sabato, Ottobre 16, 2021
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Anticipazioni per il Grande Teatro in TV di Dostoevskij del 2 febbraio alle 16 su Rai 5: “I demoni – 2° parte”

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Anticipazioni per il Grande Teatro in TV di Dostoevskij del 2 febbraio alle 16 su Rai 5: “I demoni – 2° parte

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Per il Grande Teatro di Dostoevskij in TV va in onda oggi martedì 2 febbraio alle 16 su Rai 5 la seconda parte de “I Demoni”, il capolavoro di Dostoevskij nella versione proposta dallo sceneggiato RAI in 5 puntate di Sandro Bolchi che venne trasmesso dal febbraio al marzo del 1972 con Luigi Vannucchi, Lilla Brignone, Gianni Santuccio, Paola Quattrini, Warner Bentivegna, Mario Carotenuto, e Giulia Lazzarini.

Nell’ambito dell’omaggio a uno dei maggiori interpreti della letteratura russa, Fëdor Dostoevskij, nell’anno in cui cade il bicentenario della nascita lo spazio pomeridiano dedicato al teatro, Rai5 – dal primo al 5 febbraio alle 16.00 – propone “I demoni”, nell’adattamento televisivo del 1972 diretto da Sandro Bolchi, che dopo I fratelli Karamazov porta nuovamente Dostoevskij sul piccolo schermo. Sceneggiatura di Diego Fabbri. Nel cast, Luigi Vannucchi, Glauco Mauri, Lilla Brignone, Gianni Santuccio, Paola Quattrini, Luigi La Monica, Angiola Baggi, Marisa Bartoli, Antonio Battistella, Warner Bentivegna, Mario Carotenuto, Luigi Diberti, Giulia Lazzarini, Loredana Savelli, Alberto Terrani. In una città russa, un gruppo di anarchici congiura per la rivoluzione. In realtà sono divisi e velleitari, ma le loro trame servono ottimamente agli scopi di un misterioso individuo che manovra per gettare la città nel caos e per perseguire sue vendette personali.

Seconda Parte

Le notizie degli eventi di Skvorèsniki si diffondono nella società in modo sorprendentemente rapido. I principali partecipanti si isolano, con l’eccezione di Pètr Stepànovic, che si insinua attivamente nella vita sociale della città. Dopo otto giorni, egli visita Stavrogin e la vera natura delle loro relazioni comincia a diventare evidente. Non c’era, come alcuni sospettano, un’intesa esplicita tra di loro. Piuttosto Pètr Stepànovic sta cercando di coinvolgere Stavrogin in alcuni piani politici radicali di suo conto, e sta avidamente cercando di fare dei favori a Nikolaj nella speranza di essere ricambiato. Stavrogin, mentre sembra accettare che Pètr Stepànovic agisca per suo conto, in gran parte non risponde a queste aperture e continua a perseguire il suo proprio ordine del giorno.

Una notte Stavrogin lascia Skvorèsniki in segreto e si fa strada a piedi a casa di Fillipov, dove vive Shatov. Lo scopo principale della sua visita è quello di consultare il suo amico Kirillov, che vive anche in quella casa. Stavrogin ha ricevuto una lettera straordinariamente offensiva da Artèmij Gagànov, il figlio di un proprietario terriero – Pavel Gagànov – al quale Nikolai tirò il naso per scherzo alcuni anni prima, ed è stato lasciato con nessun’altra scelta che sfidarlo a duello. Chiede a Kirillov di essere il suo secondo e di prendere accordi. Discutono questioni filosofiche e Kirillov comunica a Stravogin la sua ferma intenzione di suicidarsi in un prossimo futuro. Stavrogin si reca quindi da Shatov, e ancora una volta lo sfondo degli eventi a Skvorèsniki comincia a rivelarsi. Shatov aveva intuito il segreto dietro la relazione tra Stavrogin e Marya (in realtà sono sposati) e lo aveva colpito per la rabbia per via della sua bassezza. In passato Stravoghin aveva infatti ispirato Shatov con esortazioni del Cristo russo, ma questo matrimonio e altre azioni hanno provocato una delusione completa, che Shatov ora esprime con rabbia. Stavrogin si difende con calma e razionalità, ma non del tutto convincente. Egli mette in guardia anche Shatov, che è un ex membro, ma ora acerrimo nemico della società rivoluzionaria di Pyotr Verchovènskij, che Verchovènskij potrebbe star pianificando di ucciderlo. Stavrogin continua a piedi per una parte lontana della città, diretto verso la nuova residenza dei Lebjàdkin. Lungo la strada incontra Fèd’ka, un evaso, che lo aspettava al ponte. Pètr Stepànovic, convinto di fare un favore a Nikolaj, ha informato Fèd’ka che Stavrogin può avere bisogno dei suoi “servizi” in relazione ai Lebjàdkin (ovvero ucciderli), ma Stavrogin lo respinge con forza. Dice a Fèd’ka che non gli darà un soldo e che se lo incontra di nuovo lo legherà e lo porterà alla polizia. Dai Lebjàdkin informa il capitano che in un prossimo futuro annuncerà pubblicamente il matrimonio tra lui e Marya e che non gli darà più un soldo; si reca poi da Marya, ma qualcosa in lui la spaventa e diventa diffidente. La sua proposta di venire a vivere con lui in Svizzera è accolta con disprezzo. Lei lo accusa di essere un impostore che è venuto per ucciderla con il coltello, ed esige di sapere cosa ha fatto al “vero principe”. Stavrogin si arrabbia, la spinge con violenza e la lascia in preda ai suoi deliri. Sulla strada del ritorno si imbatte nuovamente in Fèd’ka, che ribadisce l’offerta dei suoi servizi. Stavrogin lo afferra, lo sbatte contro un muro e comincia a legarlo. Tuttavia, si ferma quasi subito e continua per la sua strada, con Fèd’ka al seguito. Alla fine Stavrogin scoppia in una risata: si svuota il contenuto del suo portafoglio in faccia a Fèd’ka, e se ne va.

Il duello tra Nikolaj e Artèmij Gagànov si svolge il pomeriggio seguente, ma nessuno viene ucciso. Facendo infuriare Gagànov, Stavrogin sembra perdere deliberatamente, come per banalizzare il duello e insultare il suo avversario, anche se lui dice che è perché non vuole più uccidere nessuno. Ritorna a Skvorèsniki dove incontra Dasha che, come ora diventa evidente, è una sorta di sua confidente, o “infermiera” come lui la chiama. Lui le racconta il duello e l’incontro con Fèd’ka, ammettendo di aver dato a Fèd’ka del denaro, gesto che potrebbe essere interpretato come un acconto per uccidere la moglie. Le chiede, in tono ironico, se lei continuerebbe a venire da lui, anche se scegliesse di accettare l’offerta di Fèd’ka. Inorridita, Dasha non risponde.

Pètr Stepànovic è nel frattempo molto attivo nella società, forma relazioni e coltiva le condizioni che, lui pensa, lo aiuteranno nei suoi obiettivi politici. È particolarmente focalizzato su Julia Michàjlovna Von Lembke, moglie del governatore. Con l’adulazione, la circonda con il suo seguito di giovani scapestrati e incoraggiando la sua esagerata ambizione liberale, egli acquisisce un forte ascendente su di lei. Lui e il suo gruppo di co-cospiratori sfruttano la loro vicinanza alla governatrice per generare un clima di leggerezza e cinismo nella società. Si abbandonano a varie imprese di cattivo gusto, clandestinamente distribuiscono propaganda rivoluzionaria, e agitano i lavoratori nella fabbrica locale dello Spigulin. Sono particolarmente attivi nel promuovere il ‘Gala Letterario’ di Julia Michàjlovna per raccogliere fondi per governanti povere, e questo diventa ben presto un evento molto atteso per tutta la città. Il Governatore, Andrey Antonovich, è profondamente turbato dal successo di Pètr Stepànovic con la moglie (sospetta addirittura che questa lo tradisca con lui) e al tempo stesso freme di rabbia per il modo irrispettoso con cui Pètr Stepànovic lo tratta, ma è dolorosamente incapace di fare qualcosa al riguardo. Incapace di far fronte agli strani eventi e alle pressioni montanti, comincia a mostrare segni gravi di disturbo mentale. Pyotr Stepanovich adotta un approccio simile con suo padre, portando Stepan Trofìmovic in uno stato di frenesia, ridicolizzandolo senza sosta e minando il suo rapporto con Varvara Petrovna.

I demoni (in russo: Бесы, Besy) è un romanzo di Fëdor Dostoevskij pubblicato in volume per la prima volta nel 1873.

La traduzione del titolo originale ha subito variazioni a seconda della casa editrice: mentre il titolo più usato è appunto quello de I dèmoni (plurale di “demone“), si sono avuti anche come titolo I demònî (plurale di “demonio“), Gli indemoniati o Gli ossessi. Il titolo si riferisce appunto ai ‘diavoli, posseduti, spiriti maligni’ rappresentati da alcuni dei personaggi principali.

La seconda moglie di Dostoevskij, Anna Grigor’evna Dostoevskaja, racconta che chi veniva a comprare le copie del romanzo, spesso ne storpiava il nome: “Qualcuno lo chiamava Le forze nemiche, un altro diceva «Sono venuto per i diavoli»; un terzo chiedeva alla cameriera «Una decina di diavoli». La vecchia bambinaia, sentendo questi nomi, se la prendeva con me, dicendo che, da quando tenevamo in casa gli spiriti impuri, il suo pupillo (mio figlio) era diventato irrequieto e dormiva male la notte”.[1]

Vita di un grande peccatore

“Io ripongo grandi speranze nel romanzo che sto attualmente scrivendo per il “Messaggero Russo“:[2] così scrive Dostoevskij il 5 aprile 1870, in una lettera indirizzata a Nikolaj Nikolaevič Strachovfilosofo e amico personale. L’opera che l’autore ha in mente si sta formando lentamente ma inesorabilmente da due anni: Sarà il mio ultimo romanzo. Avrà l’ampiezza di Guerra e pace,[2] scrive con enfasi il giorno dopo ad Apollon Nikolaevič Majkov, anche se poi in realtà l’opera non è stata la sua ultima.
Nella stessa lettera rivela che il titolo che ha in mente è Vita di un grande peccatore, titolo che non vedrà mai la luce, perché la storia a cui Dostoevskij sta lavorando è talmente ampia che alla fine verrà sviluppata in due romanzi distinti: I demoni e L’adolescente.

L’ambiente politico

La seconda moglie di Dostoevskij testimonia che il marito era molto interessato agli avvenimenti politici dell’epoca, che il fratello di lei gli raccontava. Il 21 novembre 1869, infatti, lo studente universitario Ivan Ivanovič Ivanov viene ucciso da una cellula rivoluzionaria capeggiata da Sergej Gennadjevič Nečaev (autore insieme a Bakunin dell’opera Catechismo del rivoluzionario). Il processo di Nečaev provoca scalpore in tutta la Russia e si conclude con la condanna del colpevole a 20 anni di carcere.

Dostoevskij aborrisce il declino morale che la gioventù russa sembra stia subendo. Ivan Sergeevič Turgenev, con il suo famoso romanzo Padri e figli, aveva già d’altronde fatto conoscere ampiamente al grande pubblico il concetto di nichilismo, una corrente di pensiero che si diffonde rapidamente in quegli anni fra i giovani, cosa che infastidisce fortemente Dostoevskij.

«Ogni tanto mi viene in mente che molti di questi stessi giovani delinquenti, che vanno attualmente in putrefazione, finiranno un giorno per diventare degli autentici e solidi počvenniki,[3] e cioè dei veri russi? Quanto agli altri, che finiscano pure di marcire! Finiranno pure per tacere anche loro, colpiti da paralisi. Ma che autentiche carogne![2]»

Nečaev, il rivoluzionario organizzatore di cellule terroristiche, si trasforma nel personaggio di Pëtr Verchovenskij, mentre lo studente universitario Ivanov veste i panni di Šatov. Ma durante la lavorazione nella mente dell’autore si affaccia il “vero” protagonista del romanzo, che sarà il ‘demone’ Nikolaj Stavrogin.

Il “vero” protagonista

Iniziato a scrivere verso la fine del 1869, il romanzo appare subito problematico per l’autore. Scritta infatti una prima parte, l’autore viene “visitato dall’autentica ispirazione e a un tratto mi sono innamorato del mio tema”,[2] come scriverà il 21 ottobre 1870. Riscrive quella prima parte, seguendo l’ispirazione avuta, finché sorge un altro problema: “si è fatto avanti un nuovo personaggio che avanzava la pretesa di essere lui il vero protagonista del romanzo, cosicché il precedente protagonista (un personaggio interessante, ma che effettivamente non meritava il ruolo di protagonista) si è ritirato in secondo piano. Questo nuovo protagonista mi ha talmente affascinato che ho cominciato un’altra volta a riscrivere il romanzo”.[2]

Il “vecchio” protagonista è Pëtr Verchovenskij che, come novello Nečaev, porta avanti i suoi propositi rivoluzionari reclutando e organizzando uomini al proprio scopo. Il “nuovo” protagonista è invece Nikolaj, figura che incarna un’altra tipologia di giovane odiata dall’autore: quello del viziato annoiato e immorale. Eppure Dostoevskij sembra nutrire per lui un affetto ed attenzione maggiore che per gli altri; fa nascere il cognome del personaggio dalla parola greca σταυρός (stauròs) che significa “croce”, volendo dare elementi religiosi ad un personaggio che a prima vista non pare proprio averne. Eppure sarà l’unico dei tanti “peccatori” del romanzo che prenderà pienamente coscienza dei propri peccati e che pagherà spontaneamente per questi.

Trama

L’azione si svolge quasi esclusivamente in una provincia senza nome vicino a San Pietroburgo ed è raccontata da Anton, colui che parla in prima persona; questi è un ufficiale ed ha seguito tutti gli eventi, o direttamente o perché raccontatigli da qualcuno dei protagonisti. Anton Lavrentievič è un caro amico di Stepan Trofimovič, che vive come tutore un po’ esteta alla residenza della ricca Varvara Petrovna, vedova nonché imperiosa nobildonna.

Il figlio di lei, Nikolaj Vsevolodovič, torna a casa dopo aver trascorso anni di vita dissoluta all’estero; torna trasformato soprattutto nell’animo, moralmente prosciugato da ogni illusione ideale o romantica di gioventù. Pëtr Stepanovič, figlio di Stepan Trofimovič, cerca la collaborazione di Nikolaj Vsevolodovič: egli vorrebbe metterlo a capo di un gruppo di cospiratori che ha l’obiettivo di rovesciare tutte le autorità, laiche e religiose. A questo scopo, con i suoi cinque affiliati, oltre alla collaborazione di Šatov e Kirillov, sta preparando degli attentati terroristici.

La ‘generalessa’ Varvara Petrovna ha intanto predisposto un piano per far sposare il figlio con la benestante Lizaveta Nikolaevna, figlia di una cara amica di famiglia, un matrimonio che dovrebbe esser di puro interesse; ma ella non sa ancora che Nikolaj, mentre si trovava a San Pietroburgo, ha già sposato in segreto (ed apparentemente senza alcun motivo) Marija Timofeevna, sorella storpia ed in parte fuor di senno dell’ubriacone Lebjadkin. Nikolaj Vsevolodovič pare rimanere impermeabile a qualsivoglia emozione, distaccato e distante, quasi fosse afflitto da una perenne noia esistenziale o oblio dell’anima.

Il giovane Šatov continua ad esser combattuto tra una profonda ammirazione ed un altrettanto forte senso di disprezzo nei confronti di Nikolaj: per merito suo sostiene infatti d’aver trovato la fede in Dio e non sembra troppo turbato dal fatto che questi abbia avuto una relazione con sua moglie, Marija Ignatijevna. Nikolaj in realtà ha un altro segreto inconfessabile, oltre a quello del matrimonio, che cela con cura in cuore.

Kirillov intanto rivela in dettaglio agli altri la propria intenzione di uccidersi e ciò per dimostrare così a tutti l’inesistenza, non solo delle leggi divine, ma dello stesso Dio. Il suo progetto filosofico vuol esser quindi un suicidio educativo; in maniera tanto tragica quanto teatrale si spara un colpo di rivoltella nella tempia dopo un drammatico incontro con Pëtr Stepanovič.

Un certo Fed’ka, tipo losco ed inquietante, presentatosi davanti a Nikolaj, gli offre di liberarlo dalla storpia Marija per poter così aver spianata la strada del matrimonio con la danarosa ragazza trovata per lui dalla madre. Ma la proposta del criminale viene bruscamente respinta da Nikolaj. In seguito il giovane pare voler confidarsi con la sorella di Ivan, la buona Dar’ja Pavlovna, chiedendo in modo ancora abbastanza imprecisato e non perfettamente chiaro, perdono per tutti i suoi crimini passati e finanche per quelli futuri che non ha ancora commesso. Avrà anche un colloquio con lo starec Tichon e gli racconterà della sua assoluta incapacità di credere in Dio ed aver fede nella sua religione: si viene a questo punto a conoscere la verità, cioè che Nikolaj ha tempo addietro violentato una bambina, la quale, per la vergogna e la disperazione, si è subito dopo impiccata. Lui non ha fatto nulla per impedire la tragedia, anzi in quel momento già pregustava quello che avrebbe potuto fare la piccola dopo esser stata così brutalmente sedotta ed abbandonata.

Nel frattempo Pëtr Stepanovič ha trovato l’obiettivo adatto: la debolezza di Lembke, nuovo governatore della regione, e l’ambizione liberaleggiante della moglie, Julia Michajlovna, tramite la quale egli assume un ruolo di rilievo nella società mondana della cittadina. Segretamente, egli riunisce varie persone per organizzare un complotto, che forse prevederà “un assassinio politico”, e frattanto si adopera per spargere ovunque confusione e discredito per l’autorità.

Cercando di attrarre a sé Nikolaj Vsevolodovič, Pëtr Stepanovič era giunto al punto d’offrirgli il comando del gruppo, ma quegli non si è mai fatto attrarre alla causa nichilista propugnata da questi giovani uomini disillusi da tutto: da allora i due hanno continuato nel tempo a discutere dei rispettivi ideali. In una riunione clandestina, il congiurato Šigalëv propone un nuovo sistema politico, in cui il 90% dell’intera popolazione del grande impero russo sia costretta a lavorare al livello più primitivo d’esistenza, rimanendo completamente sotto il controllo e dominate dal restante 10%.

Le manovre di Pëtr Stepanovič culminano nell’uccisione, per mano di Fed’ka, di Marija Timofeevna e del fratello. Nikolaj ha tentato nel frattempo di partire assieme a Lizaveta; ma quando lui le dice di non aver fatto nulla per impedire l’assassinio della moglie, lei si affretta di corsa verso il luogo dell’omicidio: qui viene letteralmente linciata dalla folla impazzita, che la crede mandante dell’efferato crimine.

Il rifiuto di Nikolaj Vsevolodovič fa sfumare i progetti di Pëtr Stepanovič. Convinto che Šatov possa denunciare tutti, Pëtr Stepanovič lo fa ammazzare a sangue freddo. La responsabilità di questo assassinio e degli altri misfatti verrà addossata a Kirillov, il quale, nella sua indifferenza, ha accettato di scrivere una lettera d’addio in cui si dichiara responsabile.

Stefan Trofimovič decide di lasciare la città, ma durante il viaggio a piedi si ammala. Varvara l’ha fatto cercare e, appena ritrovatisi l’uno di fronte all’altra, non possono far altro che confessarsi i reciproci sentimenti d’amore che sempre hanno provato, ma tenuto segreto e represso per anni.

Nikolaj, dopo avere proposto a Dar’ja di seguirlo in Svizzera, travolto dal senso di colpa sempre più insopportabile (è afflitto costantemente da allucinazioni, attraverso cui gli appaiono una varietà enorme di ‘spiriti maligni’), finisce con l’impiccarsi ad una trave della soffitta di casa, esattamente nello stesso modo che era stato scelto dalla bambina stuprata da lui anni prima.