lunedì, Ottobre 18, 2021
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Sussurri & Grida, di Maurizio Verdenelli – Il sorriso triste di Alessio

sussurri

di Maurizio Verdenelli

Appena due anni. In quella tragedia da incubo ‘bianco’, c’è pure sangue marchigiano: due ragazzi di Pioraco e Castelraimondo, una coppia di Osimo. Sono tra le 29 vittime della valanga che distrusse letteralmente l’hotel di Rigopiano a Farindola, sotto il Gran Sasso, provincia di Pescara, che in quel momento nella ‘distrazione’ post Feste contava quaranta persone tra ospiti e personale lasciate alla mercè di una natura risvegliata dal suo ‘sonno’ profondo da un sisma le cui ultime fortissime scosse si erano avvertite qualche giorno prima nella ‘pancia molle’ e fragile del Centritalia.

Di recente l’inchiesta ha fatto importanti passi in avanti coinvolgendo 25 persone in direzione delle responsabilità, dirette ed indirette (tutte da provare, è chiaro) di una tragedia che ha sconvolto il pianeta. Ed alcuni di questi passi ‘parlano’ marchigiano, di una terra atterrita, commossa e muta testimone di una vicenda che sembra uscita da una trama cinematografica del genere catastrofico dove roghi indomabili e tormente di neve annichilenti hanno drammaticamente la meglio su tutto. Eppure Rigopiano, nei suoi riverberi tragici, fa rima con Bolognola (Macerata) dove nel ‘30 e ’34 altrettanti slavine fecero ogni volta 19 morti, con decine di feriti e dispersi (a documentare i fatti un fotoreporter d’eccezione: Carlo Balelli).

I Sibillini sono il regno dei misteri, come notissimo, poco gaudiosi: sessanta anni fa un aereo militare finì, uscidendo il pilota, contro una parete di Pizzo Tre Vescovi. Che in francese si legge e si scrive Massif de trois eveches, in Provenza, contro il quale nel 2015 Andrea Lubitz pilota della Germanvings portò a schiantarsi l’Airbus A312 morendo egli stesso e le 150 persone a bordo. Sibillini? Meglio o forse peggio ancora: Triangolo delle Bermude. E nel cuore di queste montagne ricche di miti antichi c’è la faglia (Il Sentiero delle fate sul Vettore) a dividere in due il Belpaese ove ogni 20 anni, circa, un evento sismico mette a dura prova le popolazioni di più regioni, impoverendo demograficamente le aree interne ed affollando quelle costiere. Mai così come nel 2016/2017 e mai come in quest’ultimo terremoto le Istituzioni (I maiuscola o minuscola? Il dubbio criticamente resta) hanno battuto la fiacca. Siamo ancora in emergenza mentre nel post sisma umbro-marchigiano, due anni dopo si ricominciava a ricostruire, anche se resta un 10% di incompiuto, stando ai calcoli dell’ex sindaco ‘eroe’ di Serravalle di Chienti, Venanzo Ronchetti. Un amministratore che non si tirava indietro: onesto, appassionato, competente. Non ha fatto carriere politica, è chiaro: non pensava a se stesso ma al suo popolo con il quale ha fatto davvero una ‘marcia nel deserto’ in quegli anni quando le montagne sembrassero quasi dover crollare ad ogni scossa. Ma poi si è visto di peggio. Un marchigiano autentico, con il cuore nella sua Terra.

Come Alessio Giovannini, 40 anni compiuto nel luglio scorso, che una crudele e rapidissima malattia ha portato via alla sua famiglia, alla sua professione di giornalista (addetto stampa nazionale della federazione d’atletica leggera-Fidal), alla sua Pieve Torina. La sua anima era sempre là nel paese martire del terremoto, anche se lui era o in Cina o in Finlandia dietro ai suoi azzurri emuli di Mennea -hanno detto oggi dall’altare i suoi amici più cari. Centinaia di persone hanno affollato la grande tensostruttura sportiva, dove si è trasferito il rito religioso considerata l’impossibilità di celebrarlo sul sagrato della bella e storica chiesa parrocchiale al centro del paese ‘dirupato’. Dirigenti Fidal, commissari tecnici, campioni, inviati dei giornali sportivi, hanno pianto con Pieve Torina il ‘loro’ Alessio che dopo il saluto di Roma era voluto tornare laddove era nato, sepolto nel cimitero all’ombra dei monti come un suo ideale predecessore, Gino Valeriani di Sefro, portavoce di Enrico Mattei, e prima ancora inviato del Corriere dello Sport e qualche anno fa la stessa Maria Grazia Capulli, camerinese, la conduttrice tv (Tg2) ‘più amata dagli italiani’ portata anch’essa via da un male che non perdona. Dall’altare, il sindaco Alessandro Gentilucci ha ricordato una telefonata di Alessio da Roma subito dopo le prime scosse e che il giornalista aveva voluto subito incontrarlo. Giovannini gli aveva detto: “Io ci sono”.

Ed aveva contribuito a ricostruire il paese, il ‘suo’ paese a cominciare dal palasport cui, seppure causa meteo (un’intuizione del destino?) una folla commossa fino alle lacrime, gli ha detto ‘arrivederci, Ale, amico, figlio nostro’. Dall’improvvisato altare al posto della rete del campo di calcetto, la gigantografia a colori di Alessio sorrideva. Guardandoti al solito dritto davanti a sé. Quando negli occhi sinceri potevi scorgere a lampi un po’ di tristezza.

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