lunedì, Novembre 30, 2020
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Pesaro, Centro Arti Visive Pescheria: inaugurata la mostra di Gianni Politi

pescheria

Il programma della Fondazione Pescheria – Centro Arti Visive prosegue con un nuovo progetto dedicato alla pittura con la mostra “Benvenuto (anima del pittore da giovane)”, di Gianni Politi (Roma 1986), a cura di Marcello Smarrelli, con un testo di Davide Ferri.

Organizzata in collaborazione con il Comune di Pesaro – Assessorato alla Bellezza e la Regione Marche, l’esposizione è stata inaugurata ieri, sabato 14 dicembre alle 18 e sarà visitabile fino a 15 marzo 2020.

Dopo le personali di Thomas Braida e Matteo Fato, con Gianni Politi si completa una trilogia pensata per indagare e presentare altrettanti modi di intendere la pittura oggi.

Un pittore è un mondo fatto di immagini, ricorrenze e piccole manie che lo accompagnano durante la vita e che molto spesso sono chiavi per comprenderne le intenzioni e le motivazioni. Gianni Politi ha creato per gli spazi della Centro Arti Visive Pescheria un triplice intervento la cui funzione è quella di rivelare alcuni rapporti interni al suo lavoro. Un processo di “riutilizzo di materiali” in cui, accanto a una pianificazione calcolata, entrano in gioco una serie di eventi casuali.

Al Centro Arti Visive Pescheria tre le tipologie di opere che presentano la ricerca di Politi

Tre le tipologie di opere che presentano la ricerca di Politi come una mise en scene del suo percorso.

La prima è il ritratto del padre, una serie che l’artista sviluppa in maniera ossessiva dal 2012, un mantra pittorico, un remake perenne di un quadro antico lo Studio per un uomo con la barba (1770) di Gaetano Gandolfi, scoperto tra le pagine di un libro di storia dell’arte; il ritratto di uomo calvo dallo sguardo pacificato che nasconde una mano nella barba, in cui vede e ricerca continuamente il volto del genitore mentre riproduce l’opera, variandola di volta in volta. Ogni ritratto nasce da una dissolvenza tra una visione interiore e il dipinto settecentesco; una rincorsa inesauribile verso un’immagine sfuggente che sottende altresì la riflessione sull’impossibilità di approdare a una forma stabile, a un quadro ultimo, definitivo.

Ambientate lungo la parete del Loggiato, dodici tele, attraverso forme che richiamano sempre lo Studio del Gandolfi, testimoniano non solo il tentativo di dipingere un ritratto come eterno ritorno ad un fare pragmatico, ma anche una riflessione su come questo genere pittorico possa avere ancora valore e significato oggi: “Un esercizio che porto avanti da sette anni che è servito (e ancora per me ha la stessa funzione) come bussola e baricentro del mio lavoro, anche quando si trasforma in immagine astratta.”

Accompagna la sequenza un bassorilievo in bronzo di oltre due metri, Questa è la mia mente (2018-2019), in cui compaiono una moltitudine di scorpioni. Il titolo, una chiara metafora dei pensieri che affollano la mente dell’artista, è mutuato dalle parole che Macbeth rivolge a Banquo poco prima del compimento del suo tragico destino: “la mia mente è piena di scorpioni”. 

La terza serie di lavori, installata nella chiesa del Suffragio, affronta il tema cruciale della ricerca di Politi: la pittura astratta. Alle pareti cinque tele monumentali, prodotte appositamente per la mostra, sono realizzate con collage di tele, provenienti da frammenti di altri lavori, e spray acrilici; esperimenti su ciò che nella pittura si può controllare e ciò che necessariamente deve essere affidato al caso. Al centro dello spazio si staglia un masso monolitico, Il Nome che Porto è di uno Zio, Come lo Zaino del Contrabbandiere (Dolmen for a Perennial Existence) (2019), che sembra provenire da un mondo primitivo ed ancestrale e presenta su uno dei lati, un dipinto realizzato con spray acrilici, una sorta di statement sulla pittura aniconica.

Negli anni la ricerca di Politi si è concentrata sempre più sulla discussione secolare tra figurazione e astrazione. Utilizzando scarti generati da esperienze pittoriche “private”, piccoli grandi tentativi di comprendere il modo in cui si usano i materiali della pittura, ha sviluppato una pratica che tenta di costruire opere astratte spontanee, meta manifestazioni di quadri che vengono generati da intuito e pensiero più che dalla capacità di gestire le proprie abilità. Opere astratte che continuano idealmente a gravitare attorno a quell’unico tentativo di figurazione rappresentato dallo Studio del Gandolfi.

Il percorso espositivo creato da Politi guida lo spettatore ad entrare in rapporto con la sua intimità inquieta, un invito a spiare dentro la sua anima che produce immagini, ma che ambisce anche a distruggerle, perché la sua ricerca mira a risolvere principalmente un solo grande quesito: ha ancora senso dipingere oggi?

In concomitanza con la mostra di Gianni Politi, si conclude anche: “Jannis, Luigi, Eliseo”, un programma di tre mostre, a cura di Marcello Smarrelli, dedicato alle fotografie di Michele Alberto Sereni che ha raccontato la storia espositiva di questo spazio unico. Presso il Where, bar del Centro Arti Visive, dopo l’omaggio a Kounellis e Ontani, è la volta degli scatti che documentano l’esposizione di Eliseo Mattiacci “Dinamica verticale”, curata da Ludovico Pratesi nel 2013. L’inaugurazione si terrà sempre sabato 14 dicembre alle 18 e la mostra sarà visitabile fino al 15 marzo.


GIANNI POLITI (Roma 1986)
Studia filosofia presso l’Università “La Sapienza” di Roma.
Attraverso l’uso di materiali classici della tradizione pittorica italiana ha sviluppato una pratica basata su processi privati che avvengono nello studio nel tentativo di generare immagini spontanee.
Lo studio diventa quindi soggetto e oggetto di una produzione pittorica variegata e che sfocia anche nell’uso di sculture per narrate il quotidiano sforzo di dipingere oggi. Nel tentativo di ridefinire la pittura astratta oggi, l’artista carica il lavoro di esperienze e ricorrenze personali riflettendo su temi primari come amore, amicizia e sessualità in un tentativo costante di mitizzare i materiali utilizzati.
L’artista ha mostrato il suo lavoro in varie istituzioni nazionali ed internazionali tra cui La Galleria Nazionale d’ Arte Moderna di Roma, Nomas Foundation, Maxxi, Macro e l’Italian Cutural Council di Praga. Il suo lavoro è rappresentato dalla Galleria Lorcan O’ Neill di Roma.

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Redazione
Lucia Mosca è giornalista iscritta all'albo. Dal 1994, collabora regolarmente con riviste e quotidiani tra i quali Il Messaggero (dal 1994 al 1998 a Macerata, per la cultura , dal 1999 al 2002 a San Benedetto del Tronto, per la cronaca bianca, dal giugno 2005 al luglio 2007 ad Ancona per la cronaca nera e giudiziaria ), La Rucola, periodico maceratese di cronaca, cultura, satira (dal 1996 al 1998 a Macerata), Il Piceno, periodico della Provincia di Ascoli Piceno (2002 – 2003). Le esperienze più significative: dal dicembre del 2003 collabora con Il Resto del Carlino di Ascoli Piceno, testata per la quale si occupa di cronaca, politica, cultura, spettacolo, sanità, sindacale, inchieste, con servizi anche per il regionale. Il 5 gennaio 2005 conclude la propria esperienza di stagista (della durata di 6 mesi). Un mese dopo riprende la precedente collaborazione con Il Messaggero di Ascoli Piceno seguendo la politica locale, la cultura e la cronaca bianca con servizi anche per il regionale. Nel giugno 2005 si sposta su Ancona, dove si occupa per Il Messaggero di cronaca nera e giudiziaria. Dal 2006 collabora con La Stampa di Torino per la cronaca nazionale. Dal 3 agosto 2009 è direttore del quotidiano in edicola Il Giornale24ore, su Teramo e provincia. Il contratto ha la durata di poco meno di un anno per chiusura della testata. E’ stata direttore della sezione giornalistica di Tvp, canale 119 del digitale terrestre nell'anno 2015. Ora direttore della testata giornalistica www.la-notizia.net

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