martedì, Ottobre 20, 2020
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“Nuova” Alitalia: a che punto siamo? (seconda parte)

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Per meglio comprendere cosa potrebbe succedere della cordata che sta gestendo la compagnia di bandiera occorre fare un piccolo passo indietro. Vediamo quindi l’evoluzione della trattativa a cominciare dall’agosto 2014, ovvero quando Etihad è entrata nella trattativa.

“Vogliamo un’Alitalia più sexy e con i migliori servizi possibili” è stato l’annuncio di James Hogan al termine della cessione delle quote che ha visto la compagnia da lui amministrata (Etihad Airways) acquisire il 49% della compagnia di bandiera italiana. Parallelamente l’amministratore delegato di Alitalia, Gabriele Del Torchio, passava a Midco Spa, una cordata prettamente italiana, il restante 51%.

Alla fine dell’anno, dopo pochi mesi di gestione italo-emiratina, la compagnia chiudeva il bilancio con una cassa di 446 milioni di euro. Nel 2015, grazie ad una leggera crescita, il disavanzo sarà di 504 milioni di euro. Questo trend durerà poco, in quanto per far fronte ai numerosi debiti della compagnia, la componente emiratina spingerà affinchè queste passività vengano controbilanciate da tagli sul personale e sui servizi. Nel gennaio 2017 viene sottoposto quindi un referendum ai dipendenti, per approvare il nuovo piano industriale, che ovviamente lo vede naufragare il piano di rilancio pensato ai vertici, pur riguardante quella che de facto si presenta come una nuova compagnia senza debiti (anche grazie agli 1,76 miliardi di ricapitalizzazione). A questo punto il Governo italiano nomina tre commissari straordinari (Luigi Gubitosi, Stefano Paleari, Enrico Laghi) che dovranno provvedere alla vendita del vettore.

 L’amministrazione straordinaria di Alitalia, che dovrà tenere conto dell’esito del referendum, prende avvio il 2 maggio 2017. La cassa ammonta a circa 83 milioni di euro a fronte di biglietti venduti per l’equivalente di circa mezzo miliardo. È chiaramente una situazione insostenibile, soprattutto con l’estate imminente e l’opinione pubblica che non risparmia critiche feroci. Contemporaneamente Iata, l’associazione internazionale delle compagnie aeree, chiede 118 milioni di euro per tutelare i passeggeri in caso di default della compagnia. Lo stesso giorno il Governo stanzia 600 milioni (la prima tranche di cui si parlava nell’articolo precedente) a garanzia di servizi e lavoratori del vettore italiano.

Ricorderemo a lungo questo 2 maggio come il giorno in cui l’Italia rischiò di perdere definitivamente la sua compagnia di bandiera, ma anche come quello in cui forse abbiamo perso per l’ennesima volta l’occasione per rimettere in sesto un’azienda che ha sicuramente una grande storia e che ha contribuito all’appeal del nostro Paese, ma che negli ultimi anni è costata moltissimo ai cittadini italiani, pur decidendo sempre in autonomia la strategia economica.

Di seguito, il testo del comunicato stampa della compagnia:

“L’Assemblea degli azionisti di Alitalia, riunitasi oggi, ha preso atto, con grande rammarico, dell’esito del referendum tra i propri dipendenti, che ha di fatto precluso l’attuazione del rilancio e della ristrutturazione della Società.

I soci italiani ed Etihad, convinti del potenziale di crescita dell’azienda, si erano resi disponibili a finanziare il piano industriale per 2 miliardi di euro, attraverso forti investimenti e una riduzione dei costi strutturali che, per due terzi, non erano relativi al costo del personale.

I soci avevano condizionato la disponibilità alla ripatrimonializzazione e al rifinanziamento ad un accordo con le organizzazioni sindacali, venuto meno con l’esito del referendum tra i dipendenti. Il Consiglio di Amministrazione, riunitosi al termine dell’Assemblea, preso atto della grave situazione economica, patrimoniale e finanziaria della Società, del venir meno del supporto dei Soci e dell’impraticabilità, in tempi brevi, di soluzioni alternative, ha deciso all’unanimità di presentare l’istanza di ammissione alla procedura di amministrazione straordinaria come disposto dalla legge.

I voli e le operazioni Alitalia non subiranno alcuna modifica e continueranno secondo la programmazione prevista.”

Andrea Zappelli

Redazione
Lucia Mosca è giornalista iscritta all'albo. Dal 1994, collabora regolarmente con riviste e quotidiani tra i quali Il Messaggero (dal 1994 al 1998 a Macerata, per la cultura , dal 1999 al 2002 a San Benedetto del Tronto, per la cronaca bianca, dal giugno 2005 al luglio 2007 ad Ancona per la cronaca nera e giudiziaria ), La Rucola, periodico maceratese di cronaca, cultura, satira (dal 1996 al 1998 a Macerata), Il Piceno, periodico della Provincia di Ascoli Piceno (2002 – 2003). Le esperienze più significative: dal dicembre del 2003 collabora con Il Resto del Carlino di Ascoli Piceno, testata per la quale si occupa di cronaca, politica, cultura, spettacolo, sanità, sindacale, inchieste, con servizi anche per il regionale. Il 5 gennaio 2005 conclude la propria esperienza di stagista (della durata di 6 mesi). Un mese dopo riprende la precedente collaborazione con Il Messaggero di Ascoli Piceno seguendo la politica locale, la cultura e la cronaca bianca con servizi anche per il regionale. Nel giugno 2005 si sposta su Ancona, dove si occupa per Il Messaggero di cronaca nera e giudiziaria. Dal 2006 collabora con La Stampa di Torino per la cronaca nazionale. Dal 3 agosto 2009 è direttore del quotidiano in edicola Il Giornale24ore, su Teramo e provincia. Il contratto ha la durata di poco meno di un anno per chiusura della testata. E’ stata direttore della sezione giornalistica di Tvp, canale 119 del digitale terrestre nell'anno 2015. Ora direttore della testata giornalistica www.la-notizia.net

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