compagnia teatrale e sullo stesso soggetto. Fu firmato comunque un contratto per la stagione teatrale del Carnevale del ‘57-‘58, dando così modo a Verdi di continuare i suoi lavori (tra cui il Simon Boccanegra per la Fenice di Venezia). Ma non fu facile trovare un altro soggetto da musicare: entro giugno bisognava presentare un compendio dell’argomento scelto. Nelle lettere di Verdi a Torelli si parla di diversi drammi: “Avrei amato fare il Ruy Blas; ma avete ragione, non conviene fare la parte brillante a Coletti, d’altra parte non avrebbe potuto fare la parte del protagonista”.[2] E ancora:«La mia attenzione erasi fermata sopra un dramma molto bello ed interessante: Il Tesoriere del re D. Pedro, che feci subito tradurre; ma, nel farne lo schizzo per ridurlo a proporzioni musicabili, vi ho trovato tali inconvenienti da deporne il pensiero. Ora sto riducendo un dramma francese, Gustavo III di Svezia, libretto di Scribe, e fatto all’Opéra or sono più di vent’anni».[3]

Fu quest’ultimo al quale Verdi scelse di lavorare, in accordo con la direzione del teatro.[4]

Nell’ottobre del 1857 Somma e Verdi si misero quindi al lavoro, lavorando al libretto e alla musica e rifacendosi (con opportune modifiche) al lavoro di Scribe ed Auber, ma quando furono mandati i primi abbozzi Torelli si affrettò ad avvisare il maestro che la censura avrebbe chiesto molti cambiamenti. Verdi giudicò discutibili tutte le richieste, soprattutto lo spostamento all’indietro di cinque o sei secoli dell’epoca in cui ambientarla; eppure a gennaio, dopo essere giunto a Napoli, riuscì con Somma a presentare un libretto con un nuovo titolo: Una Vendetta in Domino, cambiando il re in duca di Pomerania e trasportando l’azione un secolo indietro.[5]

Ma con l’attentato a Napoleone III, avvenuto il 14 gennaio ad opera di Felice Orsini, tutto il lavoro fu di nuovo giudicato inadatto. La direzione del San Carlo decise quindi di muoversi autonomamente facendo modificare il titolo e gran parte del contenuto del libretto, denominato ora Adelia degli Adimari, ad un librettista anonimo (si suppone fosse Domenico Bolognese, l’allora poeta ufficiale del teatro). Appresa la notizia, Verdi decise di sciogliersi dal contratto ancor prima di aver visionato il nuovo lavoro; la direzione gli fece causa ed egli rispose con una querela per danni. Il tutto si dovette risolvere in tribunale. Doveroso citare una parte fondamentale del memorandum che il maestro scrisse per difendersi:«La Vendetta in Domino si compone di 884 versi: ne sono stati cambiati 297 nell’Adelia, aggiunti molti, tolti moltissimi. Domando inoltre se nel dramma dell’Impresa esiste come nel mio
Il titolo? – No.
Il poeta? – No.
L’epoca? – No.
Località? – No.
Caratteri? – No.
Situazioni? – No.
Il sorteggio? – No.
Festa da ballo? – No.
Un Maestro che rispetti l’arte sua e se stesso non poteva né doveva disonorarsi accettando per subbietto d’una musica, scritta sopra ben altro piano, codeste stranezze che manomettono i più ovvii principii della drammatica e vituperano la coscienza dell’artista
».[6]

Dopo mesi si giunse ad un accordo: la direzione ritrattò le accuse e in cambio Verdi mise in scena al San Carlo una ripresa del Simon Boccanegra il 30 novembre del ’58.[7]

Ma il desiderio di mettere in scena la sua opera spinse il maestro a prendere contatto con l’impresario del teatro Apollo di Roma, Vincenzo Jacovacci, il quale fu ben lieto della notizia, ma preannunciò che l’opera avrebbe dovuto subire qualche cambiamento per la censura. Somma esortò Verdi a lasciar perdere e a dare il libretto a Milano dove sarebbe passato indenne in teatro, ma per il maestro bisognava dare uno «schiaffo» al teatro napoletano, mettendo in scena l’opera «quasi sulle porte di Napoli e far vedere che anche la censura di Roma ha permesso questo libretto».[8]

Fu così che l’opera passò nelle mani dei romani e riuscì ad andare in scena senza troppe variazioni il 17 febbraio del 1859, pur con qualche malcontento degli autori. Somma dovette accettare suo malgrado le disposizioni della censura ma si rifiutò di far pubblicare il libretto col suo nome; Verdi si dovette accontentare dei membri del cast che il teatro poteva permettersi e ne rimase alquanto deluso, ad eccezione di Gaetano Fraschini e Leone Giraldoni.[9]

Trama

L’azione si svolge a Boston alla fine del XVII secolo.

Atto I

Quadro I: palazzo del governatore a Boston

Il Conte Riccardo è il saggio e illuminato governatore della colonia inglese del Massachusetts sotto il regno di Carlo II. La scena si apre nel suo palazzo, dove il Conte riceve una serie di notabili tra i quali, ben nascosto, si cela un piccolo gruppo di congiurati guidati da Samuel e Tom, che sta tramando contro di lui. Intanto il fido paggio Oscar si occupa dei preparativi di un ballo in maschera che di lì a qualche giorno sarà ospitato nel palazzo e porge al Conte una lista degli invitati tra i quali figura Amelia, moglie del creolo Renato, segretario ed amico carissimo di Riccardo. Questi ama segretamente la donna, ma è troppo fedele al proprio amico per tentare di sedurla. Successivamente un giudice chiede a Riccardo di firmare l’atto di condanna all’esilio della maga Ulrica, ma Oscar tenta di dissuaderlo poiché la donna potrebbe vendicarsi facendo ricorso alle sue arti; il governatore, scettico, decide di recarsi travestito da pescatore nel suo antro.

Quadro II: l’abituro della maga Ulrica

Ulrica, al termine di un rituale, diventa consapevole che qualcosa di molto grave sta per accadere. Arriva Riccardo travestito da pescatore e accompagnato da Oscar e da un gruppo di amici; per mettere alla prova le capacità magiche di Ulrica, il governatore fa predire a turno la ventura di ciascuno di loro, per burlarsi di lei realizzando immediatamente i vaticini con degli astuti stratagemmi. A un certo punto giunge una donna che chiede di essere ricevuta da sola: si tratta di Amelia, la quale, divisa fra l’amore e il dovere coniugale, chiede alla maga una pozione che le renda la pace perduta. Ulrica le consiglia di recarsi a mezzanotte in un campo malfamato nei dintorni di un cimitero, dove potrà raccogliere un’erba magica. Riccardo, di nascosto, ascolta la confessione di Amelia e gioisce nel sapere che la donna ricambia il suo amore. Una volta andata via Amelia è Riccardo stesso a farsi predire il futuro. La maga riconosce la sua nobiltà sotto mentite spoglie, e gli fa una profezia infausta: tra i suoi amici ce n’è uno o più d’uno che tramano contro la sua vita; colui che lo ucciderà sarà anche la prima persona che gli stringerà la mano. Riccardo, per ulteriore dileggio, si aggira tra i presenti chiedendo loro di stringergli la mano, ma nessuno osa farlo. L’arrivo di Renato e la sua amichevole stretta di mano sembrano tuttavia fugare ogni dubbio: Riccardo dichiara che questi è il suo amico più fidato, e non oserà mai ucciderlo. A quel punto Riccardo rivela la sua vera identità a Ulrica e le concede la grazia e la invita ad ammettere che sia una ciarlatana; la maga, pur riconoscente nei suoi confronti, non può ritirare il vaticinio.

Atto II

Campo malfamato nei dintorni del cimitero di Boston

Amelia si è recata di notte presso il cimitero, nel campo indicatole da Ulrica, per raccogliere l’erba magica; mentre la cerca, piange il suo amore disgraziato. Riccardo la raggiunge e, durante un colloquio serrato, le strappa la confessione del suo amore. La passione sta per travolgere i due innamorati, quando di lontano si vede sopraggiungere Renato, sulle tracce dei congiurati che stanno per tendere un agguato al Conte. Renato non riconosce la moglie, che si è coperta il volto con un velo, ed esorta l’amico a fuggire. Riccardo accetta dopo aver ottenuto da Renato la solenne promessa che riaccompagnerà la donna velata fino alle porte della città, senza mai rivolgerle la parola. Sopraggiungono i congiurati che, delusi nel trovare il segretario in luogo del governatore, vorrebbero vendicarsi uccidendo la sua misteriosa amante. Renato si oppone mettendo la mano alla spada e Amelia, per evitare il duello, lascia cadere il velo. La vista della moglie lascia Renato impietrito e desta l’ilarità nei congiurati, che scherzano pesantemente sulla situazione. Renato decide di lavare quest’onta col sangue di Riccardo, così convoca i congiurati nella sua casa per allearsi con loro e favorire l’uccisione del Conte. Quindi riconduce Amelia in città, non prima di averla minacciata di morte.

Atto III

Studio del governatore di Boston

Al sorgere del nuovo giorno Renato affronta Amelia e le dice che solo il sangue potrà lavare l’onta. La donna accetta il suo destino ma implora Renato di poter abbracciare per un’ultima volta loro figlio: nel vedere quella scena straziante, Renato decide di non uccidere sua moglie, ma solo Riccardo. Poco dopo Samuel e Tom, i congiurati, giungono a casa di Renato, ancora stupefatti del cambio repentino dell’uomo, che conferma di voler partecipare all’attentato. Si tira a sorte chi dovrà vibrare il colpo fatale e Amelia è costretta a estrarre il nome dell’assassino: il prescelto è Renato. Successivamente giunge Oscar con l’invito per il ballo in maschera, e Renato afferma che vi andrà assieme ad Amelia, la quale, avendo compreso le intenzioni del marito, tenterà in ogni modo di salvare il suo amato. Nel frattempo Riccardo, meditando nel suo studio sulla fedeltà di Renato, ha deciso di rinunciare ad Amelia ed intende rimpatriare Renato in Inghilterra assieme alla moglie: mentre firma il decreto arriva Oscar con un biglietto consegnatogli da una donna misteriosa, ove sta scritto che durante il ricevimento la sua vita sarà messa in pericolo. Riccardo decide di presenziare comunque al ballo per rivedere un’ultima volta la sua amata. Il ballo in maschera ha dunque inizio: Renato tenta di capire quale sia il travestimento di Riccardo, e con uno stratagemma riesce a carpire l’informazione da Oscar. Nel frattempo Riccardo viene avvicinato da Amelia, che lo implora di fuggire. Riccardo rifiuta, ma le confessa di aver firmato l’ordine per la sua partenza. Mentre si accingono all’addio, giunge Renato e pugnala a tradimento il Conte. Oscar accusa Renato del delitto ma il Conte, agonizzante, fa liberare l’amico e, fattolo avvicinare, gli confessa di aver amato Amelia ma di averne rispettato l’onore, e gli mostra il dispaccio firmato. Mentre Renato contempla le conseguenze dell’erronea vendetta, Riccardo muore, pianto da tutti i presenti.

Brani celebri

  • Volta la terreacanzone di Oscar (atto I)
  • Re dell’abisso, affrettati, romanza di Ulrica (atto I)
  • Ecco l’orrido campo, romanza di Amelia (atto II)
  • Teco io sto, duetto tra Riccardo e Amelia (atto II)
  • Eri tu che macchiavi quell’anima Aria di Renato Scena I (atto III)
  • Morrò – ma prima in grazia, romanza di Amelia (atto III)
  • Forse la soglia attinse – Riccardo – Scena V (atto III)
  • Ma se m’è forza perderti Aria di Riccardo (atto III)
  • Saper vorreste, canzone di Oscar (atto III)

Foto interna: https://www.rai.it/ufficiostampa/assets/template/us-articolo.html?ssiPath=/articoli/2022/04/Pelleas-et-Melisande-dal-Regio-di-Parma-25cec585-e464-403f-a28a-583e64fcf9ef-ssi.html

Foto interna ed esterna: https://twitter.com/raicinque/status/1448544104665714689

Anticipazioni TV

Anticipazioni per “Un ballo in maschera” di Verdi del 19 ottobre alle 10.50 su Rai 5: dagli Studi Rai di Milano

Anticipazioni per “Un ballo in maschera” di Giuseppe Verdi del 19 ottobre alle 10.50 su Rai 5: diretto da Nino Sanzogno per la regia di Franco Enriquez dagli Studi Rai di Milano – Per la Grande Musica Lirica in TV andrà in onda oggi sabato 19 ottobre alle 10.50 su Rai 5 la storica edizione di “Un ballo in maschera” di Verdi messa in scena nel 1956 con Rolando Panerai, Nicola Filacuridi, Marcella Pobbe, Lucia Danieli, Adriana Martino, Fernando Valentini, Silvio Majonica, Vittorio Tatozzi, Athos Cesarini, Walter Artioli.

A dirigere l’Orchestra Sinfonica della Rai  è il Maestro Nino Sanzogno. Regia di Franco Enriquez.

Un ballo in maschera è un’opera di Giuseppe Verdi su libretto di Antonio Somma, la cui fonte è il libretto di Eugène Scribe per Daniel Auber Gustave III, ou Le Bal masqué (1833).

Frutto della giovane amicizia con Antonio Somma, nata durante il periodo della Traviata, l’opera prende spunto dal dramma francese Gustave III, ou Le Bal masqué, libretto che Eugène Scribe scrisse per Daniel Auber nel 1833. Prima di essere rappresentata la prima volta al Teatro Apollo di Roma il 17 febbraio 1859, quest’opera dovette subire numerose modifiche dettate dalla censura prima borbonica e poi pontificia.[1]

Fu nella primavera del 1856 che Verdi iniziò a prendere contatto con Vincenzo Torelli, l’allora giornalista e segretario della direzione del San Carlo, proponendogli un soggetto del tutto nuovo: un Re Lear di Shakespeare, cui aveva iniziato a lavorare in quel periodo insieme a Somma, ma che non concretò mai a causa dell’incertezza del maestro sulla compagnia teatrale e sullo stesso soggetto. un ballo in maschera

Fu firmato comunque un contratto per la stagione teatrale del Carnevale del ‘57-‘58, dando così modo a Verdi di continuare i suoi lavori (tra cui il Simon Boccanegra per la Fenice di Venezia). Ma non fu facile trovare un altro soggetto da musicare: entro giugno bisognava presentare un compendio dell’argomento scelto. Nelle lettere di Verdi a Torelli si parla di diversi drammi: “Avrei amato fare il Ruy Blas; ma avete ragione, non conviene fare la parte brillante a Coletti, d’altra parte non avrebbe potuto fare la parte del protagonista”.[2] un ballo in maschera

 E ancora:«La mia attenzione erasi fermata sopra un dramma molto bello ed interessante: Il Tesoriere del re D. Pedro, che feci subito tradurre; ma, nel farne lo schizzo per ridurlo a proporzioni musicabili, vi ho trovato tali inconvenienti da deporne il pensiero. Ora sto riducendo un dramma francese, Gustavo III di Svezia, libretto di Scribe, e fatto all’Opéra or sono più di vent’anni».[3]

Fu quest’ultimo al quale Verdi scelse di lavorare, in accordo con la direzione del teatro.[4]

Nell’ottobre del 1857 Somma e Verdi si misero quindi al lavoro, lavorando al libretto e alla musica e rifacendosi (con opportune modifiche) al lavoro di Scribe ed Auber, ma quando furono mandati i primi abbozzi Torelli si affrettò ad avvisare il maestro che la censura avrebbe chiesto molti cambiamenti. Verdi giudicò discutibili tutte le richieste, soprattutto lo spostamento all’indietro di cinque o sei secoli dell’epoca in cui ambientarla; eppure a gennaio, dopo essere giunto a Napoli, riuscì con Somma a presentare un libretto con un nuovo titolo: Una Vendetta in Domino, cambiando il re in duca di Pomerania e trasportando l’azione un secolo indietro.[5]

Ma con l’attentato a Napoleone III, avvenuto il 14 gennaio ad opera di Felice Orsini, tutto il lavoro fu di nuovo giudicato inadatto. La direzione del San Carlo decise quindi di muoversi autonomamente facendo modificare il titolo e gran parte del contenuto del libretto, denominato ora Adelia degli Adimari, ad un librettista anonimo (si suppone fosse Domenico Bolognese, l’allora poeta ufficiale del teatro). Appresa la notizia, Verdi decise di sciogliersi dal contratto ancor prima di aver visionato il nuovo lavoro; la direzione gli fece causa ed egli rispose con una querela per danni. Il tutto si dovette risolvere in tribunale. Doveroso citare una parte fondamentale del memorandum che il maestro scrisse per difendersi:«La Vendetta in Domino si compone di 884 versi: ne sono stati cambiati 297 nell’Adelia, aggiunti molti, tolti moltissimi. Domando inoltre se nel dramma dell’Impresa esiste come nel mio
Il titolo? – No.
Il poeta? – No.
L’epoca? – No.
Località? – No.
Caratteri? – No.
Situazioni? – No.
Il sorteggio? – No.
Festa da ballo? – No.
Un Maestro che rispetti l’arte sua e se stesso non poteva né doveva disonorarsi accettando per subbietto d’una musica, scritta sopra ben altro piano, codeste stranezze che manomettono i più ovvii principii della drammatica e vituperano la coscienza dell’artista
».[6]

Dopo mesi si giunse ad un accordo: la direzione ritrattò le accuse e in cambio Verdi mise in scena al San Carlo una ripresa del Simon Boccanegra il 30 novembre del ’58.[7]

Ma il desiderio di mettere in scena la sua opera spinse il maestro a prendere contatto con l’impresario del teatro Apollo di Roma, Vincenzo Jacovacci, il quale fu ben lieto della notizia, ma preannunciò che l’opera avrebbe dovuto subire qualche cambiamento per la censura. Somma esortò Verdi a lasciar perdere e a dare il libretto a Milano dove sarebbe passato indenne in teatro, ma per il maestro bisognava dare uno «schiaffo» al teatro napoletano, mettendo in scena l’opera «quasi sulle porte di Napoli e far vedere che anche la censura di Roma ha permesso questo libretto».[8]

Fu così che l’opera passò nelle mani dei romani e riuscì ad andare in scena senza troppe variazioni il 17 febbraio del 1859, pur con qualche malcontento degli autori. Somma dovette accettare suo malgrado le disposizioni della censura ma si rifiutò di far pubblicare il libretto col suo nome; Verdi si dovette accontentare dei membri del cast che il teatro poteva permettersi e ne rimase alquanto deluso, ad eccezione di Gaetano Fraschini e Leone Giraldoni.[9]

Trama

L’azione si svolge a Boston alla fine del XVII secolo.

Atto I

Quadro I: palazzo del governatore a Boston

Il Conte Riccardo è il saggio e illuminato governatore della colonia inglese del Massachusetts sotto il regno di Carlo II. La scena si apre nel suo palazzo, dove il Conte riceve una serie di notabili tra i quali, ben nascosto, si cela un piccolo gruppo di congiurati guidati da Samuel e Tom, che sta tramando contro di lui. Intanto il fido paggio Oscar si occupa dei preparativi di un ballo in maschera che di lì a qualche giorno sarà ospitato nel palazzo e porge al Conte una lista degli invitati tra i quali figura Amelia, moglie del creolo Renato, segretario ed amico carissimo di Riccardo. Questi ama segretamente la donna, ma è troppo fedele al proprio amico per tentare di sedurla. Successivamente un giudice chiede a Riccardo di firmare l’atto di condanna all’esilio della maga Ulrica, ma Oscar tenta di dissuaderlo poiché la donna potrebbe vendicarsi facendo ricorso alle sue arti; il governatore, scettico, decide di recarsi travestito da pescatore nel suo antro.

Quadro II: l’abituro della maga Ulrica

Ulrica, al termine di un rituale, diventa consapevole che qualcosa di molto grave sta per accadere. Arriva Riccardo travestito da pescatore e accompagnato da Oscar e da un gruppo di amici; per mettere alla prova le capacità magiche di Ulrica, il governatore fa predire a turno la ventura di ciascuno di loro, per burlarsi di lei realizzando immediatamente i vaticini con degli astuti stratagemmi. A un certo punto giunge una donna che chiede di essere ricevuta da sola: si tratta di Amelia, la quale, divisa fra l’amore e il dovere coniugale, chiede alla maga una pozione che le renda la pace perduta. Ulrica le consiglia di recarsi a mezzanotte in un campo malfamato nei dintorni di un cimitero, dove potrà raccogliere un’erba magica. Riccardo, di nascosto, ascolta la confessione di Amelia e gioisce nel sapere che la donna ricambia il suo amore. Una volta andata via Amelia è Riccardo stesso a farsi predire il futuro. La maga riconosce la sua nobiltà sotto mentite spoglie, e gli fa una profezia infausta: tra i suoi amici ce n’è uno o più d’uno che tramano contro la sua vita; colui che lo ucciderà sarà anche la prima persona che gli stringerà la mano. Riccardo, per ulteriore dileggio, si aggira tra i presenti chiedendo loro di stringergli la mano, ma nessuno osa farlo. L’arrivo di Renato e la sua amichevole stretta di mano sembrano tuttavia fugare ogni dubbio: Riccardo dichiara che questi è il suo amico più fidato, e non oserà mai ucciderlo. A quel punto Riccardo rivela la sua vera identità a Ulrica e le concede la grazia e la invita ad ammettere che sia una ciarlatana; la maga, pur riconoscente nei suoi confronti, non può ritirare il vaticinio.

Atto II

Campo malfamato nei dintorni del cimitero di Boston

Amelia si è recata di notte presso il cimitero, nel campo indicatole da Ulrica, per raccogliere l’erba magica; mentre la cerca, piange il suo amore disgraziato. Riccardo la raggiunge e, durante un colloquio serrato, le strappa la confessione del suo amore. La passione sta per travolgere i due innamorati, quando di lontano si vede sopraggiungere Renato, sulle tracce dei congiurati che stanno per tendere un agguato al Conte. Renato non riconosce la moglie, che si è coperta il volto con un velo, ed esorta l’amico a fuggire. Riccardo accetta dopo aver ottenuto da Renato la solenne promessa che riaccompagnerà la donna velata fino alle porte della città, senza mai rivolgerle la parola. Sopraggiungono i congiurati che, delusi nel trovare il segretario in luogo del governatore, vorrebbero vendicarsi uccidendo la sua misteriosa amante. Renato si oppone mettendo la mano alla spada e Amelia, per evitare il duello, lascia cadere il velo. La vista della moglie lascia Renato impietrito e desta l’ilarità nei congiurati, che scherzano pesantemente sulla situazione. Renato decide di lavare quest’onta col sangue di Riccardo, così convoca i congiurati nella sua casa per allearsi con loro e favorire l’uccisione del Conte. Quindi riconduce Amelia in città, non prima di averla minacciata di morte.

Atto III

Studio del governatore di Boston

Al sorgere del nuovo giorno Renato affronta Amelia e le dice che solo il sangue potrà lavare l’onta. La donna accetta il suo destino ma implora Renato di poter abbracciare per un’ultima volta loro figlio: nel vedere quella scena straziante, Renato decide di non uccidere sua moglie, ma solo Riccardo. Poco dopo Samuel e Tom, i congiurati, giungono a casa di Renato, ancora stupefatti del cambio repentino dell’uomo, che conferma di voler partecipare all’attentato. Si tira a sorte chi dovrà vibrare il colpo fatale e Amelia è costretta a estrarre il nome dell’assassino: il prescelto è Renato. Successivamente giunge Oscar con l’invito per il ballo in maschera, e Renato afferma che vi andrà assieme ad Amelia, la quale, avendo compreso le intenzioni del marito, tenterà in ogni modo di salvare il suo amato. Nel frattempo Riccardo, meditando nel suo studio sulla fedeltà di Renato, ha deciso di rinunciare ad Amelia ed intende rimpatriare Renato in Inghilterra assieme alla moglie: mentre firma il decreto arriva Oscar con un biglietto consegnatogli da una donna misteriosa, ove sta scritto che durante il ricevimento la sua vita sarà messa in pericolo. Riccardo decide di presenziare comunque al ballo per rivedere un’ultima volta la sua amata. Il ballo in maschera ha dunque inizio: Renato tenta di capire quale sia il travestimento di Riccardo, e con uno stratagemma riesce a carpire l’informazione da Oscar. Nel frattempo Riccardo viene avvicinato da Amelia, che lo implora di fuggire. Riccardo rifiuta, ma le confessa di aver firmato l’ordine per la sua partenza. Mentre si accingono all’addio, giunge Renato e pugnala a tradimento il Conte. Oscar accusa Renato del delitto ma il Conte, agonizzante, fa liberare l’amico e, fattolo avvicinare, gli confessa di aver amato Amelia ma di averne rispettato l’onore, e gli mostra il dispaccio firmato. Mentre Renato contempla le conseguenze dell’erronea vendetta, Riccardo muore, pianto da tutti i presenti.

Brani celebri

  • Volta la terreacanzone di Oscar (atto I)
  • Re dell’abisso, affrettati, romanza di Ulrica (atto I)
  • Ecco l’orrido campo, romanza di Amelia (atto II)
  • Teco io sto, duetto tra Riccardo e Amelia (atto II)
  • Eri tu che macchiavi quell’anima Aria di Renato Scena I (atto III)
  • Morrò – ma prima in grazia, romanza di Amelia (atto III)
  • Forse la soglia attinse – Riccardo – Scena V (atto III)
  • Ma se m’è forza perderti Aria di Riccardo (atto III)
  • Saper vorreste, canzone di Oscar (atto III)

Foto interna ed esterna: https://www.amazon.it/Giuseppe-Verdi-Maschera-Carlo-Bergonzi/dp/B00003E4BU

Anticipazioni TV

Anticipazioni per “Un ballo in maschera” di Verdi del 13 ottobre alle 10 su Rai 5: dagli Studi Rai di Milano

Anticipazioni per “Un ballo in maschera” di Giuseppe Verdi del 13 ottobre alle 10 su Rai 5: diretto da Nino Sanzogno per la regia di Franco Enriquez dagli Studi Rai di Milano – Rai Cultura omaggia il soprano Marcella Pobbe con la messa in onda oggi domenica 13 ottobre alle 10 su Rai 5 della edizione di “Un ballo in maschera” di Verdi messa in scena nel 1956 con Rolando Panerai, Nicola Filacuridi, Marcella Pobbe, Lucia Danieli, Adriana Martino, Fernando Valentini, Silvio Majonica, Vittorio Tatozzi, Athos Cesarini, Walter Artioli.

A dirigere l’Orchestra Sinfonica della Rai  è il Maestro Nino Sanzogno. Regia di Franco Enriquez.

Un ballo in maschera è un’opera di Giuseppe Verdi su libretto di Antonio Somma, la cui fonte è il libretto di Eugène Scribe per Daniel Auber Gustave III, ou Le Bal masqué (1833).

Frutto della giovane amicizia con Antonio Somma, nata durante il periodo della Traviata, l’opera prende spunto dal dramma francese Gustave III, ou Le Bal masqué, libretto che Eugène Scribe scrisse per Daniel Auber nel 1833. Prima di essere rappresentata la prima volta al Teatro Apollo di Roma il 17 febbraio 1859, quest’opera dovette subire numerose modifiche dettate dalla censura prima borbonica e poi pontificia.[1]

Fu nella primavera del 1856 che Verdi iniziò a prendere contatto con Vincenzo Torelli, l’allora giornalista e segretario della direzione del San Carlo, proponendogli un soggetto del tutto nuovo: un Re Lear di Shakespeare, cui aveva iniziato a lavorare in quel periodo insieme a Somma, ma che non concretò mai a causa dell’incertezza del maestro sulla compagnia teatrale e sullo stesso soggetto. un ballo in maschera

Fu firmato comunque un contratto per la stagione teatrale del Carnevale del ‘57-‘58, dando così modo a Verdi di continuare i suoi lavori (tra cui il Simon Boccanegra per la Fenice di Venezia). Ma non fu facile trovare un altro soggetto da musicare: entro giugno bisognava presentare un compendio dell’argomento scelto. Nelle lettere di Verdi a Torelli si parla di diversi drammi: “Avrei amato fare il Ruy Blas; ma avete ragione, non conviene fare la parte brillante a Coletti, d’altra parte non avrebbe potuto fare la parte del protagonista”.[2] un ballo in maschera

 E ancora:«La mia attenzione erasi fermata sopra un dramma molto bello ed interessante: Il Tesoriere del re D. Pedro, che feci subito tradurre; ma, nel farne lo schizzo per ridurlo a proporzioni musicabili, vi ho trovato tali inconvenienti da deporne il pensiero. Ora sto riducendo un dramma francese, Gustavo III di Svezia, libretto di Scribe, e fatto all’Opéra or sono più di vent’anni».[3]

Fu quest’ultimo al quale Verdi scelse di lavorare, in accordo con la direzione del teatro.[4]

Nell’ottobre del 1857 Somma e Verdi si misero quindi al lavoro, lavorando al libretto e alla musica e rifacendosi (con opportune modifiche) al lavoro di Scribe ed Auber, ma quando furono mandati i primi abbozzi Torelli si affrettò ad avvisare il maestro che la censura avrebbe chiesto molti cambiamenti. Verdi giudicò discutibili tutte le richieste, soprattutto lo spostamento all’indietro di cinque o sei secoli dell’epoca in cui ambientarla; eppure a gennaio, dopo essere giunto a Napoli, riuscì con Somma a presentare un libretto con un nuovo titolo: Una Vendetta in Domino, cambiando il re in duca di Pomerania e trasportando l’azione un secolo indietro.[5]

Ma con l’attentato a Napoleone III, avvenuto il 14 gennaio ad opera di Felice Orsini, tutto il lavoro fu di nuovo giudicato inadatto. La direzione del San Carlo decise quindi di muoversi autonomamente facendo modificare il titolo e gran parte del contenuto del libretto, denominato ora Adelia degli Adimari, ad un librettista anonimo (si suppone fosse Domenico Bolognese, l’allora poeta ufficiale del teatro). Appresa la notizia, Verdi decise di sciogliersi dal contratto ancor prima di aver visionato il nuovo lavoro; la direzione gli fece causa ed egli rispose con una querela per danni. Il tutto si dovette risolvere in tribunale. Doveroso citare una parte fondamentale del memorandum che il maestro scrisse per difendersi:«La Vendetta in Domino si compone di 884 versi: ne sono stati cambiati 297 nell’Adelia, aggiunti molti, tolti moltissimi. Domando inoltre se nel dramma dell’Impresa esiste come nel mio
Il titolo? – No.
Il poeta? – No.
L’epoca? – No.
Località? – No.
Caratteri? – No.
Situazioni? – No.
Il sorteggio? – No.
Festa da ballo? – No.
Un Maestro che rispetti l’arte sua e se stesso non poteva né doveva disonorarsi accettando per subbietto d’una musica, scritta sopra ben altro piano, codeste stranezze che manomettono i più ovvii principii della drammatica e vituperano la coscienza dell’artista
».[6]

Dopo mesi si giunse ad un accordo: la direzione ritrattò le accuse e in cambio Verdi mise in scena al San Carlo una ripresa del Simon Boccanegra il 30 novembre del ’58.[7]

Ma il desiderio di mettere in scena la sua opera spinse il maestro a prendere contatto con l’impresario del teatro Apollo di Roma, Vincenzo Jacovacci, il quale fu ben lieto della notizia, ma preannunciò che l’opera avrebbe dovuto subire qualche cambiamento per la censura. Somma esortò Verdi a lasciar perdere e a dare il libretto a Milano dove sarebbe passato indenne in teatro, ma per il maestro bisognava dare uno «schiaffo» al teatro napoletano, mettendo in scena l’opera «quasi sulle porte di Napoli e far vedere che anche la censura di Roma ha permesso questo libretto».[8]

Fu così che l’opera passò nelle mani dei romani e riuscì ad andare in scena senza troppe variazioni il 17 febbraio del 1859, pur con qualche malcontento degli autori. Somma dovette accettare suo malgrado le disposizioni della censura ma si rifiutò di far pubblicare il libretto col suo nome; Verdi si dovette accontentare dei membri del cast che il teatro poteva permettersi e ne rimase alquanto deluso, ad eccezione di Gaetano Fraschini e Leone Giraldoni.[9]

Trama

L’azione si svolge a Boston alla fine del XVII secolo.

Atto I

Quadro I: palazzo del governatore a Boston

Il Conte Riccardo è il saggio e illuminato governatore della colonia inglese del Massachusetts sotto il regno di Carlo II. La scena si apre nel suo palazzo, dove il Conte riceve una serie di notabili tra i quali, ben nascosto, si cela un piccolo gruppo di congiurati guidati da Samuel e Tom, che sta tramando contro di lui. Intanto il fido paggio Oscar si occupa dei preparativi di un ballo in maschera che di lì a qualche giorno sarà ospitato nel palazzo e porge al Conte una lista degli invitati tra i quali figura Amelia, moglie del creolo Renato, segretario ed amico carissimo di Riccardo. Questi ama segretamente la donna, ma è troppo fedele al proprio amico per tentare di sedurla. Successivamente un giudice chiede a Riccardo di firmare l’atto di condanna all’esilio della maga Ulrica, ma Oscar tenta di dissuaderlo poiché la donna potrebbe vendicarsi facendo ricorso alle sue arti; il governatore, scettico, decide di recarsi travestito da pescatore nel suo antro.

Quadro II: l’abituro della maga Ulrica

Ulrica, al termine di un rituale, diventa consapevole che qualcosa di molto grave sta per accadere. Arriva Riccardo travestito da pescatore e accompagnato da Oscar e da un gruppo di amici; per mettere alla prova le capacità magiche di Ulrica, il governatore fa predire a turno la ventura di ciascuno di loro, per burlarsi di lei realizzando immediatamente i vaticini con degli astuti stratagemmi. A un certo punto giunge una donna che chiede di essere ricevuta da sola: si tratta di Amelia, la quale, divisa fra l’amore e il dovere coniugale, chiede alla maga una pozione che le renda la pace perduta. Ulrica le consiglia di recarsi a mezzanotte in un campo malfamato nei dintorni di un cimitero, dove potrà raccogliere un’erba magica. Riccardo, di nascosto, ascolta la confessione di Amelia e gioisce nel sapere che la donna ricambia il suo amore. Una volta andata via Amelia è Riccardo stesso a farsi predire il futuro. La maga riconosce la sua nobiltà sotto mentite spoglie, e gli fa una profezia infausta: tra i suoi amici ce n’è uno o più d’uno che tramano contro la sua vita; colui che lo ucciderà sarà anche la prima persona che gli stringerà la mano. Riccardo, per ulteriore dileggio, si aggira tra i presenti chiedendo loro di stringergli la mano, ma nessuno osa farlo. L’arrivo di Renato e la sua amichevole stretta di mano sembrano tuttavia fugare ogni dubbio: Riccardo dichiara che questi è il suo amico più fidato, e non oserà mai ucciderlo. A quel punto Riccardo rivela la sua vera identità a Ulrica e le concede la grazia e la invita ad ammettere che sia una ciarlatana; la maga, pur riconoscente nei suoi confronti, non può ritirare il vaticinio.

Atto II

Campo malfamato nei dintorni del cimitero di Boston

Amelia si è recata di notte presso il cimitero, nel campo indicatole da Ulrica, per raccogliere l’erba magica; mentre la cerca, piange il suo amore disgraziato. Riccardo la raggiunge e, durante un colloquio serrato, le strappa la confessione del suo amore. La passione sta per travolgere i due innamorati, quando di lontano si vede sopraggiungere Renato, sulle tracce dei congiurati che stanno per tendere un agguato al Conte. Renato non riconosce la moglie, che si è coperta il volto con un velo, ed esorta l’amico a fuggire. Riccardo accetta dopo aver ottenuto da Renato la solenne promessa che riaccompagnerà la donna velata fino alle porte della città, senza mai rivolgerle la parola. Sopraggiungono i congiurati che, delusi nel trovare il segretario in luogo del governatore, vorrebbero vendicarsi uccidendo la sua misteriosa amante. Renato si oppone mettendo la mano alla spada e Amelia, per evitare il duello, lascia cadere il velo. La vista della moglie lascia Renato impietrito e desta l’ilarità nei congiurati, che scherzano pesantemente sulla situazione. Renato decide di lavare quest’onta col sangue di Riccardo, così convoca i congiurati nella sua casa per allearsi con loro e favorire l’uccisione del Conte. Quindi riconduce Amelia in città, non prima di averla minacciata di morte.

Atto III

Studio del governatore di Boston

Al sorgere del nuovo giorno Renato affronta Amelia e le dice che solo il sangue potrà lavare l’onta. La donna accetta il suo destino ma implora Renato di poter abbracciare per un’ultima volta loro figlio: nel vedere quella scena straziante, Renato decide di non uccidere sua moglie, ma solo Riccardo. Poco dopo Samuel e Tom, i congiurati, giungono a casa di Renato, ancora stupefatti del cambio repentino dell’uomo, che conferma di voler partecipare all’attentato. Si tira a sorte chi dovrà vibrare il colpo fatale e Amelia è costretta a estrarre il nome dell’assassino: il prescelto è Renato. Successivamente giunge Oscar con l’invito per il ballo in maschera, e Renato afferma che vi andrà assieme ad Amelia, la quale, avendo compreso le intenzioni del marito, tenterà in ogni modo di salvare il suo amato. Nel frattempo Riccardo, meditando nel suo studio sulla fedeltà di Renato, ha deciso di rinunciare ad Amelia ed intende rimpatriare Renato in Inghilterra assieme alla moglie: mentre firma il decreto arriva Oscar con un biglietto consegnatogli da una donna misteriosa, ove sta scritto che durante il ricevimento la sua vita sarà messa in pericolo. Riccardo decide di presenziare comunque al ballo per rivedere un’ultima volta la sua amata. Il ballo in maschera ha dunque inizio: Renato tenta di capire quale sia il travestimento di Riccardo, e con uno stratagemma riesce a carpire l’informazione da Oscar. Nel frattempo Riccardo viene avvicinato da Amelia, che lo implora di fuggire. Riccardo rifiuta, ma le confessa di aver firmato l’ordine per la sua partenza. Mentre si accingono all’addio, giunge Renato e pugnala a tradimento il Conte. Oscar accusa Renato del delitto ma il Conte, agonizzante, fa liberare l’amico e, fattolo avvicinare, gli confessa di aver amato Amelia ma di averne rispettato l’onore, e gli mostra il dispaccio firmato. Mentre Renato contempla le conseguenze dell’erronea vendetta, Riccardo muore, pianto da tutti i presenti.

Brani celebri

  • Volta la terreacanzone di Oscar (atto I)
  • Re dell’abisso, affrettati, romanza di Ulrica (atto I)
  • Ecco l’orrido campo, romanza di Amelia (atto II)
  • Teco io sto, duetto tra Riccardo e Amelia (atto II)
  • Eri tu che macchiavi quell’anima Aria di Renato Scena I (atto III)
  • Morrò – ma prima in grazia, romanza di Amelia (atto III)
  • Forse la soglia attinse – Riccardo – Scena V (atto III)
  • Ma se m’è forza perderti Aria di Riccardo (atto III)
  • Saper vorreste, canzone di Oscar (atto III)

Foto interna ed esterna: https://www.amazon.it/Giuseppe-Verdi-Maschera-Carlo-Bergonzi/dp/B00003E4BU

Anticipazioni TV

Anticipazioni per il Grande Teatro di Lermontov in TV del 2 settembre alle 15.45 su Rai 5: “Un ballo in maschera”

Anticipazioni per il Grande Teatro di Michail Jur’evič Lermontov in TV del 2 settembre alle 15.45 su Rai 5: “Un ballo in maschera” – Per il Grande Teatro in TV andrà in onda oggi pomeriggio lunedì 2 settembre alle 15.45 su Rai 5 il dramma “Un ballo in maschera” scritto da Michail Jur’evič Lermontov nella versione diretta da Gacomo Colli e trasmessa dalla Rai nel giugno 1968.

Interpretazione di Raoul Grassilli e di Ilaria Occhini.

Il Principe Zvedic si innamora ad un ballo in maschera di Nina: il marito della donna, convinto del tradimento, compie un gesto scellerato.

Un ballo in maschera (in russo: Маскарад , Maskarad) è un dramma in giambo libero[3] e in quattro atti, scritto da Michail Jur’evič Lermontov nel 1835. Rifiutato dalla censura, fu rielaborato con aggiunte e perfino con il cambio del titolo, senza riuscire a ottenere il via libera per la rappresentazione che arriverà solo nel 1852, undici anni dopo la morte dell’autore.

Trama

Atto primo

(RU)

«Арбенин:
Но я люблю иначе: я все видел,
Все перечувствовал, все понял, все узнал,
Любил я часто, чаще ненавидел,
И более всего страдал!
Сначала все хотел, потом все презирал я,
То сам себя не понимал я,
То мир меня не понимал.»

(IT)

«Arbenin:
Amo in modo diverso io: tutto ho visto,
Tutto provato, tutto compreso, conosciuto;
Amai sovente, più sovente odiai,
Soffersi, più che ogni altra cosa!
Dapprima tutto volli, poi tutto disprezzai,
Talora non capii me stesso,
Non mi capì talaltra il mondo»

(Michail Ju. Lermontov, “Il ballo in maschera”, in Liriche e poemi, trad. Tommaso Landolfi, Einaudi, Torino, 1982, p. 162-163)

Evgenij Aleksandrovič Arbenin, dopo una gioventù viziosa e dedita a eccessi di varia natura, può godersi il benessere economico che gli ha fruttato la sua abilità di giocatore con Nina, moglie amata e gran bellezza nel fiore degli anni. Una sera torna al tavolo da gioco, ormai abbandonato da anni, per salvare dalla rovina il principe Zvezdič, un giovane ufficiale che ha perso l’intero suo patrimonio. Più tardi si recano insieme a un ballo in maschera, giacché è tempo di Carnevale. Al ballo, il principe è sedotto da una signora in maschera. Arbenin, dal canto suo, è avvicinato da una maschera maschile che gli predice una sventura per quella sera stessa.

Zvezdič, invaghitosi della donna che civetta con lui, le chiede di lasciargli un oggetto a imperitura memoria del loro incontro. La dama fugge, spaventata all’idea che l’irruente giovane possa strapparle la maschera e riconoscerla. Seduta su un divano pensa a come mandarlo via, quando scorge sul pavimento un braccialetto smarrito da qualcuno. Se ne appropria e, al riapparire del principe, getta per terra il monile, in modo da poter scomparire tra la folla nel mentre lui lo raccoglie.

Zvezdič racconta ad Arbenin la sua avventura con l’intrigante maschera; quindi i due si separano. Evgenij Aleksandrovič torna a casa, ma la moglie è fuori. Al suo ritorno, nota che non ha più al polso il bracciale, ed è allora che si rende conto di quanto sia simile a quello che il principe gli ha mostrato come dono della dama misteriosa. Domanda dove sia il bracciale, dove possa averlo perduto. Nina non comprende perché il marito si stia tanto inquietando e commette l’errore di non rivelare subito di essere stata al ballo in maschera, scena verosimile dello smarrimento. L’uomo ne viene informato dal servo e si convince di essere stato tradito. Le proteste d’innocenza di Nina non sortiscono alcun effetto: Arbenin è deciso a vendicare il suo onore.

Atto secondo

(RU)

«Князь:
О, где ты, честь моя!.. отдайте это слово,
Отдайте мне его — и я у ваших ног,
Да в вас нет ничего святого,
Вы человек иль демон?
Арбенин
Я? — игрок!»

(IT)

«Principe:
Oh, dove, onor mio, sei!… rendetemi l’onore,
Rendetemelo — ed io mi getto ai vostri piedi.
Ma nulla avete voi di sacro,
Uomo siete o demonio?
Arbenin
Io? giocatore!»

(Michail Ju. Lermontov, “Il ballo in maschera”, op. cit., p. 217)

Sotto la maschera che ha sedotto Zvezdič si nasconde una vedova, la baronessa Štral, segretamente innamorata del principe. Nina Arbenina, che è una sua amica, va a trovarla, e di lì a poco giunge anche il principe. Mentre la baronessa è costretta ad assentarsi per qualche minuto, Zvezdič, il quale grazie al braccialetto è risalito al nome della sua proprietaria, confessa a Nina di amarla. La donna nega di avergli dato il bracciale e se ne va irritata. Il principe si sfoga con la baronessa e lei capisce di aver raccolto da terra il bracciale di Nina e di averne compromesso l’onore agli occhi del marito. Sul momento si sente sollevata, ma in coscienza sa che sarà punita per aver desiderato la sua pace a scapito di un’altra persona.

Il principe Zvezdič al tavolo da gioco in un’illustrazione di Leonid Pasternak

Solito frequentatore degli ambienti aristocratici è Adam Petrovič Šprich: è lui che corre in aiuto dei tanti che necessitano di denaro in prestito. La baronessa, il cui defunto marito aveva contratto con Šprich un forte debito, accenna in sua presenza alla presunta relazione tra la Arbenina e il principe, suggerendogli di intervenire nella faccenda per calmare gli animi. Šprich, il quale spera di ricevere dalla Štral il denaro che gli è dovuto, ha un colloquio con Zvezdič, da parte sua intenzionato a sbugiardare pubblicamente Nina, e lo induce a scrivere un biglietto alla donna. Arbenin però lo intercetta.

Evgenij Aleksandrovič, finora persuaso che il principe ignorasse l’identità della donna misteriosa, ossia la moglie dell’uomo che lo ha salvato dalla rovina, è sconvolto dall’ingratitudine di Zvezdič. Intanto il suo vecchio compagno al tavolo da gioco, Afanasij Pavlovič Kazarin, apprende da Šprich quel che si mormora in società su Arbenin e decide di approfittare delle circostanze per riportare l’amico sulla via del vizio. La grande abilità di giocatore di Arbenin può aiutarlo a rimpinguare le sue dissestate finanze.

Arbenin, risoluto a uccidere Zvezdič, va da lui. Gli annunciano che dorme, ma egli s’introduce, non visto, nella sua stanza. Ne esce senza aver agito, per mancanza di coraggio. Un altro modo, più sottile, di vendicarsi gli si affaccia alla mente, e scrive un biglietto in cui invita Zvezdič a cena in casa di N.[4] per trascorrere una piacevole serata. Uscendo, incontra una donna velata. Temendo sia Nina, le scopre il volto e riconosce la baronessa Štral. La donna, preoccupata di vedere Arbenin dal principe, tenta senza riuscirci di scagionare Nina dal sospetto di tradimento: Evgenij Aleksandrovič non la lascia parlare e va via. Maggior successo ottiene con Zvezdič, che ora sa la verità.

Il principe, rinfrancato dal tono cordiale del biglietto, si reca tranquillo da N., senza dar peso alle parole di ammonimento della baronessa. Qui, oltre al padrone di casa e Arbenin, c’è il solo Kazarin. Giocano a carte. A un certo punto Arbenin accusa il principe, che sta vincendo, di imbrogliare, e lo schiaffeggia. Zvezdič esige che l’offesa subìta venga riparata, ma Arbenin, trionfante, rifiuta di battersi: in società tutti dovranno sapere che il principe è un baro e un vigliacco.

Atto terzo

(RU)

«Арбенин:
… Ты права! что такое жизнь? жизнь вещь пустая.
Покуда в сердце быстро льется кровь,
Всё в мире нам и радость и отрада.
Пройдут года желаний и страстей,
И все вокруг темней, темней!
Что жизнь? давно известная шарада
Для упражнения детей;
Где первое — рожденье! где второе —
Ужасный ряд забот и муки тайных ран,
Где смерть — последнее, а целое — обман!»

(IT)

«Arbenin:
… che è vita? la vita è cosa vana.
Finché rapido corre il sangue in cuore,
Tutto al mondo ci è gioia, ma passati
Gli anni delle passioni e delle brame,
Sempre più buio è tutto, intorno!
La vita? una sciarada ormai ben nota
Per l’esercizio dei fanciulli;
Dove il primiero è nascita, il secondo
Orrendi affanni, pene di ferite segrete,
Dove l’ultimo è morte, ed inganno l’intero!»

(Michail Ju. Lermontov, “Il ballo in maschera”, op. cit., p. 231)

Nina scopre di essere stata avvelenata in un’illustrazione di V. A. Poljakov

La baronessa è partita. In casa di M. la buona società parla alle spalle del principe Zvezdič, accusandolo di codardia; sono presenti anche gli Arbeniny. Zvezdič, non atteso, si fa vivo per poter mettere in guardia Nina dalla vendetta del marito, e restituirle il braccialetto. Arbenin, che osserva la scena da lontano, non nutre ormai alcun dubbio sull’infedeltà della moglie e, con rinnovata determinazione, si avvia ad eseguire il suo piano delittuoso. Da quando, anni prima, aveva perso tutto al gioco e con l’ultimo rublo che gli era rimasto aveva deciso che o si sarebbe rifatto (come accadde) o avrebbe bevuto il veleno, non si era più separato dalla fatale polverina. La cava dalla tasca e la versa nel gelato che porge all’ignara moglie. Lei lo mangia, e a quel punto Arbenin, adducendo come scusa la stanchezza, la conduce a casa.

Nina comincia a stare male e implora il marito di chiamare il medico. Arbenin le confessa che è condannata a morire perché lui le ha fatto ingerire il veleno, e le chiede di ammettere finalmente, davanti a Dio, la sua colpa. Ma Nina ha la coscienza pulita e muore, maledicendo l’assassino e invocando su di lui il giudizio divino. Arbenin guarda il cadavere della donna amata e grida: «Menzogna!».

Atto quarto

(RU)

«Неизвестный [Арбенину]:
То адское презренье ко всему,
Которым ты гордился всюду!
Не знаю, приписать его к уму
Иль к обстоятельствам — я разбирать не буду
Твоей души — ее поймет лишь бог,
Который сотворить один такую мог.»

(IT)

«Sconosciuto [ad Arbenin]:
… Quel disprezzo infernale tuo per tutto,
Del quale ovunque ti gloriavi!
Né so se attribuirlo all’intelletto
Od alle circostanze — non voglio decifrare
L’anima tua, — la intenderà soltanto
Iddio, che poté, solo, crearne una siffatta.»

(Michail Ju. Lermontov, “Il ballo in maschera”, op. cit., p. 247)

Zvezdič e uno sconosciuto giungono a casa di Arbenin. Il personaggio appena entrato in scena, sette anni prima, era stato rovinato al gioco da uno spietato Arbenin, nonostante fossero amici, e non era più stato in grado di rifarsi una vita. Solo la speranza di riuscire un giorno a vendicarsi, gli aveva dato la forza per andare avanti. E quel giorno è arrivato quando ha visto Arbenin avvelenare il gelato e, invece di impedire il delitto, ha preferito che si compisse pur di poter dare il colpo di grazia al suo nemico. Ha quindi convinto Zvezdič che la repentina morte di Nina non poteva essere dovuta al caso e insieme a lui si è recato da Arbenin.

L’ignoto si rivela ad Arbenin dicendogli che, inosservato, lo aveva seguito in ogni dove, sempre con un volto e un costume diversi, in attesa di un suo passo falso. Al ballo in maschera era stato lui a preconizzargli una sciagura imminente, e ora è venuto a dirgli che sa dell’uxoricidio. A questo punto il principe mostra ad Arbenin una lettera in cui la baronessa Štral confessa la parte avuta nell’intrigo e scagiona Nina, sicuro che l’uomo, messo di fronte alla verità, non si sottrarrà ancora alla sua richiesta di un duello riparatore.

Ma l’orgogliosa intelligenza di Arbenin crolla sotto il peso dell’intollerabile colpa di aver ucciso la donna amata per un peccato inesistente. Lo sconosciuto è felice di aver ottenuto la rivalsa tanto agognata. Il principe, al contrario, si rammarica che la follia di Arbenin non gli consentirà né ora né mai di riguadagnare l’onore perduto.

Foto interna ed esterna: https://www.rai.it/ufficiostampa/assets/template/us-articolo.html?ssiPath=/articoli/2020/11/A-teatro-con-Rai5-canale-23-c7ac591e-8640-4546-8676-7c6d58dd4476-ssi.html

Anticipazioni TV

Anticipazioni per “Un ballo in maschera” di Verdi del 20 marzo alle 10 su Rai 5: dalla Scala di Milano

Anticipazioni per “Un ballo in maschera” di Verdi del 20 marzo alle 10 su Rai 5: omaggio a Liliana Cavani con la direzione di Riccardo Muti dalla Scala di Milano – Rai Cultura ricorda Liliana Cavani riproponendo oggi mercoledì 20 marzo alle 10.00 su Rai 5 l’opera “Un ballo in maschera” di Verdi nell’allestimento da lei diretto nel 2001 al Teatro alla Scala di Milano.

Sul podio, Riccardo Muti mentre, le scene sono di Dante Ferretti e i costumi di Gabriella Pescucci. Protagonisti sul palco, Salvatore Licitra, Bruno Caproni e Maria Guleghina. Regia tv di Carlo Battistoni.

Un ballo in maschera è un’opera di Giuseppe Verdi su libretto di Antonio Somma, la cui fonte è il libretto di Eugène Scribe per Daniel Auber Gustave III, ou Le Bal masqué (1833).

Frutto della giovane amicizia con Antonio Somma, nata durante il periodo della Traviata, l’opera prende spunto dal dramma francese Gustave III, ou Le Bal masqué, libretto che Eugène Scribe scrisse per Daniel Auber nel 1833. Prima di essere rappresentata la prima volta al Teatro Apollo di Roma il 17 febbraio 1859, quest’opera dovette subire numerose modifiche dettate dalla censura prima borbonica e poi pontificia.[1]

Fu nella primavera del 1856 che Verdi iniziò a prendere contatto con Vincenzo Torelli, l’allora giornalista e segretario della direzione del San Carlo, proponendogli un soggetto del tutto nuovo: un Re Lear di Shakespeare, cui aveva iniziato a lavorare in quel periodo insieme a Somma, ma che non concretò mai a causa dell’incertezza del maestro sulla compagnia teatrale e sullo stesso soggetto. Fu firmato comunque un contratto per la stagione teatrale del Carnevale del ‘57-‘58, dando così modo a Verdi di continuare i suoi lavori (tra cui il Simon Boccanegra per la Fenice di Venezia). Ma non fu facile trovare un altro soggetto da musicare: entro giugno bisognava presentare un compendio dell’argomento scelto. Nelle lettere di Verdi a Torelli si parla di diversi drammi: “Avrei amato fare il Ruy Blas; ma avete ragione, non conviene fare la parte brillante a Coletti, d’altra parte non avrebbe potuto fare la parte del protagonista”.[2] E ancora:«La mia attenzione erasi fermata sopra un dramma molto bello ed interessante: Il Tesoriere del re D. Pedro, che feci subito tradurre; ma, nel farne lo schizzo per ridurlo a proporzioni musicabili, vi ho trovato tali inconvenienti da deporne il pensiero. Ora sto riducendo un dramma francese, Gustavo III di Svezia, libretto di Scribe, e fatto all’Opéra or sono più di vent’anni».[3]

Fu quest’ultimo al quale Verdi scelse di lavorare, in accordo con la direzione del teatro.[4]

Nell’ottobre del 1857 Somma e Verdi si misero quindi al lavoro, lavorando al libretto e alla musica e rifacendosi (con opportune modifiche) al lavoro di Scribe ed Auber, ma quando furono mandati i primi abbozzi Torelli si affrettò ad avvisare il maestro che la censura avrebbe chiesto molti cambiamenti. Verdi giudicò discutibili tutte le richieste, soprattutto lo spostamento all’indietro di cinque o sei secoli dell’epoca in cui ambientarla; eppure a gennaio, dopo essere giunto a Napoli, riuscì con Somma a presentare un libretto con un nuovo titolo: Una Vendetta in Domino, cambiando il re in duca di Pomerania e trasportando l’azione un secolo indietro.[5]

Ma con l’attentato a Napoleone III, avvenuto il 14 gennaio ad opera di Felice Orsini, tutto il lavoro fu di nuovo giudicato inadatto. La direzione del San Carlo decise quindi di muoversi autonomamente facendo modificare il titolo e gran parte del contenuto del libretto, denominato ora Adelia degli Adimari, ad un librettista anonimo (si suppone fosse Domenico Bolognese, l’allora poeta ufficiale del teatro). Appresa la notizia, Verdi decise di sciogliersi dal contratto ancor prima di aver visionato il nuovo lavoro; la direzione gli fece causa ed egli rispose con una querela per danni. Il tutto si dovette risolvere in tribunale. Doveroso citare una parte fondamentale del memorandum che il maestro scrisse per difendersi:«La Vendetta in Domino si compone di 884 versi: ne sono stati cambiati 297 nell’Adelia, aggiunti molti, tolti moltissimi. Domando inoltre se nel dramma dell’Impresa esiste come nel mio
Il titolo? – No.
Il poeta? – No.
L’epoca? – No.
Località? – No.
Caratteri? – No.
Situazioni? – No.
Il sorteggio? – No.
Festa da ballo? – No.
Un Maestro che rispetti l’arte sua e se stesso non poteva né doveva disonorarsi accettando per subbietto d’una musica, scritta sopra ben altro piano, codeste stranezze che manomettono i più ovvii principii della drammatica e vituperano la coscienza dell’artista
».[6]

Dopo mesi si giunse ad un accordo: la direzione ritrattò le accuse e in cambio Verdi mise in scena al San Carlo una ripresa del Simon Boccanegra il 30 novembre del ’58.[7]

Ma il desiderio di mettere in scena la sua opera spinse il maestro a prendere contatto con l’impresario del teatro Apollo di Roma, Vincenzo Jacovacci, il quale fu ben lieto della notizia, ma preannunciò che l’opera avrebbe dovuto subire qualche cambiamento per la censura. Somma esortò Verdi a lasciar perdere e a dare il libretto a Milano dove sarebbe passato indenne in teatro, ma per il maestro bisognava dare uno «schiaffo» al teatro napoletano, mettendo in scena l’opera «quasi sulle porte di Napoli e far vedere che anche la censura di Roma ha permesso questo libretto».[8]

Fu così che l’opera passò nelle mani dei romani e riuscì ad andare in scena senza troppe variazioni il 17 febbraio del 1859, pur con qualche malcontento degli autori. Somma dovette accettare suo malgrado le disposizioni della censura ma si rifiutò di far pubblicare il libretto col suo nome; Verdi si dovette accontentare dei membri del cast che il teatro poteva permettersi e ne rimase alquanto deluso, ad eccezione di Gaetano Fraschini e Leone Giraldoni.[9]

La trama è tratta da un fatto realmente accaduto: Gustavo III, re di Svezia dal 1771 al 1792, fu ferito da un uomo di corte durante un ballo il 16 marzo, e morì pochi giorni dopo. La storia, ridotta a libretto da Scribe (testo da cui poi prenderanno spunto tutte le altre opere con lo stesso soggetto), fu musicata diverse altre volte prima di diventare la fonte di Un ballo in maschera di Verdi, ed esattamente:

Trama

L’azione si svolge a Boston alla fine del XVII secolo.

Atto I

Quadro I: palazzo del governatore a Boston

Il Conte Riccardo è il saggio e illuminato governatore della colonia inglese del Massachusetts sotto il regno di Carlo II. La scena si apre nel suo palazzo, dove il Conte riceve una serie di notabili tra i quali, ben nascosto, si cela un piccolo gruppo di congiurati guidati da Samuel e Tom, che sta tramando contro di lui. Intanto il fido paggio Oscar si occupa dei preparativi di un ballo in maschera che di lì a qualche giorno sarà ospitato nel palazzo e porge al Conte una lista degli invitati tra i quali figura Amelia, moglie del creolo Renato, segretario ed amico carissimo di Riccardo. Questi ama segretamente la donna, ma è troppo fedele al proprio amico per tentare di sedurla. Successivamente un giudice chiede a Riccardo di firmare l’atto di condanna all’esilio della maga Ulrica, ma Oscar tenta di dissuaderlo poiché la donna potrebbe vendicarsi facendo ricorso alle sue arti; il governatore, scettico, decide di recarsi travestito da pescatore nel suo antro.

Quadro II: l’abituro della maga Ulrica

Ulrica, al termine di un rituale, diventa consapevole che qualcosa di molto grave sta per accadere. Arriva Riccardo travestito da pescatore e accompagnato da Oscar e da un gruppo di amici; per mettere alla prova le capacità magiche di Ulrica, il governatore fa predire a turno la ventura di ciascuno di loro, per burlarsi di lei realizzando immediatamente i vaticini con degli astuti stratagemmi. A un certo punto giunge una donna che chiede di essere ricevuta da sola: si tratta di Amelia, la quale, divisa fra l’amore e il dovere coniugale, chiede alla maga una pozione che le renda la pace perduta. Ulrica le consiglia di recarsi a mezzanotte in un campo malfamato nei dintorni di un cimitero, dove potrà raccogliere un’erba magica. Riccardo, di nascosto, ascolta la confessione di Amelia e gioisce nel sapere che la donna ricambia il suo amore. Una volta andata via Amelia è Riccardo stesso a farsi predire il futuro. La maga riconosce la sua nobiltà sotto mentite spoglie, e gli fa una profezia infausta: tra i suoi amici ce n’è uno o più d’uno che tramano contro la sua vita; colui che lo ucciderà sarà anche la prima persona che gli stringerà la mano. Riccardo, per ulteriore dileggio, si aggira tra i presenti chiedendo loro di stringergli la mano, ma nessuno osa farlo. L’arrivo di Renato e la sua amichevole stretta di mano sembrano tuttavia fugare ogni dubbio: Riccardo dichiara che questi è il suo amico più fidato, e non oserà mai ucciderlo. A quel punto Riccardo rivela la sua vera identità a Ulrica e le concede la grazia e la invita ad ammettere che sia una ciarlatana; la maga, pur riconoscente nei suoi confronti, non può ritirare il vaticinio.

Atto II

Campo malfamato nei dintorni del cimitero di Boston

Amelia si è recata di notte presso il cimitero, nel campo indicatole da Ulrica, per raccogliere l’erba magica; mentre la cerca, piange il suo amore disgraziato. Riccardo la raggiunge e, durante un colloquio serrato, le strappa la confessione del suo amore. La passione sta per travolgere i due innamorati, quando di lontano si vede sopraggiungere Renato, sulle tracce dei congiurati che stanno per tendere un agguato al Conte. Renato non riconosce la moglie, che si è coperta il volto con un velo, ed esorta l’amico a fuggire. Riccardo accetta dopo aver ottenuto da Renato la solenne promessa che riaccompagnerà la donna velata fino alle porte della città, senza mai rivolgerle la parola. Sopraggiungono i congiurati che, delusi nel trovare il segretario in luogo del governatore, vorrebbero vendicarsi uccidendo la sua misteriosa amante. Renato si oppone mettendo la mano alla spada e Amelia, per evitare il duello, lascia cadere il velo. La vista della moglie lascia Renato impietrito e desta l’ilarità nei congiurati, che scherzano pesantemente sulla situazione. Renato decide di lavare quest’onta col sangue di Riccardo, così convoca i congiurati nella sua casa per allearsi con loro e favorire l’uccisione del Conte. Quindi riconduce Amelia in città, non prima di averla minacciata di morte.

Atto III

Studio del governatore di Boston

Al sorgere del nuovo giorno Renato affronta Amelia e le dice che solo il sangue potrà lavare l’onta. La donna accetta il suo destino ma implora Renato di poter abbracciare per un’ultima volta loro figlio: nel vedere quella scena straziante, Renato decide di non uccidere sua moglie, ma solo Riccardo. Poco dopo Samuel e Tom, i congiurati, giungono a casa di Renato, ancora stupefatti del cambio repentino dell’uomo, che conferma di voler partecipare all’attentato. Si tira a sorte chi dovrà vibrare il colpo fatale e Amelia è costretta a estrarre il nome dell’assassino: il prescelto è Renato. Successivamente giunge Oscar con l’invito per il ballo in maschera, e Renato afferma che vi andrà assieme ad Amelia, la quale, avendo compreso le intenzioni del marito, tenterà in ogni modo di salvare il suo amato. Nel frattempo Riccardo, meditando nel suo studio sulla fedeltà di Renato, ha deciso di rinunciare ad Amelia ed intende rimpatriare Renato in Inghilterra assieme alla moglie: mentre firma il decreto arriva Oscar con un biglietto consegnatogli da una donna misteriosa, ove sta scritto che durante il ricevimento la sua vita sarà messa in pericolo. Riccardo decide di presenziare comunque al ballo per rivedere un’ultima volta la sua amata. Il ballo in maschera ha dunque inizio: Renato tenta di capire quale sia il travestimento di Riccardo, e con uno stratagemma riesce a carpire l’informazione da Oscar. Nel frattempo Riccardo viene avvicinato da Amelia, che lo implora di fuggire. Riccardo rifiuta, ma le confessa di aver firmato l’ordine per la sua partenza. Mentre si accingono all’addio, giunge Renato e pugnala a tradimento il Conte. Oscar accusa Renato del delitto ma il Conte, agonizzante, fa liberare l’amico e, fattolo avvicinare, gli confessa di aver amato Amelia ma di averne rispettato l’onore, e gli mostra il dispaccio firmato. Mentre Renato contempla le conseguenze dell’erronea vendetta, Riccardo muore, pianto da tutti i presenti.

Foto interna ed esterna: https://www.facebook.com/raicinque/photos/a.179462212068870/3523639494317775/?type=3

Anticipazioni TV

Anticipazioni per “Un ballo in maschera” di Verdi del 1° marzo alle 21.15 su Rai 5: dalla Scala di Milano

Anticipazioni per “Un ballo in maschera” di Verdi del 1° marzo alle 21.15 su Rai 5: con la direzione di Claudio Abbado e  la regia di Franco Zeffirelli dalla Scala di Milano – E’ uno degli spettacoli storici maggiormente ricordati del Teatro alla Scala “Un ballo in maschera” di Giuseppe Verdi andato in scena nel 1978 con la direzione di Claudio Abbado e la regia di Franco Zeffirelli.

Rai Cultura lo ripropone in prima serata su Rai 5 venerdì 1° marzo alle 21.15, in occasione del decennale della scomparsa di del grande direttore d’orchestra.

Protagonisti sul palco Luciano Pavarotti, Mara Zampieri, Elena Obraztsova, Piero Cappuccilli, Daniela Mazzucato e Luigi Roni. La regia televisiva è curata dallo stesso Zeffirelli.

Un ballo in maschera è un’opera di Giuseppe Verdi su libretto di Antonio Somma, la cui fonte è il libretto di Eugène Scribe per Daniel Auber Gustave III, ou Le Bal masqué (1833).

Frutto della giovane amicizia con Antonio Somma, nata durante il periodo della Traviata, l’opera prende spunto dal dramma francese Gustave III, ou Le Bal masqué, libretto che Eugène Scribe scrisse per Daniel Auber nel 1833. Prima di essere rappresentata la prima volta al Teatro Apollo di Roma il 17 febbraio 1859, quest’opera dovette subire numerose modifiche dettate dalla censura prima borbonica e poi pontificia.[1]

Fu nella primavera del 1856 che Verdi iniziò a prendere contatto con Vincenzo Torelli, l’allora giornalista e segretario della direzione del San Carlo, proponendogli un soggetto del tutto nuovo: un Re Lear di Shakespeare, cui aveva iniziato a lavorare in quel periodo insieme a Somma, ma che non concretò mai a causa dell’incertezza del maestro sulla compagnia teatrale e sullo stesso soggetto. Fu firmato comunque un contratto per la stagione teatrale del Carnevale del ‘57-‘58, dando così modo a Verdi di continuare i suoi lavori (tra cui il Simon Boccanegra per la Fenice di Venezia). Ma non fu facile trovare un altro soggetto da musicare: entro giugno bisognava presentare un compendio dell’argomento scelto. Nelle lettere di Verdi a Torelli si parla di diversi drammi: “Avrei amato fare il Ruy Blas; ma avete ragione, non conviene fare la parte brillante a Coletti, d’altra parte non avrebbe potuto fare la parte del protagonista”.[2] E ancora:«La mia attenzione erasi fermata sopra un dramma molto bello ed interessante: Il Tesoriere del re D. Pedro, che feci subito tradurre; ma, nel farne lo schizzo per ridurlo a proporzioni musicabili, vi ho trovato tali inconvenienti da deporne il pensiero. Ora sto riducendo un dramma francese, Gustavo III di Svezia, libretto di Scribe, e fatto all’Opéra or sono più di vent’anni».[3]

Fu quest’ultimo al quale Verdi scelse di lavorare, in accordo con la direzione del teatro.[4]

Nell’ottobre del 1857 Somma e Verdi si misero quindi al lavoro, lavorando al libretto e alla musica e rifacendosi (con opportune modifiche) al lavoro di Scribe ed Auber, ma quando furono mandati i primi abbozzi Torelli si affrettò ad avvisare il maestro che la censura avrebbe chiesto molti cambiamenti. Verdi giudicò discutibili tutte le richieste, soprattutto lo spostamento all’indietro di cinque o sei secoli dell’epoca in cui ambientarla; eppure a gennaio, dopo essere giunto a Napoli, riuscì con Somma a presentare un libretto con un nuovo titolo: Una Vendetta in Domino, cambiando il re in duca di Pomerania e trasportando l’azione un secolo indietro.[5]

Ma con l’attentato a Napoleone III, avvenuto il 14 gennaio ad opera di Felice Orsini, tutto il lavoro fu di nuovo giudicato inadatto. La direzione del San Carlo decise quindi di muoversi autonomamente facendo modificare il titolo e gran parte del contenuto del libretto, denominato ora Adelia degli Adimari, ad un librettista anonimo (si suppone fosse Domenico Bolognese, l’allora poeta ufficiale del teatro). Appresa la notizia, Verdi decise di sciogliersi dal contratto ancor prima di aver visionato il nuovo lavoro; la direzione gli fece causa ed egli rispose con una querela per danni. Il tutto si dovette risolvere in tribunale. Doveroso citare una parte fondamentale del memorandum che il maestro scrisse per difendersi:«La Vendetta in Domino si compone di 884 versi: ne sono stati cambiati 297 nell’Adelia, aggiunti molti, tolti moltissimi. Domando inoltre se nel dramma dell’Impresa esiste come nel mio
Il titolo? – No.
Il poeta? – No.
L’epoca? – No.
Località? – No.
Caratteri? – No.
Situazioni? – No.
Il sorteggio? – No.
Festa da ballo? – No.
Un Maestro che rispetti l’arte sua e se stesso non poteva né doveva disonorarsi accettando per subbietto d’una musica, scritta sopra ben altro piano, codeste stranezze che manomettono i più ovvii principii della drammatica e vituperano la coscienza dell’artista
».[6]

Dopo mesi si giunse ad un accordo: la direzione ritrattò le accuse e in cambio Verdi mise in scena al San Carlo una ripresa del Simon Boccanegra il 30 novembre del ’58.[7]

Ma il desiderio di mettere in scena la sua opera spinse il maestro a prendere contatto con l’impresario del teatro Apollo di Roma, Vincenzo Jacovacci, il quale fu ben lieto della notizia, ma preannunciò che l’opera avrebbe dovuto subire qualche cambiamento per la censura. Somma esortò Verdi a lasciar perdere e a dare il libretto a Milano dove sarebbe passato indenne in teatro, ma per il maestro bisognava dare uno «schiaffo» al teatro napoletano, mettendo in scena l’opera «quasi sulle porte di Napoli e far vedere che anche la censura di Roma ha permesso questo libretto».[8]

Fu così che l’opera passò nelle mani dei romani e riuscì ad andare in scena senza troppe variazioni il 17 febbraio del 1859, pur con qualche malcontento degli autori. Somma dovette accettare suo malgrado le disposizioni della censura ma si rifiutò di far pubblicare il libretto col suo nome; Verdi si dovette accontentare dei membri del cast che il teatro poteva permettersi e ne rimase alquanto deluso, ad eccezione di Gaetano Fraschini e Leone Giraldoni.[9]

La trama è tratta da un fatto realmente accaduto: Gustavo III, re di Svezia dal 1771 al 1792, fu ferito da un uomo di corte durante un ballo il 16 marzo, e morì pochi giorni dopo. La storia, ridotta a libretto da Scribe (testo da cui poi prenderanno spunto tutte le altre opere con lo stesso soggetto), fu musicata diverse altre volte prima di diventare la fonte di Un ballo in maschera di Verdi, ed esattamente:

Trama

L’azione si svolge a Boston alla fine del XVII secolo.

Atto I

Quadro I: palazzo del governatore a Boston

Il Conte Riccardo è il saggio e illuminato governatore della colonia inglese del Massachusetts sotto il regno di Carlo II. La scena si apre nel suo palazzo, dove il Conte riceve una serie di notabili tra i quali, ben nascosto, si cela un piccolo gruppo di congiurati guidati da Samuel e Tom, che sta tramando contro di lui. Intanto il fido paggio Oscar si occupa dei preparativi di un ballo in maschera che di lì a qualche giorno sarà ospitato nel palazzo e porge al Conte una lista degli invitati tra i quali figura Amelia, moglie del creolo Renato, segretario ed amico carissimo di Riccardo. Questi ama segretamente la donna, ma è troppo fedele al proprio amico per tentare di sedurla. Successivamente un giudice chiede a Riccardo di firmare l’atto di condanna all’esilio della maga Ulrica, ma Oscar tenta di dissuaderlo poiché la donna potrebbe vendicarsi facendo ricorso alle sue arti; il governatore, scettico, decide di recarsi travestito da pescatore nel suo antro.

Quadro II: l’abituro della maga Ulrica

Ulrica, al termine di un rituale, diventa consapevole che qualcosa di molto grave sta per accadere. Arriva Riccardo travestito da pescatore e accompagnato da Oscar e da un gruppo di amici; per mettere alla prova le capacità magiche di Ulrica, il governatore fa predire a turno la ventura di ciascuno di loro, per burlarsi di lei realizzando immediatamente i vaticini con degli astuti stratagemmi. A un certo punto giunge una donna che chiede di essere ricevuta da sola: si tratta di Amelia, la quale, divisa fra l’amore e il dovere coniugale, chiede alla maga una pozione che le renda la pace perduta. Ulrica le consiglia di recarsi a mezzanotte in un campo malfamato nei dintorni di un cimitero, dove potrà raccogliere un’erba magica. Riccardo, di nascosto, ascolta la confessione di Amelia e gioisce nel sapere che la donna ricambia il suo amore. Una volta andata via Amelia è Riccardo stesso a farsi predire il futuro. La maga riconosce la sua nobiltà sotto mentite spoglie, e gli fa una profezia infausta: tra i suoi amici ce n’è uno o più d’uno che tramano contro la sua vita; colui che lo ucciderà sarà anche la prima persona che gli stringerà la mano. Riccardo, per ulteriore dileggio, si aggira tra i presenti chiedendo loro di stringergli la mano, ma nessuno osa farlo. L’arrivo di Renato e la sua amichevole stretta di mano sembrano tuttavia fugare ogni dubbio: Riccardo dichiara che questi è il suo amico più fidato, e non oserà mai ucciderlo. A quel punto Riccardo rivela la sua vera identità a Ulrica e le concede la grazia e la invita ad ammettere che sia una ciarlatana; la maga, pur riconoscente nei suoi confronti, non può ritirare il vaticinio.

Atto II

Campo malfamato nei dintorni del cimitero di Boston

Amelia si è recata di notte presso il cimitero, nel campo indicatole da Ulrica, per raccogliere l’erba magica; mentre la cerca, piange il suo amore disgraziato. Riccardo la raggiunge e, durante un colloquio serrato, le strappa la confessione del suo amore. La passione sta per travolgere i due innamorati, quando di lontano si vede sopraggiungere Renato, sulle tracce dei congiurati che stanno per tendere un agguato al Conte. Renato non riconosce la moglie, che si è coperta il volto con un velo, ed esorta l’amico a fuggire. Riccardo accetta dopo aver ottenuto da Renato la solenne promessa che riaccompagnerà la donna velata fino alle porte della città, senza mai rivolgerle la parola. Sopraggiungono i congiurati che, delusi nel trovare il segretario in luogo del governatore, vorrebbero vendicarsi uccidendo la sua misteriosa amante. Renato si oppone mettendo la mano alla spada e Amelia, per evitare il duello, lascia cadere il velo. La vista della moglie lascia Renato impietrito e desta l’ilarità nei congiurati, che scherzano pesantemente sulla situazione. Renato decide di lavare quest’onta col sangue di Riccardo, così convoca i congiurati nella sua casa per allearsi con loro e favorire l’uccisione del Conte. Quindi riconduce Amelia in città, non prima di averla minacciata di morte.

Atto III

Studio del governatore di Boston

Al sorgere del nuovo giorno Renato affronta Amelia e le dice che solo il sangue potrà lavare l’onta. La donna accetta il suo destino ma implora Renato di poter abbracciare per un’ultima volta loro figlio: nel vedere quella scena straziante, Renato decide di non uccidere sua moglie, ma solo Riccardo. Poco dopo Samuel e Tom, i congiurati, giungono a casa di Renato, ancora stupefatti del cambio repentino dell’uomo, che conferma di voler partecipare all’attentato. Si tira a sorte chi dovrà vibrare il colpo fatale e Amelia è costretta a estrarre il nome dell’assassino: il prescelto è Renato. Successivamente giunge Oscar con l’invito per il ballo in maschera, e Renato afferma che vi andrà assieme ad Amelia, la quale, avendo compreso le intenzioni del marito, tenterà in ogni modo di salvare il suo amato. Nel frattempo Riccardo, meditando nel suo studio sulla fedeltà di Renato, ha deciso di rinunciare ad Amelia ed intende rimpatriare Renato in Inghilterra assieme alla moglie: mentre firma il decreto arriva Oscar con un biglietto consegnatogli da una donna misteriosa, ove sta scritto che durante il ricevimento la sua vita sarà messa in pericolo.

Riccardo decide di presenziare comunque al ballo per rivedere un’ultima volta la sua amata. Il ballo in maschera ha dunque inizio: Renato tenta di capire quale sia il travestimento di Riccardo, e con uno stratagemma riesce a carpire l’informazione da Oscar. Nel frattempo Riccardo viene avvicinato da Amelia, che lo implora di fuggire. Riccardo rifiuta, ma le confessa di aver firmato l’ordine per la sua partenza. Mentre si accingono all’addio, giunge Renato e pugnala a tradimento il Conte. un ballo in maschera

Oscar accusa Renato del delitto ma il Conte, agonizzante, fa liberare l’amico e, fattolo avvicinare, gli confessa di aver amato Amelia ma di averne rispettato l’onore, e gli mostra il dispaccio firmato. Mentre Renato contempla le conseguenze dell’erronea vendetta, Riccardo muore, pianto da tutti i presenti. un ballo in maschera

Foto interna ed esterna: https://www.youtube.com/watch?app=desktop&v=e7Xq526w9Oo