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Covid 19, li chiamavano eroi: il personale medico dall’ammirazione alle denunce

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Covid 19, li chiamavano eroi: il personale medico dall’ammirazione alle denunce

di Emanuele Mosca*

I numeri forniti il 14 novembre, dal Ministero della Salute, danno immediata idea, di per se stessi, della portata della pandemia Covid: in Italia 1.144.552 casi, 44.683 morti (con un tasso di mortalità prossimo al 4% e quindi ben superiore all’1% inizialmente presunto), 653.731 i pazienti ricoverati con sintomi di cui 3.306 in terapia intensiva.

Non c’è bisogno di allargare lo sguardo oltre i confini nazionali né di parlare delle decine di milioni di casi nel mondo, bastano i dati italiani per evidenziare la portata storica, direi secolare, di un epidemia che  sarà ricordata in futuro con la stessa enfasi con la quale le ultime generazioni hanno ricordato la “spagnola” che negli anni 20 del secolo scorso, con una ciclicità che certamente meriterebbe ulteriori approfondimenti, ha devastato l’Europa intera.

E sono ancora i semplici dati numerici che spiegano l’impatto devastante che la malattia ha avuto sulle strutture e sui servizi dell’intero sistema sanitario nazionale. Un sistema, diciamolo subito, che per il momento ha retto meglio che in altre nazioni e che nei limiti del possibile è stato in grado, almeno sino ad oggi, di dare risposta al mostruoso sovraccarico di richieste e di malati ma che difficilmente potrà ulteriormente resistere se i numeri dovessero continuare a crescere con i ritmi attuali.

Tanti, troppi, si abbandonano a facili lamentele e recriminazioni nei confronti della nostra categoria medica che, nonostante il pesante tributo pagato in termini di morti,  in poco tempo è passata dall’ammirazione e dall’ eroismo della prima ondata, alle sempre più frequenti denunce e richieste di risarcimento danni in totale spregio alla gravità della patologia e del momento. Particolarmente pesante, al riguardo, il danno esistenziale e di immagine pagato dai medici di famiglia continuamente ed impropriamente accusati di non arginare l’accesso ai pronto soccorso ed agli ospedali.

Mentre quest’ultimi hanno chiuso e riconvertito gran parte dei reparti sulla terapia del Covid, i medici del territorio hanno continuato a farsi carico dell’usuale gravame di cronici e patologie varie aggiungendo, e non sostituendo a questo, il pesantissimo carico assistenziale determinato dalla pandemia. Continui ed incessanti triage telefonici, segnalazioni per il tracciamento di malati e familiari, richieste di attivazione delle Usca (unità speciali covid), certificati di malattia, attestazioni per le scuole e pretese ed allarmi di ogni tipo che allungano la giornata lavorativa ad una media di 12-14 ore giornaliere.

Purtroppo la medicina del territorio e l’assistenza extra ospedaliera non potevano non pagare gli errori di politica sanitaria commessi nel recente passato. Soprattutto in alcune Regioni, proprio in quelle che oggi mostrano numeri particolarmente preoccupanti, negli anni scorsi si è assistito al progressivo smantellamento della medicina del territorio ed al dirottamento di finanziamenti ed energie sulla medicina super specialistica ospedaliera ritenuta molto più remunerativa in termini economici e di immagine.

In particolare è stata privilegiata la medicina super specialistica privata a danno di Ospedali pubblici e reparti di medicina, e dei medici di famiglia che sono stati ridotti, nel tempo, ad un ruolo impiegatizio (per risparmiare sul personale delle ASL) invece di favorirne ed incentivarne il ruolo clinico e le potenzialità di cura alla persona. 

Oggi l’emergenza Covid ha svelato, in modo improvviso e drammatico, le pesantissime conseguenze di quegli errori strategici. Il Governo e, meno, le Regioni ne hanno preso atto e stanno cercando di riconvertire fondi ed energie sulla medicina dei servizi e del territorio ma servirà tempo, forse troppo tempo per la velocità con cui corre la pandemia, per porre rimedio alle falle provocate dagli errori del passato.

Ed il sacrificio attualmente sopportato da tutto il personale medico ed infermieristico da solo certamente non basterà a contenere l’urto di questa seconda ondata senza un comportamento prudente e solidale da parte di tutti, anche e soprattutto dei media. Informazioni fuorvianti ed inutilmente divisive hanno raggiunto un pericoloso livello di guardia e rischiano di disorientare la popolazione aumentando l’incertezza e diminuendo l’efficacia delle azioni preventive e delle misure di sanità pubblica che, per risultare efficaci, debbono essere comprese e condivise dalla popolazione.

Assai pericolosa potrebbe risultare l’azione dei cosidetti negazionisti, perché il covid non è una normale influenza e l’attuale pressione sul sistema sanitario territoriale ed ospedaliero ne è prova lampante. Negare la gravità dell’epidemia non farà altro che peggiorare la situazione , aumentare il numero dei casi ed in ultima analisi danneggiare gravemente anche l’economia che si dice di voler difendere. Ma non è di minor danno abbandonarsi a commenti improntati ad eccessivo pessimismo ed allarmismo.

La quotidiana sequela di morti e contagiati se non correttamente commentata ed argomentata rischia di diffondere il panico nella popolazione che poi, al primo starnuto, si precipita ad intasare i pronto soccorso molto spesso senza motivo e senza alcun parere sanitario preventivo. Il ruolo di un’informazione seria e responsabile è insostituibile ai fini della tenuta del sistema non solo sanitario, ma dell’intero sistema sociale. Quello che si può fare per uscire dall’attuale emergenza forse non è molto, ma certamente non è poco e può essere riassunto in pochi e semplici punti: prevenzione sociale ed individuale, diagnosi precoce ed accessibile senza troppe difficoltà, tracciamento nei limiti del possibile, quarantena ed isolamento se e quando servono,informazione corretta che induca a comportamenti prudenti , responsabili e razionali.

*Docente Universitario

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