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Anticipazioni per “Il Tabarro” di Puccini del 24 giugno alle 21.15 su RAI 5: dal Teatro Comunale di Firenze

Il tabarro

Anticipazioni per “Il Tabarro” di Puccini del 24 giugno alle 21.15 su RAI 5: con la regia di Ermanno Olmi e la direzione del Maestro Bruno Bartoletti dal Teatro Comunale di Firenze

Teatro comunale (Firenze) - Wikipedia

Per la Grande Lirica in TV oggi mercoledì 24 giugno alle 21.15 su RAI 5 va in onda “Il Tabarro” di Giacomo Puccini dal Teatro Comunale di Firenze nella versione del 1983,con la regia di Ermanno Olmi , la direzione del Maestro Bruno Bartoletti e la partecipazione di Hartmut Welker.

Il tabarro è un’opera in un atto di Giacomo Puccini, su libretto di Giuseppe Adami tratto da La houppelande di Didier Gold. Fa parte del Trittico. La prima assoluta ebbe luogo il 14 dicembre 1918 al Metropolitan di New York,[1] dove fino al 2009 ha avuto 80 rappresentazioni. Tra gli interpreti della prima, il tenore Giulio Crimi nel ruolo di Luigi, Claudia Muzio come Giorgetta, Luigi Montesanto come Michele ed Angelo Badà come Tinca.

La composizione del pannello tragico del Trittico pucciniano avvenne in due fasi: fra l’estate e l’autunno del 1913 e fra l’ottobre 1915 e il novembre 1916. L’interruzione fu dovuta alla necessità di lavorare alla Rondine, opera per la quale Puccini aveva sottoscritto un contratto.

Al contrario, Il tabarro fu composto senza conoscerne la destinazione. Inoltre, come opera in un atto, non sarebbe bastato a coprire la durata di uno spettacolo teatrale, tanto che Puccini pensò inizialmente di abbinarlo ad una ripresa della sua prima opera, Le Villi, all’epoca quasi dimenticata.
Solo in seguito all’incontro col librettista Giovacchino Forzano Puccini decise di farne il primo pannello di un trittico di opere in un atto, da eseguirsi in un’unica sera.

«Tutto è conteso, tutto ci è rapito.
La giornata è già buia alla mattina!
Hai ben ragione: Meglio non pensare,
piegare il capo ed incurvar la schiena»
(Luigi)

Nei decenni, pur senza mai diventare un’opera popolare, Il tabarro si è guadagnato un posto di tutto rispetto tra le opere di Puccini. L’intenzionale assenza di melodie facili, di quelle che colpiscono immediatamente l’orecchio, è compensata da un’estrema densità drammatica e compositiva. Puccini lavora per lo più su leitmotiv di poche note, elaborandoli sul piano delle sonorità più che su quello armonico. Al contrario, è a partire da quest’opera che Puccini inizia a costruire le sue partiture per grandi blocchi tonali, di monumentale staticità.

Sul piano drammaturgico, Il tabarro sembrerebbe segnare un inatteso e tardivo omaggio all’opera verista. L’azione si svolge infatti nei bassifondi di Parigi, in riva alla Senna, tra scaricatori e donne del popolo. Due decenni prima, nel momento di massima fortuna del melodramma verista, Puccini aveva evitato di pagare tributo a questa moda, rinunciando a mettere in musica La lupa di Verga.

Nel farlo ora, fuori tempo massimo, ne rovescia di segno i principi estetici. Nessuno dei suoi lavori è infatti così lontano dal tono nazional-popolare di Cavalleria rusticana, di Pagliacci e delle altre celebri opere della stagione verista. La severità con cui la musica si concentra sul dramma può semmai richiamare alla lontana l’idea verdiana di un teatro musicale in cui tutto dev’essere al servizio del dramma.

La più cupa tra le opere di Puccini è imperniata sull’idea del tempo che passa, incarnata metaforicamente dall’ora del tramonto, dalla stagione autunnale e soprattutto dal lento, inesorabile scorrere del fiume, intorno al quale l’intera vicenda si sviluppa. Un’idea alla quale rinvia anche l’uso massiccio di tempi a struttura ternaria, il cui moto circolare guida i protagonisti verso la tragedia avvolti in un clima di danzante erotismo. Dice la protagonista: «Io capisco una musica sola: quella che fa danzare», ma la musica che accompagna le sue parole è la stessa che aprirà il suo appassionato duetto d’amore con Luigi.

Trama

1910: è il tramonto. Sulla Senna è ancorato un vecchio barcone da carico, di cui è padrone il maturo Michele; questi, che ha sposato Giorgetta, una parigina molto più giovane di lui, avverte che l’unione sta vacillando e sospetta che la moglie, sempre più insofferente e scontrosa, lo tradisca con un altro uomo. Il sospetto è fondato: Giorgetta è innamorata di Luigi, un giovane scaricatore che ogni sera, richiamato dal tenue chiarore di un fiammifero acceso, la raggiunge protetto dall’oscurità.

Michele, che vede crollare a poco a poco le proprie illusioni, tenta di risvegliare nell’animo della moglie la passione di un tempo ricordandole quel bimbo la cui breve esistenza aveva accompagnato il loro amore: erano i giorni felici in cui Giorgetta e il figlio cercavano rifugio nel suo tabarro. Ma quando egli tenta di stringerla fra le braccia, la moglie si ritrae adducendo un pretesto. Quindi si ritira nella sua stanza in attesa che il marito la segua e si assopisca, per poi incontrarsi con Luigi.

Michele indugia, riflettendo su chi possa essere l’amante della moglie e meditando vendetta, quindi accende la pipa. Attirato dal segnale luminoso, Luigi balza sul barcone credendo di trovarci l’amante; ma Michele gli è sopra, l’immobilizza e con un urlo lo riconosce; poi lo afferra per la gola, lo costringe a confessare il suo amore e lo strangola. Quindi ne avvolge il corpo esanime dentro al suo tabarro. Giorgetta torna in coperta, come colta da uno strano presentimento, ma quando si avvicina a Michele, questi apre il tabarro lasciando cadere a terra il cadavere di Luigi.